franchino's way

27 luglio, 2015

Il fruttarolo (la resistenza che ti vende il pomodoro… 17)

Come pararsi il culo
e la coscienza è un vero sballo
sabato in barca a vela
lunedì al Leonkavallo
l’alternativo è il tuo papà (Afterhours)

Devo alzarmi, devo reagire. Attorno tutto scorre e si beve e si parla e io sto qua accasciato a terra. Serve uno slancio da campione, mantenendo dignità e stile. Senza dare l’impressione di cedimenti. Alzarsi e rimanere dritto, basterebbe questo.

Primo tentativo: punto bene i piedi a terra cercando di sollevarmi dal gradone. Svarione. Desisto.

Gli altri non hanno visto nulla. La ragazza del pesto brilla di sorrisi e battute. Il Tappo trottola qua e là con battute no sense e parlata sempre più liquida, consonanti sempre più impastate. Il bastardo sta subendo il vodka lemon ma non molla. Il Sardo ronza attenzioni per qualsiasi esemplare femminile a vista.

Secondo tentativo: prendo la birra, poi la riappoggio alla mia sinistra e mi aggancio con la mano destra alla colonna del portico. Il Baraccio è il solito white noise di fondo. Una goccia di sudore scende sulla schiena, dritta in mezzo alle chiappe. Sforzo, mi sollevo di 10 centimetri buoni, pausa. Ultimo slancio, colpo di reni e via, sono in piedi.

CAZZO LA BIRRA!

E’ rimasta sul gradone. Se mi piego casco di testa a terra.

E’ una sensazione orrenda essere ubriaco fisicamente e mantenere un minimo di lucidità mentale da riuscire a vedersi da fuori. Roba che non si può spiegare. Sei sul limite. Un goccio di qualsiasi alcolico è automaticamente perdita di tutto. Ma arrivati a questo punto devi bere. Altrimenti è l’agonia dello sbronzo che non sa, non può, non riesce ma capisce, vorrebbe, penserebbe di farcela. Tra stare sul limite e soffrire o mandare tutto a puttane io scelgo sempre la cosa al momento più semplice. Le buone intenzioni, la ragionevolezza, la responsabilità, i bei sentimenti, e pure babbo Natale, sono per i mangiatori di seitan e i bevitori di caffè decaffeinato. Io sono di un’altra razza, quella brutta. Di tutto il resto non me ne frega un cazzo, francamente.

Il Tappo rulla dalle mie parti:”Apposto?”

“Mmmh…”, sfiato.

“Apposto”, sentenzia.

La ragazza del pesto punzecchia con uno sguardo lampo.

Io mi appoggio alla colonna progettando di riprendere le forze e forse riprendere la birra.

Sono quegli istanti di pace a cui ti aggrappi, quelle alitate di speranza e orgoglio che ti tengono a galla. E’ la tigna del ciclista in crisi sul Pordoi che col suo passo, tutto ingobbito sul manubrio, con le gambe dure, torna sul gruppo dei migliori e resta appeso coi denti all’idea che c’è possibilità di farcela, manca poco, gli altri non attaccheranno.

E invece arriva un altro attacco.

Un piede urta la mia birra che schizza sul mio pantalone. Il boccale si frantuma a terra.

“E che cazzo” fa lui tutto polemico.

Resto impassibile cercando di non barcollare.

“La ripaghi”, riesco a sospirare.

“Stocazzo”.

Arriva il Tappo e la ragazza del pesto e gli si piantano davanti. Non danno l’idea di essere tutta sta minaccia e francamente mi da anche un po’ fastidio non riuscire a reagire come vorrei, come il mio abito esigerebbe. Ma la mia impassibilità, la mia camicia bianca e cravattino nero fanno comunque la loro porca figura. Per il momento va bene così, forse.

“La ripaghi…”, ripeto con l’adrenalina che pian piano ricomincia a scorrere.

E questo parte con una serie di frasi a caso sul non si fa, non si poggiano le birre a terra, che c’entra lui, che ne sapeva, colpa tua, vedi che stai ubriaco, come parli, non ti reggi in piedi, eccetera eccetera. E io che pensavo di essere tornato lucido.

A quel punto scosto il Tappo, faccia a faccia col coglione:”Ascolta, tu ora prendi e mi ripaghi la birra… E non devo stare qui a darti motivi per ripagarmela. Ho rispetto per la mia intelligenza.”

Il Tappo rincara:”E in ogni caso c’è un detto che dice che la mia libertà inizia dove finisce quella degli altri. Tu ci sei caduto tra le palle. Quindi entri e paghi la birra”. Il filosofo dei cicchetti… La ragazza del pesto sorride alla battuta brindando enfeticamente  col Tappo e chiunque gli capiti a tiro.

La scena pare aver attirato l’attenzione sia dei Paeselliani doc che dei Paeselliani occasionali.

E forse il solo “Apposto vez?” rivoltomi da un local di 2 metri per 2 pare convincere l’imbecille che scompare nel bar, si affaccia al bancone dove è già pronta la mia birra con tanto di scontrino. Il Sardo precede il tipo aprendo tipo Mosè la gente sotto il portico.

“Saluti dal Paesello” gli dico mentre prendo il boccale.

Faccio un rutto. Applausi.

Ma il Pordoi è ancora lungo.

