franchino's way

16 novembre, 2015

Je suis? (dopo Parigi)

Ho visto bandiere francesi sventolare sui social. Mesi fa vidi che tutti erano Charlie, anche quelli che senza l’attentato una rivista del genere l’avrebbero fatta chiudere, in Italia. Poi a volte siamo Norvegesi, altre volte Palestinesi, meno spesso Greci, c’è chi pensa ai Marò, chi all’Ucraina e ai Nepalesi. Siamo tante cose. Molto velocemente, fluidamente. Siamo quello che capita, insomma.

Il problema di fondo è che non sappiamo più da che parte stare, che non sia la nostra. Ma cosa sia la nostra parte non è più chiara, limpida.

Stare dalla nostra parte significa essere liberi di scrivere sui social? Di andare al bar? Di uscire la sera? Di scopare? Di andare a un concerto?
Solo questo?
La nostra parte significa rimanere nella nostra libertà di disporre del tempo libero e del nostro denaro?
Niente più?

E da che parte stanno allora a Kobane? Stanno solo dalla loro, di parte? Non è che magari li abbiamo lasciati soli? Non è che con le nostre infinite chiacchiere su pace/guerra, gasparri/salvini, americani/impero, fiori nei cannoni, pacifismi vegani, negri e clandestini, abbiamo semplicemente trovato un modo per stare meglio dalla nostra parte, al bar, mentre beviamo il nostro libero e democratico caffè macchiato freddo in vetro? Non è che, forse, non abbiamo più idea di cosa sia stata la nostra marcia verso quel barlume di “libertè-egualitè-fraternitè” che ci permette di scaricare un bel film il giovedì sera prima di fare la nostra gloriosa e illuminista scopata colma di libertà, nelle nostre emancipate case senza burqua, termoautonome, prima periferia con posto auto e sky è meglio di mediaset? Non è che, forse, non meritiamo di dire di stare dalla parte giusta della barricata a Kobane e ovunque davvero ci sia una lotta degna di tal nome, senza voto da casa, hastag del giorno, urlatori da salotto e pensatori da sottopancia e puzza di ascelle adolescenziali?

Sono domande che mi faccio da tempo, mentre forse spreco liberamente il mio tempo, impermeabile al mondo, fuori e ipersensibile al mondo, dentro, a casa mia, tra le mie mura, i miei amici, le mie cose. Poi il resto va da sé. Al massimo ci racconta un contesto in cui ci muoviamo, per darci una scusa di stare nella storia, ancora, come se fossimo vivi o per guardare qualcosa mentre mangiamo le nostre insalatine bio, zitti nei nostri chilometri zero, a pranzo o a cena, con la tv accesa tra uno spot e l’altro che forse mi compro la macchina nuova che non inquina che sono tanto eco.

O in fondo, a Kobane, non ci sono mai stati tutti ‘sti gran concerti, ‘ste gran vignette, tutto ‘sto movimento il sabato sera, e che un vodka lemon è difficile da trovare e magari te lo fanno con roba scadente. Anche se cazzo quanto so fregne le compagne curde col kalashnikov. Quanta stima. Eccoli i partigiani! Anzi le partigiane! Coi capelli al vento.

Mo chi cazzo glielo spiega però che per noi liberi e democratici la violenza è bbbrutta, che la guerra è bbrutta, che ci scorneremo tra chi è “bombarolo schiavo degli imperialisti” e chi “l’Italia ripudia la guerra”, tra chi “i partigiani italiani mica sparavano violette”, che “violenza genera violenza”, tra chi Libano e Palestina e chi Israele e la democrazia, chi Iran e chi Turchia, chi Assad e chi i compagni curdi, e chi Ghandi, Stalin, Lenin e Gino Strada, e Oriana Fallaci era ‘na zoccola esaurita o una grande intellettuale che se l’era sgamata, e chi se la racconta su facebook e chi se la legge, e Vendola e Renzi, i comunisti e i verdi e gli arcobaleni e Charlie e forse pure un po’ Ferrara e perché no Belpietro e chi non legge un giornale da 16 anni, e chi ci guarda solo le probabili formazioni.

Siamo sicuri che allora la nostra parte sia proprio quella giusta? No, non dico sbagliata, attenzione; dico quella più centrata, al passo coi tempi, culturalmente e politicamente adeguata alla realtà?  La parte giusta, come una maglietta; non è che portiamo qualcosa che non ci sta veramente così bene? Bella la scritta, bello il colore, ma forse sta un po’ stretta e comunque non ti ci vedi. Non è quella giusta. Allora la nostra parte ci veste bene?

Siamo sicuri che stando dalla nostra, di parte, coi nostri dibattiti e i nostri slogan, stiamo facendo la nostra, di parte, per qualcosa?Non è che pur di non stare con Fini, Bossi e Berlusconi e Salvini, o Prodi, D’Alema, Rutelli, Buttiglione e Bertinotti,  siamo ridotti a essere poco più che un “io non sono quello“. Non è che abbiamo grattato talmente tanto che non abbiamo più sostanza, spessore?

Questo nel nostro cortile italiano… e fuori? Cosa siamo tutti insieme? Cosa siamo io, un francese, un giapponese, un sudafricano, un inglese, un danese, un russo, un argentino, un islandese messi uno vicino all’altro? Chi siamo noi occidentali? Di cosa parliamo? Usciamo assieme va, facciamo un giro in centro che conosco un posto che fa le birre buone a poco. E ci sta pure gnocca che non guasta. E poi mi raccomando, se passi da Helsinki mi casa es tu casa.

No perché, ripeto, mi faccio da tempo queste domande e spesso la risposta che riesco a darmi è: NON LO SO. Oppure mi schifo. Ma spesso non lo so. Non lo capisco più. E vado al bar, con gli amici liberi e democratici. Tanto non ci posso fare un cazzo. Io NON SO. Stiamo sbagliando tutto? O forse, senza fare un cazzo, siamo comunque destinati al meglio? NON LO SO. E quando la Storia mi bussa alla porta non so mai che maglietta mettere, non so quale sia quella giusta.

Sarebbe il momento di chiarirci un attimo. E capire davvero che anche non facendo nulla e discutendo stiamo scegliendo una parte e stiamo lasciando che le cose accadano, sotto le nostre parole.

La situazione è complicata, grave. Proprio per questo dovremmo prendere una posizione, scegliere una barricata e appoggiarla, rinforzarla, dargli spessore. Da qui potrebbe nascere tanto della Storia che sarà.

Da qui potremmo dare un senso a quella che è “la nostra parte”.

Ma la domanda fondamentale è: Come?

