franchino's way

29 gennaio, 2010

The African Way (cronache di un trentino in Africa…8)

Zanzibar, le isole, i colori, i sapori… e il turismo di massa, Italiano.

Ovunque queste taniche gialle, usate sia per la benzina, sia per l’olio da cucina, sia per l’acqua, anche se si suppone una tanica sia usata per un solo scopo alla volta, almeno per la maggior parte del tempo. E un’onnipresente fastidiosissimo rumore di motori a scoppio, un casino a volte costante a volte singhiozzante, a volte profrondo a volte quasi urlante. Polifonia schizofrenica: ecco la giusta espressione per descrivere il delirio acustico prodotto da centinaia di piccoli e grandi generatori di corrente. Da circa 50 giorni l’intero arcipelago di Zanzibar è senza corrente elettrica. Qualcuno dice che tornerà tra un mese, qualcuno dice devono aggiustare i cavi. Sicuro è che nessuno se ne interessa molto, segno che qui è la normalità. Da secoli gli abitanti di quest’isola si sono adattati a tutto pur di fare affari: l’hanno fatto nell’800 quando l’isola era il centro delle esportazioni di mezza africa verso oriente (schiavi in testa, anche se era gia fuorilegge), e lo fanno tutt’ora per ciucciare alla tetta del turismo di massa. Piano, sono troppo negativo: i 5 giorni che ho passati a Unguja, l’isola maggiore dell’arcipelago, sono stati fantastici. Ho amato le sue spiaggie, le sue foreste, le sue barriere coralline, le viuzze di stane town, la sua gente. Però.. ehehe, sono proprio un disfattista, devo sempre trovare un però. Ma come al solito andiamo con ordine: vi racconto la mia espreienza a Zanzibar.

Sabato mattina, dopo aver contrattato il prezzo per il viaggio, mi sono imbarcato sul “Seagull”, detto il traghetto lento perchè ci mette 3 ore contro le 2 degli aliscafi, ma costa 15 euro invece di 35 ed è scarsamente usato dai bianchi, quindi un amante dello slow-traveling come me non poteva lasciarselo sfuggire. Zanzibar, come sappiamo, si è unita al Tanzania solo nel 1964, dopo tra l’altro una sanguinosa rivoluzione a sfondo etnico-economico: quindi ha avuto una storia tutta parallela a quella della terraferma. Ciò si nota appena sbarcati, perchè un poliziotto ti chiede il passaporto (solo ai bianchi..perchè poi??) e ti fa compilare una di quelle carte tipo visto, anche se visto ufficialmente non te ne fanno. Ho subito trovato l’alberghetto più losco in città (senza generatore naturalmente), nonchè il piu economico: bandahari lodge, camera matrimoniale con letto a baldacchino presidenziale e bagno privato per 10 euro a notte, con vista sui cortiletto fetido dove delle donne cucinavano pessimo pesce e riso per centinaio di pescatori che facevano colazione tornando dalla pesca, cioè alle 6 di mattina. Però ero a STone Town: città decisamente affascinante, uno dei porti più vissuti nella storia dei commerci umani, con un centro che non saprei come descrivere se non come labirintico, trascurato ed antico, salsedinato, per certi versi simile a Venezia ma anche diversissimo; città decisamente arabeggiante ma anche molto africana, con sprazzi di India qui e la vicino a cattedrali cattoliche, incasinatissima nei vicoli affollati di persone, bambini vestiti di stracci, gatti randagi, monnezza, cavi della luce inutili e… Vespe, un sacco di Vespa, migliaia!!! Beh, mi sono perso decine di volte in quel labirinto, sempre più volentieri, capendoci sempre meno e trovandomi sempre da tutt’altra parte rispetto a quello che pensavo. Sono rimasto a Stone Town per quasi tre giorni: penso di aver visto molto, e devo dire che è un posto che mi ha colpito un sacco. In particolare mi hanno colpito le donne: c’è un tale intreccio di culture su quei visi, inscritto su quei corpi, commistioni indo-afro-arabe, burqua ricavati da dothi tanzaniani come da sari indiani, carnagioni di tutte le gradazioni di colore possibile, occhi truccatissimi che ti osservano da sotto a veli neri, da cui spuntano solo mani e piedi decorati di complicati henna, uniche parti del corpo che sfuggono alla coltre del pudore islamico.

