franchino's way

16 novembre, 2015

Je suis? (dopo Parigi)

Ho visto bandiere francesi sventolare sui social. Mesi fa vidi che tutti erano Charlie, anche quelli che senza l’attentato una rivista del genere l’avrebbero fatta chiudere, in Italia. Poi a volte siamo Norvegesi, altre volte Palestinesi, meno spesso Greci, c’è chi pensa ai Marò, chi all’Ucraina e ai Nepalesi. Siamo tante cose. Molto velocemente, fluidamente. Siamo quello che capita, insomma.

Il problema di fondo è che non sappiamo più da che parte stare, che non sia la nostra. Ma cosa sia la nostra parte non è più chiara, limpida.

Stare dalla nostra parte significa essere liberi di scrivere sui social? Di andare al bar? Di uscire la sera? Di scopare? Di andare a un concerto?
Solo questo?
La nostra parte significa rimanere nella nostra libertà di disporre del tempo libero e del nostro denaro?
Niente più?

E da che parte stanno allora a Kobane? Stanno solo dalla loro, di parte? Non è che magari li abbiamo lasciati soli? Non è che con le nostre infinite chiacchiere su pace/guerra, gasparri/salvini, americani/impero, fiori nei cannoni, pacifismi vegani, negri e clandestini, abbiamo semplicemente trovato un modo per stare meglio dalla nostra parte, al bar, mentre beviamo il nostro libero e democratico caffè macchiato freddo in vetro? Non è che, forse, non abbiamo più idea di cosa sia stata la nostra marcia verso quel barlume di “libertè-egualitè-fraternitè” che ci permette di scaricare un bel film il giovedì sera prima di fare la nostra gloriosa e illuminista scopata colma di libertà, nelle nostre emancipate case senza burqua, termoautonome, prima periferia con posto auto e sky è meglio di mediaset? Non è che, forse, non meritiamo di dire di stare dalla parte giusta della barricata a Kobane e ovunque davvero ci sia una lotta degna di tal nome, senza voto da casa, hastag del giorno, urlatori da salotto e pensatori da sottopancia e puzza di ascelle adolescenziali?

Sono domande che mi faccio da tempo, mentre forse spreco liberamente il mio tempo, impermeabile al mondo, fuori e ipersensibile al mondo, dentro, a casa mia, tra le mie mura, i miei amici, le mie cose. Poi il resto va da sé. Al massimo ci racconta un contesto in cui ci muoviamo, per darci una scusa di stare nella storia, ancora, come se fossimo vivi o per guardare qualcosa mentre mangiamo le nostre insalatine bio, zitti nei nostri chilometri zero, a pranzo o a cena, con la tv accesa tra uno spot e l’altro che forse mi compro la macchina nuova che non inquina che sono tanto eco.

O in fondo, a Kobane, non ci sono mai stati tutti ‘sti gran concerti, ‘ste gran vignette, tutto ‘sto movimento il sabato sera, e che un vodka lemon è difficile da trovare e magari te lo fanno con roba scadente. Anche se cazzo quanto so fregne le compagne curde col kalashnikov. Quanta stima. Eccoli i partigiani! Anzi le partigiane! Coi capelli al vento.

Mo chi cazzo glielo spiega però che per noi liberi e democratici la violenza è bbbrutta, che la guerra è bbrutta, che ci scorneremo tra chi è “bombarolo schiavo degli imperialisti” e chi “l’Italia ripudia la guerra”, tra chi “i partigiani italiani mica sparavano violette”, che “violenza genera violenza”, tra chi Libano e Palestina e chi Israele e la democrazia, chi Iran e chi Turchia, chi Assad e chi i compagni curdi, e chi Ghandi, Stalin, Lenin e Gino Strada, e Oriana Fallaci era ‘na zoccola esaurita o una grande intellettuale che se l’era sgamata, e chi se la racconta su facebook e chi se la legge, e Vendola e Renzi, i comunisti e i verdi e gli arcobaleni e Charlie e forse pure un po’ Ferrara e perché no Belpietro e chi non legge un giornale da 16 anni, e chi ci guarda solo le probabili formazioni.

Siamo sicuri che allora la nostra parte sia proprio quella giusta? No, non dico sbagliata, attenzione; dico quella più centrata, al passo coi tempi, culturalmente e politicamente adeguata alla realtà?  La parte giusta, come una maglietta; non è che portiamo qualcosa che non ci sta veramente così bene? Bella la scritta, bello il colore, ma forse sta un po’ stretta e comunque non ti ci vedi. Non è quella giusta. Allora la nostra parte ci veste bene?

Siamo sicuri che stando dalla nostra, di parte, coi nostri dibattiti e i nostri slogan, stiamo facendo la nostra, di parte, per qualcosa?Non è che pur di non stare con Fini, Bossi e Berlusconi e Salvini, o Prodi, D’Alema, Rutelli, Buttiglione e Bertinotti,  siamo ridotti a essere poco più che un “io non sono quello“. Non è che abbiamo grattato talmente tanto che non abbiamo più sostanza, spessore?

Questo nel nostro cortile italiano… e fuori? Cosa siamo tutti insieme? Cosa siamo io, un francese, un giapponese, un sudafricano, un inglese, un danese, un russo, un argentino, un islandese messi uno vicino all’altro? Chi siamo noi occidentali? Di cosa parliamo? Usciamo assieme va, facciamo un giro in centro che conosco un posto che fa le birre buone a poco. E ci sta pure gnocca che non guasta. E poi mi raccomando, se passi da Helsinki mi casa es tu casa.

No perché, ripeto, mi faccio da tempo queste domande e spesso la risposta che riesco a darmi è: NON LO SO. Oppure mi schifo. Ma spesso non lo so. Non lo capisco più. E vado al bar, con gli amici liberi e democratici. Tanto non ci posso fare un cazzo. Io NON SO. Stiamo sbagliando tutto? O forse, senza fare un cazzo, siamo comunque destinati al meglio? NON LO SO. E quando la Storia mi bussa alla porta non so mai che maglietta mettere, non so quale sia quella giusta.

Sarebbe il momento di chiarirci un attimo. E capire davvero che anche non facendo nulla e discutendo stiamo scegliendo una parte e stiamo lasciando che le cose accadano, sotto le nostre parole.

La situazione è complicata, grave. Proprio per questo dovremmo prendere una posizione, scegliere una barricata e appoggiarla, rinforzarla, dargli spessore. Da qui potrebbe nascere tanto della Storia che sarà.

Da qui potremmo dare un senso a quella che è “la nostra parte”.

Ma la domanda fondamentale è: Come?