Il problema è che forse ci manca un vocabolario per poter parlare, pianificare, immaginare, scegliere, disegnare.
Spero di cuore che altre bandiere ci riconsegnino le parole per dirci chi siamo e cosa vorremmo che il mondo sia. Non solo quelle pret a porter post tragedia.

Io intanto guardo questa foto, dopo Parigi e si, spero che sia quella la bandiera che continui a sventolare, con la sua bella stella.

Che sventoli e si riempia anche del mio senso di colpa e di inadeguatezza.

Che quella ragazza continui a guardare l’orizzonte, oltre i nemici, per dirmi che il sole sorge per tutti e per tutti tramonta.

E che vaffanculo la retorica certe volte ci vuole per far battere un cuore.

ypg_bayrak00

27 luglio, 2015

Il fruttarolo (la resistenza che ti vende il pomodoro… 17)

Come pararsi il culo
e la coscienza è un vero sballo
sabato in barca a vela
lunedì al Leonkavallo
l’alternativo è il tuo papà (Afterhours)

Devo alzarmi, devo reagire. Attorno tutto scorre e si beve e si parla e io sto qua accasciato a terra. Serve uno slancio da campione, mantenendo dignità e stile. Senza dare l’impressione di cedimenti. Alzarsi e rimanere dritto, basterebbe questo.

Primo tentativo: punto bene i piedi a terra cercando di sollevarmi dal gradone. Svarione. Desisto.

Gli altri non hanno visto nulla. La ragazza del pesto brilla di sorrisi e battute. Il Tappo trottola qua e là con battute no sense e parlata sempre più liquida, consonanti sempre più impastate. Il bastardo sta subendo il vodka lemon ma non molla. Il Sardo ronza attenzioni per qualsiasi esemplare femminile a vista.

Secondo tentativo: prendo la birra, poi la riappoggio alla mia sinistra e mi aggancio con la mano destra alla colonna del portico. Il Baraccio è il solito white noise di fondo. Una goccia di sudore scende sulla schiena, dritta in mezzo alle chiappe. Sforzo, mi sollevo di 10 centimetri buoni, pausa. Ultimo slancio, colpo di reni e via, sono in piedi.

CAZZO LA BIRRA!

E’ rimasta sul gradone. Se mi piego casco di testa a terra.

E’ una sensazione orrenda essere ubriaco fisicamente e mantenere un minimo di lucidità mentale da riuscire a vedersi da fuori. Roba che non si può spiegare. Sei sul limite. Un goccio di qualsiasi alcolico è automaticamente perdita di tutto. Ma arrivati a questo punto devi bere. Altrimenti è l’agonia dello sbronzo che non sa, non può, non riesce ma capisce, vorrebbe, penserebbe di farcela. Tra stare sul limite e soffrire o mandare tutto a puttane io scelgo sempre la cosa al momento più semplice. Le buone intenzioni, la ragionevolezza, la responsabilità, i bei sentimenti, e pure babbo Natale, sono per i mangiatori di seitan e i bevitori di caffè decaffeinato. Io sono di un’altra razza, quella brutta. Di tutto il resto non me ne frega un cazzo, francamente.

Il Tappo rulla dalle mie parti:”Apposto?”

“Mmmh…”, sfiato.

“Apposto”, sentenzia.

La ragazza del pesto punzecchia con uno sguardo lampo.

Io mi appoggio alla colonna progettando di riprendere le forze e forse riprendere la birra.

Sono quegli istanti di pace a cui ti aggrappi, quelle alitate di speranza e orgoglio che ti tengono a galla. E’ la tigna del ciclista in crisi sul Pordoi che col suo passo, tutto ingobbito sul manubrio, con le gambe dure, torna sul gruppo dei migliori e resta appeso coi denti all’idea che c’è possibilità di farcela, manca poco, gli altri non attaccheranno.

E invece arriva un altro attacco.

Un piede urta la mia birra che schizza sul mio pantalone. Il boccale si frantuma a terra.

“E che cazzo” fa lui tutto polemico.

Resto impassibile cercando di non barcollare.

“La ripaghi”, riesco a sospirare.

“Stocazzo”.

Arriva il Tappo e la ragazza del pesto e gli si piantano davanti. Non danno l’idea di essere tutta sta minaccia e francamente mi da anche un po’ fastidio non riuscire a reagire come vorrei, come il mio abito esigerebbe. Ma la mia impassibilità, la mia camicia bianca e cravattino nero fanno comunque la loro porca figura. Per il momento va bene così, forse.

“La ripaghi…”, ripeto con l’adrenalina che pian piano ricomincia a scorrere.

E questo parte con una serie di frasi a caso sul non si fa, non si poggiano le birre a terra, che c’entra lui, che ne sapeva, colpa tua, vedi che stai ubriaco, come parli, non ti reggi in piedi, eccetera eccetera. E io che pensavo di essere tornato lucido.

A quel punto scosto il Tappo, faccia a faccia col coglione:”Ascolta, tu ora prendi e mi ripaghi la birra… E non devo stare qui a darti motivi per ripagarmela. Ho rispetto per la mia intelligenza.”

Il Tappo rincara:”E in ogni caso c’è un detto che dice che la mia libertà inizia dove finisce quella degli altri. Tu ci sei caduto tra le palle. Quindi entri e paghi la birra”. Il filosofo dei cicchetti… La ragazza del pesto sorride alla battuta brindando enfeticamente  col Tappo e chiunque gli capiti a tiro.

La scena pare aver attirato l’attenzione sia dei Paeselliani doc che dei Paeselliani occasionali.

E forse il solo “Apposto vez?” rivoltomi da un local di 2 metri per 2 pare convincere l’imbecille che scompare nel bar, si affaccia al bancone dove è già pronta la mia birra con tanto di scontrino. Il Sardo precede il tipo aprendo tipo Mosè la gente sotto il portico.

“Saluti dal Paesello” gli dico mentre prendo il boccale.

Faccio un rutto. Applausi.

Ma il Pordoi è ancora lungo.

deliri precedenti: 1 – 2 – 3 –  – 5 – 6 – 7 – 8 – 9 – 10 – 11 – 12 – 13 – 14 – 15 – 16

18 giugno, 2015

Il fruttarolo (la resistenza che ti vende il pomodoro… 16)

How smart are you to regress unfulfilled?
It’s a damn shame, but who’s to blame? (Pantera)

E’ un po’ che non lavoro, che sto in malattia. Inizio a rompermi le palle a non far nulla. Mi spiego, è sempre bello godersi qualche tempo di riposo, evitare le rotture di coglioni dei colleghi o delle routine giornaliere. Ma alla fine, passano i giorni, e inizi a sentirne la mancanza. Ti senti scarico. Al Baraccio poi ultimamente i discorsi sembrano accartocciarsi e così anche il bianchino con gli amici mi fa noia. La briscola poi ultimamente gira pure male. Il Tappo è andato in vacanza con moglie e figli, che dice che stanno a fare grandi e presto inizieranno a farsi vedere sempre meno e se li vuole godere. Con l’età qua mi pare che davvero stiamo diventando tutti più coglioni di prima.