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18 giugno, 2015

Il fruttarolo (la resistenza che ti vende il pomodoro… 16)

How smart are you to regress unfulfilled?
It’s a damn shame, but who’s to blame? (Pantera)

E’ un po’ che non lavoro, che sto in malattia. Inizio a rompermi le palle a non far nulla. Mi spiego, è sempre bello godersi qualche tempo di riposo, evitare le rotture di coglioni dei colleghi o delle routine giornaliere. Ma alla fine, passano i giorni, e inizi a sentirne la mancanza. Ti senti scarico. Al Baraccio poi ultimamente i discorsi sembrano accartocciarsi e così anche il bianchino con gli amici mi fa noia. La briscola poi ultimamente gira pure male. Il Tappo è andato in vacanza con moglie e figli, che dice che stanno a fare grandi e presto inizieranno a farsi vedere sempre meno e se li vuole godere. Con l’età qua mi pare che davvero stiamo diventando tutti più coglioni di prima.

Io non ho di queste preoccupazioni. Non ne ho più. Non ne voglio avere.

Anche se, qualcosa manca.

Da bambino mi piaceva tantissimo giocare con le costruzioni. Ne avevo una quantità spropositata. Passavo ore in camera a costruire torri, castelli, casette, chiese. Che poi spesso erano più o meno sempre la stessa cosa con qualche piccola innovazione di tanto in tanto. Col tempo iniziai anche a combinare i mattoncini di legno con quelli della Lego e mi sentivo troppo orgoglioso quando arrivava il nonno o la mamma e si complimentavano con me.

La cosa più bella era però poi distruggere tutto. Prendevo una macchinina, o un mattoncino di legno e SBAM!, colpivo la torre. A volte barcollava prima di schiantarsi di lato, altre volte collassava. Il rumore dello schianto mi piaceva tantissimo, con tutti i mattoncini che schizzavano via sul pavimento. E immaginavo fiamme e fumo e polvere. Come in tv quando vedevo le immagini di Beirut o di altre guerre lontane. Con i palazzi che venivano buttati giù a cannonate. Lo schianto era il vero obbiettivo di ore e ore di costruzione. E la costruzione era funzionale alla distruzione finale. E più solida era la struttura, più divertente era il bombardamento.

Questa smania di equilibrio, stabilità e distruzione ce l’ho dentro da sempre forse. E’ insana. Ma è un mio piccolo piacere masochistico. Ho bisogno di vedere le mie cose cadere a pezzi. Per sentire il rumore che fa. Per vedere dove finiscono i mattoncini, forse con la speranza che qualcuno arrivi dalla stanza di fianco e mi sgridi per il rumore, per il disturbo.

Anche adesso che ho superato i 50, cammino da solo e da solo vado verso la mia torre, cercando il punto migliore da colpire per farla crollare. Per vedere le macerie e immaginare fiamme, fumo e polvere.

Per rivivere, anche solo immaginandole, le guerre degli altri che ho visto in tv.

Uno la guerra se la porta dentro, mi pare sia una frase che ho letto da qualche parte. E’ bellissima.

Costruire e distruggere.

Alla fine è come lanciare una monetina. Un lato, spesso, vale l’altro.

E’ solo una questione di tempo, o di turno.

(Continua)

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11 giugno, 2015

Il fruttarolo (la resistenza che ti vende il pomodoro… 15)

Come mosche della scorsa estate
che d’inverno sono ancora qui
e rivangano immondizie andate
scontente della vita ma immuni al diddittì (Sergio Caputo)

“Perché non parli?”

“E che ti devo contare

“Ma sei scemo?! Mi hai scritto tu vediamoci!”

“Ti volevo vedere, infatti”.

Tavolino del bar sotto i portici, prima periferia. Quei portici moderni, poco romantici, molto anni ’70 col finto marmo e il pavimento lastricato. La strada scorreggia motori, un forno aperto verso le case. Neanche il caldo quest’anno porta silenzio.

Come da bambini, le 3 di pomeriggio al paese erano il tuo regno. Quel silenzio denso che te lo spalmavi addosso, l’afa, la bicicletta appoggiata sul muretto all’ombra, il ghiacciolo coi soldi di nonna, il pallone per una tedesca. Avanzava il pomeriggio e col fresco arrivava il chiasso dei grandi, dei loro sguardi, delle loro parole sempre uguali, delle loro auto, delle loro battute e risate del cazzo.

E’ cambiato anche il silenzio.

Un anziano in pantaloncini grigi, cortissimi, e due gambine sottili sottili infilate in calzini bianchi e sandali di cuoio. La canottiera larga, cappellino di paglia in testa. Dal mondo che fu porta il suo silenzio. Quello del caldo. Si siede, prende a sventolarsi col cappello. Acqua tonica, ghiaccio e limone.

Avrei voluto ridere di lui. Vent’anni fa, da giovane, l’avrei sicuramente fatto.

Ora no. Mi rassicura. Quando sarò vecchio forse metterò anche io i sandali col calzino e degli orribili pantaloncini cortissimi stile coloniale. I vecchi, passano i decenni, sono sempre uguali. Per loro non ci sono mode che cambiano. Prendi e inizi a vestirti, comportarti, parlare, da vecchio. E un vecchio del 2013 era come quello del 1992 o questo qui di ora. Per questo ora mi rassicura e non mi fa ridere.

Con 35° e zero vento non c’è tanto da parlare. Non c’è molto da raccontarsi in una giornata così. Deve vincere il silenzio.

E non sempre “vediamoci” significa “passiamo il tempo dicendo cose”. Passare cosa poi, forse perdere.

Il caldo va subito e assaporato; non va assecondato, non va consumato con chiacchiere sull’umidità, sul sudore, sul lavoro, sulla famiglia, sulle ferie. O su qualsiasi altra cazzata inventata per perder tempo o passare il proprio tempo a qualcuno.

Col caldo non ci sono problemi degni di essere presi in considerazione.