Il problema è che forse ci manca un vocabolario per poter parlare, pianificare, immaginare, scegliere, disegnare.
Spero di cuore che altre bandiere ci riconsegnino le parole per dirci chi siamo e cosa vorremmo che il mondo sia. Non solo quelle pret a porter post tragedia.

Io intanto guardo questa foto, dopo Parigi e si, spero che sia quella la bandiera che continui a sventolare, con la sua bella stella.

Che sventoli e si riempia anche del mio senso di colpa e di inadeguatezza.

Che quella ragazza continui a guardare l’orizzonte, oltre i nemici, per dirmi che il sole sorge per tutti e per tutti tramonta.

E che vaffanculo la retorica certe volte ci vuole per far battere un cuore.

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5 dicembre, 2014

No triv, il petrolio lucano che non fa notizia

Un mio post per Bolognina Basement. Buona lettura.

Il fatto: ieri a Potenza, capoluogo della Basilicata, c’è stata una manifestazione contro l’art.38 del decreto “Sblocca Italia” e la conseguente probabilissima proliferazione di pozzi petroliferi in Lucania. In strada c’erano 10.000 cittadini secondo gli organizzatori, 3000 per la Questura.

no trivi, no petrolio in basilicata

La testa del corteo No triv contro l’art. 38 del decreto Sblocca Italia, Potenza 4 dicembre 2014

Il Corteo ha terminato la propria marcia di fronte alla sede della Regione Basilicata provocando per due volte la sospensione dei lavori del Consiglio Regionale che doveva votare se impugnare di fronte alla Corte Costituzionale il suddetto articolo del decreto legge (per manifesta incostituzionalità) o se andare a trattare col Governo Renzi modifiche specifiche sull’iniziativa dell’Esecutivo (posizione sostenuta dalla maggioranza e dal Presidente della Regione, poi passata ai voti in tarda serata). Alla manifestazione hanno partecipato studenti medi di tutta la regione, associazioni ambientaliste e movimenti provenienti anche dalle regioni vicine. Durante il Consiglio Regionale alcuni trattori si sono piazzati davanti le cancellate della Regione minacciando di sfondarle.

I trattori e i manifestanti assediano la Regione Basilicata

I trattori e i manifestanti assediano la Regione Basilicata

Ci sono stati piccoli momenti di tensione con lancio di oggetti e uova all’indirizzo delle forze dell’ordine che presidiavano gli ingressi. Il Presidente del Consiglio Regionale è dovuto uscire a parlamentare coi manifestanti aprendo le porte a una delegazione che assistesse ai lavori in aula.

Le parole chiave: petrolio, sblocca Italia, Sede della Regione, no triv, lancio di uova, sospensione lavori Consiglio Regionale.

E’ una notizia?

L’amara scoperta:

Una manifestazione di 10mila persone contro lo “sblocca italia” e le trivellazioni petrolifere in Lucania, che assedia per ore la sede della Regione Basilicata, che provoca più volte la sospensione dei lavori del Consiglio Regionale, con una presenza eterogenea di studenti, lavoratori, movimenti, associazioni e personaggi folkloristici simil-forconi per i siti internet de La Repubblica, Corriere della sera, La stampa, Il sole 24 ore, Il Mattino, La Gazzetta del mezzogiorno e tutte le televisioni nazionali comprese le reti “all news” NON sono una notizia.

Non un trafiletto, una gallery fotografica, un corsivo, una battuta di satira, un editoriale borioso, un editoriale liberale, un editoriale riformista, un editoriale radicale, un reportage con la puzzetta sotto il naso, un’intervista ad un esperto di qualcosa a caso.

Neanche il lancio di uova verso le forze dell’ordine che difendevano l’ingresso della Regione è stato ritenuto notiziabile nelle riunioni di redazione. Manco quello.

forze dell'Ordine presidiano gli ingressi alla Regione

forze dell’Ordine presidiano gli ingressi alla Regione

Nemmeno un titolo:”Violenza No Triv: Scontri con le forze dell’ordine a Potenza, sospesi i lavori del Consiglio Regionale“. Cazzo me l’aspettavo, almeno da ilGiornale.it, e invece…

Nulla.

Stamattina da una breve rassegna stampa dei giornali nazionali ho potuto constatare che nemmeno su carta stampata la notizia è stata considerata degna di un breve trafiletto, anche solo a pagina 15.

La questione petrolio non interessa veramente a nessuno, evidentemente. 

Non bisogna essere faziosi, il problema non è che magari, e lo dico così per dire, l’Eni finanzia abbondantemente, direttamente o tramite pubblicità, i principali gruppi editoriali e tutte le televisioni italiane. Il problema è che noi ci ostiniamo a pensare che “il sistema” tifi per il petrolio ma in realtà è andato già oltre, in un mondo ideale fatto di ambiente, natura, tutela delle bellezze e specificità territoriali. Perché il petrolio è brutto e fa schifo e sa di vecchio. Il petrolio non deve avere pubblicità. Bravi i nostri giornalisti!

Siamo sempre i soliti che pensano male ad ogni occasione.

Manifesti Eni a Potenza adeguatamente corretti

Manifesti propagandistici dell’Eni a Potenza adeguatamente corretti

Il partito dell’odio.

Per andare sui giorali e in Tv, evidentemente, bisogna rivedere le modalità, i canoni e le pratiche classiche con cui si protesta.

Proponiamo dunque alcuni spunti simbolici e pratici agli amici lucani per riuscire a conquistare l’agognata visibilità:

  • gattini in braccio a mamme sexy che cantano “Like a Virgin“;
  • spezzone di corteo di gente travestita da Balotelli;
  • selfie collettivo con bocca a culo di gallina;
  • spezzone di minorenni mezze svestite che non indovinano un congiuntivo nemmeno per sbaglio;
  • bestemmione di gruppo;
  • rutto all’unisono per entrare nel Guinnes dei primati del rutto più potente;
  • finta rissa all’interno del corteo con macchie di sugo per simulare sangue e violenza cruda e truculenta;
  • gara di miss maglietta bagnata;
  • dire per tutto il corteo “Sì al Petrolio” e poi all’ultimo “Sorpresa, scherzavamo”;
  • provocare le forze dell’ordine con un fitto lancio di gattini;
  • aprire il corteo con una rappresentanza di giovani scartati da talent show di qualsiasi tipo;
  • proporre ricette tipiche lucane arricchite di tecniche culinarie d’avanguardia e impiattamento molto foodie oriented;
  • occupare un canile e maltrattare i cani;
  • chiedere di rivedere le quote latte di pecora contro l’Europa che affama i popoli;
  • organizzare una gara di tarantella che fa così tipico e folkloristico;
  • chiedere la secessione e invitare Salvini a parlare di zingari e campi rom.