Io non ho di queste preoccupazioni. Non ne ho più. Non ne voglio avere.

Anche se, qualcosa manca.

Da bambino mi piaceva tantissimo giocare con le costruzioni. Ne avevo una quantità spropositata. Passavo ore in camera a costruire torri, castelli, casette, chiese. Che poi spesso erano più o meno sempre la stessa cosa con qualche piccola innovazione di tanto in tanto. Col tempo iniziai anche a combinare i mattoncini di legno con quelli della Lego e mi sentivo troppo orgoglioso quando arrivava il nonno o la mamma e si complimentavano con me.

La cosa più bella era però poi distruggere tutto. Prendevo una macchinina, o un mattoncino di legno e SBAM!, colpivo la torre. A volte barcollava prima di schiantarsi di lato, altre volte collassava. Il rumore dello schianto mi piaceva tantissimo, con tutti i mattoncini che schizzavano via sul pavimento. E immaginavo fiamme e fumo e polvere. Come in tv quando vedevo le immagini di Beirut o di altre guerre lontane. Con i palazzi che venivano buttati giù a cannonate. Lo schianto era il vero obbiettivo di ore e ore di costruzione. E la costruzione era funzionale alla distruzione finale. E più solida era la struttura, più divertente era il bombardamento.

Questa smania di equilibrio, stabilità e distruzione ce l’ho dentro da sempre forse. E’ insana. Ma è un mio piccolo piacere masochistico. Ho bisogno di vedere le mie cose cadere a pezzi. Per sentire il rumore che fa. Per vedere dove finiscono i mattoncini, forse con la speranza che qualcuno arrivi dalla stanza di fianco e mi sgridi per il rumore, per il disturbo.

Anche adesso che ho superato i 50, cammino da solo e da solo vado verso la mia torre, cercando il punto migliore da colpire per farla crollare. Per vedere le macerie e immaginare fiamme, fumo e polvere.

Per rivivere, anche solo immaginandole, le guerre degli altri che ho visto in tv.

Uno la guerra se la porta dentro, mi pare sia una frase che ho letto da qualche parte. E’ bellissima.

Costruire e distruggere.

Alla fine è come lanciare una monetina. Un lato, spesso, vale l’altro.

E’ solo una questione di tempo, o di turno.

(Continua)

deliri precedenti: 1 – 2 – 3 –  – 5 – 6 – 7 – 8 – 9 – 10 – 11 – 12 – 13 – 14 – 15

11 giugno, 2015

Il fruttarolo (la resistenza che ti vende il pomodoro… 15)

Come mosche della scorsa estate
che d’inverno sono ancora qui
e rivangano immondizie andate
scontente della vita ma immuni al diddittì (Sergio Caputo)

“Perché non parli?”

“E che ti devo contare

“Ma sei scemo?! Mi hai scritto tu vediamoci!”

“Ti volevo vedere, infatti”.

Tavolino del bar sotto i portici, prima periferia. Quei portici moderni, poco romantici, molto anni ’70 col finto marmo e il pavimento lastricato. La strada scorreggia motori, un forno aperto verso le case. Neanche il caldo quest’anno porta silenzio.

Come da bambini, le 3 di pomeriggio al paese erano il tuo regno. Quel silenzio denso che te lo spalmavi addosso, l’afa, la bicicletta appoggiata sul muretto all’ombra, il ghiacciolo coi soldi di nonna, il pallone per una tedesca. Avanzava il pomeriggio e col fresco arrivava il chiasso dei grandi, dei loro sguardi, delle loro parole sempre uguali, delle loro auto, delle loro battute e risate del cazzo.

E’ cambiato anche il silenzio.

Un anziano in pantaloncini grigi, cortissimi, e due gambine sottili sottili infilate in calzini bianchi e sandali di cuoio. La canottiera larga, cappellino di paglia in testa. Dal mondo che fu porta il suo silenzio. Quello del caldo. Si siede, prende a sventolarsi col cappello. Acqua tonica, ghiaccio e limone.

Avrei voluto ridere di lui. Vent’anni fa, da giovane, l’avrei sicuramente fatto.

Ora no. Mi rassicura. Quando sarò vecchio forse metterò anche io i sandali col calzino e degli orribili pantaloncini cortissimi stile coloniale. I vecchi, passano i decenni, sono sempre uguali. Per loro non ci sono mode che cambiano. Prendi e inizi a vestirti, comportarti, parlare, da vecchio. E un vecchio del 2013 era come quello del 1992 o questo qui di ora. Per questo ora mi rassicura e non mi fa ridere.

Con 35° e zero vento non c’è tanto da parlare. Non c’è molto da raccontarsi in una giornata così. Deve vincere il silenzio.

E non sempre “vediamoci” significa “passiamo il tempo dicendo cose”. Passare cosa poi, forse perdere.

Il caldo va subito e assaporato; non va assecondato, non va consumato con chiacchiere sull’umidità, sul sudore, sul lavoro, sulla famiglia, sulle ferie. O su qualsiasi altra cazzata inventata per perder tempo o passare il proprio tempo a qualcuno.

Col caldo non ci sono problemi degni di essere presi in considerazione.

Il caldo ha la sua liturgia di lentezza e fissità. Eterno presente. Pesante, stantìo, bloccato.

Va rispettato.

Anche per questo mi sono alzato e me ne sono andato.

E anche questa volta lei non capirà. Non lo capirà mai. Non ha mai capito niente.

Più tardi s’è alzato il vento e tutto è tornato come prima, normale, con le lancette che girano.

E forse più tardi avremmo potuto anche parlare.

Ma anche questa volta non ho voluto aspettare.

