franchino's way

25 dicembre, 2012

Senza titolo perchè non sono in grado di trovarlo (post natalizio solo perchè è natale)

Filed under: bologna,personalismi — ilkonte @ 8:14 am
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Resuscito che è ancora buio e faccio fatica a mettere insieme un pensiero logico. Soggetto, predicato, complemento… Macchè troppo complesso. Rischio di deprimermi prima ancora di aprire veramente gli occhi. I pensieri si attorcigliano attorno al sonno che non vuole scappare, macchiato di sogni pensosi, densi, umidi di cuscino e piumone.

Caffè. Bagno. Solita routine poco impegnativa. Zero stress mentale, automatismo naturale curato e alimentato da anni e anni di risvegli di merda, di risvegli doverosi e pigri. Valigia pronta dalla sera prima (sono stato inaspettatamente previdente, mi stupisco di me), casa in disordine ordinato, così da non avere shock eccessivi al ritorno. 33 minuti e sono pronto e vestito per affrontare gli ultimi scampoli di notte, verso il viaggio.

Un cassonetto è ribaltato davanti, proprio davanti, al Barazzo. Scena da rivolta che forse non c’è stata e mai ci sarà. Fatico anche a fantasticare sulle cause del disordine imprevisto. I miei passi segnano il ritmo e sento solo quelli se non fosse per la valigia che fa da sfondo, con le rotelline che ronzano, insopportabili. Quasi chiedo scusa a Marco, l’homeless del Pratello, per il casino del mio carico di panni, ma lui resta sommerso nella coperta. Spero di non averlo svegliato.

Fa freddo, c’è umido e una nebbiolina cremosa mostra contorni sognanti a 50 –  100 metri. I passi segnano il ritmo, il ronzio alza il volume mentre accelero. Quei pochi superstiti che incontro sono figure mute, sonnolente, prese male dal poco sonno. Ma non ho voglia di chiedermi che serata hanno passato ieri e dove andranno oggi. Troppa fatica, ora. Penso a me, ai miei passi, alla stazione centrale, al treno.

Bologna. Le sue strade, un’infinita cattedrale a tre navate: troppo laica perchè non c’è dio che la consacri, se non l’essere un luogo di persone per le persone. Città di parole e volti, incontri inevitabili sotto il tetto del porticato. Città che ti costringe a guardare e guardarti nell’altro, incrociare sguardi necessari, vedere e osservare, sentire l’umanità, anche se distante. Città terrena che ti fa vedere poco cielo e tanto cammino, poche stelle e tante scarpe.

Cattedrale laica, tante volte percorsa per ritrovarmi in qualche cappella laterale a sfuggire dalla protezione dei santi per abbracciarti nella preghiera umana, troppo umana, di un bicchiere che cozza, alla ricerca di comunione col compagno di pellegrinaggio. Perchè si può pregare senza credere e trascendere, mantenendosi coi piedi a terra e i soldi in tasca, per continuare il tuo rito di presenza. E celebrare la propria vita, bella o brutta che sia. Ma vita, cazzo.

Il mio altare oggi, nella navata centrale, è il viaggio, il treno, la famiglia a tavola per il pranzo di Natale. Il ritrovare le radici e gli affetti più veri, l’amore più puro, il legame più forte. Altri cercano altri altari. Normalmente ho avuto altro da fare e banalmente ho camminato solo per raggiungere un dove.

Tornerò presto, cara Bologna. A percorrere le tue navate per cercare l’altare sulla strada. Per celebrarmi e celebrarti senza paura di peccare. Per cercarti, sfiorarti il cuore, che non raggiungerò mai. Perso tra le tue cappelle in direzione di un altare che non comparirà forse mai, come è bene che sia, come deve essere, come è sempre stato.

Mamma santa che retorica.

Vabbuò, oggi è andata così.

Buon viaggio a tutti.

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18 dicembre, 2012

Il fruttarolo (la resistenza che ti vende il pomodoro… 9)

Filed under: deliri controproducenti,il fruttarolo,personalismi — ilkonte @ 1:44 pm
E poi le parolacce che ti lasci scappare
che servono a condire il tuo discorso d’autore
come bava di lumaca stanno lì a dimostrare
che è vero, è vero non si può migliorare
col tuo schifo d’educazione (I. Graziani)

L’altro giorno, non avendo nulla da fare, leggevo questo post sul blog del Tappo, il mio amico. E non ho potuto non commentare. Maledetto.

Autoerotismo: la fuga e il ritorno

di IL TAPPO – filed under: sfoghi – Tags: facebook, autoerotismo, noia

Ci sono situazioni in cui non avere nulla da dire o nulla da fare significa salvezza. Perchè discutere, mettersi in gioco, dibattere, potrebbe essere un esercizio di pura autoincensazione. Non ti interessa aggiungere contenuti, svelare alla controparte le debolezze del suo ragionamento, spezzettare e vivisezionare le falle nella logica del tuo avversario verbale. No! Non vuoi che proceda la cultura in quel duello di parole al vento. Vuoi semplicemente che nella gara di chi ce l’ha più lungo (il ragionamento) tu faccia bella figura, e il tuo ego possa così poi tornare a casa a masturbarsi nei pensieri autoreferenziali producendo monologhi ombelicali. Il dibattito, inutile, è una forma di autoerotismo.