L’amara verità è che non c’è gusto ad essere lucani, neanche se fai un post pieno di parole chiave volutamente fuorvianti per provare a dare visibilità ad una lotta sacrosanta contro quello che è, concedetemelo, un sopruso che rischia di cambiare per sempre il volto della regione, della mia terra.

Urge un nuovo film di Rocco Papaleo (attore famoso per “Basilicata Coast to Coast“, la canzone “Basilicata on my mind” e per essere un attore che parla con un forte accento lucano), magari seguito immediatamente da un bellissimo spot Eni o Agip con Papaleo che parla in dialetto e dice che la benzina lucana è buona perché odora di tradizione e cultura contadina. Hai capit uagliò?

Rocco Papaleo riparte con Eni

Rocco Papaleo riparte con Eni

P.S.

Per saperne di più sul petrolio in Basilicata, e magari indignarsi un po’, e forse iniziare a ragionare sul fatto che quello che succede laggiù riguarda tutti, nessuno escluso, consigliamo di leggere:

Ola Ambientalista

Osservatorio Val D’Agri

Osso Pensante

Michele Lapini – reportage fotografico

23 settembre, 2014

Il futuro è nella vecchiaia

Un mio vecchio cruccio, un argomento già trattato in questo blog. Ma, come vedrete, la realtà offre sempre spunti per poter scrivere qualcosa. E io l’ho fatto per Bolognina Basement.

Qualche anno fa le pagine dei quotidiani locali e nazionali erano riempite dalla lotta dei sedicenti comitati di residenti di alcune aree del centro storico contro il “degrado”. I comitati, composti da proprietari di casa, accusavano il comune di aver concesso troppo alla movida e alla night life dei city users provocando l’impossibilità di vivere e riposare degnamente. Probabilmente su qualcosa avevano ragione, ma l’aspetto fondamentale della disputa era prima di tutto generazionale: persone adulte o in via di invecchiamento contro giovani ventenni o in età universitaria. Vecchia Italia che ancora poteva permettersi una casa e un lavoro fisso contro futuri precari, in affitto e voglia di bere e qualche cannone in tasca.

Che poi, lasciatemi divagare un attimo, quando uno va in giro come turista fa sempre attenzione ai capitoli riguardanti la movida; non a caso si preferisce andare in Spagna piuttosto che in Slovenia o in Lettonia. Perché la movida è bella, rende divertente una visita di una città e fa molto cool e le foto di notte poi acchiappano un sacco di “mi piace”, anche senza filtri instagram. Ma solo se si va fuori. Se si sta a casa, la propria, diventa degrado, fastidio e filmini di denuncia da mandare alla stampa locale o patate lanciate dalla finestra (era forse il 2006, successe davvero in via Petroni). E pazienza per il turista tedesco che ha letto sulla Lonely Planet della famosa, fantastica, godereccia, vivace vita notturna bolognese.

Ok, questo è uno spunto polemico un po’ sterile, torniamo al discorso generazionale; si diceva che la guerra negli anni del Coffy Party (nel senso di Partito di Cofferati) era fondamentalmente tra giovani (o presunti tali) e anziani (o poco meno che tali). Alla fine, con fortune alterne, vinsero i secondi, o comunque dal punto di vista mediatico venivano visti come vittime, oggetto di simpatie e solidarietà trasversali soprattutto fuori città, lontano, dove può più un servizio de “La vita in diretta” condotto da Cucuzza di una telefonata al figlio sotto esame che dice “tutto ok, ieri sono stato in Piazza Verdi, è tutto tranquillo”.

(foto de Il Resto del Carlino)

Stamattina poi mi sono imbattuto in una notizia che sposta più in là la battaglia, alla fonte, oserei dire. A San Lazzaro pare che in alcune ore del giorno sarà vietato ai bimbi di giocare nei parchi pubblici nei pressi delle abitazioni. Niente più pallone, corse, biciclette. Niente giostrine. Niente schiamazzi. Il residente vuole riposare, l’anziano ha diritto alla salute. E buona pace ai ricordi nostalgici dei bei tempi quando i suddetti anziani giocavano a calcio in strada. Altri tempi, altre epoche. I bambini di una volta erano silenziosi, rispettosi, non gridavano ed erano tutti bianchi e con la riga a lato. E il parco della Resistenza di San Lazzaro, soprattutto, non esisteva. Una volta, signora mia, qui era tutta campagna.

Dopo la guerra ai ventenni i residenti del sobborgo bolognese colpiscono i bambini anche perché la night life a San Lazzaro fatica ancora ad attecchire, non c’è sulle guide e gli universitari sono pigri e si ostinano a voler vivere nel centro storico e fare la pipì nei caratteristici vicoletti. Quindi ci si accontenta di quello che c’è e allora bisogna educare i futuri ventenni da subito. La loro vita sarà piena di sacrifici e dovanno lavorare, zitti e muti, per pagare la pensione e il ticket ai nonni. Altrimenti la via è bella lunga, ce n’è di posti dove andare (o tornare). E niente birre la sera. Bisogna essere serissimi e sobri. Come una volta.

Bene, i residenti hanno ragione e nulla potrà la minoranza lassista di nonni che protestano contro l’ordinanza comunale perché non potranno portare i nipotini al parco. Si rassegnino anche loro, il futuro è nella vecchiaia. Nel 2011 l’Istat ci ha comunicato che nel 2043 gli ultra 65 enni arriveranno oltre il 32% della popolazione. Avremo quindi molto peso politico, saremo l’ago della bilancia. Io nel 2043 avrò 63 anni e finalmente conterò qualcosa, sarò decisivo. Sceglierò il mio partito, lo condizionerò e manderò le lettere al Carlino che farà partire delle campagne in cui IO ho ragione e i ragazzini no. E alle 20, in pieno prime time televisivo, ci saranno le pubblicità sulla doccia con la sedia dentro, lo scooter elettrico a quattro ruote e 4 marce per girare per un silenziosissimo centro storico senza rotture di coglioni e qualche bel cantiere, l’agenzia di badanti e le clinche della felicità per una vecchiaia serena, decisiva e conservatrice.

Io a 65 anni farò tendenza. Sono soddisfazioni. Il futuro è nell’anzianità. Siate vecchi già da ora, esercitatevi, provate a essere reazionari e conservatori oltre ogni decenza, ne sarete orgogliosi e avrete un futuro assicurato.

Una vecchia Italia è possibile e sarà tutta nostra.