Il caldo ha la sua liturgia di lentezza e fissità. Eterno presente. Pesante, stantìo, bloccato.

Va rispettato.

Anche per questo mi sono alzato e me ne sono andato.

E anche questa volta lei non capirà. Non lo capirà mai. Non ha mai capito niente.

Più tardi s’è alzato il vento e tutto è tornato come prima, normale, con le lancette che girano.

E forse più tardi avremmo potuto anche parlare.

Ma anche questa volta non ho voluto aspettare.

(Continua)

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23 maggio, 2015

Il fruttarolo (la resistenza che ti vende il pomodoro… 14)

Yeah, it’s fine
we’ll walk down the line
leave our rain, a cold
trade for warm sunshine
You my friend
I will defend
and if we change, well I
love you anyway (Alice in Chains)

Sognare in fondo è il modo che ha il nostro cervello di metterci e mettersi alla prova. Lui prende e spara cose a caso, o fintamente a caso, e ti mette di fronte all’imprevisto, alla totale insensatezza, all’inaspettato. Lui prende e ti fa sperimentare sentimenti, emozioni e azioni che forse mai in vita tua hai avuto modo di vivere, o che da tanto tempo non vivi o che hai paura di dover prima o poi affrontare. Per tenerti pronto. Metti caso… Sognare è un esercizio di sopravvivenza. Come quelli che si allenano alla corsa; metti caso ti trovi un leone sulla strada e devi scappare. O quelli che si allenano a non fare niente; metti caso diventi presidente, re, imperatore, impiegato in regione.
Tutti abbiamo sognato, a volte da svegli. Il bello del sogno è che però finisce. Il brutto è che ci siamo svegliati tutti col torcicollo, incapaci di guardare chi avevamo a fianco. L’unica cosa possibile era guardarsi la punta dei piedi. E via andare, passo dopo passo, senza vedere chi avevi a destra o sinistra. Senza sapere cosa o chi avevi alle spalle.
Non so se in qualche sogno ho mai avuto il torcicollo. Forse mai. Forse non l’ho mai ricordato.

Alla fine la stanza è comoda, pulita, silenziosa. Il tablet funziona e riesco a tenermi in contatto col mondo, quello fuori.
Alle 8 c’è visita e devo stare tranquillo. Ieri ho dato di matto, un’altra volta, perché non mi vogliono ancora far uscire. Io ho una vita fuori, pare gli abbia detto. Ma non ci credevo neanche io. La mia vita è stata sempre dentro qualcosa. Ma ci stavo bene, figurarsi. Io non sono mai stato un nomade. Il Tappo ha detto che sono più tipo una talpa. Scavo, sto sotto, non mi faccio vedere, sto tra vermi e terra umida, al buio, nella tana.
Che poi non so quanto possa essere vero, ma quello fa sempre l’intellettuale da quando lo conosco. Ha il vizio della metafora. Se se lo leva gli resta solo la briscola e il bianchetto al Baraccio.

Che poi lo chiamiamo ancora Baraccio, noi vecchi. E chiamiamo ancora il posto dove ci siamo rintanati Paesello. Siamo tipo gli ultimi romantici, rimasugli. Pesce ributtato a mare quando si tira su la rete. Pesce buono per la frittura, in mancanza d’altro. Ma che non vale un cazzo al mercato. Noi siamo questo. E per fortuna, o per sfiga, siamo sempre rimasti fuori dalle casse del mercato.
Eppure tutto è cambiato, tutto si è trasformato. Ora è un quartiere cool, in. Uno di quei posti dove ingegneri, avvocati e bottegai sinistroidi vengono a fare “il popolo” nei loro appartamenti di design. E’ la via “verde” per le bici da 4000 euro. E’ il quartiere pop con il ristorante radical da mezzo affitto a persona. E’ la galleria d’arte contemporanea e la fonte di ispirazione per il visual-conceptual-artist o per il “creativo”.

Ma la gente vera dove cazzo è finita?

Ci siamo noi vecchi. A fare da ancora, a dargli la scusa, ai nuovi arrivati, che quello sia ancora il Paesello. Che poi il Paesello non è mai stato un cazzo. E’ stato sempre una scusa. E epoche diverse hanno trovato ospiti diversi. Tutti con una a trovarsi una scusa del cazzo, diversa da quelli che c’erano prima.

Perché alla fine tiravano su la rete e tu là rimanevi. Perché non valevi un cazzo, probabilmente.

Trovare una scusa e rintanarcisi dentro. Forse è l’unica “resistenza” possibile. Che amarezza, mi pare di bestemmiare quando dico ‘ste cose.

Entra il medico, controlla la cartella sul palmare. Dice qualcosa all’assistente che annuisce.

“Quando esco dottore?”
“Per andare dove?”
“A casa.”
“Ci vuole ancora un po’ di tempo, abbia pazienza. I valori stanno pian piano rientrando ma conoscendola preferisco tenerla in osservazione qui.”
“Non si fida di me?”
Lei si fiderebbe?

Ma vaffanculo, dottor Marco Huang, cagariso. E dire che una volta c’era la leggenda che non s’era mai visto un cinese in ospedale. Ora fanno i primari.

Però, pare, mi abbia salvato la vita, il cagariso. E che cazzo gli vuoi dire a uno che ti salva la vita.

No, quale razzismo. Non mi frega un cazzo di ‘ste menate. Io quando ero giovane avevo già previsto tutto, lo respiravo il nuovo tempo che arrivava. Non a caso mi misi a fare il fruttarolo dal pakistano sotto casa. Ero come loro. E loro come me. Era solo questione di tempo per diventare alla pari. Che poi alla fine ce n’è voluto un po’, un bel po’ di gente ha avuto il torcicollo per qualche decennio buono: paesanotti, ignorantoni, grevi, mezzi falliti, frustrati, leghisti terroni, fascisti liberali. Incapaci di stare al mondo. Gentaglia insomma. Ma la gentaglia è la massa in questo paese, da sempre.
E anche questo l’avevo capito.

