franchino's way

6 agosto, 2008

La mia Genova (appunti e ricordi…13)

“E no… uagliò… la cazz’ d’ la chitarrra l’ho buttata. Mentre cercavo di scavalcare un cancello la gente si aggrappava alla chitarra e mi teneva a terra… C’ho provato un paio di volte… ma uagliò.. mi potevano schiaccià… l’ho buttata”. Come? Mentre pensavo a come cercare di dare la brutta notizia all’alaskese la guardai. Aveva capito. Aveva visto che il fodero con il suo amato strumento non c’era. Non diceva una parola. Io quasi mi incazzai coi due liceali. Ma che gli potevo dire… Alla fine… Vatti a trovare in quella situazione. L’alaskese muta.

E il mio amico che ancora non si vedeva. Telefonino in mano a chiamare e richiamare per bucare la rete intasata. Niente. Ancora niente. “OH!! MI SENTI? STAI BENE? DOVE CAZZO SEI?!”. Era dall’altra parte del corso, su una scalinata lunga lunga. Bloccato lì con un gruppo di finanzieri in basso che non faceva passare nessuno. Meno male. “Dai… ti aspettiamo qua sulla terrazza. Ma stai bene?”

Ci spostammo all’interno di una specie di tendone bianco, sulla terrazza. Dentro un mare di gente a godersi l’ombra e le sedie di plastica bianche. Qualche bottiglia d’acqua. Ci buttammo seduti, stravolti di stanchezza. Mentre riposavamo cominciammo a sentire una persona che suonava. L’alaskese riprese vita, ci chiamò. Era la sua chitarra. Incredibile, da non crederci. “Are you sure?”. Non è che andiamo da questo e ci dobbiamo mettere pure a fa questioni?. Ma tu vedi… L’alaskese convinse il titubante suonatore elencando marca, scritte, segni, graffi, fogli sparsi nel fodero, eccetera. Che storia! Raccontammo la storia dell’alaskese, l’incontro in stazione, la manifestazione con lo zaino. Il tipo e le persone intorno a lui cominciarono a ridere. Prese la chitarra, la diede sorridendo all’alaskese. “Suonaci subito qualcosa!”. E l’alaskese suonò. La musica sembrò dare tranquillità, normalità. Ci rilassò. Ricominciammo a ridere e scherzare, raccontarci le cose viste come se fossero aneddoti comici. Tra sopravvissuti, tra profughi. Compatti, uniti, solidali. La tragedia, lo svuotamento si riempì di socialità. Una socialità allegra, quasi. Mi buttai su una sedia, presi una bottiglietta d’acqua e, seduto, me svuotai tutta in testa. Ah! “Uagliò… Amma aspettà qua… Non ci muoviamo… Tanto la manifestazione è andata…”

Qualcuno faceva uno spinellino. Altri dormivano. I più anziani si riposavano e si godevano l’ombra. Ogni tanto arrivava una voce sugli scontri che continuavano, ronde di poliziotti a caccia di manifestanti dispersi per la città, pestaggi. Ma noi, come in un’oasi, ascoltavamo quasi come se la cosa non ci riguardasse più. O riguardasse ormai altri, lontani, ancora in trincea. Noi eravamo salvi, sudati ma salvi. Rilassiamoci un po’, parliamo, conosciamo gente, facciamoci una cannetta, chiacchieriamo, cerchiamo qualcosa da mangiare… e pò v’rmimm’ ch’amma fa!

Ha piovuto, diluviato per un po’. Ora c’è un’umidità insopportabile perchè anormale qui a Pozen. Che noia. Volevo scrivere un po’ per riempire il pomeriggio.. ma.. no… Meglio fermarsi. Oggi non mi sento. Rimango un altro po’ sulla terrazza prima di ripartire. Che di strada ancora ce n’è da fare. Non voglio neanche chiedermi perchè scrivere. Oggi mi sembra inutile. Sarò meteoropatico.

