franchino's way

10 giugno, 2013

Il fruttarolo (la resistenza che ti vende il pomodoro… 13)

A blackened shroud, a hand-me-down gown
Of rags and silks, a costume
Fit for one who sits and cries
For all tomorrow’s parties (Velvet Underground)

intervisE’ un periodo difficile questo. Siam tutti, bene o male, nella merda ma tutti, bene o male, ancora galleggiamo. Tuttavia c’è aria di decadenza in giro. C’è voglia di godere, distrarsi, farsi male. C’è esigenza di stare insieme con l’unico collante dei bisogni primari: bere, mangiare, scopare. Si, vabbè, ci sono quelli che si occupano di arte, di politica, di letteratura, di teatro, di danza, di risvolti ai pantaloni , scelta di vestiti usati o acconciature fastidiose. Ma anche loro, fidatevi, vivono seguendo la decadenza: mangiare, dormire, bere, scopare. Non sono migliori di un caciottaro discotecaro in nulla, però si travestono di “interessi”, come se questo potesse renderli diversi dal resto della specie umana. Poracci… che pena. Io preferisco quelli che non si vestono di nulla tranne che di se stessi. Almeno sono onesti, sinceri. E non sono brutti da vedere volontariamente, se son brutti non lo sono per scelta ma per genetica o carenze socioculturali.

Io ho scelto di vivere questa fase della mia vita cercando un ruolo da interpretare. Ho scelto di mollare l’affanno e di godere. Ho scelto di travestirmi non di cultura o sovrastrutture ma da buffone. Non so se questo regali un senso alla mia esistenza, ma almeno sto bene, mi diverto, non trovo un “perché” ma un ben più fondamentale “come”. So, che quando sono fruttarolo pulp, senza umiltà o mestizia, sono utile a me stesso così come lo ero da fruttarolo vintage, tamarro e selvatico.

E’ così che sopravvivo. Così riesco a mandare affanculo tutti, tutta l’aria che li sovrasta e di cui si vestono.

Io sono il mio mercato, la mia legge, il mio passatempo preferito.

E stasera sto accasciato, appoggiato alla colonna del portico, davanti al Baraccio, con gente più o meno sbronza ma certamente molto parlante tutta intorno. Sto qua con la camicia mezza sbottonata, la cravattina allentata, senza più stile, senza più decoro. Scomposto. E fumo, lentamente. Tutto intorno insulsità restano sospese come soffioni dopo un zaffata di vento.

Le parole degli sconosciuti a volte fanno sorridere, a volte fanno riflettere, a volte sono rumore di fondo indistinguibile, spesso ti fanno incazzare. Rabbia vera, profonda, totalitaria.

La democrazia ha fallito. L’istruzione di massa ha fallito. Il benessere ha fallito.

Non sono disposto a dare la mia vita affinchè sto coglione che mi sta di fianco continui a sproloquiare di “spazzi, diritti, cioèvogliodìèningiustizzia”. Amico mio, i tuoi ragionamenti sono forse anche giusti, ma TU non sei adatto a pronunciarli. Non sono utili, fidati, a nessuno. E neanche a te, guardati, è solo moda, non c’è ciccia in quello che dici. Ne parleremo fra 4 anni e mezzo, quando e se troverai un lavoro e ti conterai gli spicci per pagare le bollette. A quel punto avrai un perchè per indignarti.

Non sono disposto a morire affinchè quell’altra, quella troietta tutta infighettita (ma dove cazzo credevi di essere in piazzetta a Capri?) continui a dire che, niente, secondo lei Bologna è una città di “casi umani”, “poveri falliti”, “ubriaconi”, perchè lei che vive a Milano ma viene da Capracotta del Cilento, ha saggiato il cazzo nel culo della modernità, della città europea, del mercato, dell’efficienza, dell’eleganza, dello stile ecc ecc. Bella mia, nessuno ti ha chiamato, nessuno sente o mai sentirà l’esigenza di ascoltare la tua critica al decadentismo postmoderno (ammesso tu capisca la parola postmoderno). Nessuno è interessato ad altro che non sia il tuo culo (tra l’altro rispettabile, molto) e forse, e dico forse, altro. Non ti sforzare. Non sei quello che non sembri. Sei una troia, con una laurea triennale in marketing e la speranza di berti Milano. Ne parleremo fra 10 anni, quando a Capracotta parlerai di imprenditoria seduta dietro lo sportello delle Poste del tuo paese mentre paghi le pensioni ai vecchi. Pensione che tu, mi spiace darti sta brutta notizia, non vedrai mai. Ma si sa, papà c’ha i contatti e un posto lo fa saltar fuori, almeno uno stipendio lo porti a casa.

Io? Morire per loro? Morire per permettere loro di votare, dire, esprimere? Manco se mi pagano.

Non ci sono cazzi: la democrazia, cari miei, ha fallito.

E la cosa mi fa incazzare. Povero mio nonno.

Il Tappo forse mi ha letto nel pensiero o forse sta pensando le stesse cose. Si avvicina, si prende la paglia per farsi due tiri, sospira, e mi da una semplice, calda, rassicurante, pacca sulla spalla. La ragazza del pesto mi lancia uno sguardo e mi sorride mentre continua a chiacchierare col Sardo.

Che fortuna essere me.

(Continua)

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4 giugno, 2013

La vetta (elogio della montagna)

Filed under: personalismi — ilkonte @ 2:07 pm

2013-06-02 13.56.57

Costa fiato e fatica. Costa tempo. Costa salire, scalare, superare ostacoli, cercare strade meno ardue per raggiungere l’obbiettivo. Costa mettere in discussione le proprie certezze nel momento in cui la propria limitatezza rende il cammino più difficile. Costa ridiscutere le proprie prospettive. Perchè quello che vedi a metà strada è solo la voglia di voler vedere di più.

E alla fine, quasi a tentoni, arrivare lì, in alto. Dove lo sguardo può spaziare a 360 gradi. E godere l’ampliamento dei propri limiti, con le gambe indurite, il vento che ti schiaffeggia, gli occhi che ti fanno male per la troppa luce.

E godersi il premio: una sigaretta, due pensieri, la voglia di superare altro, un domani, appena sarà possibile. E il fatto di aver provato a farcela, spendendo tanto, ma guadagnando qualcosa che può essere solo tuo.

No, non ho scalato l’Everest. Non ho attraversato le Alpi. Una scarpinata molto più modesta, umile, poco eroica.

Ma nel mio piccolo ho trovato me stesso, l’origine del mio male incurabile: la noia della fissità, la pigrizia del quotidiano, la rassicurazione del vicinato. Curato con una passeggiata che mi dice: se vuoi, puoi. Basta spendere tanto e cercare un punto lì in alto per avere un orizzonte a 360 gradi. E tornare al quotidiano, alle sue salite mai così ardue, alle sue scalate mai così difficili, alle proprie noiose fortune, acquista tutto un altro sapore. E apprezzi di più anche l’importanza di chi ti sta a fianco nel cammino asfaltato del martedi mattina, il giorno più cazzone della settimana, e gli vuoi veramente bene.

La banalità uccide. Lo scontato distrugge. L’incapacità di mettere e mettersi in discussione polverizza quel fuoco che hai dentro. E che solo la montagna sa farti ritrovare.

Ho capito. Sono un carattere boschivo; silvestre, pietroso, a tratti fangoso. Ho le mie regole e le mie asperità. Ma posso, se si vuole, dare quello che si cerca. Basta spendere fatica, fiato, certezze, prospettive.

Perchè quello che vedi a metà strada sarà solo voglia di voler vedere di più.

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