Ecco, quando capitano situazioni del genere e ti accorgi che non ti interessa assolutamente niente di quello che ti dice l’altro e addirittura non ti interessa nulla neanche di quello che dici tu, sarebbe meglio non aver nulla da dire o da fare. E rimanere, pallido e assorto, a contemplare il nulla e non competere.

Auoerotismo anche questo, direte voi. Forse si. Ma sicuramente meno chiassoso, meno cruento, più sottile e significativamente più appagante. Evitare perdite di tempo e sforzi non necessari, ottimizzare le proprie risorse, fare economie virtuose non sprecando pazienza e tolleranza. Capitalizzare al massimo i propri respiri e il contesto che ti circonda. La salvezza assoluta in tempo di crisi.

E’ così che spesso mi ritrovo ad osservare il mondo che dibatte e discute tenendomi fuori, un po’ in disparte, dove mi si nota di più e rischio meno. E a Bologna, in Italia, nel mondo, ormai viziato dall’ “a cosa stai pensando?” facebookiano è esercizio sempre più difficile. Anche chi non avrebbe mai avuto nulla da dire, dice. E chi non potrebbe pensare nulla di interessante, in termini sia oggettivi che soggettivi, sia culturali che tecnici, ha comunque il bisogno di imporre la propria visione del proprio pezzetto di mondo, piegato alla necessità impellente di produrre contenuti, più o meno labili. Facebook, ogni mattina, è per milioni di persone il parallelo concettuale del caffè per stimolare produzioni metaboliche più o meno impegnative. Dipende da cosa hai mangiato la sera prima, spesso. O da cosa NON hai mangiato, molto più frequentemente.

Dunque l’altra sera stavo lì a fare la mia solita routine conviviale quando la discussione ha preso il volo. E tra i “no, però aspetta”, i “sbagli a pensar questo” e i “ma se consideri però”, io sognavo un mondo pre-culturale, pre-dialettico, pre-dogmatico dove ancora ci sia il gusto della scoperta e del pensarsi nudo come un abitante del deserto preso e buttato, senza preavviso, in mezzo alle montagne del Trentino. Loro combattevano, i loro esseri diventavano sempre più giganti, le parole fungevano da mantice per gonfiare le loro presupponenze, e il mondo attorno diventava, per loro impegnati in questo esercizio attoriale di alto livello, il teatro, lo spettatore a bocca aperta, pronto all’applauso entusiasta. E io a sognare di essere il vero uomo nuovo, spoglio di ogni consapevolezza o coscienza, di ogni macchia culturale o tecnologica. Inesperto e innato, deprivato e stupido, scalzo con miglia e miglia da esplorare.

Forse sono ragionamenti inutili anche questi, e forse anche questo ragionamento è solo una lunga, silenziosa, perversa masturbazione che mi sto e vi sto regalando, ma va bene così. Non partecipare e sentirmi fuori e vergine mi faceva sentire bene a tal punto da non voler bere, non voler fumare, non voler flirtare, non voler vivere altro, insomma, che la mia esperienza di fuoriuscita dal mio tempo storico e da tutta la storia. Io e il mondo, senza necessità di dominazione. Solo fascinazione, curiosità, scoperta. E soprattutto solitudine e non necessità della cultura e del confronto.

Ma poi ho pensato che, in fondo in fondo, senza gli altri  non avrei avuto la necessità di cancellarli. E se fossi veramente stato solo in una terra inesplorata avrei avuto bisogno di raccontarla, di far vedere ad altri occhi quello che solo i miei potevano vedere. E che forse, in un mondo pre-culturale e pre-dogmatico, avrei avuto una gran fame di confrontarmi e vedere e creare filtri per decodificare l’incanto. E ho assunto che senza facebook si stava forse meglio, ma sapere “a cosa sta pensando” quel lavandino che altri chiamano con un nome ed un cognome mi fa sentire migliore, o molto meno peggiore, di quanto altrimenti potrei sentirmi dopo una chiacchiera o una discussione. E quindi la conclusione è che il mondo che mi trovo a vivere si impone come il migliore dei possibili; è quello che conosco ed è l’unico da cui saprei come scappare, per poi tornare.

P.S.

ogni riferimento a fatti luoghi e persone è quasi del tutto casuale.

 commenti (1)
1. ma scopa di più e sclera meno
Commento di Il Fruttarolo 

E che no? Che cazzo.

(Continua)

deliri precedenti: 1 – 2 – 3 –  – 5 – 6 – 7 – 8

13 dicembre, 2012

i miei ricordi stanno diventando adolescenti (zitto vecchio!)

Filed under: deliri controproducenti,personalismi — ilkonte @ 12:14 pm

Due post, unico tema. Due introduzioni e due riflessioni. Perchè oggi gira così… e meno male che gira.

Capita che dopo una pasta alla norma fatta come dio comanda e x numero di bottiglie di vino io e Francesco ci mettiamo a parlare. A volte di figa, molto più spesso di calcio. A volte invece un’intuizione ci apre un universo e ci tuffiamo dentro, chi a bomba e chi di testa. E non possiamo, poi, non scriverci qualcosa. Buona lettura. (Gianluca Marranghello)

Anche i ricordi crescono

I miei ricordi adolescenziali stanno diventando adolescenti.

Se non esercito la memoria ho il timore che a breve si dirigeranno verso l’uscio di casa, sulla porta mi guarderanno e mi diranno “Vabbè, papà, noi qua ci annoiamo. Usciamo” – ” E quando tornate?” – “Non lo sappiamo papà, va a dormire, non preoccuparti” – “Ma domani ci siete vero?” – “Papà, dimenticaci, è meglio per tutti”. E chi si è visto si è visto.

Poi magari, durante la vecchiaia potrei anche cercare di riprenderli, di richiamarli a casa, ma saran stati fuori troppo tempo, saran sporchi con gli abiti stracciati e si saran mischiati a tanti altri ricordi dimenticati e quindi, inevitabilmente, cambiati.

Ed è così che sono finito a ricordarmi delle vacanze estive del 1997, i miei “fra poco” 16 anni.  E si, perchè essendo del mese di novembre, al mare si presentava sempre questo problema: al momento della domanda “quanti anni hai?” i 9 mesi trascorsi dal mio compleanno erano un’eternità anagrafica e d’esperienze per quell’età. Io non ne avevo 15, non me li sentivo più 15, ne avevo “fra poco” 16. Che fa tutto un altro effetto.

Ed erano tempi di salopette portate con le bretelle penzoloni, dei walkman che lasciavano il posto ai primi lettori cd portatili (che saltavano continuamente), delle sigarette fumate di nascosto dietro il muretto di casa, del “io vado in spiaggia con gli amici”, degli sfioramenti cercati tra i tuffi di una partita a schiacciasette, dove con la scusa del gesto atletico potevi legittimamente toccare un lembo, spesso a casaccio, di pelle.

Quei lembi di pelle appartenevano a Francesca, era di Napoli, ed è stata la mia prima e anche l’unica ragazza del mare. Di quelle che ti ci metti ad agosto, a fine mese vi promettete eterno amore, a settembre lei ti scrive una lettera sui banchi di scuola dicendo “che palle i prof, ora ri-inizia tutto, le solite cose, i soliti amici, non come questa estate”, tu rispondi dopo 2 mesi, chiaramente troppo tardi, e nel frattempo le solite cose, per lei, sono diventate molto interessanti [quelle lettere le ho tutte, anche la fotocopia della mia spedita troppo tardi].

Poi l’anno successivo al mare, chissà, forse vado via con gli amici, sai “fra poco” faccio 17 anni, magari ci sentiamo e tutto finisce. Ma l’estate del ’97 io al mare avevo la ragazza, ed ero l’adolescente più felice del pianeta.

E questo ricordo, come tanti altri, per non scappare da un se stesso cresciuto, deve ri-splendere infinitamente in una mente candida.

(Gianluca Marranghello)

Lui cresciuto a Verona, io a Potenza. Lui hip hop, io metal e grunge. Lui ha un anno meno di me. Lo stile è diverso ma il panorama, nonostante tutto, è uguale. Buona lettura. (Il Konte)

“I miei ricordi stanno diventando adolescenti”

Riflessioni serali su quanto tempo è passato, su come quei ricordi di un Francesco 15enne alle prese col mondo e la tempesta ormonale stiano entrando anche loro nella tempesta ormonale, comincino ad ascoltare musica di merda, a rispondere male ai prof e ai genitori, a sbronzarsi e fumare di nascosto, a limonare dietro un palazzo in città, a sognare di fare la rockstar.

Fra un po’ i miei ricordi adolescenti mi manderanno a quel paese dicendomi che sono vecchio, che non capisco niente, e che, fondamentalmente, ho rotto. I miei ricordi dell’adolescenza stanno cambiando voce, hanno dei brufoli enormi in faccia, cominciano a far emergere una barbetta ridicola che li vorrebbe far sentire grandi. Ai miei ricordi adolescenziali puzzano le ascelle in maniera scandalosa.

I miei ricordi adolescenziali vorrebbero fare okkupazione a scuola per limonare con le tipe… ma è una scuola del cazzo e finirà con la solita autogestione rituale, tollerata da professori già con la testa al cenone di Natale, e guardata con tenerezza da me, ormani trentenne, che di ste cose qua ne ha già viste e fatte…

So’ ragazzi… Cresceranno e capiranno…

(il konte)

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