Ora mi faccio portare in Piazza San Francesco: è mattina, si sta bene, non c’è nessuno e mi posso godere un po’ di relax senza ragazzini che rompono con le birre e questa insanissima e degradante voglia di riprodursi e sorridere sempre.

Non c’è un cazzo da ridere.

14 febbraio, 2014

Maledetto cattolicesimo (il movimento lavatrice)

Sto per fare una cazzata di dimensioni planetarie.

Premetto che ho timore a scrivere del Marchio. Non sono uno che si tiene, va a finire che al terzo ”continua a votare PD” mi incazzo, sbraito e rischio poi, per una sorta di reazione infantile,  di pensare per qualche minuto che dovrei votare il Partito dei Pensionati. Quindi poi parte una specie di tormento interiore pesantissimo e ci sto male. Sono un tipo sensibile, o almeno credo. E non mi piace prendere rischi quando so che sono fondati, quindi mi sento pure coglione.

Ma vabbè, ogni tanto bisogna volersi male.

E allora famola sta cazzata; dico la mia sul Marchio nel modo superficiale e scurrile di cui sono capace, poi alla fine mi insulterete o mi direte di informarmi meglio, come è giusto che sia. Le tradizioni bisogna rispettarle.

Un movimento senza  una spina dorsale ideale (l’ideologia è una cosa seria) non può avere una bussola che non sia quella dell’attualità. Si dice e si pensa quello che potrebbe avere un riscontro a breve termine (es: “se […] avessimo proposto l’abolizione del reato di clandestinità […] il M.© avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico”, o la mancata presentazione del Marchio alle regionali sarde), e ci si riempie la bocca di vane o sedicenti rivoluzioni, nuove idee, futuro, ecc ecc…

Succede così che non si veda nessuna strategia (es: prendere il Pd per le palle quando Bersani stava lì con le braghe calate a implorare di fare un governo e poterlo poi magari ricattare di buttarlo giù alla prima cretinata, e incassare così una vittoria politica definitiva) e si campi di tattica. Tanto gli altri, quelli oggettivamente impresentabili, forniranno sempre una scusa spettacolare per fare casino, autogestione, trovare slogan a effetto, urlare cacca pupù a chiunque non sia dalla loro parte. E’ così che poi non si dice nulla sulla struttura economica della società, non si propone alcuna alternativa che non sia basata sul “son tutti uguali, tutti rubano”. E intanto ci si fa belli della inadeguatezza altrui, che è pesante, tipo una lapide, ma di quelle grosse. Vedi Renzi e poi muori.

Però, non è che siccome stai a un rave di punkabbestia puzzoni se cominci a scorreggiare sei comunque un campione di galateo e di civiltà. Aver le ascelle profumate in quei casi è cosa buona, ma non sufficiente.

Strategia e tattica, che parole antiche. Tuttavia qualcuno mi deve dare una spiegazione plausibile al fatto che il primo partito sardo abbia deciso di non presentarsi alle regionali.

E’ il marketing, bellezza.

E io sono vecchio, non capisco niente, faccio schifo e sono colluso, ok. Però io questa “scelta” non l’ho capita.

Poi, anche ‘sto fatto che si risponda quasi sempre automaticamente “e allora tenetevi il pd e il pdl e chi ha rovinato l’italia, ecc ecc” lo trovo un modo settario e poco intelligente di ragionare. Mi spiego, o almeno ci provo: dare dell’imbecille a 20 milioni e rotti di cittadini che hanno votato e votano i suddetti inadeguati non è tanto coerente con l’ambizione di un Marchio di raggiungere il 51% dei consensi elettorali. O i cittadini sono sempre coglioni (e allora la maggioranza è sempre fatta di imbecilli, anche quando vota “bene”, cosa che sostengo da tempi non sospettabili, ma io sono poco intelligente da sempre) oppure qui abbiamo a che fare con una setta salvifica che può mondare i peccatori.

Laggente che ha votato il Marchio si è allora salvata mettendo ics su una scheda? Tipo quelli che fino al 24 aprile erano fascisti e poi la mattina dopo si sono svegliati partigiani?

Evidentemente funziona così, sono io che ragiono in termini vetustamente novecenteschi. Nella nuova era (l’epoca del “se avrei” o del “futuro posteriore”) è bene dire che la colpa è degli altri, e che nella cerchia dell’intelligenza collettiva stiamo tutti meglio, siamo tutti più bravi, più onesti, più puri. Copia, incolla, un risciacquo e via. 

Una lavatrice, insomma.

Il problema, cari tutti, non sono i politici, i partiti, i tecnocrati.

Il problema siete/siamo noi.

E se mettere ics vale la salvezza, andare a uno spettacolo del proprietario del Marchio o comprare un suo dvd vale tipo ‘na confessione?

Comunque mo basta fa’ l’intellettuale, sennò va a finire che mi piglio a sberle da solo.

Stasera mi spacco di birre e parlo di figa, per sentirmi pessimo. Voglio che gli amici mi ricordino così.

Il resto è noia.

P.S.

In ogni caso, che non si sa mai, io mi pento: in fondo in fondo non ho nulla contro il Marchio e chi lo segue. Sotto sotto tutti quanti hanno diritto a credere di avere un’anima da salvare.

Io sono ateo, probabilmente, ma non ditelo in giro.

Intanto mi guardo qualche video del proprietario del Marchio su Youtube, che dovrebbe valere tipo dire un Atto di dolore.

Maledetto cattolicesimo.

27 maggio, 2013

Ripartire dalla A (un referendum)

Filed under: attualità,bologna,politica,sinistra — ilkonte @ 10:30 am
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A Bologna il referendum consultivo sul finanziamento pubblico alle scuole d’infanzia paritarie ha visto vincere l’opzione A, quella che ne chiedeva la cancellazione, con il 60% dei voti. L’affluenza si è fermata al 28%.

I sostenitori del quesito A non avevano nessuno alle spalle mentre l’altra opzione (quella a favore del finanziamento) vedeva tra i propri sostenitori Pd-pdl, lega, chiesa, sindacati, big della politica italiana, giornali. Il sindaco stesso, Merola, si è molto speso inviando lettere a casa dei cittadini a sostegno dell’opzione B (B come Bambini… penoso), ha girato la città, ha polemizzato aspramente con la controparte. Ovviamente i perdenti ora fanno leva sulla scarsa affluenza per cercare di sminuire il risultato, depotenziare la vittoria, mantenere le cose come sono. Operazione rischiosa e alla lunga controproducente che va a svilire l’importanza stessa di uno strumento, quello del referendum consultivo, che può e deve essere un mezzo per riavvicinare la politica alla realtà, alla concretezza delle scelte, alle necessità della quotidianità.