E sono stato regolarmente ributtato a mare.

Peccato che scavando scavando avevo capito tutto di quello che si muoveva in superficie e troppo poco di quello che scavavo dentro di me. Ma vabbè. La vita si vive. E se non gli sai dare un senso, si consuma. Tanto alla fine… cambia un cazzo. Sarei finito qua dentro forse qualche anno più tardi. Forse.

Ma in fondo, chicazzosennefotte.

Dottor Marco Huang, primario cagariso.

Ma vaffanculo va’.

(Continua)

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5 dicembre, 2014

No triv, il petrolio lucano che non fa notizia

Un mio post per Bolognina Basement. Buona lettura.

Il fatto: ieri a Potenza, capoluogo della Basilicata, c’è stata una manifestazione contro l’art.38 del decreto “Sblocca Italia” e la conseguente probabilissima proliferazione di pozzi petroliferi in Lucania. In strada c’erano 10.000 cittadini secondo gli organizzatori, 3000 per la Questura.

no trivi, no petrolio in basilicata

La testa del corteo No triv contro l’art. 38 del decreto Sblocca Italia, Potenza 4 dicembre 2014

Il Corteo ha terminato la propria marcia di fronte alla sede della Regione Basilicata provocando per due volte la sospensione dei lavori del Consiglio Regionale che doveva votare se impugnare di fronte alla Corte Costituzionale il suddetto articolo del decreto legge (per manifesta incostituzionalità) o se andare a trattare col Governo Renzi modifiche specifiche sull’iniziativa dell’Esecutivo (posizione sostenuta dalla maggioranza e dal Presidente della Regione, poi passata ai voti in tarda serata). Alla manifestazione hanno partecipato studenti medi di tutta la regione, associazioni ambientaliste e movimenti provenienti anche dalle regioni vicine. Durante il Consiglio Regionale alcuni trattori si sono piazzati davanti le cancellate della Regione minacciando di sfondarle.

I trattori e i manifestanti assediano la Regione Basilicata

I trattori e i manifestanti assediano la Regione Basilicata

Ci sono stati piccoli momenti di tensione con lancio di oggetti e uova all’indirizzo delle forze dell’ordine che presidiavano gli ingressi. Il Presidente del Consiglio Regionale è dovuto uscire a parlamentare coi manifestanti aprendo le porte a una delegazione che assistesse ai lavori in aula.

Le parole chiave: petrolio, sblocca Italia, Sede della Regione, no triv, lancio di uova, sospensione lavori Consiglio Regionale.

E’ una notizia?

L’amara scoperta:

Una manifestazione di 10mila persone contro lo “sblocca italia” e le trivellazioni petrolifere in Lucania, che assedia per ore la sede della Regione Basilicata, che provoca più volte la sospensione dei lavori del Consiglio Regionale, con una presenza eterogenea di studenti, lavoratori, movimenti, associazioni e personaggi folkloristici simil-forconi per i siti internet de La Repubblica, Corriere della sera, La stampa, Il sole 24 ore, Il Mattino, La Gazzetta del mezzogiorno e tutte le televisioni nazionali comprese le reti “all news” NON sono una notizia.

Non un trafiletto, una gallery fotografica, un corsivo, una battuta di satira, un editoriale borioso, un editoriale liberale, un editoriale riformista, un editoriale radicale, un reportage con la puzzetta sotto il naso, un’intervista ad un esperto di qualcosa a caso.

Neanche il lancio di uova verso le forze dell’ordine che difendevano l’ingresso della Regione è stato ritenuto notiziabile nelle riunioni di redazione. Manco quello.

forze dell'Ordine presidiano gli ingressi alla Regione

forze dell’Ordine presidiano gli ingressi alla Regione

Nemmeno un titolo:”Violenza No Triv: Scontri con le forze dell’ordine a Potenza, sospesi i lavori del Consiglio Regionale“. Cazzo me l’aspettavo, almeno da ilGiornale.it, e invece…

Nulla.

Stamattina da una breve rassegna stampa dei giornali nazionali ho potuto constatare che nemmeno su carta stampata la notizia è stata considerata degna di un breve trafiletto, anche solo a pagina 15.

La questione petrolio non interessa veramente a nessuno, evidentemente. 

Non bisogna essere faziosi, il problema non è che magari, e lo dico così per dire, l’Eni finanzia abbondantemente, direttamente o tramite pubblicità, i principali gruppi editoriali e tutte le televisioni italiane. Il problema è che noi ci ostiniamo a pensare che “il sistema” tifi per il petrolio ma in realtà è andato già oltre, in un mondo ideale fatto di ambiente, natura, tutela delle bellezze e specificità territoriali. Perché il petrolio è brutto e fa schifo e sa di vecchio. Il petrolio non deve avere pubblicità. Bravi i nostri giornalisti!

Siamo sempre i soliti che pensano male ad ogni occasione.

Manifesti Eni a Potenza adeguatamente corretti

Manifesti propagandistici dell’Eni a Potenza adeguatamente corretti

Il partito dell’odio.

Per andare sui giorali e in Tv, evidentemente, bisogna rivedere le modalità, i canoni e le pratiche classiche con cui si protesta.