(Continua)

deliri precedenti: 1 – 2 – 3 –  – 5 – 6 – 7 – 8 – 9 – 10 – 11 – 12 – 13 – 14

23 maggio, 2015

Il fruttarolo (la resistenza che ti vende il pomodoro… 14)

Yeah, it’s fine
we’ll walk down the line
leave our rain, a cold
trade for warm sunshine
You my friend
I will defend
and if we change, well I
love you anyway (Alice in Chains)

Sognare in fondo è il modo che ha il nostro cervello di metterci e mettersi alla prova. Lui prende e spara cose a caso, o fintamente a caso, e ti mette di fronte all’imprevisto, alla totale insensatezza, all’inaspettato. Lui prende e ti fa sperimentare sentimenti, emozioni e azioni che forse mai in vita tua hai avuto modo di vivere, o che da tanto tempo non vivi o che hai paura di dover prima o poi affrontare. Per tenerti pronto. Metti caso… Sognare è un esercizio di sopravvivenza. Come quelli che si allenano alla corsa; metti caso ti trovi un leone sulla strada e devi scappare. O quelli che si allenano a non fare niente; metti caso diventi presidente, re, imperatore, impiegato in regione.
Tutti abbiamo sognato, a volte da svegli. Il bello del sogno è che però finisce. Il brutto è che ci siamo svegliati tutti col torcicollo, incapaci di guardare chi avevamo a fianco. L’unica cosa possibile era guardarsi la punta dei piedi. E via andare, passo dopo passo, senza vedere chi avevi a destra o sinistra. Senza sapere cosa o chi avevi alle spalle.
Non so se in qualche sogno ho mai avuto il torcicollo. Forse mai. Forse non l’ho mai ricordato.

Alla fine la stanza è comoda, pulita, silenziosa. Il tablet funziona e riesco a tenermi in contatto col mondo, quello fuori.
Alle 8 c’è visita e devo stare tranquillo. Ieri ho dato di matto, un’altra volta, perché non mi vogliono ancora far uscire. Io ho una vita fuori, pare gli abbia detto. Ma non ci credevo neanche io. La mia vita è stata sempre dentro qualcosa. Ma ci stavo bene, figurarsi. Io non sono mai stato un nomade. Il Tappo ha detto che sono più tipo una talpa. Scavo, sto sotto, non mi faccio vedere, sto tra vermi e terra umida, al buio, nella tana.
Che poi non so quanto possa essere vero, ma quello fa sempre l’intellettuale da quando lo conosco. Ha il vizio della metafora. Se se lo leva gli resta solo la briscola e il bianchetto al Baraccio.

Che poi lo chiamiamo ancora Baraccio, noi vecchi. E chiamiamo ancora il posto dove ci siamo rintanati Paesello. Siamo tipo gli ultimi romantici, rimasugli. Pesce ributtato a mare quando si tira su la rete. Pesce buono per la frittura, in mancanza d’altro. Ma che non vale un cazzo al mercato. Noi siamo questo. E per fortuna, o per sfiga, siamo sempre rimasti fuori dalle casse del mercato.
Eppure tutto è cambiato, tutto si è trasformato. Ora è un quartiere cool, in. Uno di quei posti dove ingegneri, avvocati e bottegai sinistroidi vengono a fare “il popolo” nei loro appartamenti di design. E’ la via “verde” per le bici da 4000 euro. E’ il quartiere pop con il ristorante radical da mezzo affitto a persona. E’ la galleria d’arte contemporanea e la fonte di ispirazione per il visual-conceptual-artist o per il “creativo”.

Ma la gente vera dove cazzo è finita?

Ci siamo noi vecchi. A fare da ancora, a dargli la scusa, ai nuovi arrivati, che quello sia ancora il Paesello. Che poi il Paesello non è mai stato un cazzo. E’ stato sempre una scusa. E epoche diverse hanno trovato ospiti diversi. Tutti con una a trovarsi una scusa del cazzo, diversa da quelli che c’erano prima.

Perché alla fine tiravano su la rete e tu là rimanevi. Perché non valevi un cazzo, probabilmente.

Trovare una scusa e rintanarcisi dentro. Forse è l’unica “resistenza” possibile. Che amarezza, mi pare di bestemmiare quando dico ‘ste cose.

Entra il medico, controlla la cartella sul palmare. Dice qualcosa all’assistente che annuisce.

“Quando esco dottore?”
“Per andare dove?”
“A casa.”
“Ci vuole ancora un po’ di tempo, abbia pazienza. I valori stanno pian piano rientrando ma conoscendola preferisco tenerla in osservazione qui.”
“Non si fida di me?”
Lei si fiderebbe?

Ma vaffanculo, dottor Marco Huang, cagariso. E dire che una volta c’era la leggenda che non s’era mai visto un cinese in ospedale. Ora fanno i primari.

Però, pare, mi abbia salvato la vita, il cagariso. E che cazzo gli vuoi dire a uno che ti salva la vita.

No, quale razzismo. Non mi frega un cazzo di ‘ste menate. Io quando ero giovane avevo già previsto tutto, lo respiravo il nuovo tempo che arrivava. Non a caso mi misi a fare il fruttarolo dal pakistano sotto casa. Ero come loro. E loro come me. Era solo questione di tempo per diventare alla pari. Che poi alla fine ce n’è voluto un po’, un bel po’ di gente ha avuto il torcicollo per qualche decennio buono: paesanotti, ignorantoni, grevi, mezzi falliti, frustrati, leghisti terroni, fascisti liberali. Incapaci di stare al mondo. Gentaglia insomma. Ma la gentaglia è la massa in questo paese, da sempre.
E anche questo l’avevo capito.

E sono stato regolarmente ributtato a mare.

Peccato che scavando scavando avevo capito tutto di quello che si muoveva in superficie e troppo poco di quello che scavavo dentro di me. Ma vabbè. La vita si vive. E se non gli sai dare un senso, si consuma. Tanto alla fine… cambia un cazzo. Sarei finito qua dentro forse qualche anno più tardi. Forse.

Ma in fondo, chicazzosennefotte.

Dottor Marco Huang, primario cagariso.

Ma vaffanculo va’.

(Continua)

deliri precedenti: 1 – 2 – 3 –  – 5 – 6 – 7 – 8 – 9 – 10 – 11 – 12 – 13
tutte le puntate

5 dicembre, 2014

No triv, il petrolio lucano che non fa notizia

Un mio post per Bolognina Basement. Buona lettura.

Il fatto: ieri a Potenza, capoluogo della Basilicata, c’è stata una manifestazione contro l’art.38 del decreto “Sblocca Italia” e la conseguente probabilissima proliferazione di pozzi petroliferi in Lucania. In strada c’erano 10.000 cittadini secondo gli organizzatori, 3000 per la Questura.

no trivi, no petrolio in basilicata

La testa del corteo No triv contro l’art. 38 del decreto Sblocca Italia, Potenza 4 dicembre 2014

Il Corteo ha terminato la propria marcia di fronte alla sede della Regione Basilicata provocando per due volte la sospensione dei lavori del Consiglio Regionale che doveva votare se impugnare di fronte alla Corte Costituzionale il suddetto articolo del decreto legge (per manifesta incostituzionalità) o se andare a trattare col Governo Renzi modifiche specifiche sull’iniziativa dell’Esecutivo (posizione sostenuta dalla maggioranza e dal Presidente della Regione, poi passata ai voti in tarda serata). Alla manifestazione hanno partecipato studenti medi di tutta la regione, associazioni ambientaliste e movimenti provenienti anche dalle regioni vicine. Durante il Consiglio Regionale alcuni trattori si sono piazzati davanti le cancellate della Regione minacciando di sfondarle.

I trattori e i manifestanti assediano la Regione Basilicata

I trattori e i manifestanti assediano la Regione Basilicata

Ci sono stati piccoli momenti di tensione con lancio di oggetti e uova all’indirizzo delle forze dell’ordine che presidiavano gli ingressi. Il Presidente del Consiglio Regionale è dovuto uscire a parlamentare coi manifestanti aprendo le porte a una delegazione che assistesse ai lavori in aula.

Le parole chiave: petrolio, sblocca Italia, Sede della Regione, no triv, lancio di uova, sospensione lavori Consiglio Regionale.

E’ una notizia?

L’amara scoperta:

Una manifestazione di 10mila persone contro lo “sblocca italia” e le trivellazioni petrolifere in Lucania, che assedia per ore la sede della Regione Basilicata, che provoca più volte la sospensione dei lavori del Consiglio Regionale, con una presenza eterogenea di studenti, lavoratori, movimenti, associazioni e personaggi folkloristici simil-forconi per i siti internet de La Repubblica, Corriere della sera, La stampa, Il sole 24 ore, Il Mattino, La Gazzetta del mezzogiorno e tutte le televisioni nazionali comprese le reti “all news” NON sono una notizia.

Non un trafiletto, una gallery fotografica, un corsivo, una battuta di satira, un editoriale borioso, un editoriale liberale, un editoriale riformista, un editoriale radicale, un reportage con la puzzetta sotto il naso, un’intervista ad un esperto di qualcosa a caso.

Neanche il lancio di uova verso le forze dell’ordine che difendevano l’ingresso della Regione è stato ritenuto notiziabile nelle riunioni di redazione. Manco quello.

forze dell'Ordine presidiano gli ingressi alla Regione

forze dell’Ordine presidiano gli ingressi alla Regione

Nemmeno un titolo:”Violenza No Triv: Scontri con le forze dell’ordine a Potenza, sospesi i lavori del Consiglio Regionale“. Cazzo me l’aspettavo, almeno da ilGiornale.it, e invece…

Nulla.

Stamattina da una breve rassegna stampa dei giornali nazionali ho potuto constatare che nemmeno su carta stampata la notizia è stata considerata degna di un breve trafiletto, anche solo a pagina 15.

La questione petrolio non interessa veramente a nessuno, evidentemente. 

Non bisogna essere faziosi, il problema non è che magari, e lo dico così per dire, l’Eni finanzia abbondantemente, direttamente o tramite pubblicità, i principali gruppi editoriali e tutte le televisioni italiane. Il problema è che noi ci ostiniamo a pensare che “il sistema” tifi per il petrolio ma in realtà è andato già oltre, in un mondo ideale fatto di ambiente, natura, tutela delle bellezze e specificità territoriali. Perché il petrolio è brutto e fa schifo e sa di vecchio. Il petrolio non deve avere pubblicità. Bravi i nostri giornalisti!

Siamo sempre i soliti che pensano male ad ogni occasione.

Manifesti Eni a Potenza adeguatamente corretti

Manifesti propagandistici dell’Eni a Potenza adeguatamente corretti

Il partito dell’odio.

Per andare sui giorali e in Tv, evidentemente, bisogna rivedere le modalità, i canoni e le pratiche classiche con cui si protesta.

Proponiamo dunque alcuni spunti simbolici e pratici agli amici lucani per riuscire a conquistare l’agognata visibilità:

  • gattini in braccio a mamme sexy che cantano “Like a Virgin“;
  • spezzone di corteo di gente travestita da Balotelli;
  • selfie collettivo con bocca a culo di gallina;
  • spezzone di minorenni mezze svestite che non indovinano un congiuntivo nemmeno per sbaglio;
  • bestemmione di gruppo;
  • rutto all’unisono per entrare nel Guinnes dei primati del rutto più potente;
  • finta rissa all’interno del corteo con macchie di sugo per simulare sangue e violenza cruda e truculenta;
  • gara di miss maglietta bagnata;
  • dire per tutto il corteo “Sì al Petrolio” e poi all’ultimo “Sorpresa, scherzavamo”;
  • provocare le forze dell’ordine con un fitto lancio di gattini;
  • aprire il corteo con una rappresentanza di giovani scartati da talent show di qualsiasi tipo;
  • proporre ricette tipiche lucane arricchite di tecniche culinarie d’avanguardia e impiattamento molto foodie oriented;
  • occupare un canile e maltrattare i cani;
  • chiedere di rivedere le quote latte di pecora contro l’Europa che affama i popoli;
  • organizzare una gara di tarantella che fa così tipico e folkloristico;
  • chiedere la secessione e invitare Salvini a parlare di zingari e campi rom.

L’amara verità è che non c’è gusto ad essere lucani, neanche se fai un post pieno di parole chiave volutamente fuorvianti per provare a dare visibilità ad una lotta sacrosanta contro quello che è, concedetemelo, un sopruso che rischia di cambiare per sempre il volto della regione, della mia terra.

Urge un nuovo film di Rocco Papaleo (attore famoso per “Basilicata Coast to Coast“, la canzone “Basilicata on my mind” e per essere un attore che parla con un forte accento lucano), magari seguito immediatamente da un bellissimo spot Eni o Agip con Papaleo che parla in dialetto e dice che la benzina lucana è buona perché odora di tradizione e cultura contadina. Hai capit uagliò?

Rocco Papaleo riparte con Eni

Rocco Papaleo riparte con Eni

P.S.

Per saperne di più sul petrolio in Basilicata, e magari indignarsi un po’, e forse iniziare a ragionare sul fatto che quello che succede laggiù riguarda tutti, nessuno escluso, consigliamo di leggere:

Ola Ambientalista

Osservatorio Val D’Agri

Osso Pensante

Michele Lapini – reportage fotografico

4 agosto, 2014

Solo

Filed under: deliri controproducenti — ilkonte @ 8:10 am
Tags: , ,

A bocca aperta, a mangiare l’aria. Col cuore che mi batte in gola, in testa, che mi esplode, che rimbomba, che scava nell’anima. Dai che ci siamo, dai che ci sei.

Ma dove sono tutti?

Io so cosa significa morire. Sono quasi morto tante volte, sfidandomi, accelerando il passo, guardando dritto negli occhi l’agonia. Prima arrivo, prima finisce. Più veloce vado, prima rinasco.

Nessuno però oggi grida il mio nome. Nessun applauso, nessuna gloria.

Lui mi osserva, aspetta. La camera è il mio campo di battaglia in questa bettola del cazzo dove mi ero venuto a nascondere da tutto e tutti, anche da quella maschera che mi guarda dallo specchio. Parla al telefono, dice che bisogna solo aspettare, ci siamo quasi.

No, oggi non voglio accelerare, oggi niente scatti, oggi l’agonia non finisce più, non riesco a sfidarla. Oggi non sono solo a vincere la fame d’aria e il dolore, ma lui non fa il tifo per me. Aspetta solo che finisca tutto, finalmente.

Nessun premio per un relitto come me. Oggi ho perso, di nuovo, per sempre. No, non mi devono vedere così, nessuno mi deve vedere così.

Ma dove sono, dove mi hanno lasciato, cosa mi hanno fatto?

Lui prende la foto, la maledetta foto. Quella con cui tenevo tutti per le palle.

Spacciatori, magnacci, puttane, sbirri. Tutti a inzuppare il pane in quello che ero e a succhiarmi il sangue, quello che ne rimaneva. Sono un relitto che affonda, sprofonda, senza che nessuno sappia dove andare a cercarmi.

La vergogna è un sentimento viscoso, nauseante, che tutto avvolge.

E’ tutto buio. Ho finito la rabbia. Il cuore esplode. La mia voce è un ansimare di disperazione. Senza luce.

Ma io non sono come loro, non lo sono mai stato. Io sono ci sono caduto, risucchiato, buttato.

E questa volta non ce l’ho fatta. Non mi sono rialzato. Non sono più ripartito.

Mamma, perdonami.

Fame d’aria, cuore che batte forte, fortissimo, quasi volesse scoppiarmi fuori dal petto. Ma non c’è nessuno: nessun avversario da battere e staccare, nessun giornalista a cui regalare chilometri d’inchiostro, nessun “amico” da far banchettare.

La mia vita è stata sempre il tentativo di rimanere solo, di andare solo.

Ma oggi no.

Oggi mi hanno staccato gli altri, mi hanno lasciato solo. E l’agonia non finisce più. Più vado veloce e più mi sembra che resti da soffrire. Ma il tempo non passa. E nessuno che mi venga ad aiutare, a raccogliere, a grattare via di qui.

Lui mi dice qualcosa, mi offende, mi sputa in faccia. Ma non so reagire, non so fare nulla, non riesco a muovermi.

Solo fame d’aria.

L’ultimo chilometro. 

Hanno provato a ricattarmi, a offendere la mia dignità, a dileggiarmi, a trattarmi come trattano un tossico qualsiasi, un fallito qualsiasi. Ma io ho risposto, attaccando. La mia dignità ha un prezzo, fosse anche quello più alto. Ho reagito con l’unica cosa che so fare: attaccare, sfinire, sfidare. Ma la vita non è andare in bici e un giro di coca non è un giro d’Italia.

Ma non posso morire di vergogna. Non lo merito, non lo meritiamo.

Una volta avrebbero pagato per essere in una foto con me. Oggi no. Oggi pago io.

Bocca aperta a mangiare aria. Cuore che martella. Occhi spalancati.

Lui mi si avvicina, mi guarda, prende il telefono:”Fatto”.

Ma dove sono tutti?

Mamma, addio.

P.S.

Libera interpretazione dettata dall’amore, quello vero, incondizionato, puro. Non so se sia stato ucciso o se sia morto da solo, di overdose. So solo che, a distanza di anni, gli voglio, gli vogliamo, ancora bene. E ogni volta che un corridore scatta, soffre, scarica rabbia e orgoglio sulla salita noi siamo lì a pensare cosa era, cosa è stato, cosa sarebbe stato. E lo rivediamo regalarci ricordi, sentimenti e passione degni solo di un immortale. L’unica giustizia possibile.

13 giugno, 2014

1000 lire

Filed under: deliri controproducenti — ilkonte @ 9:31 am
Tags: ,

Un mio post per Bolognina Basement

1000 lireHo sognato che pagavo il caffè 1000 lire, quelle col faccione di Marco Polo. Ed era normale. E le 1000 lire che lasciavo sul bancone del bar erano sporche, mezze strappate e con un sacco di scritte a penna sopra. Frasi a caso. Niente di così significativo. Ed era normale pure questo.

Quando c’erano le 1000 lire la gente scriveva sui soldi. Tipo come si scrive sui muri. Con la differenza che quella scritta aveva valore solo perché era stata fatta lì, sulla parte bianca da guardare in controluce.

Per un pubblico sempre intimo e diverso in una specie di catena, di passaparola. Tu scrivevi e lanciavi il tuo messaggio nella bottiglia. Qualcuno leggerà e farà girare. Qualcuno scriverà, aggiungerà altro ma non lo potrai mai sapere. Ormai quella 1000 lire è andata, scomparsa nel flusso. Apoteosi della comunicazione monodirezionale, senza nessun feedback.

Oppure la 1000 lire diventava il miglior supporto possibile per fare due conti, appuntarsi la lista della spesa o segnarsi al volo un numero di telefono. A quel punto era un utilizzo totalmente estemporaneo, senza finalità di comunicazione. Scrivevi sulle 1000 lire quello che ti serviva nell’immediato. Tanto poi chissenefotte, ne arriverà un’altra. Una moneta usa e getta, quasi. Gli altri avranno una banconota semplicemente di uguale valore economico ma con una funzionalità in meno, già consumata.

Favolosi anni ’80.

Io, ancora bambino, leggevo, qualche volta sorridevo e, lo confesso, qualcosina l’ho scritta pure io.

Ma devo anche ammettere che quando mi capitavano delle banconote nuove nuove, pulite e senza troppe pieghe la cosa mi dava quasi piacere. Le meno rovinate erano quelle che spendevo per ultime, quasi per una questione di rispetto.

1000 Lire Montessori retro

Mi ricordo che mio nonno si incazzava quando gli capitavano banconote “ridotte in questo stato”. Lo trovava offensivo, indegno, uno schiaffo alla miseria e al valore dei soldi, del guadagnare soldi, del portare il pane a casa.

“C’è chi muore per guadagnarsi la 1000 lire e questi ci scrivono sopra…”

Ma mio nonno aveva fatto la guerra.

Ora non lo fa più nessuno. Non ho mai visto una 5 euri sporca, mezza strappata o piena di scritte a caso.

Niente più “Ti amo”, o “Juve Merda”, o “Stronzo chi legge”.

Ma ci sono altri mezzi, evidentemente, per lasciare il proprio messaggio nella bottiglia.

O forse, molto semplicemente, è passata la moda e aveva sempre avuto ragione mio nonno e quelle scritte erano solo un incidente della storia, una fastidiosa anomalia temporanea.

O forse abbiamo fatto anche noi qualche guerra e non ce ne siamo nemmeno accorti.

17 maggio, 2014

Il sol dell’avvenir (intolleranza da cassa piatta)

Filed under: deliri controproducenti — ilkonte @ 11:43 am

discotecaSi, lo ammetto. Forse sto esagerando. Ma guardati attorno.

La musica spinge a cassa piatta, i bagni si riempiono di gente che non deve pisciare, la cassiera ha smesso di sorridere a chi entra da almeno 40 minuti e lei, la vedi lei lì nell’angolo? Sta là tutta seria, serissima, come se stesse facendo la cosa più importante della sua vita. E invece è solo una vestita poco alla ricerca di un cazzo. E di cazzi qua ce n’è a morire. Una selva. E poi c’è questo che ogni tanto dice qualche puttanata a caso tipo:“SU LE MANIIIIII!”. Io… ti giuro… Io…

Hai ragione, sto esagerando. Razzismo gratuito e anche un po’ triviale. Ma ti rendi conto di che bestiario c’è?

Arriva quello con la camicia bianca. Quelli con la camicia bianca non mancano mai in postacci del genere. Loro e quelli con la camicia scura. Vanno a coppie, sono esseri simbiotici. Sono serissimi pure loro. Li vedi? Hanno l’aria da maschio alfa. Arrivano al bancone, ordinano un drink, spendono un delirio, e osservano. Loro pensano di dominare qua dentro. E sai perché? Te lo spiego io. Qua dentro non si può parlare, non si sente niente. Quindi loro non rischiano, per loro parla la camicia bianca. Poi esci, fumi una paglia e senti cosa riescono a dire e pensi che era meglio se rimanevano dentro.

Cioè, ora stai iniziando a capire perché dico certe cose. Non ti nego tuttavia che qualche spiegazione te la dovevo, non sono così idiota da pensare che il semplice fatto che io abbia ragione su tutto mi consenta di essere compreso al volo da tutti. Quindi, visto che ci siamo, mi son detto, gli devo delle argomentazioni. Sono una persona da questo punto di vista abbastanza disponibile.

Hai provato a fare la fila in bagno? Ti sembra gente che va a pisciare quella? No, non sono un bacchettone, per me puoi sfondarti di quello che ti pare. Sono per la libertà, io. Ma sai com’è che si dice: la libertà di un uomo finisce dove inizia quella dell’altro. Ecco. Questi stanno proprio in mezzo alla mia, di libertà. Stai lì che ti stai pisciando sotto e questi occupano i cessi per un’eternità. E magari ti lamenti pure e arriva quello con la camicia nera che ti guarda e ammicca:“E amico mio. I bagni sono per…” e tira su col naso. E poi divento razzista. Si, razzista. Perché il suddetto coglione in camicia nera per prima cosa non è amico mio. E poi perché l’ho poi beccato fuori che stavo tornando dalla pisciata nel vicolo (non ce la facevo più) che parlava male del buttafuori nero perché la crisi, non ci sono soldi, e ci fottono il lavoro e altre cazzate del genere. Ora, sto coglione, sti coglioni, votano come me e te, come tutti. Sti coglioni hanno tutti i diritti. Proprio come me e te. Votano, parlano, si esprimono, dicono cose e magari sono pure di quelli fomentati che quando si parla di politica stanno lì a puntarti contro il ditino perché, per loro, tu sei un coglione, non hai capito niente, sei vecchio, sei dannoso, dormi e per fortuna ci sono loro che hanno capito tutto perché hanno ragione e blablablabla.

Ma io e te non siamo come loro, lo possiamo dire questo?

Io e te siamo meglio di loro. E a me, francamente, comincia a dare fastidio che proprio TUTTI abbiano il diritto di dire la loro, di votare e di magari farmi girare i coglioni.

No, ti prego, non me la menare con la democrazia. Non c’entra niente la democrazia. La democrazia, vista la fauna qua dentro, posso dirti che ha fallito. Ci sei? Morti ammazzati, scioperi, manifestazioni, guerre, rivoluzioni, e alla fine ti trovi con sta massa di analfabeti che ballano in discoteca. Che poi stessero rinchiusi qua dentro, dico io, sarebbe già qualcosa. Il problema è che poi te li ritrovi alle poste, in banca, in coda in tangenziale, al bar, in piazza. Sta gente ha una vita, purtroppo, anche fuori da qua. Probabilmente una vita di merda. Ma vabbè quella forse ce l’abbiamo tutti.

La gente mi fa schifo. La massa la odio. La maggioranza delle persone è fatta da coglioni.

Io? Cosa farei io?

Io a gente come ste due qua a fianco so io cosa ci farei. La bionda, quella vestita da troia, l’hai sentito cosa ha detto? Stavano parlando di qualcosa di inutile, tipo fashion, stile. Cose che io vieterei per legge. Non la moda. Si forse pure quella. Io vieterei il lessico di sti cazzoni. Proprio il lessico. Le parole. Gli toglierei le parole. E poi vediamo. Comunque sta bionda ha appena detto in una sola frase: Ralph Lauren, Denim e pochette.

Ecco. Ti dico io cosa farei.

Se io dovessi avere il potere a sta gente gli sparerei in testa. Senza processo. Esecuzioni sommarie.

Io, unico giudice, supremo.

E sai perché? Perché il mondo fa schifo e l’umanità pure. E se io potessi eliminarne un buon 70% sicuramente ne guadagnerebbe il mondo e, conseguentemente, l’umanità.

Rimarremmo in pochi ma saremmo tutti ben selezionati e con una soglia etica decente. Sarebbe più facile fare tutto. Il sol dell’avvenire è per pochi, mi spiego? E poi saremmo talmente motivati da essere anche in grado di autoeliminarci in caso di cedimento. Tipo me prima no, che sono andato al bancone a ordinare un cocktail da 15 euro (non mi ci far pensare guarda). Ecco, nel mio mondo ideale una cosa del genere la paghi con una pallottola in testa. Anche se dovesse essere la mia, di testa.

Bisogna avere autodisciplina, porca puttana.

Cosa?!

Vuoi fare un selfie con me perché ti sto simpatico?

Allora niente, ho parlato all’aria per tutta la serata.

L’avevo detto io che questo non è un posto per me.