Annunci

3 agosto, 2008

La mia Genova (appunti e ricordi…12)

L’estate a Pozen. La sorpresa, lo sgomento. Tutto cambia perchè niente è cambiato. Sempre uguale, alla deriva. Incontri estivi. Amici di sbronze. Ricordi. I ricordi… Ho incontrato uno dei due liceali. Si è laureato. Mi racconta la sua Genova. RIcordi vaghi anche per lui. E qualche errore nel mio racconto. Inevitabile. Se deve rattoppare buchi il cervello fa da solo. E la memoria se la costruisce da solo, sognando da sveglio, fossilizzando immagini. I suoi ricordi e i miei errori. Non era liceale, aveva finito il primo anno all’università. Il suo amico, invece, si era appena diplomato. L’alaskese, poi.. Non si avvicinò lei a noi (strano… quello che ho scritto me lo ricordo nitidamente). Dice il liceale che fummo noi ad attaccare bottone, curiosi. Perchè “nel casino della stazione… tipo partenza per il concerto del 1° Maggio, c’era sta tipa che suonava”. E poi… I lacrimogeni e i limoni. E l’adrenalina. Era un viaggio allo sbando, senza sapere, per godere del rischio. Un viaggio allo sbando… come piace a lui. Continuerò a chiamarlo liceale… Continueranno a rimanere “i liceali”… anche per questo. 

Le scalette. Le gambe molli. La terrazza. Puzza di battaglia e lacrimogeni. Raggiunsi il mio gruppo, muto. Tutti muti. Tutti salvi. Io, l’alaskese, il longagnone e il suo amico. E l’enorme borsone. Ma gli altri?

Pian piano, la processione dei profughi, degli sfollati. A cercare volti familiari. A scavare con lo sguardo tra le teste. Ansia, paura. Uno alla volta. Con la voce tremante, mentre passavano secoli di sole e calura. Il nostro gruppo si ricostruiva, muto. L’abbraccio… come un incontro dopo anni di lontananza. I racconti. La fuga, la calca. Il terrore. Uno alla volta ci recuperammo… E nuovi racconti. Il muro da scavalcare. Il tuffo nel vuoto. Il cancello con la gente che ti schiaccia. Le mani che ti tengono giù mentre cerchi di arrampicarti, fuggire. I manganelli che picchiano a pochi corpi da te. Il sangue. I vecchi tremanti. I rumori di sparo, i fucili puntati. Le offese, le ingiurie. L’umanità sospesa. E poi… dopo il racconto… Muti… A raccogliere pezzi di vita tra i pensieri. Pian piano arrivarono tutti, su quella terrazza. Pian piano. Tutti salvi, senza aver preso botte. Che culo! Come se avessimo vinto al lotto, un 13 al totocalcio, un poker servito. Arrivarono anche i liceali strafatti di terrore e adrenalina. Ridevano, straparlavano, a mitraglia, con le parole che precedevano i pensieri, le gambe mai ferme, gli occhi indiavolati. Infermabili. E io… e gli altri… muti, tramortiti. E quelli a parlare. RATTATATATATATATATATATATATATATATATATA… Eravamo di nuovo tutti insieme… o quasi…

Mancava solo lui, il mio amico. Uno che ha sempre dimostrato più anni di quanti ne avesse. Già alle medie. Era “un’amico del bagno”, uno di quelli che va in un’altra classe, che non frequenti fuori dalla scuola, di cui non hai il numero di telefono, non conosci l’indirizzo, forse conosci o solo il nome o solo il cognome. Uno di quelli che poi continui a salutare anche anni dopo, non sai come chiamarlo, fai il vago. Ma ti ricordi aneddoti, battute, momenti passati in un bagno a ridere, dire cazzate, sfottersi, per non stare in classe. Uno che poi quasi lo consideri amico, da rispettare, sorridendo del fatto di reincontrarsi ciclicamente, come in bagno, per parlare di cazzate, ridere, scherzare. Un altro aneddoto, un’altra battuta da ricordare. E via. A contare con gli incontri che hai con lui il tempo che passa. Comunque alle medie, col suo capello a caschetto nero, riga in mezzo, occhialino e se non ricordo male anche una ridicola peluria barbosa… il mio amico sembrava già vecchio. E, finite le medie, capitammo nella stessa classe al liceo. Non rimanemmo amici del bagno, quindi. Con la sua faccia tonda, la panzetta, la parlata nasale, quasi stridula, lenta, strascinata, “tranguilla“, potentinissima. Studiava quanto basta, un bel cervello gli permetteva di campare di inerzia. Famelico e bastardo, il suo compagno di banco per cinque anni non riuscì mai a difendere dai suoi attacchi il panino della merenda. Dovette rassegnarsi a farsene preparare 2. Ogni giorno due panini, fatti con le fettone di panella da 4 kg. Un giorno con la salsiccia, un giorno salame milanese, napoletano, mortazza, prosciutto. Dolcemente provinciale, ingenuo.

Poi, pian piano. Come un morbo. Lento, inesorabile. Riempì anche lui. Prima mite, saltuario, come una boccata d’aria, due tiri di sigaretta dopo una birra. Poi sempre più deciso, sfrontato, a momenti direi violento. Eravamo diventati “contro”, chi prima e chi dopo nel segno del fancazzismo. Eravamo contro… In maniera ingenua, scopiazzando miti e lidi lontani, voci che arrivavano registrate, riferite, trasportate da lontano, da fuori. Forse era una scusa, forse il dispetto del bambino viziato, o forse perchè a quell’età il mondo è fatto a spicchi, ghetti, muraglioni, distanze e nemici per essere qualcosa. Divise da indossare  e icone da scimmiottare. E comunque noi eravamo quelli storti, disgraziati, maledetti, bastardi, maleducati, teatrali. Spesso senza interessi, senza slanci culturali, senza ambizioni a breve termine, senza luci da accendere o spegnere. Non sapevamo suonare strumenti musicali, non facevamo sport, non leggevamo, non andavamo al cinema (capirai… a Potenza c’erano 2 cinema). Non eravamo artisti, la moda ancora non era arrivata. Non facevamo hip hop, non scrivevamo sui muri, non facevamo skate. Non andavamo in discoteca, non mettevamo gel, zatteroni, ridicoli pantaloni attillati, occhialoni da sole “alternativi“. E non ci facevamo, non eravamo così cazzoni. In una città provinciale, a schifare i fighetti, i perbenisti, in non fumatori, quelli che non bevevano, che ti snobbavano perchè a scuola non eri ligio, educato e motivato come loro. A schifarli tutti, diversi da tutti. Ma poi tutti ci si incontrava nel bagno del liceo, nel parchetto la mattina quando facevamo festa a scuola, nei vicoli e nelle scale più deserte a fumare, chiacchierare, bere, socializzare. In modi diversi eravamo quasi tutti nella stessa banda.  In un modo o nell’altro tanti ci hanno raggiunto, tanti si sono trasformati.

Militanza anche quella. Sacrifici, energie. anche per quello. Diversamente, in maniera forse meno produttiva o socialmente accettata, ma comunque ci sforzavamo, ci ingegnavamo per svoltare la giornata. Ci voleva coerenza, applicazione. E lo eravamo, coerenti e concentrati. Per fare le cose sbagliate. Non per conquistare la collina ma per goderci le retrovie. In una città tranguilla…. troppo tranguilla. Da doverti inventare il niente ogni giorno, su una panchina a Rossellino, nel bosco. Alberi alti, stanchi. Conifere andate a male. Un traliccio. Un parco tutto una discesa, un salire, girare, svoltare. Terra, erbacce alte, rovi di spine, munnezza, cespugli. Con il sentiero marrone di terra tutto filtri, cartoncini, bottiglie, pacchetti di sigarette, carte. Quello producevamo. Seduti nel bosco, lontano da tutti, con l’occhio attento all’ingresso del parco, le leggende metropolitane su telecamere, controlli, super obbiettivi pronti a scovarci, stanarci anche nel buco del culo di quella città di merda. E noi su quelle panchine verdi, a vomitare bile e tempo, con l’occhio fisso su quei denti cariati, la metropoli dei lucani, quei palazzoni unici a dire:”Questa è una città”. Il potere del colosseo in 12 piani aggrappati ad una scarpata. Lontani. Noi che non andavamo al bar, non stavamo alla sala giochi, non giocavamo a pallone, non avevamo la fligliola da dover accompagnare a prendere il gelato, o al cinema, o a comprare il giubbino con sua madre. Noi, vestiti male, con le scarpe da ginnastica orgogliosamente indossate sempre, dal matrimonio alla partita di pallone, un goal subito a testa in porta, jeans, maglietta. La nostra ricchezza, il motorino, poi la macchina. Sempre per scappare, imbucarci, nasconderci. Lontani, incomprensibili. La nostra forza l’oggi, il passaggio, sognando altre città, altri lidi, altre libertà. Altra aria. Via… Senza nostalgia, senza rimpianti. Ansiosi di scappare da quel tumore che è la gelida Pozen. Una città a macchie, col dna distorto, frastornato. Senza freno, senza criterio, senza futuro. Con le buche che le chiami per nome e crescono con te, all’angolo della strada, in mezzo all’incrocio. Le buche di Potenza come i sassi di Matera. Motivo di identità e identificazione. A insegnarti a guidare, dribbling in motorino, scodando col ghiaccio a terra. Città dell’oggi e del passaggio. Comunità paesana. Tutto di tutti, senza invidie, senza rimorsi, senza controparti. Per svoltare assieme la serata. Noi, diversi, a dividerci sangue e anima, tutti insieme, in branco. Aggrappati a noi stessi per non perderci, non annoiarci… per godere di quel poco che ci è concesso. Noi, diversi, volutamente mediocri, superficiali, svogliati nell’affrontare l’istituzione, il dovere, l’ordine. Noi, che non volevamo essere come gli altri. Noi che non volevamo produrre, competere, emergere, sporcarci di culo la lingua per un piatto di lenticchie. Noi… Autoesclusi. Senza sogni, senza utopie. Noi che dovevamo essere i più belli, i più puliti, i più invidiati, i più lodati, laccati. Noi che ci vergognavamo di essere i migliori. Noi che volevamo essere ultimi. Tra ultimi e infelici tutto è più semplice, tutto è più spontaneo. Noi, senza pretese, senza gare. Liberi di sputare in faccia, di bestemmiare, di fare brutta figura, di imbarazzare, di infastidire. In una città di manichini, vestiti di marca, debiti e  frasi fatte. Una città a cicli, stagioni, albe e tramonti. Sempre uguali. Con il macchinone, il vestito della domenica per andare a fare la spesa, il professore ignorante, il piacere, lo scambio, il barone, il padrone. Città per vandali o per puttane. E noi, il culo, non lo vendevamo… Non ci avrebbero preso. Non saremmo mai stati come loro… ridicoli paesanotti. POPOLO DI MERDA!

Io e il mio amico siamo cresciuti insieme. Io e il mio amico eravamo cresciuti così insieme. Mentre lo sentivamo parlare totalmente ubriaco col fegato, implorandolo di non abbandonarlo, di stare quieto e tranquillo come facevano i reni, i polmoni, il pancreas. Mentre accompagnava a casa, a notte fonda, 8 persone (8!), tutte completamente andate, dopo litri di sambuca e wodka. Otto persone, incastrate non si sa come nella Unazza, la vecchia macchina per la patente fresca, smaniosa, che bruciava nella tasca. Uno ad uno, da un lato all’altro della città. Presi e portati certe volte di peso. In quattro come tergicristalli. Sbraitando, sbavando, ridendo. A zig zag sperando di andare a sbattere dalla portiera  al portone. Senza paura. A richio arresto, sequestro. Rimanemmo in due, in piazza al Francioso. La macchina si fermò. Si spense il motore, si aprì una portiera… nulla. Si aprì l’altra… nulla. Ci ritrovarono stesi a terra, con la faccia sull’asfalto e i piedi ancora in macchina. Che dormivamo. Anche così siamo cresciuti. Giorno per giorno. Finchè c’è stata adolescenza da spolpare, mangiucchiare, succhiare. Finchè la scusa ha retto. Siamo cresciuti cavalcando Potenza e quello che offriva. Il niente in pasto a migliaia di giovani, tutti affamati. A cercarci e trovarci a Rossellino, su quelle panchine. A guardare i denti cariati della città. Scappando da fermi. Con le gambe in macchina e la faccia a terra,  sporca di quella terra.

1 agosto, 2008

La mia Genova (appunti e ricordi…11)

Non poteva durare tanto quella mia corsa sfrenata. Cercavo di resistere a quella nuvola bianca, densa, che si spostava con ogni alito di vento. Tossivo forte, intossicato. E non vedevo più niente, con gli occhi amari e pesanti. Le lacrime a fiumi, la gola secca, con quel saporaccio chimico. Dovetti abbandonare il campo, allontanarmi per piegarmi in due,  il più lontano possibile da quella battaglia. Chissà cosa pensò il ragazzo con cui, per qualche minuto, senza dire una parola, senza sapere chi fossi, cosa pensassi, stavo resistendo. Me ne andai come ero arrivato, in un attimo. Rimasi per un po’ in disparte. A buttarmi la preziosa acqua in faccia, sulle braccia, in testa, come se volessi lavare via quella polvere bianca che volava nell’aria. Non so quanto tempo durò questa specie di assedio. La barca dopo un po’ scomparve. Mentre su Corso Italia vedevamo le macerie di quella che era la manifestazione. Persone sbandate, alla ricerca di compagni di viaggio, amici e parenti. Come dopo un’esplosione, spaesati, con le mani a tastare il muretto. E poi gli agenti. Sembravano passeggiare nervosi su e giù. La terrazza invece si era riempita. Eravamo tutti uguali ora. Intellettuali e militanti, vecchi e giovani, donne e uomini, resistenti e pacifisti, cattolici e atei, tutti. Su di noi era calata la livella, ad annullare le differenze, i distinguo, il mosaico. Eravamo tutti uguali in fuga, col terrore che trasformava le facce, la paura che faceva ballare le gambe, lo sdegno, lo schifo, il disgusto, a violentarci, a farci sentire tutti vittime. Tutti. Tutti con la rabbia che cresceva. Battutti e bastonati, fuggiti, maledetti. Come stuprati. L’ingiustizia, l’abuso, la violenza cieca, la voce del padrone ci aveva resi uguali, identici, senza distinzioni. Tutti a difendere solo con la nostra presenza e voce il nostro diritto all’esistenza e il dovere di farlo vedere, di testimoniarlo, di lasciare nelle inquadrature televisive il corpo martoriato di noi martiri alla storia, al mondo, all’Italietta mezza in vacanza buttata davanti alla televisione. Testimonianza. Forse era quello che ci aveva portati tutti lì. Testimonianza; con le mani inutilmente alzate, con le macchine fotografiche  a raccogliere prove, a fissare attimi di terrore e sgomento, con le telecamere a scolpire su nastro quelle memorie che col tempo passano, si trasformano, si adattano, si sciolgono. Tutti uguali, tutti fratelli, tutti solidali. Non c’era bisogno di chiedere e già avevi chi ti passava l’acqua, chi ti strofinava il limone in faccia, chi ti dava una pacca sulle spalle. Piansi per un po’. Un pianto di rabbia e frustrazione. Un pianto adrenalinico, di sfogo. Ma anche un pianto commosso, nel vedere tutta quella solidarietà, quella disperazione condivisa, quei piccoli gesti di umanità che ci scambiavamo per dirci:”No… Non è finita… La civiltà non è morta… Ci siamo ancora, teniamoci stretti, guardiamoci.. ci siamo ancora“.

No… Non erano stati solo i candelotti sparati per nasconderci, per sfollarci, per martoriarci. Piansi davvero, col cuore… Urlando bestemmie, imprecando. Piangevo di fronte all’irreparabile, all’ingiustizia sbattuta in faccia e scagliata sulla testa delle persone. Piangevo, commosso. Piangevo le lacrime di chi, nei secoli, ha sempre visto la stessa cosa. Che spesso si perde sul campo, abbattuti dal vecchio che resiste, uccisi, fucilati, appesi ai pali come monito ai sognatori, frustati. Alfieri orgogliosi di idee che poi cambiano il mondo, segnano le epoche, pian piano, quando sono entrate nella vita, l’hanno pervasa e non c’è fucile, divisa, barriera, mare, cielo, malafede, che possano trattenerle. 

Mani sulla tastiera, pensieri alla rinfusa, fotogrammi di disperazione e caos nella mente, ricordi frammentari. Ma quel pianto me lo ricordo. Bene. Sono le lacrime che sento spingere ora, dagli angoli degli occhi. Il groppo in gola, la voce che diventa insicura, rotta. Il pianto, la commozione, la rabbia che spunta da dentro, spinge, contorce i pensieri, le mani che dieventano insicure, le parole che scorrono sullo schermo e tornano indietro. Il pianto, il mio pezzo di umanità, il prezzo della mia umanità, l’istinto. A ricordarmi che sento ancora qualcosa, che qualcosa è rimasto, che ancora non sono perso. Oggi… ancora so piangere. E, anche se mi nascondo… Ne sono orgoglioso. Deluso, forse sconfitto, cresciuto o invecchiato, depresso o ritirato. Sono su quella terrazza con le mani sulla tastiera e ancora so piangere, come allora. Sono ancora vivo. Si… Se ancora mi commuovo, perdo lucidità, mi lascio andare… Sono ancora vivo.

Piangevo l’ingiustizia. Scambiando sguardi terrorizzati, paurosi con le signore, le nostre madri, in lacrime anche loro. L’avevamo scampata, eravamo ancora vivi, in piedi, pieni di paura e rabbia… Eravamo vivi e umani, colmi di umanità e di sentimenti, di fronte ai morti che eseguivano gli ordini, senza chiedersi perchè, senza chiedersi se ne valesse la pena. Noi con le nostre lacrime, il nostro dolore, il nostro sangue di fronte a quei manichini, quelle armi, quei caschi, quelle tute, quegli scudi che eliminavano il minimo fiato di umanità, nascosto dietro le marche della forza, del potere, dell’ordine costituito. Avevamo perso la manifestazione, però. Quella era andata avanti, chissà dove nella pancia di Genova, a passare chissà quale guaio. Ora non eravamo più puntini neri nelle inquadrature televisive. La nostra missione, per ora, era finita. “Uagliò! Tutt’appost?” chiesi ai miei compagni di viaggio rimasti, raccolti vicino ad un muretto basso, a far la guardia alla borsa dell’alaskese. I loro occhi erani i miei occhi. Arrossati, fissi su quel muraglione, quella battaglia, su quel lungomare. Subito ci assalì il pensiero dei nostri amici, quelli che erano scesi per vedere, quelli che erano rimasti nel corteo. Non osavamo parlarne, non dicevamo niente. L’attesa. Pesante, inesorabile. Buona solo a sostituire alla paura e alla rabbia l’ansia, la preoccupazione, la paura di non trovare più i nostri amici, di averli persi nella carica. Dove era tutta la folla che ci seguiva nella manifestazione? Dove erano andati a finire? La carica aveva spezzato il corteo. La prima parte, la testa, avanti, infilata nella città. La seconda parte indietro, chissà dove, inseguita da manganelli e lacrimogeni. Dove erano finiti i nostri amici? Presi il cellulare, provai a chiamare qualcuno di loro. Niente. Non c’era campo. Poi provai a chiamare la ragazza che mi aveva fatto fuggire a Napoli, l’amore mio. Saremmo dovuti venire insieme a Genova, se solo fossi rimasto a Bologna con lei. Era lì, da qualche parte. Ma si era salvata? Cosa stavano vedendo i suoi occhi, dove stava scappando? Altra paura, altra ansia, altro stress… Altra rabbia… Si sarà salvata?