Scusate, mi sono perso a pensare alle donne. Non ci sono solo quelle però: ho visto nell’interno dell’isola i campi di spezie, grande ricchezza storica di zanzibar, tutt’ora redditizia al governo tanzaniano che monopolizza le esportazioni. Sono stato a est, 2 ore di daladala da stone town, a Chwaka (leggi Ciuka), villaggio remoto di pescatori dove ero l’unico bianco, ho mangiato cocco e mango a scoppiare per 30 eurocent guardando i raccoglitori di alghe a bordo delle loro canoe, ho chiacchierato con un ragazzo del paese che parlava italiano e mi ha portato a vedere un’asta del pesce. Sono stato a Mangapwani, bella spiaggia a nord di Stone Town, sabbia bianca, acqua azzurra….. SOno stato un po dappertutto a mangiare, fingendomi un critico culinario che revisiona bettole: costa un po di più che sulla terraferma, ma con 4-5 euro si mangiano fantastrici curry di pesce, fusione anche questi di culture e spezie provenienti da un sacco di posti diversi. Poi martedi, stanco del casino della città e delle molestie dei procacciatori di affari che qui sanno essere mooooolto isistenti, ho preso un altro daldala che dopo 2 orette mi ha lasciato vicino a Kendwa, costa nord-ovest. Il paradiso: per 2 giorni sono stato in una banda (capanna di foglie di palma intrecciate) su una spiaggia da cartolina, per 13 euro a notte compresa colazione di frutta tropicale e frittelle fritte (gnamm….). Ieri mattina sono stato a fare snorkeling all’atollo di Mnemba, e penso che solo vivere in un acquario tropicale potrebbe trasmettere lo stesso feeling di colori e forme ittici. E non serve che vi dica che il sole equatoriale mi ha baciato di nuovo, confermando la superiorità quantomeno tecnica della pelle nera su quella bianca. O almeno su quella trentina. HO visto due tramonti… è assurdo come sia grande qui il sole, e come si infuochi poco prima di incontrare il mare; e come scenda veloce, e poi è subito notte: appena sparisce nell’acqua ormai grigia ti passa un brivido su per la spina dorsale, e anche l’oceano da un paio di colpi piu forti per salutarlo.

estetica romantica a parte, ora vi dico cosa non mi piace di questo posto. Primo: troppi turisti italiani, di quelli che vanno SOLO nei villaggi turistici all inclusive italiani, dove parlano SOLO italiano SOLO con altri italiani che come loro sono stato SOlO in altro villaggi turistici italiani, e in genere parlano SOLO di queste esperienze. e se sono di milano incidentalmente anche di lavoro e di tasse. Li odio, e rovinano sempre tutto. Almeno per me. Mi spiace se offendo qualcuno, ma lo giudico un tipo di turismo completamente sbagliato. E in generale questo è un posto che vive di turismo, e da quello che ho visto fin’ora quando sei in un posto così sei trattato ocme un portafoglio, non come qualcuno con cui si può parlare e magari confrontarsi. Tutti cercano di essere tuoi amici, ma solo per trascinarti da qualche parte dove c’è un loro amico che ti fa lo sconto su un prezzo gonfiatissimo ma solo perchhhe sei un amico eh?? ma chi ti conosce?? Isnomma, sono un turista che odia i turisti. La contraddizione del turismo moderno, mi si potrebbe definire.

Ora sono tornato a Dar e salaam. Tra qualche ora vado in aeroporto a dormire, perche alle 4 domattina devo fare il check-in: volo egyptair, destinazione cairo, dove arriverò verso mezzogiorno e incontrero il buon amico Abdou. Non posso manco dire che sto lasciando l’Africa, pero sto lasciando l’africa nera: certo mi spiace un sacco, ma ogni tanto è bello anche risalpare verso mari conosciuti.

Ci risentiamo dalle due cairo. per l’ultima volta, vi saluto in kiswahili: kwaherini!

The African way (cronache di un trentino in Africa…7)

Trasporto pubblico africano, il Dadala, sempre alle falde del Kilimanjaro. Buona lettura.

Viaggiare in daladala, quei minivan onnipresenti in Africa, è fantastico, e oltre al cibo è una delle cose che più mi piace di questo Tanzania. Dopo qualche giorno di siffatti spostamenti, sono riuscito a capire un paio di cosette su questi affarini, e vorrei condividerle con voi. Prima cosa: quando si viaggia in daladala non bisogna avere fretta, come quando si viaggia con trenitalia. Il mezzo ha in genere 14-16 posti a sedere, e svariati in piedi (non si sa come ma ci entrano un sacco di persone in piedi..), e finche nonè’ stipato non  parte. Solitamente fa spola tra due punti, scritti sul parabrezza e urlati continuamente dal bigliettaro: pero può essere fermato quasi totalmente e preso al volo in qualsiasi punto del suo tragitto . Naturalmente non ci sono orari, ma ce ne sono così tanti che se non hai un orario preciso in cui essere in un posto arrivi sempre in termpo. se stai calmo. Io preferisco prenderli dal capolinea, e così facendo ti si presentano 2 scenari: salti su quello che si sta gia muovendo, accettando cosi un viaggio scomodissimo costellato di gente che ti pianta i gomiti nelle costole e tu non ti puoi muovere e non si come si fa a dire “scusi si potrebbe spostare un pelettino, brutta stronza ciccionaaa!!!!??” (si intuisce il rischio di perdita di calma, errore temibile); oppure aspetti quello dopo, occupi subito un posto a sedere ma così rischi di dover aspettare mezz’ora che si riempia, e se c’è il sole provi una sensazione paragonabile a quella che sperimenta un uovo se lo metti ne microonde e schaicci start (anche qui l’insidia di perdita di calma si intuisce). Insomma, come fai fai, sei sempre fottuto. Pero è bello…soprattutto per il prezzo! spesso c’è scritto da qualche parte, e se non c’è, ad esempio una corsa per attraversare dar es salam costa 200 scellini (10 euro cent), mentre ieri ho pagato 2000 sterline per coprire 80 km. E, per dare un’idea, viaggiare in taxi costa 1`00 volte tanto… ma non è altrettanto affascinante, avventuroso e perche no?, etnico!

Veniamo al dunque: cosa ho fatto in questi 2 giorni alle falde del Kilimanjaro?
Mercoledi mi son recato a Marangu-mtoni, un’ora di daladala (30km) a nordest di Moshi. Paesino tranquillo, se non fosse che l’80% della gente che sale sul Kili lo fa usando la via Marangu, che parte da lì. La bella cosa è che quasi tutti usano agenzie spillasoldi, quindi c’è solo un gran traffico di toyota bianche e niente più. Io, naturalmente, turista fai da te, ho ingaggiato per 5 euro al giorno Nelson, mio coetaneo, che ha fatto per 4 anni il porter (sherpa) su e giu dal monte ma ora che ha le ossa rotte sta facendo la scuola per diventare guida e farà un sacco di soldi in più senza portare pesi. Mi ha accompagnato in una camminata di 5 ore tra bananeti e foresta pluviale e campi di caffè, mostrandomi i camaleonti e nominandomi tutte le piante medicinali che incontravamo, spiegandomi in un inglese passabile (anche troppo per uno nato e vissuto sempre a Marangu direi) le loro proprietà. Tipo: l’eucalyptus bianco cura le punture di zanzara. Io ho provato, ma da incorreggibile muzungu sono ancora convinto che la pomata al cortisone funziona meglio… mi ha portato a fare il bagno alle cascate Kinakamuri (acqua freddissima e ottima da bere, acqua di ghiacciaio) e fino al cancello del parco del Kili, l’ultimo punto raggiungibile in auto, a 1600mt d’altitudine. Per lavia marangu, ci vogliono 4 giorni per salire e 2 per scendere, si dorme sempre in rifugio e contrattando per bene (senza agenzie…) con massimo 500 euro a testa paghi tutto per tutta la settimana (e non devi manco portare lo zaino, solo te stesso, mica male no?) Ridiscesi a Marangu, mi ha portato a pranzo in una bettola dove abbiamo mangiato dell’ottima zuppa di maiale e banane con riso e fagioli. E ho scoperto che non ho trovato i watussi, ma i chagga, l’etnia che abita quella parte di montagna e di cui pure Nelson fa parte.
Ieri, stanco morto, sono stato solo ad Arushe, la città piu grande del nord tanzania, roccaforte del brevissimo colonialismo tedesco nel Tanganyka e punto di partenza per tutti i safari nel parco del serengeti e del ngorongoro, sovrastata dal conicissimo Mount Meru. Li ho visitato il Arusha Declaration musuem: un’accozzaglia scombinata di roba propagandistica, che pero ha la particolarita di trovarsi nell’edificio dove nel 1965 Mwalimu Nyerere e altri patrioti hanno deciso che il Tanzania sarebbe stato socialista e avrebbe seguito la via del’Ujamaa (vedi Road to Makambako #4). Dopodiche, ho mangiato in una bettola (cibo buono eh, però chimarlo ristorante mi sembra un po troppo) e ho girato per 2 ore nel gigantesco mercato, seguendo le regole che ormai ho adottato per girare nei mercati africani: niente foto sennò ti chiedono soldi, guardare tutto con poco interesse, fare sempre finta di sapere esattamente dove stai andando anche se non ne hai idea e un bel sorriso stampato in faccia, sempre, per tutti. Probabilmente sembro un cretino, ma i procacciatori non mi seccano, quindi funziona…Essendo il più grande del Tanzania settentrionale, questo mercato è particolarmente affascinante, cioè puzzolente e sporco: sono sezioni che le sezioni kuku (polli, vivi e morti), butchery (quarti di bue attaccati a uncini, pieni di mosche) e samaki (pesce, solo morto, e pure da qualche giono) avrebbero fatto svenire più di uno di voi. Sorridere eè stao un po difficile passando di li….

Mentre vi scrivo, do le ultime occhiate al gigante d’Africa: tra un’ora un bus partirà per dar, e io con lui. Altre 8 ore di cinema dal finestrino: un po mi sono anche rotto le balle, ma ormai che sono qui mi tocca no? mica posso volare..
Mi piacerebbe lasciarvi sulle spine, lasciarvi ad arrovellare il cervello chiedendovi quale sara la mia prossima meta, ma oggi c’è un bel sole e mi sento buono, per cui vi do un bell’indizio: domani mattina di buon’ora mi recherò al porto di Dar e cercherò un traghetto che in un’oretta di navigazione verso nordest coprira i 35 km di mare che separano la costa del Tanzania da….dai cheè’ facile!!! chi non indovina e’ un muzungu…
CI sentiamo da la. per ora mi autoauguro buon viaggio e saluto il kilimanjaro: ciao gigante, forse la prossima volta ti vedrò dal tuo ghiacciaio. se ci sarà ancora….

14 gennaio, 2010

The African Way (cronache di un trentino in Africa…6)

Nuovo racconto dal nostro viaggiatore. In questo post ci parlerà di Licia Colò, il Kilimanjaro, Dar Es Salaam e le sue spiagge, il mercato del pesce e la domenica sera degli indiani. Buona lettura (le foto sono sempre prese dalla rete).

Licia Colò è sempre stata una delle persone che più ho invidiato al
mondo. Lo so, l’invidia non è un sentimento nobile, anzi, ma lei è pagata da anni solo per portare in giro per il mondo il suo testone di riccioli biondi e un cameraman, e per starsene seduta un paio d’ore ogni tanto in uno studio televisivo a Milano a dire due cazzate su dove è stata! anche io voglio un lavoro cosi!!
Comunque, il punto è:  da quello studio a Milano lei va in onda con “Alle falde del Kilimanjaro”.  Tralasciamo il fatto che io in quello show non ho mai visto il Kilimanjaro, però da sempre questo titolo mi ha fatto sognare. E immaginare: chissa cosa diavolo ci sarà ai piedi del Kilimanjaro?? (beh, fatta ecccezzione per i watussi gli altissimi
neri, che quelli lo sanno tutti che ci sono..)

Ecco, da ieri lo so: ci sta la cittadina di Moshi, dove sono approdato dopo solo 8 ore di bus. Altre 8 ore di Africa dal finestrino come se fossi al cinema. E ci stanno anche tante altre cose che immagino scoprirò nei prossimi giorni. L’emozione di essere qui è grande: sono in un internet cafe, e lo vedo mentro scrivo, il gigante d’Africa, 5891mt d’altitudine, vulcano (diocono) spento, il ghiacciao sulla cime purtroppo ridotto ormai a un cumuletto di neve (riscaldamento globale, aveva ragione Al
Gore). Lo vedo anche dal balcone della mia stanza d’hotel,
matrimoniale, 7 euro a notte, lussuosissima. Spesso è coperto di una coltre di nubi spessa come panna montata, ma anche allora lo senti che c’è, la presenza si avverte. E io sono alle falde del Kilimajaro, pure se non lavoro in televisione…

Tanto per raccontarvi qualcosa mentre faccio colazione con “chai maziwa e chapati” (te’ al latte e frittatine di farina), vi dico come sono stati i miei ultimi giorni, che ho passato a Dar es Salaam.
Alloggiavo ancora alla Consolata Procura, in una zona residenziale chiamata Namanga, dove si trovano molte ambasciate e consolati e villone di ricchi vista-mare. Non è proprio il mio stile, ma è comodo e praticamente ci sono stato solo a cena e a dormire, e il resto del tempo l’ho passato in giro per la città.

Il mio weekend e’ iniziato alla grande sabato pomeriggio con un primo bagno nell’Oceano Indiano, a Oyster Bay, circa 15 min a piedi da dove dormivo (però ho scoperto una scorciatoia attraverso un piccolo slum che fa risparmiare qualche minuto ed è pure più pittoresco  come tragitto). Certo l’acqua non è pulitissima e la spiaggia è un po’ cosparsa di rifiuti, però è un bel posto per leggere, e la brezza marina allevia di non poco il caldo umido altrimenti attanagliante. E l’Oceano Indiano è così dolce, calmo e caldo, che sembra impossibile sia teatro di tali e
tanti disastri (vedi tsunami ecc..).

Sabato sera a cena ho consociuto Michele e Marco, padre e figlio di 10 anni, trentini pure loro e pure loro di ritorno da una missione nella regione di Iringa; e Diana, una ragazza della Val Camonica nella stessa nostra condizione. Detto fatto, il nostro gruppetto così variegatamente composto si è avviato su un “Daladala” (quei furgoncini che girano ovunque e ti portano lontanissimo per tipo 10 euro cent) ed e’ approdato al mercato del pesce: gamberoni vivi a 4 euro al kilo, sardine praticamente a gratis, tonni pinna gialla e addirittura uno squaletto sui tavolacci dei mercanti. Certo, il livello di igiene non era invitante, ma… sticazzi! il profumo che si librava dalle immense cucine all’aperto lo era eccome, anzi irresistibile per un ghiottone di pesce. E io uno spuntino di gamberetti fritti inzuppati in salsa piccante me lo sono fatto (e sono ancora qui a raccontarlo senza conseguenze evidenti..). Dopo aver preso un traghetto e un paio di Daladala e un’apina di quelle tipo tuktuk siamo giunti su una spiaggia chiamata “Kipepeo” (farfalla in kiswahili), un po’ fuori città, lunghissima e bellissima, oceano caldo anche se un po’ mosso e birrette
gelate sotto un ombrellone di paglia: ah, che vita quella del turista!

Tornato in città nessuno mi chiamava più “muzungu” (bianco), e poi ho capito il perche: nonostante il cielo nuvoloso e la crema solare, sembravo un gamberone alla piastra!! Ora pero sono quasi tornato muzungu…
Prima di cena, domenica, ho avuto modo di assistere a uno spettacolo alquanto bizzarro: sono risceso a Oyster Bay per fare delle foto alla bassa marea, e ho trovato una moltitudine immensa di indiani sulla spiaggia, e nel parcheggio adiacente. Tutti seduti, in famiglie, a guardare il mare….indiani di tutte le razze e religioni e le lingue dell’India, quindi proprio un sacco di gente diversa! C’erano più indiani che neri…. ho chiesta spiagazioni e mi hanno spiegato, in inglese ma con il tipico accento indiano, che mi fa sempre ricordare i taxisti australiani, che la domenica sera è usanza trovarsi lì e
chiacchierare guardando verso l’India, che in effetti è al largo di questa costa, anche se un bel po’ al largo… bah….

Lunedi mi sono semplicemente e volutamente perso per la città, in Daladala e a piedi, stuzzicando l’appetito mattutino con cibi fritti per strada (nell’olio di motore probabilmente, ma gustosi) in padellacce arrugginite che però danno tutto il buono alla frittura. E con grande sofferenza sono stato costretto nel pomeriggio a entrare in un hotel lussuosissimo per recarmi nell’ufficio della EgyptAir, la compagnia con cui ho prenotato i voli di ritorno, dove sono riuscito a posticipare la mia partenza di qualche giorno: quindi anche l’hotel a 5 stelle è stata una sofferenza giustificata…ehehe….

Ora starò qualche giorno qui a nord, finchè mi stufo, poi.. si
vedrà… ora vi lascio,  salto su un daladala e vado a caccia di
watussi.

ciao. Marco.

10 gennaio, 2010

The African Way (cronache di un trentino in Africa…5)

Comincia una nuova avventura, ricomincia il viaggio. I missionari, il “dare una mano”, la cooperazione e i suoi limiti. Buona lettura (le foto, che vorrebbero accompagnare la lettura, sono prese da internet… non sono del nostro amico).

ciao a tutti.

Ieri sera sono tornato a Dar es Salaam. Così, all’improvviso, dopo 18 giorni l’esperienza a Makambako è finita, e com’è cominciata un po’ per caso è anche finita un po’ per caso: qualche giorno fa ho deciso che l’8 gennaio era un giorno fausto (mi e’ semprepiaciuto il numero 8…) ed era un bel giorno per ripartire. Quindi ho salutato tutti, missionari e suore specialmente, erano tutti molto tristi che me ne andassi, suore specialmente ribadisco…, ho comprato un biglietto per Dar e alle 7 di mattina sono saltato su un torpedone dai lisi sedili blu diretto al “porto di pace”. Saltato letteralmente, visto che qui i bus mica si fermano mai completamente.
Il viaggio è passato tranquillo: le solite 11 ore di maglietta incollata addosso per il sudore nonostante il vento fresco nei capelli (vabe capelli….diciamo nella barba), di martellante musica hip-hop-afro-reggae-christian in kiswahili coi soliti video tamarri incomprensibili a occhio occidentale, e di Africa che scorre nel riquadro del finestrino, lenta o veloce in base ai capricci di autista clima o polizia. Questa volta, almeno, vicino  a me non c’era una signora di corporatura africana che comperava di tutto dal finestrino e mi toglieva il posto per vivere; in compenso c’era una giovanissima mamma africana, di corporatura tutt’altro che africana con un bel vestito rosso e il suo cuccioletto di 4 anni in braccio. Visto che il bambino mi guardava un po strano (il piercing, naturalmente…) appena ci siamo fermati per pranzo ho trovato un banchetto di mini sambusa superfritti, i miei triangolini di pasta ripena di carne preferiti, e quindi mentre ne mangiavo una quantità induistriale ne ho offerti un paio anche al cucciolo, che da li in poi felicissimo ha cominciato a sorridermi e farmi ciao con la manina, e non ha piu smesso per tutto il resto del viaggio; solo 6 ore di sorrisini e ciaociao con la manina…

Essendo ancora ai primi spostamenti, per me viaggiare in Tanzania è come stare al cinema; 11 ore col naso incollato al vetro, guardando il paesaggio cambiare decine di volte in 700km, così come il tempo atmosferico, la vegetazione, le persone, le case..le immagini sono troppe per essere qui riportate, ma è stato di nuovo un viaggio stupendo, attraverso regioni rurali con capanne di fango e paglia, piantagioni di mais e sisal, bananeti, albri di mango con foglie grandi come la mia testa, palme alte 15mt, la baobab valley, le giraffe e i babbuini che attraversano la striscia di asfalto che taglia il mikumi national park. Ovunque donne chine a zappare fazzoletti di terra e uomini seduti all’ombra, venditori ambulanti che cingono d’assedio il bus a ogni sua fermata con il loro commercio informale, fiumi e torrenti color latte-e-nesquick, fiori di tutti i colori e foggie, natura natura natura. Tutto carico di pioggia, umido, fertile, verde, rigogliosissimo, cieli infiniti, nuvole alte dipinte di tutte le gradazioni di grigio, molte di più di quelle che mai fotografo abbia potuto fermare.
Poi finalmente Dar, “il porto di pace” che tanto in pace non è: traffico assurdo visto dai sedili sfondati di un taxi noleggiato per 2 lire, due ore a zonzo per la città perchè il driver mica ha idea di dove deve andare e quando chiede, dopo 10 minuti di contrattazioni in kiswahili, lo mandano sempre da tutt’altra parte. Alla fine, alle 7 passate (gia buio, no buono essere in giro per di qui col buio…), riconosco io il baobab che fa da spartitraffico in mezzo a Mwuinyi Rd. e arrivo alla tanto desiderata Procura della Consolata. Naturalmente caldo umido, corrente elettrica che salta ogni 10 minuti, ma c’è un pasto tiepido che mi attende, acqua ghiacciata, e una doccia fredda che non fa mai male, tonifica anzi, e qualcuno che parla una lingua che comprendo, un letto. Ah, e le zanzare…

Dunque, ora che la mia esperienza in missione è terminata, direi che delle piccole considerazioni sono d’obbligo. Come spesso succede quando si hanno delle aspettative, gran parte di quelle che nutrivi prima di partire sono state deluse. Ad esempio, pensavo di andare a fare del bene, a fare del volontariato… sai, si dice vado in Africa a fare del volontariato, no? Ebbene, concretamente non penso di averlo fatto. I miei giorni sono passati tra messe e libri, numeri di Nigrizia e pioggia, arachidi  e mango, discussioni più o meno impegnate con i missionari e serate passate davanti a Rai International a guardare il tg1. Non avevo tenuto conto (ironicamente per me…) del fatto che i misssionari sono qui per convertire e impiantare-inculturare il Vangelo e il messaggio cristiano eccetera, e non per fare volontariato sociale; per di più, per “fare” qualcosa ci vuole pianificazione, progetti, appoggi, fondi, tutte cose che io non avevo minimamente programmato. C’è anche una cosa da dire su questo tipo di volontariato a progetti: spesso (e ne abbiamo parlato anche con Remo, trovandoci concordi) è solo dannoso, in quanto impone forme di sviluppo bianche, occidentali, che non c’entrano un cavolo con l’Africa. E poi, essendo appunto imposto dall’alto da estranei, resterà sempre qualcosa di altro per la gente che mira ad aiutare, finendo poi per essere dimenticato e forse nemmeno essere preso in considerazione come aiuto da quelli che stanno qui. Scusate le generalizzazioni, non è tutto cosi negativo, ci sono progetti che funzionano, ma questo è quello che ho visto fin’ora: opere faraoniche abbandonate a se stesse, finanziamenti sperperati perchè non sudati dalla gente cui sono indirizzati, soldi buttati alla cazzo di cane da ONG straniere belle e luccicanti, che poi fanno vedere in occidente il bell’ospedale finito, ma mica lo dicono che dopo 3 anni sarà già in pasto alle erbacce e ai topi (topi moooolto piu grossi di Mr. T), inutilizzato, triste come una conchiglia rotta su una spiaggia, e come questa buono solo a fare sabbia…
Vabè, non voglio essere cosi negativo: è stata una bella esperienza, qualcosa di bello l’ho anche imparato! Se non altro sono stato accompagnato da persone, i missionari, sospese tra la cultura locale, che hanno in parte adottato da decenni, e la mia: e la cosa è stata molto interessante e stimolante. Inoltre  ho potuto vedere questi famosi missionari all’opera sul campo: e lo volevo fare da 2 anni, da quando mi sono laureato in antropologia proprio con una tesi sulle missioni cattoliche in Africa.
Insomma, come sempre accade, il viaggio ti sbatte in facca delle porte solo per aprirti delle finestre…

Ora farò il turista per qualche giorno: il Tanzania è ricco di mitiche mete, e già che sono qui non vedo perchè dovrei tornare in Italia al freddo e all’ozio. Conoscerete i miei spostamenti nelle prossime puntate di Road to Makambako, che ormai non è più la strada per Makambako, ma la road FROM makambako… ma hey, mica si può cambiare nome a uno show mentre sta andando in onda no?…

kwaherini.
Marco

2 gennaio, 2010

The African way (cronache di un trentino in Africa…4)

Quarta puntata: il primo bancomat di Mokambako, i cinesi, l’economia. Buona lettura.