Penso che si tratti di un risultato politicamente importante ma non definitivo. In termini pratici, probabilmente, servirà solo ad alimentare il dibattito e spostarlo “un po’ più a sinistra”. Nel concreto “l’apparato” non permetterà alcun cambiamento e gli asili confessionali cattolici continueranno a ricevere soldi pubblici.
Qualche riflessione a caldo:
1. Il Pd, sindaco in testa, ha fatto, come detto, campagna per la B. La loro sconfitta e la forte astensione dimostrerebbe che non hanno più capacità di mobilitazione o, meglio, non sono stati in grado di sfidare e sconfiggere chi è alla loro sinistra. La “vocazione maggioritaria” di veltroniana memoria è bella e sepolta. E’ rimasto solo il dirigismo, il voto tradizionale e poco altro.
2. I voti andati alla A (cinquantamila circa) sono sovrapponibili con quelli che compongono (o componevano) quell’area “di sinistra” che elettoralmente da anni non ha spazio, non ha espressione, si è disperso nelle mille sigle, i mille personalismi, le mille delusioni. Dal punto di vista valoriale questo voto apre uno spiraglio: c’è vita oltre il PD, la sinistra esiste, per ritrovarla basta farle fare qualcosa “di sinistra” , appunto, sul terreno della vita reale senza leaderismi, pavoneggiamenti, deliri, inutili parole.
3. I grillini non sono andati a votare in massa? Dov’è la loro tanto celebrata “democrazia partecipativa”? Hanno mobilitato il loro elettorato o hanno fallito perchè, banalmente, non hanno un elettorato? Prendono voti sulle proteste superficiali, nel concreto non sono nulla. Chi si è rivolto a loro per “mandare tutti a kasaaa!!1!!” di fronte alla possibilità di dare un segnale senza “vaffanculo” o “son tutti uguali” non ha fatto nulla. Neve al sole.
4 L’Unità e Il Giornale avevano lo stesso titolo stamattina “referendum flop”. Povero Gramsci…
5. Pochi votanti? Meglio pochi (e vincenti) che male accompagnati.
6. Sarà interessante vedere il voto nei diversi quartieri bolognesi per capire cosa si è mosso, dove, e in che “zone socio-politiche” della città. Pare che la B abbia vinto, e di molto, solo nei quartieri “bene” di Bologna (Murri e Colli) mentre nei “quartieri rossi”, tradizionali feudi del PCI-PDS-DS-PD ci sia stata una valanga di voti per la A. La domanda allora è: il PD e l’amministrazione da loro sostenuta chi e cosa vuole continuare a rappresentare? Al momento, rappresenta ancora  qualcosa?
7. Questo voto è l’ennesima buona semina. C’è spazio da riempire di temi, valori e concretezza. Speriamo che arrivi un buon raccolto. Ma ci vuole fatica, tempo e voglia.
8. Scrivere post con un cellulare è un’esperienza che non auguro a nessuno. Non lo fate.
9. Sono pronto a ricevere insulti. Ho scritto “grillini”.

6 maggio, 2013

In morte di G. A.

Filed under: attualità,storia,stragi e terrorismo — ilkonte @ 12:46 pm
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E’ morto Andreotti.

Si è spento Andreotti. Ma la puzza di tritolo si sente ancora.

E’ morto Andreotti. Si vabbè e Berlusconi è un padre costituente.

E’ morto Andreotti. Ma solo per prescrizione.

E’ morto Andreotti, ma solo quello prima del 1980. L’Andreotti successivo è stato trasferito in una località segreta.

E’ morto Andreotti. Una notizia bomba con centinaia di morti, feriti, e dispersi.

E’ morto Andreotti. I funerali di Stato verranno depistati.

Andreotti è un uomo. Ogni uomo è mortale. Andreotti… forse.

E’ morto Andreotti. La camera ardente verrà aperta in via Caetani… in via Caetani.

E’ morto Andreotti. Caffè per tutti?

E’ morto Andreotti. Satana può finalmente tornare in Paradiso.

E’ morto Andreotti. Che paese di merda.

24 gennaio, 2013

Un funerale (quando la storia ti bussa alla porta…)

Filed under: attualità,storia — ilkonte @ 4:24 pm
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C’è la “Storia”, quella fatta dagli uomini, e la “storia”, quella che ti raccontano o che ti fai raccontare. A volte la “Storia” e la “storia” ti cadono addosso e l’unica cosa che puoi fare è osservare, sentire, patire, vivere, cercando di cogliere chiavi di lettura e metterle in fila per trovare un proprio posto nella linea non sempre retta (e corretta) del tempo.

Lo sguardo è fondamentale e, a volte, per cercare di vedere bene un oggetto bisogna semplicemente cambiare punto di osservazione, o punto di vista. A volte un solo passo a destra o a sinistra e scorgi rughe, profili, attimi, sfumature, prospettive, che prima ti venivano nascoste.

Lo sguardo asciutto, semplice, che non vuole o non cerca giudizi. Lo sguardo è tutto.

Buona lettura (l’autore del testo mi autorizza a pubblicarlo richiedendo di rimanere anonimo)

Da adolescente mi sono limitato a leggere la storia. Ho approfondito poco (da adolescente), scarsamente sollecitato (o forse no) da chi la materia avrebbe dovuto svelarla impreziosita di quella dote nascosta che porta dentro.
Il fascino della Storia è qualcosa che va oltre. Una chiave di lettura per capire troppe cose; un terreno di battaglia dove la pigrizia riesce con troppa facilità ad annullare la volontà.

L’episodio – appunto – per continuare ad esser tale, ha bisogno di evadere da se stesso, di emergere, voltandosi a destra e sinistra, fino ad abbracciare il periodo in cui ha preso forma per capirne la genesi.
Capita allora, quando meno te l’aspetti, che la Storia ti bussa alla porta e ti prenda a sberle.

Terroristi. Questa la sintesi che la storia ha riservato per loro. Null’altro che terroristi, delinquenti, banditi, assassini e andate avanti fino a raggiungere il sentimento più oscuro teso a partorire l’ennesima definizione pregna di una sbiadita morale.

Terroristi, appunto. Terroristi e banditi, tutti uniti, insieme al freddo e al gelo ospiti – graditi e non – di una Ceretolo medievale nello scorcio e svuotata dal carattere.
Terroristi e banditi. Uniti, impacciati negli abbracci, solidali nei volti, negli occhi, nei solchi, nelle rughe e nella memoria.

Terroristi e banditi, sfilano in un ordinato corteo, ricordando l’amico scomparso. Il Compagno andato. Lo salutano, lo fanno per l’ultima volta levando al cielo quel pugno che nel contesto torna ad esser reato. Sullo sfondo, risuona l’Internazionale. La fischiettano – terroristi e banditi – la fischiettano insieme. La fischiettano mentre la neve scende impertinente; anche lei presente per salutarlo, a modo suo.

Impertinente, la neve. Inopportuni invece i commenti. I giudizi. Le posizioni, quelle prese degli “eletti dal popolo”. Il simbolo della noia che sale al potere non poteva mancare all’appello. Mancarono invece. Mancarono fisicamente, salvo apparire nella prosa. Prosa carica di retorica, di chiacchiere, di prese di posizione non richieste, di distanza. Distanza dall’evento, distanza dalle parole di chi ha voluto ricordare (“Prospero Gallinari è un rivoluzionario del suo tempo”), distanza dalla realtà. Quella, la distanza dalla realtà, è l’unica posizione che dovrebbe far riflettere. Distanza dalla realtà di chi non perde occasione di rivendicare una posizione; distanza dalla realtà del non rendersi conto di essere rappresentanti sfiduciati, senza più valore politico (POLITICO); distanza dalla realtà nel ricoprire un ruolo che nella realtà stessa, in questa realtà, assume sembianze deformi, retaggio di un passato attualmente inconsistente e inesistente. Distanza dalla realtà nel capire che ci sono situazioni, episodi, dove un dignitoso silenzio è l’unica risposta a quella domanda che non doveva esser fatta.

Silenzio, quello vero, quello sentito, quello che urlava nei cuori, quello che gli occhi dei presenti trasmettevano. Quello che genera emozioni.

Emozioni. Emozioni che ritornano, pronte a riscaldare Ceretolo. Mentre la neve continua a scendere, con l’Internazionale in sottofondo. Quelle emozioni me le hanno date loro, senza chiedere nulla in cambio. I vostri terroristi, i vostri banditi.

(un anonimo presente)

14 novembre, 2012

La Crisi (questioni di prospettiva)

Sciopero generale e manifestazioni in tutta Italia. Cortei di studenti e dei sindacati. Roma h. 09:40.

“Daje, però così nun se po’ anna avanti – Rugani scompare nello sbuffo della sua sigaretta e riappare pensieroso, lontano – So’ anni che ce promettono, ce promettono e guarda come c’hanno ridotto… st’infami”.

“Si però a Rugà… Nun devi esse troppo disfattista – Marcucci si aggiusta la cintura – Bisogna daje tempo. So’ periodi storti ma un segnale se doveva da”, il taglio della mano destra a indicare una via immaginaria da percorrere.

A 100 metri il corteo degli studenti medi è ancora fermo: “PERCHE’ QUESTO GOVERNOOOO! DEI BANCHIERIII! STA MASSACRANDO LE FASCEEEE! PIU’ DEBOLIDELLASOCIETAAAAA’!!! E SOPRATTUTTOOOO!

“Ma te te rendi conto de come stamo messi o no? Nun li leggi i ggiornali?”. Rugani si appoggia stancamente ad una colonna e osserva il corteo: “La ggente se sta incazzando davero.. e si ss’encazza come se deve so cazzi pettutti… N’artra annata de merda e addio…”

“Li leggo i ggiornali, li leggo. Ma te ripeto, bisogna daje tempo. Quando uno se trova da ricostruì ce sta che sse crei, come te devo dì, un po’ de casino”

“Ma ricostruì dde che?? J’hanno dato tutto ‘mmano. Ha fatto e disfatto quello che je pareva. S’è portato tutti l’omini sua e la ggente all’inizio l’aveva pure accolto a braccia aperte…”

“Si ma te stai a scordà come eravamo messi uno o due anni fa… Te pareva che se stessero facendo le cose per bene? – Marcucci si sistema il casco appeso alla cintura con la mano destra mentre la sinistra si appoggia sulla spalla del collega – Qua nun se deve discute troppo, nun se deve fa casino. Se tenemo botta penso che quarche soddisfazzione pò arivà pure pennoi…”

“La fai facile te… soddisfazzione ddechè.. so ddù ggiorni che come apro il giornale me s’aritorce lo stomaco”

“Diamoje fiducia. E’ pur sempre un Professore. Uno che ner campo suo ha insegnato..”

“E aridaje co sta storia der Professore, der Maestro… me so rotto li cojoni… Uno nun è che siccome è n’Maestro, uno cazzuto, uno che sicuro ne sa, nun je puoi dì gnente”, la voce di Rugani si macchia di indignazione mentre con una mano si scosta dalla colonna per far riprendere al corpo una perfetta e virile posizione eretta, più convincente.

“Ho capito ho capito… ma secondo me bisogna avè pazienza.. sta crisi passerà… A Rugà, proprio tu co ste storie?! Nun eri quello che finarmente se vedrà de che semo capaci?”  fa Marcucci imitando la parlata tutta cuore del collega quando col giornale avanti, alla notizia dell’arrivo del Maestro dopo gli sfaceli dell’ultimo anno, Rugani era tra quelli che festeggiavano la cacciata del vecchio e l’arrivo dei nuovi.

“La pazienza è finita. Bisogna fa’ quarcosa. So anni che stamo in crisi… Mo’ Basta cazzo! Sennò fanno bbene quelli che lo contestano… ar Maestro…”

“Si si fanno bbene.. e se poi iniziano a contestà seriamente e cominciano a sfascià tutto te che fai? Je offri pure n’caffè? – Marcucci sorride dando una pacchino sulla nuca del collega – Prego se accomodino… bruciate tutto, sfasciate tutto… “

“Nun fa lo stronzo…”

“E allora che fai je meni?”

“A Marcu’… ma che te se magnato a colazione? Pane e l’anima de li mortacci tua?”, un sorriso emerge tra il fumo della sigaretta di Rugani.

Il corteo è ancora fermo. Gli studenti in prima fila abbozzano una specie di cordone. Adolescenti che giocano a fare i grandi.

BASTAAA! CON QUESTI TAGLIIII! ALLA SCUOLA PUBBLICAAA! ALLA SANITAAA’! BASTA CON QUESTE POLITICHEEEE! DI AUSTERITAAAA’! CHE COLPISCONO TUTTIETTUTTEEEEE! E SOPRATTUTTONOIGGIOVANIIII! – applauso, pausa – PRETENDIAMO IL PRESENTE NON IL FUTURO!“. Urlo di approvazione del corteo e parte la solita musica ska.

“Ma tu guarda a ste zzecchedemmerda… Bisognerebbe daje mo’ che so piccoli così capiscono come gira er monno”, una mano aperta a indicare un ipotetico ceffone di Rugani ad un ipotetico figlio contestatore.

“Ma lassali perde.. che oggi c’è annata de lusso… metti ce mandavano coll’autonomi…”

“Massì… e comunque… te dicevo… se iniziano a contestà come se deve… io solidarizzo… ma se je devo menà, je meno uguale… ma co’ rispetto”, Rugani sorride.

“Doppiamente ‘nfame… Ah Rugà, prima je dici BRAVO BRAVO e poi je meni?”

“Aò.. semo fatti pe’ soffrì…”

“Ma vattene va…”,  spinta di Marcucci a Rugani che si riappoggia alla colonna.

“Comunque io c’avrei messo a n’altro… uno meno estremo, più pacato… Questo ce sta a ridure ai minimi termini…”, ragiona Rugani cercando in cielo un nome, un volto, uno che sia quello giusto al posto giusto.

“Più pacato… poi magari te capitava n’vecchio mezzo democristiano e mezzo comunista, mezzo acqua e mezzo foco e nun combinava un cazzo… Uno che te portava la squadra a metà classifica, senza conclude niente… Co questo se riparte, stamme a sentì… Il proggetto io l’ho capito… e se la cosa ngrana semo i più forti… Bisogna staje vicino… daje fiducia…”

“Sarà… Ma ce sta quo’ stronzo de Vigli che so dduggiorni che me rompe li cojoni… quer lazzziale demmerda… – un fulmine di vendetta negli occhi – je dovemo fa cacà sangue al ritorno… a stemmerde”

“E tu a Vigli ricordaje che è sempre un cornuto… – mani che formano le corna a sottolineare – Falli divertì, che poi i conti se fanno a fine anno te dico…”, mani che si compongono nel gesto del sedere.

“A fine anno se fanno i conti, dici te… a me però me brucia er culo oggi”, conclude Rugani prendendo il casco e infilandolo. Marcucci pronto si volta, vede il corteo che ha cominciato ad avanzare e infila il casco pure lui.

“Uagliò – si inserisce tra i due Campitiello, il napoletano già in assetto antisommossa con scudo, manganello e casco allacciato – state carichi?”

“Come na loffia… mortacci loro… – ringhia Rugani facendo spazio al collega e allacciandosi il casco – hai letto i giornali Campitiè? Te piace Pjanic?”

Campitiello fa uno sbuffo… Raccoglie i pensieri guadagnando il centro della strada insieme al reparto guidato dal Vicequestore… “Pjanic è bbuon’.. solo che noi in quella posizione là non ci serve… T’nimm a Marekiaro…”

“Pjanic è forte – fa Marcucci – e a noi nun ce serve… a Napoli lo vedrei bene, te dico…”

“Sticazzi de Pjanic dico io – Rugani, risolutorio, impugnando lo scudo – ma a me tutta sta storia me fa solo girà li cojoni… Zeman ce sta a rovinà… stamo colle pezze ar culo e la ggente se stà a incazzà… Bisogna che lo cacciano… colle bbone o colle cattive… io de fa figure de mmerda me so rotto li cojoni… lazziali demmerda…”, a denti stretti.

28 settembre, 2012

Stay hungry, stay foolish, stocazzo (son tutti cool col design degli altri)

Filed under: attualità,bologna,situazioni,società — ilkonte @ 2:15 pm
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Esce l’Iphone 5 e per l’occasione e non perdere l’acquisto a centinaia passano la notte davanti gli apple store per essere tra i primi, all’apertura, ad accaparrarsi l’ambito super smart phone.

 La cosa mi disgusta.

Ci tengo a precisare che la mia non è invidia sociale. Non è il fatto di poter o non poter acquistare l’oggetto che mi smuove le viscere. La cosa fastidiosa, pericolosa, è il contesto, il rito, la pazzia di massa, la schizofrenia cool che contraddistingue il fenomeno. Il problema non è il soggetto del racconto ma il come questa gente vuole che si racconti la loro esistenza e il loro rapporto feticista con l’oggetto, la modalità attraverso cui questo atto di consumo e di consumismo isterico viene auto-rappresentato dopo anni di marketing. Sono loro, i consumatori, il prodotto. Non si vende il cellulare. Si vende l’immagine e l’immaginario di gente pronta a fare una cagata del genere per acquistarlo. Geniali quelli della Apple a produrre un feeling (nel senso di rapporto sentimentale o di sentimento stesso) così estremo legato al loro marchio. Ma loro fanno capitalismo, loro fanno margine di guadagno.

Lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo che vive tristemente nelle fabbriche del secondo e terzo mondo (o in Cina, che è un mondo a parte), nell’occidente viziato ma in crisi economica e politica, sottomesso ormai al fascismo dell’immaginario, diventa sfruttamento dell’oggetto sull’uomo-oggetto-prodotto-racconto. La cosa strabiliante è che questa gente si sottomette con gioia al meccanismo e alla fabbrica di consenso-consumo. Siamo al fascismo 2.0, quello friendly oriented, quello cool, quello foolish. Si passa dai dipendenti Apple costretti a fare ridicoli balletti per andare sui social network, ai consumatori stessi ritualmente inquadrati in ridicole code e scene di isteria collettiva per andare sui giornali, sui social network e produrre l’immagine dell’oggetto della contemporaneità, del futuro, delle nuove sorti dell’umanità virtuale. La fila in carne ed ossa, la materia, il sudore, i corpi, la puzza di piedi, direttamente funzionali alla virtualità di facebook, di twitter o dei giornali on line.

E io ne scrivo pure… L’unica salvezza sarebbe il suicidio virtuale, il non parlarne, il non essere parte del meccanismo di discussione. Io ne scrivo, mi incazzo, mi schifo e partecipo ugualmente al rito, partecipo alla macchina. Ma che ci posso fare. Il campo di gioco è quello e tocca giocare in trasferta, dove vincono sempre gli altri.

Ma ora però mi voglio sfogare e a questa gente auguro il peggio, senza se e senza ma.

Il 99% di questi foolish affamati li vedremo un giorno, forse, quando papà non passerà più soldi e lo stipendio non permetterà loro di comprare l’iphone 12 che sarà sicuramente troppo cool e troppo foolish. Un giorno il 99% di costoro farà le manifestazioni perchè c’è la crisi, non si può vivere dignitosamente, non ci sono prospettive, non c’è futuro e il precariato fa schifo e non si può essere manager o chirurgo o artista internazionale o critico d’arte o regista cinematografico come speravano dopo tanti “sacrifici” fatti a furia di code davanti all’apple store. Questi un giorno te li ritroverai accanto incazzati neri a fare le fotine col vecchio iphone5 che gli dura solo 30 minuti di batteria perchè è vecchio e la cosa li farà andare in bestia. Questi un giorno voteranno come te e saranno arrabbiatissimi perchè loro la crisi non la vogliono pagare, è colpa dei vecchi, dei banchieri, dei baroni universitari, della politica, delle Poste e Telegrafi, di Moggi, dell’America, del capitalismo finanziario e dell’1% del mondo contro il 99% che non ha voce in capitolo. Questi un giorno saranno il 99% contro l’1% che governa il mondo e fa la fila per l”iphone 12.

Questi un giorno saranno la forza motrice della storia contro il capitalismo rapace che si basa sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Questi un giorno li prenderò a sberle… un giorno. Questi un giorno saranno le immagini derelitte dei servizi delle trasmissioni “contro”. Saranno la generazione del disincanto che non può permettersi la casa o un figlio. Questi un giorno saranno l’antipolitica e la voglia di pulizia perchè rubano tutti. Questi un giorno avranno uno stipendio basso e non potranno fare la fila.

Stay hungry, stay foolish, stay in fila (cit. M.Masotti)

P.S.

vi invito a leggere questo post di Wu Ming 1, come sempre illuminante. Buona lettura

Feticismo della merce digitale e sfruttamento nascosto: i casi Amazon e Apple

1 maggio, 2012

1° maggio (e dire che quasi ci voglio credere ancora)

Filed under: attualità,deliri controproducenti,lavoro — ilkonte @ 10:08 am
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Beato quel popolo che non ha bisogno di lavoratori.

L’italia è una repubblica democratica fondata su…. su…. su…. su quella cosa là… e su chi se ne lamenta perchè non ce l’ha, perchè se ce l’ha viene sfruttato o mal pagato, su chi non ne vuole sapere e aspetta un santo che lo sistemi.

propongo modifica all’articolo 1. L’italia è un paese marcio fondato su un popolo di merda e sullo spread.
Compagni avanti, il gran Partito
noi siamo dei gran pecoron
Rosso un fiore in petto ci è sfiorito,
una frode ci spegne il cuor.
Noi non siamo più nell’officina,
entro terra, nei campi, in mar
la plebe sempre all’happy hour
senza i-phone da comprar.
Su, compriam l’ideale
nostro fine sarà
grillismo totale
futura umanità.
Mi sono rotto delle chiacchiere al vento, della retorica prestampata, delle inutili disquisizioni sull’importanza o meno di una festa, quella del 1° Maggio, che è sempre meno la celebrazione di una lotta di emancipazione dallo sfruttamento del lavoro, e sempre più un involucro ormai vuoto. Il concertone, i comizi dei sindacalisti che parlano di lavoro e diritti e poi, regolarmente, non fanno assolutamente niente e poi te li ritrovi in politica a continuare quello che la loro controparte faceva quando loro “organizzavano gli scioperi”. Mi ricordo un tal Cofferati. E questo mi basta.

Io voglio credere ancora che quello che mi batte in petto sia un cuore e che quello che mi fa respirare siano valori, speranze e (si ora dico quella che per molti è una parolaccia… maledetti post-contemporanei… finirete di sto passo tutti democristiani) ideali. Cose vere, forti. Che hanno un passato ma non possono vivere solo di questo. Anche e soprattutto perchè il mondo rischia di scorrerci sotto i piedi mentre noi teniam stretta la fune legata tanto tanto tanto lontano da non ricordare dove. Troviamo allora alte forme e altri linguaggi e cavalchiamo la frana, se non la si può fermare. Non possiamo aspettare che questa arrivi a valle, distrugga tutto per poi avere il gusto edonistico di dire: ” ve l’avevo detto!”.

Quindi viva il 1° Maggio! Ma fuori dagli schemi vetusti della politica e del sindacalismo ufficiale e di facciata. Festeggiamo (?) noi stessi, i nostri valori, la nostra rabbia, la nostra frustrazione. E rendiamola linfa per alimentare la malapianta del dissenso, della controcultura, della testimonianza per i posteri, della lotta inutile ma necessaria. Non lasciamoci trascinare dal qualunquismo (che dura quanto un peto, fa puzza, a volte molto rumore, ma dopo un po’ svanisce se uno fa arieggiare… il qualunquismo è il peto in ascensore… finisce non appena esci e non sai mai alla fine chi l’ha fatto), dal pressapochismo, dal “son tutti uguali”, dalla lamentela fine a se stessa. Stiamo assieme, ricominciamo a parlarci, catalizziamo le nostre energie che vorrebbero sprecate nella disillusione. Stiamo assieme, guardiamoci negli occhi. E creiamo. E soprattutto cominciamo a uscire dalla logica dei nostri genitori che ci volevano tutti artisti, tutti attori, tutti musicisti, tutti dottori, ingegneri, astronauti, giornalisti, tabaccai, dirigenti di banca, ballerini o cantanti. Noi siamo gente che dovrà sudare, adattarsi e sporcarsi le mani. Lavorare meno, lavorare tutti, e buttare il sangue nel tempo libero per cercare di trovare forme “altre” di soddisfazione che non siano quelle economiche, professionali o puramente consumistiche. Smettiamo di fare i bimbi viziati. Noi non possiamo essere quello che volevamo, o meglio, non tutti. Quindi guardiamoci allo specchio e scendiamo a patti, almeno per quanto riguarda questa inutile sovrastruttura (stay hungry stay foolish… stocazzo!!!) che ci rende, francamente, ridicoli.

Non possiamo aspettare che a “salvare il nostro mondo” siano i figli che non avremo o che avremo solo quando saremo già vecchi, completamente aridi, svuotati di anima e con l’assillo del mutuo, della macchina, delle tasse, del figlio che odieremo perchè costa troppo e non potremo neanche dirgli “io alla tua età”… ma cosa? alla sua età facevamo un cazzo e ci lamentavamo… ogni tanto si scopava, spesso si beveva, spessissimo ci si specchiava nel “ma quanto sono bravo intelligente e sprecato… un’altra grappa!!!”. Bell’esempio del cazzo, manco la legittimità per un cazziatone responsabile avremo. L’unica cosa che potremo dire è:”Funziona così. Mi spiace, ma così va il mondo”. Vi sentite puliti dentro a pensarvi in questo modo??? Io no. Meglio correre ai ripari, se si può…

Facciamo il possibile prima di diventare, come i nostri padri, tutti democristiani, berlusconiani o fottutamente schiavi della contingenza. Altrimenti ci meriteremo di passare alla storia come la generazione più inutile e vigliacca, più vuota, più colpevole.
Buon primo maggio, compagni (di sventura).

Io voglio credere ancora.

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