Noi, su una terrazza a cercare tra i profughi e gli sfollati un volto amico, conosciuto. Buttati lì, circondati da urla, puntati ogni momento da  altri occhi che cercano, studiano fisionomie. Il boato era finito. Il caldo, il sole dritto in testa. La sete, la gola secca e amara, la pelle tutta ‘nzivata di sudore, polvere, lacrimogeni. “Torno su… rimanete qua… c’era una fontana… vedo se riesco a prendere un po’ d’acqua”. Andai a passo svelto verso le scalette, senza pensare niente, percosso dalla paura. I gradini, la salita, veloce, con la testa bassa. Arrivai sul marciapiede con le mattonelle arancio, alzai lo sguardo… Che desolazione… Zaini, scarpe, stracci, candelotti, piante divelte dalla fuga, bandiere, striscioni. I resti del corteo. E poi… gente a terra, sangue, nomi chiamati a voce alta, bestemmie, lamenti di dolore. Zombie che si aggiravano spaesati, feriti, tramortiti. Mani che cercavano aiuto. E gli agenti dall’altro lato della strada, in alto vicino il boschetto, e sparpagliati qua e là a gruppetti. I caschi, i fazzoletti sulla faccia, i manganelli, gli scudi. Mi affrettai a risalire un po’ di lungomare verso il boschetto, verso la piccola fontanella, piena di disperati come me che facevano la fila, per buttare la testa sotto il rubinetto, e per bere, per cercare di scalciare via l’arsura e il sapore acre, amaro, disgustoso, dei lacrimogeni. Feci la fila. Infilai anch’io la testa sotto l’acqua, lavai nervoso le braccia, la faccia, strofinando forte come se volessi grattare via la pelle. Riempii la bottiglia che avevo con me. Poi, invece di tornare, come in trance feci qualche passo verso il boschetto, allontanandomi dalle scalette, tornando indietro, verso la coda del corteo dispersa. Vedevo gente lì in fondo. Nel boschetto, stesi a terra c’erano alcuni feriti. Si tenevano la testa, la fronte, mugugnando di dolore e risentimento. Medici e infermieri a mettere punti, controllare, lasciare i meno gravi alla ricerca di teste spaccate, gonfie. Camminavo piano, spaesato. No… Non era la stessa cosa, in tv. Lì c’erano corpi veri, voci vere, sangue vero. Non credevo ai miei occhi. Una mano, un braccio alzato da terra. Un uomo, sulla quarantina. Steso sull’asfalto, pancia all’aria. Una mano sulla testa e l’altra in alto, verso di me. Chiedeva aiuto, MI chiedeva aiuto. Il sopracciglio squarciato. Il sangue denso, appiccicoso a macchiargli la faccia, i vestiti, le mani. Tanto sangue. “Dimmi… non sono un medico ma dimmi… vuoi acqua? Devo chiamarti qualcuno?” chinato verso di lui, pieno di paura. Lui mugugnava, mi cercava con quella mano insicura e insanguinata.

Poggiai la bottiglia a terra, mi accovacciai, presi con le mie due mani la sua e… “CHE CAZZO FAIIII? BASTARDO!! GUARDA COSA AVETE FATTO!”. Un finanziere, manganello puntato verso di me, alto, grosso. Righiava bavoso a cinque, sei metri. Cane alla cerca di facili prede, scatenato, rabbioso, insensatamente nervoso. Ringhiava e io… Fermo, immobile, col sudore che immediatamente cominciava a scorrere sulle tempie. Fermo… Scappare? No. E’ la fine… E non so se ho qualcuno dietro. Mi metto a scappare e divento l’ultimo giochino di questi bastardi. No. Nessuna caccia al tappetto per ‘sti stronzi… Fermo… Spiegarmi? Macchè. Se parlo questo arriva. Non capisce un cazzo. E’ solo manganello, ubriaco di potere, libero di sfogare le sue frustrazioni, le sue delusioni. Non si può parlare con gente così. Fermo… Reagire? Ma smettila. Che reagisci? E’ il doppio di te e tu non sei mai stato un violento, non sai fare a botte. E poi la lotta è impari. Ti massacrano. Fermo… Passavano i secondi, gli attimi. Ma erano per me minuti, ore, giorni interi. Immobile e accovacciato, con le mie mani a cingere una mano insanguinata. Fermo… Zitto… lo sguardo fisso su quel cane rabbioso, quella iena affamata che mi puntava. Le code degli occhi a studiare eventuali vie di fuga. Il cuore che andava a 2000, mi batteva in gola, mi faceva impazzire. Fermo, immobile… Il finanziere fece un passo continuando a dirmi di tutto. E io fermo, teso, muto, pronto e terrorizzato. Immobile… Un altro passo del finanziere, i metri erano tre o forse meno… Ci siamo, pronto allo scatto, a liberare l’adrenalina e l’istinto di sopravvivenza. “Aspetti agente!”. Un medico, o un infermiere. Uno in camice, col tesserino attaccato al taschino della camicia bianca. Si piazzò di fianco al finanziere. “Aspetti un attimo agente… Lo vuol picchiare… Faccia pure, non le dico come deve lavorare… Ma, per favore, mi può far vedere prima la sua faccia e il nome?”. Oh mamma… E questo? Chi è? Rimanevo immobile, tesissimo, stringendo con tutte le forze le mani di quel povero cristo buttato a terra, ora anche lui muto, spaesato, intontito in Corso Italia. Non parlava più, ogni tanto un lamento, un segno di dolore. Ogni tanto rispondeva alla mia stretta, come per ringraziarmi, o ricordarmi che lui c’era, che stava vedendo tutto, che era presente e cosciente. “MA HAI VISTO CHE HANNO FATTO QUESTI BASTARDI! COMUNISTI DI MERDA!”, sbraitava isterico il finanziere in faccia al medico che calmo, serafico rispondeva “Ok,  ok… faccia quello che crede… ma mi faccia vedere prima chi è…”. Spuntò dal nulla un altro agente. Aveva assistito alla scena, forse era uno di quelli pronti a saltarmi addosso non appena avessi tentato la fuga.. Arrivò vicino al medico, una rapida occhiata per squadrarlo. Questo finanziere qui non aveva lo scudo nè il volto coperto sotto il casco. Una rapida occhiata al medico e via… Prese per la collottola il compare, lo tirò via con violenza, buttandolo a qualche metro da me, da noi. E mentre quello continuava a sbraitare, protestare, affamato di sangue e delirio di onnipotenza, l’altro lo girò, gli diede un sonoro calcio nel culo e lo spinse via. “VAI DAGLI ALTRI, COGLIONE!”, gli ordinò. Poi, si girò verso di noi. Uno sguardo rapido, una sorta di saluto col capo al medico, e si avviò. Via, verso il resto del branco. Il medico allora si girò verso di me. “Grazie, grazie..” gli dicevo con le parole che ora spuntavano via a raffica come per dare sfogo all’adrenalina. “Grazie… Stavo cercando di aiutare questo signore che questo si è avvicinato, mi ha cominciato a minac..”. Mi zittì. Mi mise una mano sulla spalla mentre con l’altra cercava di slegare la presa strettissima che cingeva quella del ferito. “Ho visto tutto… Non mi ringraziare. Ora te ne devi solo andare“. Mi alzai, abbracciai d’isitinto il medico e presi per andarmene… Ah la bottiglia.. Tornai indietro di qualche passo, mi chinai per prendere la bottiglia. L’uomo ferito mi guardò, mentre il medico studiava il suo sopracciglio aperto in due. In un lamento di dolore distinsi un “Grazie” sofferto. Feci un cenno con la testa, una pacca al ferito e via… Verso quelle cazzo di scalette, la terrazza, la salvezza. Pieno di odio, risentimento. Violentato, svuotato.

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: