franchino's way

13 gennaio, 2012

Numborta (un fuosso è per sempre)

Cari congittadini e care congittadini,

           è con grande, grandissimo, orgoglio e somma soddisfazzione che vi parlo dell’enorme successo che la nostra proposta che testè andrò a illustrarvi ha riscosso nei migliori ambiendi culturali e politici potendini e della Lucania tutta. E’ invatti partito con gaio slangio il progetto da presendare oltre i confini regionali di avere anghe nella nostra orgogliosa Potenza una forma di tutela del territorio sotto l’egida Unesco che tande gioie e soddisfazioni sta regalando ai cuggini materani.

           Perché, invatti, avere un patrimonio della suddetta agenzia in città può andarsi a convigurare sicuramende come un ulteriore elemendo di spinda e imbulso alla crescita e allo sviluppo che altrimendi, nonostande gli egregi sforzi della politica lucana, potrebbero subire una dolorosa sospenzione a causa della nota crisi indernazionale e ai vingoli di bilangio imbosti dallo stato cendrale. Ma cosa abbiamo noi da offrire alle migliaia di turisti che sicuramende verranno in città? La scelta tra le bellezze cittadine è sicuramende ardua. Tandi sono gli elemendi architettonici e paesaggistici di preggio che il capoluogo sa di avere e di cui colpevolmende non si fa vando nel mondo. Per fare solo alcuni esembi, senza offendere nessuno: la magnifica costruzione dell’architetto Musumeci che col suo ponde ci ha langiato nella modernità; il Serpendone, esembio di costruzione funzionalistica che si staglia, come una lama, a tagliare l’orizzonde con inusitata sinuosità e la sua fandastica nave di cemendo purtroppo ingompresa e ingompiuta; il quartiere di Macchia Romana, esembio di architettura semovende; le scale mobili, luogo di solitaria meditazzione; via Mazzini, ma vista da sotto, che con il suo susseguirsi di maestosi palazzoni su scarpata ricordano un borgo medievale reinterpretato dall’geniale architettura democristiana del dopoguerra; la zona direzionale vicino alla stazzione cendrale; il quartiere di Bucaletto e la ferriera. Non me ne vogliano gli abitandi di altre zone che solo per dovere di sindesi non ho citato ma che sicuramende non sfigurerebbero nell’elengo.

           Ma una delle peculiarità del comblesso urbano potendino che non salta all’occhio ma che sicuramende ha più valore storico e culturale e che meglio ci rappresenda sono cose meno vistose, meno volute, che ci sono capitate ma ci rendono ricchi di curiosità tutte da scoprire. Un bo’ come i romani che passano sotto il colosseo e mango ci fanno caso noi ci stiamo scordando e rischiamo di perdere la nostra vera ricchezza: i fuossi. Sono invatti anni che essi sopravvivono, ben curati grazie all’accortezza di amministratori attendi a salvaguardarli e non intaccarli, e ci fanno combagnia quando fanno sobbalzare le nostre automobili. Ci sono fuossi in città di cui nessuno riesce ad avere memoria di quando si siano aperti. Ci sono fuossi che superano i secoli e hanno origine, secondo recendi studi, già in periodo romano quando i primi potendini giravano col carretto o col ciuccio sulle strade lastricate. Ci sono fuossi che accombagnano da sembre la crescita dei nostri figli e dei figli dei nostri figli. Fuossi che ormai potremmo chiamare per nome e a cui dovremmo dare del Voi per dovere reverenziale e per educazione. Sono loro che al meglio possono rappresendare la durezza e la perseveranza del nostro popolo. Il nostro essere capaci di stare lì, fermi, immobili, imberturbabbili di fronde a qualsiasi indemberie naturale o umana. Dio solo sa che rischio abbiamo corso con la sola idea di riasfaltare e sistemare le arterie cittadine per finde aspirazzioni modernizzandi! Per fortuna, ripeto, solo la lungimiranza di politici illuminati hanno salvato questa nostro patrimonio e questo nostro elemendo di idendità. Fuossi storici da valorizzare e da rendere fonde di reddito e sviluppo. Perché con la cultura e la storia, cari congittadini e care congittadini, si può mangiare, basta fortemende volerlo. E un popolo senza memoria e rispetto per il proprio patrimonio è un popolo destinato a soccombere e perdere la propria idendità.

           Pertando, da qualche mese è attivo il “Comitato Promotore dei Fuossi di Potenza a Patrimonio Unesco – Dopo i Sassi i Fuossi”. Un comitato aperto a tutti, finanziato con fondi reggionali e provingiali, che saprà dare sicuramende anghe una possibilità occupazzionale ai nostri figli migliori che lì potranno finalmende, sostenuti da uno stipendio fisso e un posto sicuro, dare libero sfogo alla loro creatività e alle loro idee innovative. Per il momendo i posti sono su chiamata diretta, senza bando, per meglio selezionare senza inutili perdite di tembo burocratiche. A decidere le assunzioni siamo io, in quando presidende del comitato, e la giunda del comitato in cui siedono le personalità più imbortandi della cultura e della politica cittadina. E qui voglio rispondere alle polemiche che potrebbero nascere nel vedere chi siede in giunda e quando guadagna con questo ingarico. No, ovviamende non sto parlando di polemiche via stamba; sappiamo del senzo di stato, un senzo civico di rispetto che la stamba locale ha nei confrondi di inizziative come queste. Sappiamo della qualità e della profondità culturale della classe giornalistica lucana che mai, nelle loro gloriose testate, si permetterebbero e si sono permessi di intralciare, langiando allordande fango, inzziative che muovano l’economia e promuovano la nostra cultura e la nostra idendità. Avranno modo, i nostri giornalisti, di visionare in prima persona il nostro proggetto non appena riusciremo a inguadrarlo in una splendida inizziativa che qui posso solo accennare per non rovinare la sorpresa; oltre a rappresendare il proggetto Unesco, vedrà cittadini e cittadine cibarsi dei nostri prodotti tipici, ballare i nostri balli tipici, ascoltare le nostre musiche tipiche e sorridere con i nostri comici tipici. Perché, congedetemi questa facezzia, come dice il proverbio nel nostro splendido idioma quann’ s’ magna s’ cumbatt’ cu la mort e quindi mangiando e bevendo assicureremo una lunga vita alla nostra città.

           Ora, torniamo al Comitato e alle probabbili polemiche. Esse, esclusa la stamba che sappiamo non dare imbortanza a queste cretinerie fazziose e ideologgiche, potrebbe nascere in città, nei salotti, nelle strade e in taluni ambiendi sinistroidi o peggio andipolitici invidiosi della loro ingapacità di indegrarsi nel dibbattito culturale e politico lucano. Bene, io voglio rassicurare tutti i cittadini; se il proggetto Unesco dovesse andare in porto sicuramende ci saranno nuove opportunità per tutti quanti. Potremmo finalmende avere un nuovo rinascimendo cittadino, ma cosa dico rinascimendo, una nuova ricostruzzione. Vedo già l’apertura di nuovi ristorandi, trattorie, beddendbrecfass, pundi di ristoro e anghe e soprattutto di cultura locala. Nuovi posti sicuri e sovvenzionati dall’Onu e dall’Europa che, anghe questa volta, non potrà rimanere insensibbile al grido di dolore di una città che altrimendi rimarrebbe sprovvista di sovvenzionamendi e assistenza economica e finanziaria e si vedrebbe così svilita, trascurata, impoverita irrimediabbilmende nelle sue prerogative di capoluogo e capitale della Basilicata, terra di brigandi, condadini, artisti e organizzatori di sagre e giammaippiù di emigrandi.

           E quindi, per avviarmi alla conglusione e scusandomi per la lungaggine del mio scritto, voglio ringraziare senditamende il signor sindaco, carissimo amico di invanzia e combagno di mille battaglie che tando si sta spendendo per la nostra causa, i presidendi della Provingia e della Reggione, i segretari reggionali di tutti i partiti, i responsabbili degli endi reggionali tutti, gli onorevoli e i senatori lucani che tando lustro danno alla nostra reggione in Parlamendo rappresendando al meglio i nostri inderessi, i Parlamendari europei, e a Noi tutti che tando amore e inderesse abbiamo verso i destini del nostro popolo e delle nostre comunità. E ringrazio anghe, mi si congeda la provocazzione bonaria, anghe chi ci vuole male e mira allo disfattismo. Ci danno la forza per andare avandi. Godranno anghe loro dei nostri risultati quando troveremo un posto per loro e i loro parendi.

           Viva Potenza, Viva la Lucania, Viva l’Italia, Viva l’Unesco!

Viva i Fuossi!

Prof. C. Numborta,

Presidente del Comitato Promotore dei Fuossi di Potenza a Patrimonio Unesco “Dopo i Sassi i Fuossi”

12 gennaio, 2012

Visioni di scrittore emergente (un eroe dei nostri tempi)

Basta, ho deciso, pubblico un libro. Perché sono un poeta che sa vedere l’anima. E sono un intellettuale. Io so.

 Non sarà un libro qualsiasi; racchiuderà, come uno scrigno d’avorio, tutta la mia produzione creativa degli ultimi anni che grandi successi ha riscosso nel mondo di internet e alla sagra della caciotta ammuffuta di Giglione Malluppo Scalo ma solo dopo il decimo bicchiere di vino acizzo (trad. spunto) bevuto alla goccia (i commensali tutti applaudono). Un libro che si scagli contro tutte le ipocrisie della cultura contemporanea e che mi presenti finalmente al mondo come vero protagonista dei nostri tempi, cosa che non mi è stata riconosciuta da nessuno, ma che sono sicuro sia così (e lo erano pure i commensali e le bottiglie di vino rosso acizzo).

E’ infatti sempre più difficile ormai trovare qualcosa o qualcuno che sappia rappresentare al meglio la contemporaneità e darle un tocco di universalità capace di parlare ai posteri (e ai postumi). Colpa di internet, dei social network e della precarietà e forse pure dei bond tedeschi. Ma è contro questa marciscenza dell’identità collettiva che mi scaglio con un pamphlet (libello) di 50 pagine pubblicato da Puzzone Editore in cui con grande slancio affronto al meglio la questione. Senza peli sulla lingua, senza mandarla a dire a nessuno. Parlando al cuore di tutti. Come un pugno nello stomaco di una generazione inerte di fronte all’oblio.

E poi, parliamoci chiaro, fa figo nel curriculum scrivere qualcosa nella categoria “pubblicazioni”. Perché se non pubblichi un libro al giorno d’oggi non sei nessuno.

Hanno scritto di me: “Uno che sa dove vuole arrivare”.

Dice di me l’esimio prof. Numborta, presidente del comitato promotore dei Fuossi di Potenza a Partimonio Unesco – Dopo i Sassi i Fuossi : “Canosc a ssa ssir… è nu brav uagliò.. (=conosco suo padre, è un bravo ragazzo)”

Mi ha detto un vecchio umarell per strada: “giovine, va lavurar!” (© G.M)

ELOGIO DELLA MODESTIA

[…] Sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista[…]

[…] sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista[…]

[…]sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista[…]

[…]sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista[…]

[…] sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista, sono un artista. E tu no.[…]

QUARTA DI COPERTINA:

Che dici vende?

Farfuglio Montarrolla, poeta, scrittore, umorista, musicista, sognatore.

p.s.

Ringrazio Farfuglio per il contributo e per gli ampi stralci del libro da me postati in esclusiva mondiale. Da lustro al blog.

Perchè fa figo ospitare artisti emergenti…  ma non lo metto nel curriculum.

p.p.s.

Ogni riferimento a fatti, luoghi e personaggi è da ritenersi quasi del tutto casuale. Le persone che stimo sappiano che non parlo di loro.

10 gennaio, 2012

Dor… (viva lady gaga)

Dormi sepol/

ma che è?! dove cazzo sono?? non vedo niente! non… aspè… no, niente…

dormi sep/

aspè aspè… una luce… non ci passo cazzo… aaah!!! si scava si scava!!!

dormi sepolto in/

scavare scavare scavare… e più scavo più mi allurdo di… ma che è… terra?? scavare scavare…

dormi sepolto in un cam/

mi fanno male le dita… ma non è che scavo nel lato sbagliato? ho sentito una volta che quando si è travolti da una valanga per capire dove sta il sopra o il sotto bisogna sputare e vedere dove finisce la saliva… cazzo! stavo scavando verso il basso!! provo a girarmi… che cazzo ci fa una luce nel sotto? la luce dovrebbe essere “il sopra”. o no? bah… (appunto: difetto di sceneggiatura)

dormi se/

minchia che fatica… solo per girarsi… e se tanto mi da tanto se sputo ora… ecco… mi so sputato in faccia da solo! bella storia no?  per riemergere bisogna sputarsi in faccia da soli… (appunto: battuta brillante)

dormi sepolto in un campo di grano non/

ma possibile che non ci possa essere un’altra canzone o cantante a sotterrarmi? non potevo sognare un altro? de andrè… roba di 40 anni fa… cioè.. caro subconscio, se proprio devi rompere i coglioni.. scegli qualcosa di più attuale! sempre co ste vecchie glorie.. sta malinconia per un passato idilliaco ecc ecc… si però de andrè piace a tutti! fa parte del nostro bagaglio culturale! sei offensivo franchì! scherza con i fanti ma lascia stare i santi! eccheppalle!!!! e vabbè.. chist’ è… amma scavà stanotte…

dormi sepolto in un campo di grano non è la rosa non è il tulipano che ti fan veglia dall’ombra dei/

si però è bella sta canzone… se solo il disco non si incantasse alla prima strofa sarebbe pure meglio… almeno me la canterei.. na canzone pacifista mi sa che era… sparagli piero!! spara juri!!!! SPAAARAAA!!! (e che me ne fotte che sto mischiando decenni e canzoni.. il sogno è mio e il rigore lo tiro io.. tanto chi mi controlla??)

dormi sepolto in camp/

no no… e basta…. c’ho io crampi alle braccia e mi sento la bocca impastata di terra… che sensazione del cazzo.. e mi sta salendo pure l’ansia… de andrè di merda… e sto sudando come un verme… ecco i vermi.. ci mancavano i vermi… verme tra vermi.. mo faccio il poeta pure io… e lo scavar m’è dolce tra queste tare… (appunto: poesia + ironia = poco convincente)

dormi sepolto in un campo di grano non è la ro/

vabbuò va… ci rinuncio.. tanto non si riesce a mettere la testa fuori… pare che più scavo e più c’è da scavare.. e non è divertente. resto sepolto in un campo di grano sotto de andrè, la canzone di una volta, il passato che non torna e tutte ste pippe.. mo mi sveglio e mi sento lady gaga. e vaffanculo. (ottima chiusura direi. sarcasmo + parolaccia = sorrisino)

p.s.

non è un vero sogno e non ho ascoltato lady gaga. e lo so.. scrivo troppe parolacce.

9 gennaio, 2012

Dialogo futuribile 2 (help desk)

Filed under: deliri controproducenti,personalismi — ilkonte @ 7:45 pm

– No guardi davvero non posso aiutarla… per telefono poi… –

– Ho capito ma come faccio? Le ripeto. Non è possibile una cosa del genere al giorno d’oggi.. Vi dovreste vergognare! –

– Sono davvero mortificato ma davvero non posso fare nulla. Provi nuovamente a sollecitare via mail il servizio clienti. Ormai per via telefonica non forniamo alcun servizio. –

– Ma ho già scritto almeno 8 mail! Ho anche provato il conference call! Ma nulla! Non mi sta rispondendo nessuno! –

– Guardi devo ammettere che il suo caso è particolarmente strano. E’ la prima volta che mi capita una cosa del genere. Non so davvero cosa possa essere successo. Provo ad inoltrare la sua segnalazione all’ufficio competente. Mi creda, più di tanto non posso fare.. –

– Si però quando si tratta di scalarmi il credito, quello lo fate subito! –

– Mi scusi, sono mortificato. Al posto suo sarei arrabbiato anch’io. Non deve essere una bella sensazione quella di non aver alcuna possibilità di… –

– Ecco. Allora vede che mi capisce. E’ come se mi vorreste togliere la parola! Uno paga per questo? –

– Lo so.. lo so.. Faccia così… Non dovrei dirglielo… ma ci sono canali… come dire… alternativi. Mi segue? –

– No. Io pago per il canale ufficiale e quello voglio. –

– Si ma… –

– Non transigo. E se la cosa non si risolve presto mi rivolgerò alle forze dell’ordine. Cioè… Non è proprio ammissibile. Si rende conto? Dovrei fare le cose clandestinamente?! In questi ultimi mesi ho speso l’ira di dio con voi. E dio solo sa quanti sacrifici ho dovuto fare per… Ora però… da un momento all’altro. Sono nessuno. Mi capisce, spero. Devo pure litigà con mia moglie per sta cosa… Valle a dire che.. –

– Ripeto. Non posso fare nulla. E’ fuori dalle mie possibilità. Provi ad utilizzare canali alternativi… vecchio stile diciamo. Qualcuno lo troverà. Io farei così… e non è nel mio interesse dirglielo, mi creda… –

– Vedremo. Lei mandi la sua comunicazione e il suo sollecito. Non aspetterò molto. La mia pazienza è già finita e devo assolutamente sfogare. Ho la testa che mi scoppia. –

– Farò quello che mi è possibile. A nome di YYY le auguro una buona giornata. –

– Buona giornata un cazzo… –

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Gentile sig. XXX,

in riferimento alla sua segnalazione pervenutaci alle h 10.35 ora di internet le comunichiamo che il suo credito risulta esaurito. In particolare abbiamo riscontrato un uso improprio del suo abbonamento che, come da contratto digitale da lei stipulato, non permetteva alcuna produzione di c.d. “considerazioni” dopo le ore 20.00 ora di internet. Le comunichiamo inoltre che i pensieri da lei postati erano, in molte circostanze, da considerarsi sotto la categoria “ironia” che, visto l’abbonamento da lei stipulato, prevede un sovrapprezzo del 50% sulla tariffa da noi applicata. Pertanto, effettuati i dovuti calcoli (in allegato le inviamo il suo estratto conto e il suo grafico di produzione), abbiamo provveduto a scalarle il credito dell’importo che erroneamente non le era stato conteggiato. Ci scusiamo per il disagio.

Confidando nella sua comprensione, approfittiamo per augurarle buone feste e le offiamo, a parziale risarcimento, quanto segue:

n°3 considerazioni sarcastiche;

n°2 frasi ironiche non superiori ai 100 caratteri;

n°3 canzoni anni ’90;

n°10 battute a sfondo sessuale o omofobo;

n°4 lamentele aventi come oggetto il lavoro o la situazione politica.

Cordiali saluti.

 

4 gennaio, 2012

Dialogo futuribile (ritorno al futuro)

Filed under: personalismi — ilkonte @ 4:13 pm

Non permetterti mai più di parlarmi così! Ci vuole rispetto, cazzo. Rispetto per i più grandi. Cosa credi che sia nato ieri? E non osare mai più di giudicarmi, non me lo merito!! Non ce lo meritiamo. Hai capito???

Lo so, lo so. Scusa, ma se alzi la voce la alzo anche io. Ci sono passato anche io quando, alla tua età, mi lanciavo pieno di rabbia e rancore contro i vecchi, i grandi, i colpevoli. Non li capivo, non li volevo capire. E mi ritrovavo a dare dignità alla mia vita specchiandola nelle accuse che gli lanciavo, nel disastro che avevano creato, nell’incoscienza delle loro panze piene, nella desertificazione della loro deleteria corsa all’oro. Spazio ai giovani! Siete vecchi! Il mondo, il vostro mondo, vi è sfuggito di mano. Non sapete che pesci prendere. Ed è ora che lasciate il passo. Ora il futuro è nostro. Fatevi da parte prima che facciate altri danni.

Era il 2011. Un anno difficile, il primo passo verso il baratro, verso il burrone. Tutto cambiava troppo in fretta e la grammatica con cui ci si era raccontati stava cambiando tempi, desinenze, connotati. E non conoscevamo la lingua a venire, non avevamo un vocabolario per parlare del domani. Avevamo solo l’algebra del passato a incombere sulle nostre teste. E ci sembrava assurdo pensare che ci sarebbe stato un futuro. Vivevamo con la costante paura di quello che doveva arrivare, della prossima tappa. Buio pesto. Ma non guardarmi così, la vuoi smettere?! Ecco, stai zitto. E lascia parlare me… Era, ti stavo raccontando, il 2011. Un anno di trasformazioni, dicevo. E pensavamo che sarebbe potuto succedere o capitarci qualsiasi cosa. Era tutto così instabile, imprevedibile. Pareva che tutto fosse possibile, ma non facemmo niente quell’anno lì. Non potevamo fare nulla. Continavamo semplicemente a lasciarci trascinare dagli eventi.

Mi ricordo che addirittura si festeggiò in piazza, davanti al Quirinale, quando Berlusconi (proprio lui, quello a cui hanno dedicato quella strada in mezzo ai palazzoni degli africani), dovette rassegnare le dimissioni. Pensava, la gente in festa, che fosse una nuova liberazione. Schiavi dell’oggi. Schiavi del momento, non c’era idea di prospettiva. All’epoca mi piaceva dire che con l’aria pesante a cui eravamo abituati anche un rutto in faccia somigliava a una boccata di vento fresco.

Non c’era, come ti dicevo, un linguaggio per scappare dalla contingenza. E anche i termini che si usavano erano roba da tecnici, da alchimisti, da nerd della tecnocrazia, da setta. Lo spred, i bond, le mille sigle, i mille concetti verbali dietro cui si celavano selve oscure di logaritmi e funzioni incomprensibili per il 99,9% della gente. C’era da un lato il linguaggio distante della tecnocrazia, che intimoriva solo per il fatto di essere incomprensibile, e dall’altro parolacce, pernacchie, “la patonza” che doveva girare. Berlusconi cadde perchè tutto, non solo lui, andava a puttane. Ma non decidemmo niente noi. Noi avevamo fatto le manifestazioni dove ci guardavamo, ci riconoscevamo, ci scattavamo foto, ci facevamo filmati, scrivevamo e ci dicevamo continuamente, ossessivamente, che eravamo diversi. Ci rifugiavamo nel triste orgoglio di essere “altro”, “alternativi”, “indipendenti”. Tutte scuse per nascondere il fatto di non contare un cazzo. Intanto la nostra storia era decisa dalle borse, da chi aveva soldi (tanti soldi) da scommettere sulle nostre teste, dai sondaggi e dalle proiezioni macroeconomiche di qualche banchiere o qualche software di qualche pc di New York o Londra. L’economia aveva vinto, la spersonalizzazione totale della quotidianità aveva vinto. E la crisi del capitalismo stava divorando i regimi capitalisti stessi.

Si, c’era un enorme problema, di portata storica, epocale. Quell’epoca della storia, quella del trionfo del capitalismo e della democrazia, stava finendo. Il nostro voto, le nostre opinioni, necessità, bisogni, non contavano niente. Contava quanto consumavamo, quanto investivamo, quanto potevamo sperperare, quanto le nostre aziende potevano investire all’estero per mettere soldi “nei circuiti finanziari globali”. Noi, le nostre case, le nostre idee, il nostro sudore, la nostra saliva, il nostro fiato, non valevano niente. Non alzavano il pil. La nostra carne viva non veniva quotata in borsa. Si decideva di cancellare la nostra vecchiaia (hai visto che merda di pensione mi arriverà?) perchè in quel momento, in quel preciso momento, non c’erano soldi per pagare la pensione ai nonni e ai nostri genitori (quelli che avevano fatto la guerra, avevano ricostruito l’Italia dopo averla rasa al suolo, avevano fatto finta di superare il fascismo, avevano fatto finta di fare la rivoluzione col ’68 e gli anni ’70, e poi erano tornati a casa negli anni ’80 a bersi Milano e fottersi la Cuccarini e il futuro dei loro figli). Non c’erano soldi per le pensioni ma chi se ne frega… Tanto, all’italiana, quando saremmo diventati vecchi noi avremmo aggiustato a nostro favore le cose… Smettila! Non sto dicendo questo! Non sto dicendo che hai ragione tu. Noi eravamo solo vittime.

 Che potevamo fare?

Ma no, la politica era morta. Stammi a sentire! Non si poteva fare politica! Avremmo dovuto ricostruirla dalle macerie ma non ne avevamo i mezzi e la forza. La gente, poi, non capiva, non voleva capire. Noi eravamo diversi perchè non parlavamo la loro lingua. All’epoca, mi ricordo, avevo 31 anni. E mi guardavano come un alieno. Sorridevano come si sorride quando si sfotte un ubriaco che non riesce a parlare e stare in piedi. Tipo commiserazione. Mi guardavano come un alieno, dicevo (non mi interrompere che perdo il filo e mi dilungo, si parla uno alla volta), quando sostenevo nelle conversazioni, e ne ero convinto, che la patente non mi serviva, che non volevo spendere un terzo o forse più del mio stipendio per la macchina e la benzina. Ero un alieno quando dicevo che i pantaloni che portavo avevano più di 5 anni. Ero uno spettacolo dell’assurdo. Uno che non aveva capito niente. Loro pensavano che ero un fallito, uno strano, un border line. Io invece pensavo di essere nel giusto. E toccava attaccare per difendermi. E pensavo di avere ragione. Si, ok.. Avevo ragione. Ora è quasi normale quello stile di vita, ma all’epoca, credimi, era tutta un’altra cosa. Eravamo abituati a vestirci di apparenze e quelle ci stavano riducendo tutti con le pezze al culo.

Comunque, cazzo, mi fai divagare. Ma mi stai ascoltando o no? Vabbè, dicevamo… C’era sta gente che festeggiava in piazza. Facevano i trenini, cantavano, stappavano lo spumante. E io pensavo  “Ma tu guarda come siamo ridotti”. Mi ricordo addirittura che si parlava di quel Monti come di un salvatore della patria, un eroe. E sai perchè? Perchè era sobrio, elegante, non raccontava barzellette, non diceva parolacce, ed era uno che sapeva il fatto suo e sarebbe stato in grado di evitare il nostro fallimento finanziario, il “default”. Il rischio, si diceva, era fare la fine della Grecia. Che poi la Grecia stesse facendo la fine dell’Argentina nessuno se lo ricordava o più semplicemente, abituati a non avere più senso della storia, nessuno lo aveva mai saputo… Poi l’anno dopo sai cosa è successo… ah non lo sai? Cazzi tuoi. Impara a leggere e informarti.

Noi all’epoca lo facevamo. Leggevamo un casino. C’era un sito internet che si chiamava facebook. Lì dentro trovavi tutto. E ti tenevi informato. E facevi propaganda, discutevi, polemizzavi, facevi ironia, postavi pensieri o considerazioni, raccontavi te stesso, ti facevi pure un po’ i cazzi degli altri e, cosa che non guasta mai, ci trovavi pure le donne. Eravamo molto attivi. E ogni tanto uscivamo dallo schermo per ritrovarci in strada. E qualche volta, parlavamo. Parlavamo quasi per consolarci. Ci ritrovavamo in piazza per prendere il placebo del riconoscersi, del darsi ragione, del constatare che, in fondo in fondo, eravamo in tanti a pensarla allo stesso modo. “Uniti nelle diversità” mi pare si dicesse.

Ma quando invece mi trovavo di fronte all’altra Italia, quella che odiavo, quella che avrei voluto cambiasse o scomparisse, non avevo parole per descrivermi e descrivere quello che succedeva. Li osservavo. E loro osservavano noi. E non mi permettevo di entrare in polemica. Tanto, lo sapevo, sarebbe stato inutile, fatica sprecata. Il berlusconismo trionfante era stata una palestra di disincanto. Loro erano convinti di quello che dicevano. Noi eravamo convinti che sbagliavano. E non ci si poteva parlare. Dopo 3 minuti si litigava. E non ci si capiva, non ci si poteva capire. E per questo andava molto di moda  l’idea di scappare all’estero. In molti lo fecero. Eravamo tutti insoddisfatti, tutti repressi, tutti frustrati.

Guarda, ho trovato una cosa che scrissi all’epoca, precisamente il 16 dicembre del 2011. Per me un periodo veramente del cavolo. Roba di crisi esistenziale, depressione. Si, spesso cadevo in depressione, come te. Solo che noi avevamo avuto un’infanzia diversa, più ricca o quanto meno benestante. Stavo male perché non mi piaceva niente di quello che vivevo e non riuscivo a fare niente per cambiare. Per pigrizia, per inerzia o perché, viziato come ero, avevo bisogno di commiserarmi, piangermi addosso, attirare l’attenzione e l’affetto altrui. Perchè mi guardi così? Si, ero uno incasinato insomma.

E comunque ho trovato sta cosa. Avevo mollato tutto e stavo viaggiando su e giù per l’Italia da solo ma alla costante ricerca di un metro per misurare la mia vita con quella degli altri. Avevo bisogno di capire se quello che avevo dentro era solo l’ennesimo sclero o se effettivamente potevo fare qualcosa. Avevo bisogno, come ce l’ho tutt’ora, di guardare gli altri, leggerli passando del tempo con loro, nelle loro ansie, nelle loro insoddisfazioni, nei loro gesti di sopravvivenza quotidiana. Solo così riuscivo a trovare un posto per me nel mondo. Mi piaceva scrivere. Mi aiutava a guardarmi dentro. E mi appagava. Quando scrivevo mi sentivo meglio. E quando facevo leggere le mie cose, sempre ansiosamente simili e ripetitive, mi sentivo sollevato, finalmente al centro dell’attenzione. Sfogavo. Toh, avanti…  Leggi:

 il buco. nello stomaco o in parti meno nobili. voragine inerte, piatta, sconsolante nel suo essere inesorabilmente sempre aperta. la generazione del buco. lo riempiamo tutti in modi diversi. tutti tossici, con una fame insaziabile la cui soddisfazione, tuttavia, lascia sempre altra fame, altra smania, altra inconfessabile vocazione al martirio, o meno eroicamente, al masochismo. una necessità, un bisogno, tarato al centesimo di vita, al secondo di pensiero, all’anno di nulla. mai sazi. mai soddisfatti. mai appagati. mai felici. una tavola imbandita per creare future insoddisfazioni, futuri vuoti, futuri crampi di frustrazione. tutti tossici. tutti a cercare la droga o le droghe. placebo contro se stessi. tutti a buttare in quella voragine vita, tempo, tempi, occhi di sbieco su uno specchio. “la verità è che abbiamo paura di crescere”. paura di crescere. di gettarci in una routine fatta di remi che scavano acque gelide, torbide, inutilmente mosse. remi che scavano per solcare specchi d’acqua che vorremmo fossero oceano ma che spesso scopriamo stagno. tutti tossici di serate inutili, di pensieri stanchi prima di ansimare. di avventure che non partono da nulla e a nulla portano. tutti tossici. tutti fermi. nel nostro piccolo mondo di eterni fuori sede, fuori luogo, fuori tempo massimo. il nostro tempo avremmo dovuto vivere. e invece lo aspettiamo annegando nella nostra vertigine e nello stucco di vizi o pantomime, come se non avessimo altro da fare. o forse non abbiamo davvero altro da fare se non trovare stabilità precarie, autolegittimate. invecchiare di colpo, senza passaggi in botte. pronti al consumo come vini per ubriaconi con portafogli pieni di serate passate e postumi paranoici. e stiamo lì a specchiarci nei coetanei. troppo vecchi per la post adolescenza che ci vive addosso come una carogna che ci succhia l’anima. troppo giovani per sentirci come i nostri coetanei di 20-30 anni fa. eterno limbo imposto e accettato. frustrante e comodo. scomodamente inadatto a produrre uomini e donne fatti, quali ormai siamo. con i primi acciacchi, i primi fiatoni dopo una scalinata, i primi disastri nel contare i soldi che spesso non sono mai abbastanza, nemmeno per sopravvivere a noi stessi, al nostro buco, al limbo. siamo il purgatorio della storia. siamo i dannati della risacca. siamo gli sfregiati delle promesse mancate, o del troppo sognare, o del troppo avere. il mare era mosso, le onde irregolari e spumose, il drink troppo estivo per una bevuta di inizio inverno. le parole troppo leggere per essere degne dei pensieri, di quel mare, di quei minuti di nulla, così preziosi e rilassanti, così lanciati verso l’ennesima sbronza, l’ennesimo down, l’ennesimo risveglio pieno di pensieri. domani l’alito sarò troppo pesante per dare sfogo fisico all’accavallarsi dei sensi di colpa. domani sarà meglio tacere. ma ora ci sono io, il mio drink gelato, le chiappe che gustano il freddo di un muretto, e il mare che in ogni caso sarebbe stato lì, uguale, eterno. nonostante me. nonostante tutti noi..

T’è piaciuto? Troppo sdolcinato, vero? Si, hai ragione, ma, te l’ho detto, mi piaceva essere ripetitivo, ossessivo. D’altronde scrivevo per raccontarmi. E quello ero io, una specie di “produttore seriale di deliri”. Scrivevo bene o male sempre le stesse cose… No… lo so che non ti piace scrivere. Ma vabbè. Volevo farti vedere come ero, cosa sentivo. Ok, non ti farò leggere nient’altro. Neanche io mi rileggo più, era tempo che non lo facevo… l’ho fatto oggi e devo dirti che, dopo tanto tempo, mi fa stare male. E non scrivo più sennò finisce che mi prendo a cazzotti da solo. E’ brutto guardarsi allo specchio, “ho un segno in faccia che non è una ruga ma una cicatrice”.

Ora, quello che voglio dirti è che, ok, tu hai tutte le tue ragioni. Ma credimi che non è facile quello che ti dico. Mi chiedi di farti largo, che il nostro tempo è scaduto. Che noi, causa della malattia, non possiamo esserne anche la cura. Forse hai ragione, lo dicevamo anche noi “ai tempi nostri”. Ma ora, ti prego, lasciami parlare. Anche tu, un giorno, sarai come me. E avrai a che fare con uno che ti riempirà di bestemmie e ti farà sentire una merda. Ma, perdonami, c’ho messo troppo tempo per raggiungere un minimo di stabilità economica. Ora riesco a permettermi di comprarti o regalarti le cose che desideri. Ora riesco, e non ci speravo quando avevo l’età tua, a pagarti gli studi, a costruirti un futuro. Ora, dopo tanta frustrazione, ho raggiunto anche un po’ di serenità lavorativa. E sto vivendo una maturità (non dire vecchiaia che mi incazzo) fatta di soddisfazioni minime ma garantite. Si, c’è la crisi. Hai ragione. Ma non posso dare spazio allo stagista. E che cazzo faccio io? Quello è sveglio, dinamico, pronto. Ha studiato per sostituirmi e portare nuova energia, idee nuove. Io sto invecchiando (sto invecchiando non vuol dire che sono vecchio! E taci!!) ma ho tanta voglia di fare. Ma quello è migliore di me. Tu sei migliore di me. Ma non posso, non devo, mollare. Mi aspetterebbe un altro presente di scazzi, depressione, disincanto, delusione, difficoltà. E in più i costi sono aumentati. E lo stipendio mi serve, più dell’aria. L’avevo detto che non dovevo comprare casa, fare debiti. Ma cazzo ci sono cascato… ma avrò pur’io il diritto di godermi il posto auto, di farmi la settimana bianca, di andare a mangiare al ristorante, di comprare una bella bottiglia di rosso invecchiato? Per me è una questione di dignità. È una questione di prospettiva. Se lascio cosa cazzo faccio? Sono troppo grande ormai per ricominciare, per rifarmi una vita, per cercare un altro lavoro o coltivare altri interessi. Questo lo potevo fare nel 2011… e non lo feci.

Non puoi chedermi di lasciarti il posto, lo vuoi capire o no? Ho solo paura e devo difendermi. Ecco perché quelli della mia età ora votano tutti a destra, fottuti fascisti del cazzo. Abbiamo paura di ritrovarci di nuovo con le pezze al culo, e di non riuscire a darvi niente. Che cosa potete fare? Vi attaccate al cazzo pure voi! Vi fate pure voi la vostra bella gavetta, i vostri sacrifici. E poi, quando sarete grandi, godrete anche voi. Lavorerete sodo, senza soddisfazione, per pagarmi e pagarvi la pensione (di merda). Quindi, per favore, non rompermi mai più i coglioni. Se non ti va bene quello che sta succedendo prendi un aereo e vattene in Madagascar. Lì le cose funzionano meglio.

Oppure fai come noi. Scrivi, dialoga, fai le manifestazioni, urla, crea slogan, arte, design, grafiche. Crea controcultura. Serve. È un buon passatempo. In attesa che arrivi il prossimo con cui avere l’ennesimo scontro edipico e a cui far leggere cosa eri quando potevi e non hai fatto abbastanza. Sai come dice il proverbio? Aspetta … non ricordo bene… Ma finisce dicendo “moriremo tutti democristiani”. Un giorno capirai, figlio mio. Buon anno anche a te. Ti voglio bene. E, purtroppo o per fortuna, sappi che io, noi, ci saremo sempre.

Cosa fai te ne vai? Non dici niente? Tornerai un’altra volta ubriaco? Ma vai a farti fottere pure tu, testa di cazzo.

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