Stavo tanto bene a casa.

24 marzo, 2014

139 Kg (il telecomando sul tavolo)

telecomandoSi lo so, è sabato, ma stasera resto a casa, ho troppo caldo.

Alla tv danno un film indecente con un biondo che una volta piangeva in una serie di quelle becere del pomeriggio. E mi sto rompendo il cazzo.

Pausa pubblicitaria. Non mi alzerò mai per prendere il telecomando, sudo solo al pensiero. Non mi va.

E mi viene da pensare che non mi frega praticamente niente di vivere in una civiltà che poi andando all’osso ha ottenuto come risultato principale l’innalzamento dell’aspettativa di vita.

La civiltà occidentale, o come la volete chiamare voi, ci fa morire più tardi, almeno come media.

Ok, e ti pare poco? Però, mi dicono, se non c’hai i soldi, non ne fai, non fai pil, non è che ti godi tutta sta civiltà occidentale. Cioè “un onesto lavoratore”, “un esempio di rettitudine e dedizione”, “un eroe del quotidiano”, non te lo dirà nessuno e anche se te lo dicono, fidati, è capace che ti incazzi pure perché pensi, comprensibilmente direi io, che ti stanno pigliando per il culo. La “dedizione” è per le bollette, va rispettata.

E comunque “la civiltà” pare dica che qua o fai i soldi o sei fuori. Bella scoperta. Vabbè fatemi dire però. La pubblicità sta andando avanti e mi secco a cambiare.

La civiltà occidentale ci sta regalando una vita sempre più lunga. Di merda, ma più lunga. E col televisore a casa, la macchina e nessuno muore di fame. In ogni caso, comunque, pure se stai proprio rovinato te la sfanghi e la televisione a casa la tieni, non te la devi vendere per comprare qualche sacco di farina e legumi. E in Africa? Che c’hanno il televisore in Africa nei villaggi di capanne? No. E non c’hanno manco la macchina e so sfigati. E una volta, quando uno non mangiava la pasta e ceci, automaticamente arrivava quello grande che ti faceva prendere malissimo perché in Africa c’era un bambino come te ma africano, in una capanna, che con quella pasta e ceci o ci campava una settimana, o moriva. Non era per farti sentire una merda perché la roba non si butta, ma per farti entrare in testa che sei fortunato, superiore al bimbo africano perché puoi mangiare pure una cosa che ti fa schifo mentre quello in Africa si magna quello che trova. E zitto, altro che #istafood. No, calmi. Non sono io che la penso così. Dico che ci hanno educato così, o no?

Ipocrisie, naturalmente. Ad esempio mi sembra che fino ad ora non abbiano passato nessuno spot di assorbenti femminili ma un paio di pubblicità di profumi o creme rassodanti. Che di notte non ci sta il ciclo? Ipocrisia.

Forse ricomincia il film, un attimo. No, falso allarme. Altra pubblicità.

Ho alcune amiche che si incazzano perché ci sono le pubblicità di vestiti con donne che sempre fighissime, bellissime, e ti ritrovi il mega-cartellone sul palazzo del comune, a fianco al muro dei Partigiani, con Beppe Maniglia dall’altro lato che si fa filmare dai turisti (riferimenti bolognesi). Sono d’accordo con voi. Basta con queste pubblicità maschiliste destinate a pubblico femminile. Io, onestamente, a tutto penso tranne che comprare un vestito ad una donna. A malapena trovo delle scarpe che piacciano a me e, detta come va detta, a volte faccio veramente fatica a spendere troppi soldi per qualcosa con cui pestare merde. Quindi no, un vestito ad un’amica non lo compro, e non le chiederò di comprarselo. Io con la storia delle pubblicità maschiliste quindi non c’entro niente e niente ci guadagno. Fanno tutto loro, mi pare.

Facciamo così, non ho detto niente. Erano, diciamo, cazzate in libertà. E pace, che qua la pubblicità è finita.

Sto film è veramente fastidioso per quanto è scemo ma fa veramente troppo caldo, l’aria sembra che si schifi a venire a darmi una mezza alitatina. Mi sono pure cadute le patatine a terra, e chi le raccoglie, chi ce la fa a muoversi. E figurati se mi alzo per prendere il telecomando. Oltre ogni mia minima possibilità.

Nuova pausa pubblicitaria.

Però ci sarà in Africa uno che vive nei villaggi di capanne e però non è un caso umanitario? Si, ci sarà o comunque facciamo che ci sia.

Il nostro africano campa quello che può campare con la moglie o le mogli, i figli, la tribù, i guerrieri, quelli che si pittano, la caccia e via dicendo. Mo quello non sa come vivi tu; non sa che cazzo è la fila in tangenziale e le spese condominiali. Lui, ascoltatemi, sta in grazia di dio. Ma muore, purtroppo, a 50-60 anni come grande saggio capo tribù. Tipo per chiudere la metafora nel villaggio dovrebbe esserci una troupe televisiva americana che cercava il disastro umanitario e alla fine ha dovuto riprendere gente mediamente felice e un vecchio che muore giovane, ma felice. Devi puntare sul morto, per forza. Lacrime e cose strane tipo riti particolari. Se la so dovuta sfangare così. Bravi comunque a far trasparire un senso di “ma vedi questi come cazzo stanno e che cazzo stanno a fa?” che ti rassicura quello che basta mentre stai sul divano che pesi 139 kg, incollato ad un divano zuppo di sudore e scleri ché vuoi cambiare, fare un po’ di zapping, ma il telecomando sta sul tavolo.

Mo quello, l’africano ipotetico di prima, è stato sempre felice in vita sua: niente violenze, mangiato sempre e abbondantemente, fatto tanti figli, cacciato tante gazzelle, visto tante albe e tramonti, passato tante serate davanti al fuoco a parlare con gli spiriti, visto tanti bianchi che gli sembravano totalmente idioti. E’ stato pure l’Anziano del villaggio. Arrivaci tu a fare l’Anziano del villaggio. Al massimo a te ti manderanno in qualche “villa Addolorata” a magnà brodini e guardare Forum, senza telecomando.

Serve allora a qualcosa passare una vita di merda fino a 100 anni?

Bella scoperta, lo so, non ho detto niente che non sia mai stato pensato o scritto.

E’ ricominciato il film. Stiamo, mi auguro, andando verso il finale. Qualcosa di americanamente salvifico, solita merda. E vissero tutti imprecisi e contenti.

Ne parliamo magari poi eh? Della storia dell’Africa e tutto il resto. Mi vedo il finale.

O magari mi addormento. Il film prima o poi finirà. Arriverà altro.

Pagina successiva »

Blog su WordPress.com.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: