franchino's way

27 luglio, 2015

Il fruttarolo (la resistenza che ti vende il pomodoro… 17)

Come pararsi il culo
e la coscienza è un vero sballo
sabato in barca a vela
lunedì al Leonkavallo
l’alternativo è il tuo papà (Afterhours)

Devo alzarmi, devo reagire. Attorno tutto scorre e si beve e si parla e io sto qua accasciato a terra. Serve uno slancio da campione, mantenendo dignità e stile. Senza dare l’impressione di cedimenti. Alzarsi e rimanere dritto, basterebbe questo.

Primo tentativo: punto bene i piedi a terra cercando di sollevarmi dal gradone. Svarione. Desisto.

Gli altri non hanno visto nulla. La ragazza del pesto brilla di sorrisi e battute. Il Tappo trottola qua e là con battute no sense e parlata sempre più liquida, consonanti sempre più impastate. Il bastardo sta subendo il vodka lemon ma non molla. Il Sardo ronza attenzioni per qualsiasi esemplare femminile a vista.

Secondo tentativo: prendo la birra, poi la riappoggio alla mia sinistra e mi aggancio con la mano destra alla colonna del portico. Il Baraccio è il solito white noise di fondo. Una goccia di sudore scende sulla schiena, dritta in mezzo alle chiappe. Sforzo, mi sollevo di 10 centimetri buoni, pausa. Ultimo slancio, colpo di reni e via, sono in piedi.

CAZZO LA BIRRA!

E’ rimasta sul gradone. Se mi piego casco di testa a terra.

E’ una sensazione orrenda essere ubriaco fisicamente e mantenere un minimo di lucidità mentale da riuscire a vedersi da fuori. Roba che non si può spiegare. Sei sul limite. Un goccio di qualsiasi alcolico è automaticamente perdita di tutto. Ma arrivati a questo punto devi bere. Altrimenti è l’agonia dello sbronzo che non sa, non può, non riesce ma capisce, vorrebbe, penserebbe di farcela. Tra stare sul limite e soffrire o mandare tutto a puttane io scelgo sempre la cosa al momento più semplice. Le buone intenzioni, la ragionevolezza, la responsabilità, i bei sentimenti, e pure babbo Natale, sono per i mangiatori di seitan e i bevitori di caffè decaffeinato. Io sono di un’altra razza, quella brutta. Di tutto il resto non me ne frega un cazzo, francamente.

Il Tappo rulla dalle mie parti:”Apposto?”

“Mmmh…”, sfiato.

“Apposto”, sentenzia.

La ragazza del pesto punzecchia con uno sguardo lampo.

Io mi appoggio alla colonna progettando di riprendere le forze e forse riprendere la birra.

Sono quegli istanti di pace a cui ti aggrappi, quelle alitate di speranza e orgoglio che ti tengono a galla. E’ la tigna del ciclista in crisi sul Pordoi che col suo passo, tutto ingobbito sul manubrio, con le gambe dure, torna sul gruppo dei migliori e resta appeso coi denti all’idea che c’è possibilità di farcela, manca poco, gli altri non attaccheranno.

E invece arriva un altro attacco.

Un piede urta la mia birra che schizza sul mio pantalone. Il boccale si frantuma a terra.

“E che cazzo” fa lui tutto polemico.

Resto impassibile cercando di non barcollare.

“La ripaghi”, riesco a sospirare.

“Stocazzo”.

Arriva il Tappo e la ragazza del pesto e gli si piantano davanti. Non danno l’idea di essere tutta sta minaccia e francamente mi da anche un po’ fastidio non riuscire a reagire come vorrei, come il mio abito esigerebbe. Ma la mia impassibilità, la mia camicia bianca e cravattino nero fanno comunque la loro porca figura. Per il momento va bene così, forse.

“La ripaghi…”, ripeto con l’adrenalina che pian piano ricomincia a scorrere.