Proponiamo dunque alcuni spunti simbolici e pratici agli amici lucani per riuscire a conquistare l’agognata visibilità:

  • gattini in braccio a mamme sexy che cantano “Like a Virgin“;
  • spezzone di corteo di gente travestita da Balotelli;
  • selfie collettivo con bocca a culo di gallina;
  • spezzone di minorenni mezze svestite che non indovinano un congiuntivo nemmeno per sbaglio;
  • bestemmione di gruppo;
  • rutto all’unisono per entrare nel Guinnes dei primati del rutto più potente;
  • finta rissa all’interno del corteo con macchie di sugo per simulare sangue e violenza cruda e truculenta;
  • gara di miss maglietta bagnata;
  • dire per tutto il corteo “Sì al Petrolio” e poi all’ultimo “Sorpresa, scherzavamo”;
  • provocare le forze dell’ordine con un fitto lancio di gattini;
  • aprire il corteo con una rappresentanza di giovani scartati da talent show di qualsiasi tipo;
  • proporre ricette tipiche lucane arricchite di tecniche culinarie d’avanguardia e impiattamento molto foodie oriented;
  • occupare un canile e maltrattare i cani;
  • chiedere di rivedere le quote latte di pecora contro l’Europa che affama i popoli;
  • organizzare una gara di tarantella che fa così tipico e folkloristico;
  • chiedere la secessione e invitare Salvini a parlare di zingari e campi rom.

L’amara verità è che non c’è gusto ad essere lucani, neanche se fai un post pieno di parole chiave volutamente fuorvianti per provare a dare visibilità ad una lotta sacrosanta contro quello che è, concedetemelo, un sopruso che rischia di cambiare per sempre il volto della regione, della mia terra.

Urge un nuovo film di Rocco Papaleo (attore famoso per “Basilicata Coast to Coast“, la canzone “Basilicata on my mind” e per essere un attore che parla con un forte accento lucano), magari seguito immediatamente da un bellissimo spot Eni o Agip con Papaleo che parla in dialetto e dice che la benzina lucana è buona perché odora di tradizione e cultura contadina. Hai capit uagliò?

Rocco Papaleo riparte con Eni

Rocco Papaleo riparte con Eni

P.S.

Per saperne di più sul petrolio in Basilicata, e magari indignarsi un po’, e forse iniziare a ragionare sul fatto che quello che succede laggiù riguarda tutti, nessuno escluso, consigliamo di leggere:

Ola Ambientalista

Osservatorio Val D’Agri

Osso Pensante

Michele Lapini – reportage fotografico

23 settembre, 2014

Il futuro è nella vecchiaia

Un mio vecchio cruccio, un argomento già trattato in questo blog. Ma, come vedrete, la realtà offre sempre spunti per poter scrivere qualcosa. E io l’ho fatto per Bolognina Basement.

Qualche anno fa le pagine dei quotidiani locali e nazionali erano riempite dalla lotta dei sedicenti comitati di residenti di alcune aree del centro storico contro il “degrado”. I comitati, composti da proprietari di casa, accusavano il comune di aver concesso troppo alla movida e alla night life dei city users provocando l’impossibilità di vivere e riposare degnamente. Probabilmente su qualcosa avevano ragione, ma l’aspetto fondamentale della disputa era prima di tutto generazionale: persone adulte o in via di invecchiamento contro giovani ventenni o in età universitaria. Vecchia Italia che ancora poteva permettersi una casa e un lavoro fisso contro futuri precari, in affitto e voglia di bere e qualche cannone in tasca.

Che poi, lasciatemi divagare un attimo, quando uno va in giro come turista fa sempre attenzione ai capitoli riguardanti la movida; non a caso si preferisce andare in Spagna piuttosto che in Slovenia o in Lettonia. Perché la movida è bella, rende divertente una visita di una città e fa molto cool e le foto di notte poi acchiappano un sacco di “mi piace”, anche senza filtri instagram. Ma solo se si va fuori. Se si sta a casa, la propria, diventa degrado, fastidio e filmini di denuncia da mandare alla stampa locale o patate lanciate dalla finestra (era forse il 2006, successe davvero in via Petroni). E pazienza per il turista tedesco che ha letto sulla Lonely Planet della famosa, fantastica, godereccia, vivace vita notturna bolognese.

Ok, questo è uno spunto polemico un po’ sterile, torniamo al discorso generazionale; si diceva che la guerra negli anni del Coffy Party (nel senso di Partito di Cofferati) era fondamentalmente tra giovani (o presunti tali) e anziani (o poco meno che tali). Alla fine, con fortune alterne, vinsero i secondi, o comunque dal punto di vista mediatico venivano visti come vittime, oggetto di simpatie e solidarietà trasversali soprattutto fuori città, lontano, dove può più un servizio de “La vita in diretta” condotto da Cucuzza di una telefonata al figlio sotto esame che dice “tutto ok, ieri sono stato in Piazza Verdi, è tutto tranquillo”.

(foto de Il Resto del Carlino)

Stamattina poi mi sono imbattuto in una notizia che sposta più in là la battaglia, alla fonte, oserei dire. A San Lazzaro pare che in alcune ore del giorno sarà vietato ai bimbi di giocare nei parchi pubblici nei pressi delle abitazioni. Niente più pallone, corse, biciclette. Niente giostrine. Niente schiamazzi. Il residente vuole riposare, l’anziano ha diritto alla salute. E buona pace ai ricordi nostalgici dei bei tempi quando i suddetti anziani giocavano a calcio in strada. Altri tempi, altre epoche. I bambini di una volta erano silenziosi, rispettosi, non gridavano ed erano tutti bianchi e con la riga a lato. E il parco della Resistenza di San Lazzaro, soprattutto, non esisteva. Una volta, signora mia, qui era tutta campagna.

Dopo la guerra ai ventenni i residenti del sobborgo bolognese colpiscono i bambini anche perché la night life a San Lazzaro fatica ancora ad attecchire, non c’è sulle guide e gli universitari sono pigri e si ostinano a voler vivere nel centro storico e fare la pipì nei caratteristici vicoletti. Quindi ci si accontenta di quello che c’è e allora bisogna educare i futuri ventenni da subito. La loro vita sarà piena di sacrifici e dovanno lavorare, zitti e muti, per pagare la pensione e il ticket ai nonni. Altrimenti la via è bella lunga, ce n’è di posti dove andare (o tornare). E niente birre la sera. Bisogna essere serissimi e sobri. Come una volta.

Bene, i residenti hanno ragione e nulla potrà la minoranza lassista di nonni che protestano contro l’ordinanza comunale perché non potranno portare i nipotini al parco. Si rassegnino anche loro, il futuro è nella vecchiaia. Nel 2011 l’Istat ci ha comunicato che nel 2043 gli ultra 65 enni arriveranno oltre il 32% della popolazione. Avremo quindi molto peso politico, saremo l’ago della bilancia. Io nel 2043 avrò 63 anni e finalmente conterò qualcosa, sarò decisivo. Sceglierò il mio partito, lo condizionerò e manderò le lettere al Carlino che farà partire delle campagne in cui IO ho ragione e i ragazzini no. E alle 20, in pieno prime time televisivo, ci saranno le pubblicità sulla doccia con la sedia dentro, lo scooter elettrico a quattro ruote e 4 marce per girare per un silenziosissimo centro storico senza rotture di coglioni e qualche bel cantiere, l’agenzia di badanti e le clinche della felicità per una vecchiaia serena, decisiva e conservatrice.

Io a 65 anni farò tendenza. Sono soddisfazioni. Il futuro è nell’anzianità. Siate vecchi già da ora, esercitatevi, provate a essere reazionari e conservatori oltre ogni decenza, ne sarete orgogliosi e avrete un futuro assicurato.

Una vecchia Italia è possibile e sarà tutta nostra.

Ora mi faccio portare in Piazza San Francesco: è mattina, si sta bene, non c’è nessuno e mi posso godere un po’ di relax senza ragazzini che rompono con le birre e questa insanissima e degradante voglia di riprodursi e sorridere sempre.

Non c’è un cazzo da ridere.

4 agosto, 2014

Solo

Filed under: deliri controproducenti — ilkonte @ 8:10 am
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A bocca aperta, a mangiare l’aria. Col cuore che mi batte in gola, in testa, che mi esplode, che rimbomba, che scava nell’anima. Dai che ci siamo, dai che ci sei.

Ma dove sono tutti?

Io so cosa significa morire. Sono quasi morto tante volte, sfidandomi, accelerando il passo, guardando dritto negli occhi l’agonia. Prima arrivo, prima finisce. Più veloce vado, prima rinasco.

Nessuno però oggi grida il mio nome. Nessun applauso, nessuna gloria.

Lui mi osserva, aspetta. La camera è il mio campo di battaglia in questa bettola del cazzo dove mi ero venuto a nascondere da tutto e tutti, anche da quella maschera che mi guarda dallo specchio. Parla al telefono, dice che bisogna solo aspettare, ci siamo quasi.

No, oggi non voglio accelerare, oggi niente scatti, oggi l’agonia non finisce più, non riesco a sfidarla. Oggi non sono solo a vincere la fame d’aria e il dolore, ma lui non fa il tifo per me. Aspetta solo che finisca tutto, finalmente.

Nessun premio per un relitto come me. Oggi ho perso, di nuovo, per sempre. No, non mi devono vedere così, nessuno mi deve vedere così.

Ma dove sono, dove mi hanno lasciato, cosa mi hanno fatto?

Lui prende la foto, la maledetta foto. Quella con cui tenevo tutti per le palle.

Spacciatori, magnacci, puttane, sbirri. Tutti a inzuppare il pane in quello che ero e a succhiarmi il sangue, quello che ne rimaneva. Sono un relitto che affonda, sprofonda, senza che nessuno sappia dove andare a cercarmi.

La vergogna è un sentimento viscoso, nauseante, che tutto avvolge.

E’ tutto buio. Ho finito la rabbia. Il cuore esplode. La mia voce è un ansimare di disperazione. Senza luce.

Ma io non sono come loro, non lo sono mai stato. Io sono ci sono caduto, risucchiato, buttato.

E questa volta non ce l’ho fatta. Non mi sono rialzato. Non sono più ripartito.

Mamma, perdonami.

Fame d’aria, cuore che batte forte, fortissimo, quasi volesse scoppiarmi fuori dal petto. Ma non c’è nessuno: nessun avversario da battere e staccare, nessun giornalista a cui regalare chilometri d’inchiostro, nessun “amico” da far banchettare.

La mia vita è stata sempre il tentativo di rimanere solo, di andare solo.

Ma oggi no.

Oggi mi hanno staccato gli altri, mi hanno lasciato solo. E l’agonia non finisce più. Più vado veloce e più mi sembra che resti da soffrire. Ma il tempo non passa. E nessuno che mi venga ad aiutare, a raccogliere, a grattare via di qui.

Lui mi dice qualcosa, mi offende, mi sputa in faccia. Ma non so reagire, non so fare nulla, non riesco a muovermi.

Solo fame d’aria.

L’ultimo chilometro. 

Hanno provato a ricattarmi, a offendere la mia dignità, a dileggiarmi, a trattarmi come trattano un tossico qualsiasi, un fallito qualsiasi. Ma io ho risposto, attaccando. La mia dignità ha un prezzo, fosse anche quello più alto. Ho reagito con l’unica cosa che so fare: attaccare, sfinire, sfidare. Ma la vita non è andare in bici e un giro di coca non è un giro d’Italia.

Ma non posso morire di vergogna. Non lo merito, non lo meritiamo.

Una volta avrebbero pagato per essere in una foto con me. Oggi no. Oggi pago io.

Bocca aperta a mangiare aria. Cuore che martella. Occhi spalancati.

Lui mi si avvicina, mi guarda, prende il telefono:”Fatto”.

Ma dove sono tutti?

Mamma, addio.

P.S.

Libera interpretazione dettata dall’amore, quello vero, incondizionato, puro. Non so se sia stato ucciso o se sia morto da solo, di overdose. So solo che, a distanza di anni, gli voglio, gli vogliamo, ancora bene. E ogni volta che un corridore scatta, soffre, scarica rabbia e orgoglio sulla salita noi siamo lì a pensare cosa era, cosa è stato, cosa sarebbe stato. E lo rivediamo regalarci ricordi, sentimenti e passione degni solo di un immortale. L’unica giustizia possibile.

13 giugno, 2014

1000 lire

Filed under: deliri controproducenti — ilkonte @ 9:31 am
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Un mio post per Bolognina Basement

1000 lireHo sognato che pagavo il caffè 1000 lire, quelle col faccione di Marco Polo. Ed era normale. E le 1000 lire che lasciavo sul bancone del bar erano sporche, mezze strappate e con un sacco di scritte a penna sopra. Frasi a caso. Niente di così significativo. Ed era normale pure questo.

Quando c’erano le 1000 lire la gente scriveva sui soldi. Tipo come si scrive sui muri. Con la differenza che quella scritta aveva valore solo perché era stata fatta lì, sulla parte bianca da guardare in controluce.

Per un pubblico sempre intimo e diverso in una specie di catena, di passaparola. Tu scrivevi e lanciavi il tuo messaggio nella bottiglia. Qualcuno leggerà e farà girare. Qualcuno scriverà, aggiungerà altro ma non lo potrai mai sapere. Ormai quella 1000 lire è andata, scomparsa nel flusso. Apoteosi della comunicazione monodirezionale, senza nessun feedback.

Oppure la 1000 lire diventava il miglior supporto possibile per fare due conti, appuntarsi la lista della spesa o segnarsi al volo un numero di telefono. A quel punto era un utilizzo totalmente estemporaneo, senza finalità di comunicazione. Scrivevi sulle 1000 lire quello che ti serviva nell’immediato. Tanto poi chissenefotte, ne arriverà un’altra. Una moneta usa e getta, quasi. Gli altri avranno una banconota semplicemente di uguale valore economico ma con una funzionalità in meno, già consumata.

Favolosi anni ’80.

Io, ancora bambino, leggevo, qualche volta sorridevo e, lo confesso, qualcosina l’ho scritta pure io.

Ma devo anche ammettere che quando mi capitavano delle banconote nuove nuove, pulite e senza troppe pieghe la cosa mi dava quasi piacere. Le meno rovinate erano quelle che spendevo per ultime, quasi per una questione di rispetto.

1000 Lire Montessori retro

Mi ricordo che mio nonno si incazzava quando gli capitavano banconote “ridotte in questo stato”. Lo trovava offensivo, indegno, uno schiaffo alla miseria e al valore dei soldi, del guadagnare soldi, del portare il pane a casa.

“C’è chi muore per guadagnarsi la 1000 lire e questi ci scrivono sopra…”

Ma mio nonno aveva fatto la guerra.

Ora non lo fa più nessuno. Non ho mai visto una 5 euri sporca, mezza strappata o piena di scritte a caso.

Niente più “Ti amo”, o “Juve Merda”, o “Stronzo chi legge”.

Ma ci sono altri mezzi, evidentemente, per lasciare il proprio messaggio nella bottiglia.

O forse, molto semplicemente, è passata la moda e aveva sempre avuto ragione mio nonno e quelle scritte erano solo un incidente della storia, una fastidiosa anomalia temporanea.

O forse abbiamo fatto anche noi qualche guerra e non ce ne siamo nemmeno accorti.

17 maggio, 2014

Il sol dell’avvenir (intolleranza da cassa piatta)

Filed under: deliri controproducenti — ilkonte @ 11:43 am

discotecaSi, lo ammetto. Forse sto esagerando. Ma guardati attorno.

La musica spinge a cassa piatta, i bagni si riempiono di gente che non deve pisciare, la cassiera ha smesso di sorridere a chi entra da almeno 40 minuti e lei, la vedi lei lì nell’angolo? Sta là tutta seria, serissima, come se stesse facendo la cosa più importante della sua vita. E invece è solo una vestita poco alla ricerca di un cazzo. E di cazzi qua ce n’è a morire. Una selva. E poi c’è questo che ogni tanto dice qualche puttanata a caso tipo:“SU LE MANIIIIII!”. Io… ti giuro… Io…

Hai ragione, sto esagerando. Razzismo gratuito e anche un po’ triviale. Ma ti rendi conto di che bestiario c’è?

Arriva quello con la camicia bianca. Quelli con la camicia bianca non mancano mai in postacci del genere. Loro e quelli con la camicia scura. Vanno a coppie, sono esseri simbiotici. Sono serissimi pure loro. Li vedi? Hanno l’aria da maschio alfa. Arrivano al bancone, ordinano un drink, spendono un delirio, e osservano. Loro pensano di dominare qua dentro. E sai perché? Te lo spiego io. Qua dentro non si può parlare, non si sente niente. Quindi loro non rischiano, per loro parla la camicia bianca. Poi esci, fumi una paglia e senti cosa riescono a dire e pensi che era meglio se rimanevano dentro.

Cioè, ora stai iniziando a capire perché dico certe cose. Non ti nego tuttavia che qualche spiegazione te la dovevo, non sono così idiota da pensare che il semplice fatto che io abbia ragione su tutto mi consenta di essere compreso al volo da tutti. Quindi, visto che ci siamo, mi son detto, gli devo delle argomentazioni. Sono una persona da questo punto di vista abbastanza disponibile.

Hai provato a fare la fila in bagno? Ti sembra gente che va a pisciare quella? No, non sono un bacchettone, per me puoi sfondarti di quello che ti pare. Sono per la libertà, io. Ma sai com’è che si dice: la libertà di un uomo finisce dove inizia quella dell’altro. Ecco. Questi stanno proprio in mezzo alla mia, di libertà. Stai lì che ti stai pisciando sotto e questi occupano i cessi per un’eternità. E magari ti lamenti pure e arriva quello con la camicia nera che ti guarda e ammicca:“E amico mio. I bagni sono per…” e tira su col naso. E poi divento razzista. Si, razzista. Perché il suddetto coglione in camicia nera per prima cosa non è amico mio. E poi perché l’ho poi beccato fuori che stavo tornando dalla pisciata nel vicolo (non ce la facevo più) che parlava male del buttafuori nero perché la crisi, non ci sono soldi, e ci fottono il lavoro e altre cazzate del genere. Ora, sto coglione, sti coglioni, votano come me e te, come tutti. Sti coglioni hanno tutti i diritti. Proprio come me e te. Votano, parlano, si esprimono, dicono cose e magari sono pure di quelli fomentati che quando si parla di politica stanno lì a puntarti contro il ditino perché, per loro, tu sei un coglione, non hai capito niente, sei vecchio, sei dannoso, dormi e per fortuna ci sono loro che hanno capito tutto perché hanno ragione e blablablabla.

Ma io e te non siamo come loro, lo possiamo dire questo?

Io e te siamo meglio di loro. E a me, francamente, comincia a dare fastidio che proprio TUTTI abbiano il diritto di dire la loro, di votare e di magari farmi girare i coglioni.

No, ti prego, non me la menare con la democrazia. Non c’entra niente la democrazia. La democrazia, vista la fauna qua dentro, posso dirti che ha fallito. Ci sei? Morti ammazzati, scioperi, manifestazioni, guerre, rivoluzioni, e alla fine ti trovi con sta massa di analfabeti che ballano in discoteca. Che poi stessero rinchiusi qua dentro, dico io, sarebbe già qualcosa. Il problema è che poi te li ritrovi alle poste, in banca, in coda in tangenziale, al bar, in piazza. Sta gente ha una vita, purtroppo, anche fuori da qua. Probabilmente una vita di merda. Ma vabbè quella forse ce l’abbiamo tutti.

La gente mi fa schifo. La massa la odio. La maggioranza delle persone è fatta da coglioni.

Io? Cosa farei io?

Io a gente come ste due qua a fianco so io cosa ci farei. La bionda, quella vestita da troia, l’hai sentito cosa ha detto? Stavano parlando di qualcosa di inutile, tipo fashion, stile. Cose che io vieterei per legge. Non la moda. Si forse pure quella. Io vieterei il lessico di sti cazzoni. Proprio il lessico. Le parole. Gli toglierei le parole. E poi vediamo. Comunque sta bionda ha appena detto in una sola frase: Ralph Lauren, Denim e pochette.

Ecco. Ti dico io cosa farei.

Se io dovessi avere il potere a sta gente gli sparerei in testa. Senza processo. Esecuzioni sommarie.

Io, unico giudice, supremo.

E sai perché? Perché il mondo fa schifo e l’umanità pure. E se io potessi eliminarne un buon 70% sicuramente ne guadagnerebbe il mondo e, conseguentemente, l’umanità.

Rimarremmo in pochi ma saremmo tutti ben selezionati e con una soglia etica decente. Sarebbe più facile fare tutto. Il sol dell’avvenire è per pochi, mi spiego? E poi saremmo talmente motivati da essere anche in grado di autoeliminarci in caso di cedimento. Tipo me prima no, che sono andato al bancone a ordinare un cocktail da 15 euro (non mi ci far pensare guarda). Ecco, nel mio mondo ideale una cosa del genere la paghi con una pallottola in testa. Anche se dovesse essere la mia, di testa.

Bisogna avere autodisciplina, porca puttana.

Cosa?!

Vuoi fare un selfie con me perché ti sto simpatico?

Allora niente, ho parlato all’aria per tutta la serata.

L’avevo detto io che questo non è un posto per me.

Stavo tanto bene a casa.

5 aprile, 2014

5 aprile 1994

Filed under: personalismi — ilkonte @ 12:37 pm
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Tg 1 della sera. Il rito famigliare della cena e della tv accesa.

Arrivò la notizia, in coda al telegiornale.

Mio padre ascoltò senza dare attenzione, continuando a mangiare.

Io rimasi fermo, con la forchetta in mano.

Dissi solo:”E’ morto”.

Mio padre mi guardò e tacque.

Mi alzai e andai in camera.

Romeo, il mio gatto, fece appena in tempo ad entrare prima che chiudessi la porta.

Mi stesi sul letto, in silenzio.

E ascoltai così cosa significa sentirsi soli a 14 anni.

Anni dopo, molti anni dopo, avrei capito.

Con la maturità avrei sentito, davvero, cosa avevamo perso.

Grazie Kurt.

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