Grosse nuvole grigie incombono. Forse sta per piovere: ma qui, in questo clima tropicale non lo capisco mai bene. Si alza un forte vento che sembra smentire l’eventualità pioggia. Toh, esce anche il sole, che subito brucia sul collo. Del resto siamo poco sotto l’equatore.. Mi trovo in un piazzale polveroso che appartiene a una banca situata vicino al mercato di Makambako, il vero centro dell’abitato, sull’unica strada asfaltata che attraversa questa porzione di citta’. Ho la gola secca: non tanto per il caldo, più per colpa delle decine di camion che passano a 5 mt da dove sto in piedi, trascinandosi dietro pestilenziali nuvole di polvere mista ai gas di scarico. Ho la gola secca anche per il leggero disagio che mi provoca l’essere sempre e costantemente osservato da centinaia di sguardi, che si distolgono dal mio in fretta appena cerco un contatto visivo.

E’ la prima volta che esco da solo dalla missione, e l’ho fatto per venire alla banca. Hanno da poco installato il primo ATM (bancomat) della città: perciò c’è sempre una coda di mediamente 20-30 persone desiderosa di sperimentare la meraviglia dei soldi che escono da un buco nel muro. Molti sembrano solo curiosi, perche si allontanano dalla macchina senza aver prelevato contanti. La fila è molto lenta, evidentemente qualcuno non sa bene come usare questa cosa bippante. Bip, bip, bip. Ogni tanto, la guardia che sta alla porta della banca si reca pigramente alle spalle del cliente di turno all’atm per dare spiegazioni sul funionamento. E, come dicevo, io sono l’unico bianco che ho visto in 20 minuti di cammino, con la relativa curiosità che scatenano in quasi tutti i miei pantaloncini, e i piedi nudi e candidi dentro l’infradito di plastica. In una nuvola di polvere, una Toyota Land Cruiser nuova di zecca, scintillante, bianca coi vetri scuri si ferma di fronte alla banca. La guardia che sta al cancello con un mitra da seconda guerra mondiale a tracolla va ad aprire la portiera del passeggero: dalla jeep spunta un ragazzo cinese, sarà sulla trentina, pantaloni color cachi immacolati, polo sportiva rossa, teca con carte varie sotto il braccio. Il guidatore, di poco più giovane, è uno dei 10 cinesi con i baffi che io abbia mai visto in tutta la mia vita. Si fiondano in banca, non prima però di aver scambiato qualche battuta in perfetto kiswahili con la guardia della porta: ma sono l’unico a non sapere sta lingua qui?? E naturalmente poi non sono manco riuscito a prelevare dei soldi: l’atm era rimasto senza contanti. Ah, l’Africa…
 
La Cina da 10 anni a questa parte è il Paese che investe maggiormente nel continente nero. Dal deserto alle foreste centrali, dall’Oceano Indiano al Pacifico, comprano e costruiscono di tutto. Capitali cinesi facili e veloci da ottenere in questi tempi di crisi economica e complicazioni burocratiche, e a disposizione di chiunque, a volte anche di due gruppi armati avversari contemporaneamente. Qualcuno parla, forse non a sproposito, di neocolonialismo della Cina sull’Africa (vedi Nigrizia, giugno 2009).
Evidentemente, come forse dimostra la piccola scena a cui ho assistito, il discorso vale anche per il Tanzania, che dopo un decennio di sorprendente crescita economica è ora in piena recessione. Ma andiamo con ordine.
Il Tanzania si trova sulla fascia tropicale dell’Africa Orientale, appena a sud dell’equatore e confina con Keya, Uganda, Rwanda, Burundi, R.D.Congo, Zambia, Malawi, Mozambico e Oceano Indiano. Le ultime statistiche parlano di circa 36 milioni di abitanti, ma Remo (il missionario da cui sono tutt’ora ospite) ci informa che durante i censimenti ha sempre visto tanta gente sparire in foresta per cercare di sfuggire alla tassazione: la cifra quindi non è cosi sicura. Colonia tedesca prima, protettorato inglese poi fino al 1961, il Tanzania raggiunge l’attuale forma solo nel 1964 con l’unione del territorio chiamato Tanganika con l’isola di Zanzibar.

A capo del neo-stato, il più grande promotore dell’indipendenza, Julius Nyerere, affettuosamente chiamato da tutto mwalimu (leggi mualimu, maestro). Nyerere e’ decisamente uno dei leader africani più affascinanti: nato in un villaggio, era molto vicino al sostrato culturale rurale del suo popolo, e immagina una nuova strada di sviluppo per il suo Paese, che non passi ne’ per il capitalismo, ne’ per il comunismo, ne’ per una dittatura. Nasce cosi’ l’ “ujamaa”, la via africana al socialismo, che punta all’autosufficienza attraverso la priorità data allo sviluppo agricolo e all’educazione universale. Praticamente il risultato è cercato attraverso la collettivizzazione (a volte anche un po’ forzata) delle campagne, una villaggizzazione che impedisca il formarsi di grandi città così gravose per le esigue finanze degli stati africani, e svariati anni di scuola dell’obbligo per tutti. Ogni villaggio ujamaa ha un appezzamento di terreno colletivo che deve essere lavorato da tutti e i cui proventi devono servire ad autosostenere i servizi fondamentali per il villaggio, quali scuola e ambulatorio medico, ad esempio. I contadini tuttavia continuano comunque ad avere terre private. Così semplice, così funzionale, così infallibile.
Com’è facile immaginare, invece, il progetto del buon Mwalimu fallì nel giro di una quindicina di anni per molteplici cause: un’eccessiva burocratizzazione, una moltitudine di gente che dava ordini spesso in conflitto fra loro ai contadini, naturalmente l’avarizia e la cupidigia sempre presenti in ogni animo umano, e non  da ultimo alcune pessime annate per i raccolti (per approfondire, vedi Dumont-Mottin, L’Africa strangolata).
Il Tanzania è arrivato ad essere il terzultimo Paese più povero del mondo. Remo che è qui da un po’ (27 anni..) me lo conferma raccontando che una decina di anni fa le cifre del bilancio statale fossero molto simili a quelle che aveva letto lo stesso anno sul bilancio della provincia di Trento (maledetti trentini ricconi…)!
Ora la situazione è migliorata un po’, ma il Tanzania è ancora estremamante povero: statistiche alla mano, il 58% della popolazione (presumibilmente quella rurale) vive con meno di 1$ al giorno. Per il poco che ho visto, pero, l’impressione è che nessuno muore di fame, proprio perchè le fasce più povere della popolazione vivono nelle campagne dove, annate permettendo, se il raccolto è buono, un po’ di ugali e un po di fagioli in pancia se li mettono tutti , tutti i giorni. Certo, la malnutrizione è un problema gravissimo, ma ci sono situazioni molto peggiori negli Stati limitrofi. Con cio non voglio dire che giustifico questa forma di sottosviluppo, è solo per spiegare un dato (quello del dollaro al giorno) che altrimenti potrebbe spaventare..
 
Questi i fatti che sono riuscito a mettere insieme: scusate se ho voluto farvi sorbire sta pappardella, ma non capita tutti i giorni di visitare uno sttao africano (almeno non a me..)e personalmente mi piace sapere dove mi trovo, e mi piace informare chi ha la gentilezza di seguirmi. Nelle prossime settimane probabilmente cerchero’ di muovermi dalla missioni, verso altre parti del Paese, per testare l’attuale situazione sulla mia pelle di muzungu, di bianco. Per capire bisogna partire, no?
Per il momento, buon 2010 a tutti.
Ah, il mio ultimo giorno dell’anno è stato naturalmente anti-tradizionale: a letto alle 10, dopo una cenetta leggera. Beh, seguita da un brindisino di grappa col Remo, siamo sempre trentini in fondo…
E Mr. T., il mio nuovo coinquilino, è gia storia: cacciato all’istante. Non mi ha fatto dormire per 2 notti, ha osato salire sul mio letto mentre dormivo (e glielo avevo detto di non venirci…) e ha cacato su qualsiasi superficie possiblie immaginabile. Anche quelle verticali. Ma quanto può cacare un topolino lungo 2 cm???? Non so bene dove sia ora, credo si sia sentito odiato e abbia fatto fagotto, portandosi via le sue pentole da televendita, le sue collane d’oro tamarre e la sua chalopette di jeans cosi anni ’80…
 
Kwaheri (arrivederci in kiswahili).
 
Marco
(mi scuso se non mando foto, ma non ne sto facendo molte. Non so perche, ma troverei un po offensivo per questa gente insinuare nelle loro vite, nelle loro case il mio voyeurismo nippo-tecnologico. Appena saro in zone piu turistiche e abituate agli obiettivi cominciero anche a mandare degli scatti…scusate, ma per ora spero riusciate a immagnare quello che descrivo usando quella bella cosa gratuita e universale chiamata immaginazione)

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