E questo parte con una serie di frasi a caso sul non si fa, non si poggiano le birre a terra, che c’entra lui, che ne sapeva, colpa tua, vedi che stai ubriaco, come parli, non ti reggi in piedi, eccetera eccetera. E io che pensavo di essere tornato lucido.

A quel punto scosto il Tappo, faccia a faccia col coglione:”Ascolta, tu ora prendi e mi ripaghi la birra… E non devo stare qui a darti motivi per ripagarmela. Ho rispetto per la mia intelligenza.”

Il Tappo rincara:”E in ogni caso c’è un detto che dice che la mia libertà inizia dove finisce quella degli altri. Tu ci sei caduto tra le palle. Quindi entri e paghi la birra”. Il filosofo dei cicchetti… La ragazza del pesto sorride alla battuta brindando enfeticamente  col Tappo e chiunque gli capiti a tiro.

La scena pare aver attirato l’attenzione sia dei Paeselliani doc che dei Paeselliani occasionali.

E forse il solo “Apposto vez?” rivoltomi da un local di 2 metri per 2 pare convincere l’imbecille che scompare nel bar, si affaccia al bancone dove è già pronta la mia birra con tanto di scontrino. Il Sardo precede il tipo aprendo tipo Mosè la gente sotto il portico.

“Saluti dal Paesello” gli dico mentre prendo il boccale.

Faccio un rutto. Applausi.

Ma il Pordoi è ancora lungo.

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18 giugno, 2015

Il fruttarolo (la resistenza che ti vende il pomodoro… 16)

How smart are you to regress unfulfilled?
It’s a damn shame, but who’s to blame? (Pantera)

E’ un po’ che non lavoro, che sto in malattia. Inizio a rompermi le palle a non far nulla. Mi spiego, è sempre bello godersi qualche tempo di riposo, evitare le rotture di coglioni dei colleghi o delle routine giornaliere. Ma alla fine, passano i giorni, e inizi a sentirne la mancanza. Ti senti scarico. Al Baraccio poi ultimamente i discorsi sembrano accartocciarsi e così anche il bianchino con gli amici mi fa noia. La briscola poi ultimamente gira pure male. Il Tappo è andato in vacanza con moglie e figli, che dice che stanno a fare grandi e presto inizieranno a farsi vedere sempre meno e se li vuole godere. Con l’età qua mi pare che davvero stiamo diventando tutti più coglioni di prima.

Io non ho di queste preoccupazioni. Non ne ho più. Non ne voglio avere.

Anche se, qualcosa manca.

Da bambino mi piaceva tantissimo giocare con le costruzioni. Ne avevo una quantità spropositata. Passavo ore in camera a costruire torri, castelli, casette, chiese. Che poi spesso erano più o meno sempre la stessa cosa con qualche piccola innovazione di tanto in tanto. Col tempo iniziai anche a combinare i mattoncini di legno con quelli della Lego e mi sentivo troppo orgoglioso quando arrivava il nonno o la mamma e si complimentavano con me.

La cosa più bella era però poi distruggere tutto. Prendevo una macchinina, o un mattoncino di legno e SBAM!, colpivo la torre. A volte barcollava prima di schiantarsi di lato, altre volte collassava. Il rumore dello schianto mi piaceva tantissimo, con tutti i mattoncini che schizzavano via sul pavimento. E immaginavo fiamme e fumo e polvere. Come in tv quando vedevo le immagini di Beirut o di altre guerre lontane. Con i palazzi che venivano buttati giù a cannonate. Lo schianto era il vero obbiettivo di ore e ore di costruzione. E la costruzione era funzionale alla distruzione finale. E più solida era la struttura, più divertente era il bombardamento.

Questa smania di equilibrio, stabilità e distruzione ce l’ho dentro da sempre forse. E’ insana. Ma è un mio piccolo piacere masochistico. Ho bisogno di vedere le mie cose cadere a pezzi. Per sentire il rumore che fa. Per vedere dove finiscono i mattoncini, forse con la speranza che qualcuno arrivi dalla stanza di fianco e mi sgridi per il rumore, per il disturbo.

Anche adesso che ho superato i 50, cammino da solo e da solo vado verso la mia torre, cercando il punto migliore da colpire per farla crollare. Per vedere le macerie e immaginare fiamme, fumo e polvere.

Per rivivere, anche solo immaginandole, le guerre degli altri che ho visto in tv.

Uno la guerra se la porta dentro, mi pare sia una frase che ho letto da qualche parte. E’ bellissima.

Costruire e distruggere.

Alla fine è come lanciare una monetina. Un lato, spesso, vale l’altro.

E’ solo una questione di tempo, o di turno.

(Continua)

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23 maggio, 2015

Il fruttarolo (la resistenza che ti vende il pomodoro… 14)

Yeah, it’s fine
we’ll walk down the line
leave our rain, a cold
trade for warm sunshine
You my friend
I will defend
and if we change, well I
love you anyway (Alice in Chains)

Sognare in fondo è il modo che ha il nostro cervello di metterci e mettersi alla prova. Lui prende e spara cose a caso, o fintamente a caso, e ti mette di fronte all’imprevisto, alla totale insensatezza, all’inaspettato. Lui prende e ti fa sperimentare sentimenti, emozioni e azioni che forse mai in vita tua hai avuto modo di vivere, o che da tanto tempo non vivi o che hai paura di dover prima o poi affrontare. Per tenerti pronto. Metti caso… Sognare è un esercizio di sopravvivenza. Come quelli che si allenano alla corsa; metti caso ti trovi un leone sulla strada e devi scappare. O quelli che si allenano a non fare niente; metti caso diventi presidente, re, imperatore, impiegato in regione.
Tutti abbiamo sognato, a volte da svegli. Il bello del sogno è che però finisce. Il brutto è che ci siamo svegliati tutti col torcicollo, incapaci di guardare chi avevamo a fianco. L’unica cosa possibile era guardarsi la punta dei piedi. E via andare, passo dopo passo, senza vedere chi avevi a destra o sinistra. Senza sapere cosa o chi avevi alle spalle.
Non so se in qualche sogno ho mai avuto il torcicollo. Forse mai. Forse non l’ho mai ricordato.

Alla fine la stanza è comoda, pulita, silenziosa. Il tablet funziona e riesco a tenermi in contatto col mondo, quello fuori.
Alle 8 c’è visita e devo stare tranquillo. Ieri ho dato di matto, un’altra volta, perché non mi vogliono ancora far uscire. Io ho una vita fuori, pare gli abbia detto. Ma non ci credevo neanche io. La mia vita è stata sempre dentro qualcosa. Ma ci stavo bene, figurarsi. Io non sono mai stato un nomade. Il Tappo ha detto che sono più tipo una talpa. Scavo, sto sotto, non mi faccio vedere, sto tra vermi e terra umida, al buio, nella tana.
Che poi non so quanto possa essere vero, ma quello fa sempre l’intellettuale da quando lo conosco. Ha il vizio della metafora. Se se lo leva gli resta solo la briscola e il bianchetto al Baraccio.

Che poi lo chiamiamo ancora Baraccio, noi vecchi. E chiamiamo ancora il posto dove ci siamo rintanati Paesello. Siamo tipo gli ultimi romantici, rimasugli. Pesce ributtato a mare quando si tira su la rete. Pesce buono per la frittura, in mancanza d’altro. Ma che non vale un cazzo al mercato. Noi siamo questo. E per fortuna, o per sfiga, siamo sempre rimasti fuori dalle casse del mercato.
Eppure tutto è cambiato, tutto si è trasformato. Ora è un quartiere cool, in. Uno di quei posti dove ingegneri, avvocati e bottegai sinistroidi vengono a fare “il popolo” nei loro appartamenti di design. E’ la via “verde” per le bici da 4000 euro. E’ il quartiere pop con il ristorante radical da mezzo affitto a persona. E’ la galleria d’arte contemporanea e la fonte di ispirazione per il visual-conceptual-artist o per il “creativo”.

Ma la gente vera dove cazzo è finita?

Ci siamo noi vecchi. A fare da ancora, a dargli la scusa, ai nuovi arrivati, che quello sia ancora il Paesello. Che poi il Paesello non è mai stato un cazzo. E’ stato sempre una scusa. E epoche diverse hanno trovato ospiti diversi. Tutti con una a trovarsi una scusa del cazzo, diversa da quelli che c’erano prima.

Perché alla fine tiravano su la rete e tu là rimanevi. Perché non valevi un cazzo, probabilmente.

Trovare una scusa e rintanarcisi dentro. Forse è l’unica “resistenza” possibile. Che amarezza, mi pare di bestemmiare quando dico ‘ste cose.

Entra il medico, controlla la cartella sul palmare. Dice qualcosa all’assistente che annuisce.

“Quando esco dottore?”
“Per andare dove?”
“A casa.”
“Ci vuole ancora un po’ di tempo, abbia pazienza. I valori stanno pian piano rientrando ma conoscendola preferisco tenerla in osservazione qui.”
“Non si fida di me?”
Lei si fiderebbe?

Ma vaffanculo, dottor Marco Huang, cagariso. E dire che una volta c’era la leggenda che non s’era mai visto un cinese in ospedale. Ora fanno i primari.

Però, pare, mi abbia salvato la vita, il cagariso. E che cazzo gli vuoi dire a uno che ti salva la vita.

No, quale razzismo. Non mi frega un cazzo di ‘ste menate. Io quando ero giovane avevo già previsto tutto, lo respiravo il nuovo tempo che arrivava. Non a caso mi misi a fare il fruttarolo dal pakistano sotto casa. Ero come loro. E loro come me. Era solo questione di tempo per diventare alla pari. Che poi alla fine ce n’è voluto un po’, un bel po’ di gente ha avuto il torcicollo per qualche decennio buono: paesanotti, ignorantoni, grevi, mezzi falliti, frustrati, leghisti terroni, fascisti liberali. Incapaci di stare al mondo. Gentaglia insomma. Ma la gentaglia è la massa in questo paese, da sempre.
E anche questo l’avevo capito.

E sono stato regolarmente ributtato a mare.

Peccato che scavando scavando avevo capito tutto di quello che si muoveva in superficie e troppo poco di quello che scavavo dentro di me. Ma vabbè. La vita si vive. E se non gli sai dare un senso, si consuma. Tanto alla fine… cambia un cazzo. Sarei finito qua dentro forse qualche anno più tardi. Forse.

Ma in fondo, chicazzosennefotte.

Dottor Marco Huang, primario cagariso.

Ma vaffanculo va’.

(Continua)

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10 giugno, 2013

Il fruttarolo (la resistenza che ti vende il pomodoro… 13)

A blackened shroud, a hand-me-down gown
Of rags and silks, a costume
Fit for one who sits and cries
For all tomorrow’s parties (Velvet Underground)

intervisE’ un periodo difficile questo. Siam tutti, bene o male, nella merda ma tutti, bene o male, ancora galleggiamo. Tuttavia c’è aria di decadenza in giro. C’è voglia di godere, distrarsi, farsi male. C’è esigenza di stare insieme con l’unico collante dei bisogni primari: bere, mangiare, scopare. Si, vabbè, ci sono quelli che si occupano di arte, di politica, di letteratura, di teatro, di danza, di risvolti ai pantaloni , scelta di vestiti usati o acconciature fastidiose. Ma anche loro, fidatevi, vivono seguendo la decadenza: mangiare, dormire, bere, scopare. Non sono migliori di un caciottaro discotecaro in nulla, però si travestono di “interessi”, come se questo potesse renderli diversi dal resto della specie umana. Poracci… che pena. Io preferisco quelli che non si vestono di nulla tranne che di se stessi. Almeno sono onesti, sinceri. E non sono brutti da vedere volontariamente, se son brutti non lo sono per scelta ma per genetica o carenze socioculturali.

Io ho scelto di vivere questa fase della mia vita cercando un ruolo da interpretare. Ho scelto di mollare l’affanno e di godere. Ho scelto di travestirmi non di cultura o sovrastrutture ma da buffone. Non so se questo regali un senso alla mia esistenza, ma almeno sto bene, mi diverto, non trovo un “perché” ma un ben più fondamentale “come”. So, che quando sono fruttarolo pulp, senza umiltà o mestizia, sono utile a me stesso così come lo ero da fruttarolo vintage, tamarro e selvatico.

E’ così che sopravvivo. Così riesco a mandare affanculo tutti, tutta l’aria che li sovrasta e di cui si vestono.

Io sono il mio mercato, la mia legge, il mio passatempo preferito.

E stasera sto accasciato, appoggiato alla colonna del portico, davanti al Baraccio, con gente più o meno sbronza ma certamente molto parlante tutta intorno. Sto qua con la camicia mezza sbottonata, la cravattina allentata, senza più stile, senza più decoro. Scomposto. E fumo, lentamente. Tutto intorno insulsità restano sospese come soffioni dopo un zaffata di vento.

Le parole degli sconosciuti a volte fanno sorridere, a volte fanno riflettere, a volte sono rumore di fondo indistinguibile, spesso ti fanno incazzare. Rabbia vera, profonda, totalitaria.

La democrazia ha fallito. L’istruzione di massa ha fallito. Il benessere ha fallito.

Non sono disposto a dare la mia vita affinchè sto coglione che mi sta di fianco continui a sproloquiare di “spazzi, diritti, cioèvogliodìèningiustizzia”. Amico mio, i tuoi ragionamenti sono forse anche giusti, ma TU non sei adatto a pronunciarli. Non sono utili, fidati, a nessuno. E neanche a te, guardati, è solo moda, non c’è ciccia in quello che dici. Ne parleremo fra 4 anni e mezzo, quando e se troverai un lavoro e ti conterai gli spicci per pagare le bollette. A quel punto avrai un perchè per indignarti.

Non sono disposto a morire affinchè quell’altra, quella troietta tutta infighettita (ma dove cazzo credevi di essere in piazzetta a Capri?) continui a dire che, niente, secondo lei Bologna è una città di “casi umani”, “poveri falliti”, “ubriaconi”, perchè lei che vive a Milano ma viene da Capracotta del Cilento, ha saggiato il cazzo nel culo della modernità, della città europea, del mercato, dell’efficienza, dell’eleganza, dello stile ecc ecc. Bella mia, nessuno ti ha chiamato, nessuno sente o mai sentirà l’esigenza di ascoltare la tua critica al decadentismo postmoderno (ammesso tu capisca la parola postmoderno). Nessuno è interessato ad altro che non sia il tuo culo (tra l’altro rispettabile, molto) e forse, e dico forse, altro. Non ti sforzare. Non sei quello che non sembri. Sei una troia, con una laurea triennale in marketing e la speranza di berti Milano. Ne parleremo fra 10 anni, quando a Capracotta parlerai di imprenditoria seduta dietro lo sportello delle Poste del tuo paese mentre paghi le pensioni ai vecchi. Pensione che tu, mi spiace darti sta brutta notizia, non vedrai mai. Ma si sa, papà c’ha i contatti e un posto lo fa saltar fuori, almeno uno stipendio lo porti a casa.

Io? Morire per loro? Morire per permettere loro di votare, dire, esprimere? Manco se mi pagano.

Non ci sono cazzi: la democrazia, cari miei, ha fallito.

E la cosa mi fa incazzare. Povero mio nonno.

Il Tappo forse mi ha letto nel pensiero o forse sta pensando le stesse cose. Si avvicina, si prende la paglia per farsi due tiri, sospira, e mi da una semplice, calda, rassicurante, pacca sulla spalla. La ragazza del pesto mi lancia uno sguardo e mi sorride mentre continua a chiacchierare col Sardo.

Che fortuna essere me.

(Continua)

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