franchino's way

30 luglio, 2008

La mia Genova (appunti e ricordi…10)

Genova, stupenda. Un po’ Napoli e un po’ Costa Azzurra. La ricchezza, la gloria e i caruggi, le periferie, il cemento. La sopraelevata che si affaccia sul medioevo, il palazzone che si specchia su quel mare dominato, amato, odiato, che tanti ne ha inghiottiti, che tanti ne ha visti partire. I cantieri navali e le navi da crociera al largo, i pescherecci e gli yacht. Che bella che è Genova. Con il suo accento che sa di Brasile e la sua austerità che sa di Nord. La città dove l’Europa incontra e si fonde col Mediterraneo. Non ci sono altre città così ibride, bastarde. C’ero stato un paio di volte, camminata, spulciata, assorbita, a piedi. Lo stupore dei livelli che si intrecciano, il caos, le scale, le salite e le discese, il postaccio dove mangiare un piatto di pesce, in piedi, a poche lire, affacciati sul porto antico.

Ma per noi, quel giorno, Genova si fermò lì. Negli occhi puntati su una colonna di fumo, minacciosa. Nelle dita ad indicare, nella fine della festa. La manifestazione ci aveva distratto. La festa, il colore, l’ansia spazzata via da un ballo, un sorriso, una maschera, una doccia improvvisata sotto una pompa d’acqua. No… Era stato troppo bello, troppo semplice, troppo inaspettato. Ora era arrivata la paura, ora era il momento di ricordarci perchè eravamo lì, consci di quello a cui andavamo incontro. Stavamo in silenzio a osservare, in punta di piedi per guadagnare qualche centimetro sulle teste. “Ok, ragazzi… scendiamo un po’… teniamoci sulla sinistra, mi raccomando… raccolti, vicini… e qualcuno stia vicino a noi che portiamo la borsa”. Scendevamo lentamente, a passi corti corti. Il corteo si era quasi fermato. Un elicottero volava sulle nostre teste, mentre alla fine della discesa, forse a 200, 300 metri da noi, ad un incrocio, usciva fumo dal porticato di un palazzo. Il corteo arrivava lì e svoltava a destra, infilandosi nella città e lasciando il mare alle spalle. Prima di un vialone  lungo e largo che occupava tutta la piccola vallata tra noi, in alto su Corso Italia, e il resto di Genova, in alto dall’altra parte. Camminavamo piano, schiacciati tra i manifestanti, muti, fermi, che osservavano quello che succedeva e un muretto sulla sinistra. Dietro il muretto un salto di qualche metro. Nessuna via di fuga, solo una piccola scaletta che portava su una specie di terrazza sul mare, con un tendone bianco. C’era chi prendeva il sole, su quella terrazza, o su un piccolo molo di frangiflutti neri. Ci fermammo. “Che facciamo?”. Mi arrampicai sul muretto, per osservare meglio la situazione. Qualcuno stava distruggendo i locali al pian terreno dei palazzi. Forse banche, discount… Mentre una decina di “eroi” sfasciava tutto, un’altra decina, o poco più, buttava di tutto nel mezzo del piazzale. Sedie di plastica, cassonetti. Poi fu la volta di un’auto. La presero e la capottarono. Le diedero fuoco. Un fumo nero, denso. La tensione saliva, gli occhi puntati su quel delirio, le mani ad indicare. La decisione di fermarsi o continuare, svelti, per passare prima possibile quel punto. Ma noi rimanemmo fermi. Qualcuno di noi voleva scendere. “Dai… che non succede niente, scendiamo a dare un’occhiata”. Prima di allontanarsi ricevettero istruzioni:”Se succede qualcosa, l’appuntamento con tutti è lì sotto, su quella terrazza”. I minuti passavano e più passava il tempo e più mi pentivo di essermi fermato, e aver dato appuntamento agli altri indietro, e non avanti, via da quell’incrocio, quella discesa senza vie di fuga. Ad un tratto… In fondo a piazzale Kennedy. Cominciarono a luccicare dei cosini neri, tutti compatti. Si spostavano veloci verso la strada da una struttura che dava sul mare. Tanti, tantissimi. “Marò… Vedi quanti sbirri! Sembrano tante cozze… o tanti scarrafoni…” disse uno della mia combriccola. Si schierarono ordinati, compatti e cominciarono pian piano ad avanzare verso quell’incrocio e, quindi, verso di noi. “OOO… RAGA’! CE NE DOBBIAMO ANDARE DI QUA!” gridai al gruppetto rimasto con me.

Cominciammo a scendere ancora un po’, ma la folla ormai era quasi ferma e il passo non poteva essere svelto come volevamo. La paura aumentava, l’elicottero fisso in testa. A-SSA-SSI-NI A-SSA-SSI-NI. Intanto la colonna della polizia era a un centinaio di metri dagli invasati che giocavano alla sommossa. Una signora:”Dai che ora arriva la polizia e li caccia via sti imbecilli”. Si… Signora mia… come no… Ad un tratto decidemmo di guadagnare il centro del corteo, lì sembrava che il passo fosse più veloce. Sapevamo che continuando avremmo perso sicuramente gli altri… Ma confidavamo nei cellulari. L’alaskese sempre al mio fianco, il longangone e uno della combriccola a tenere la borsa con la mazza, i liceali con la chitarra, gli altri smaniosi, con gli occhi fissi sulla fine di quella discesa. Dopo i primi 20 metri si fermò anche questa parte di corteo. La polizia ora affrontava un centinaio di persone, qualcosa più qualcosa meno. C’erano i passamontagna, i fazzoletti sulla faccia, le maschere antigas, le canotte, i pantaloni larghi coi tasconi, le pietre, le sedie, contro un muro scuro di caschi, scudi in plexiglas, manganelli. Poi… I lacrimogeni. I primi in mezzo ai tumultuosi… Poi, pian piano, sempre più verso il corteo. Il panico. Quando ci sono situazioni simili c’è bisogno di nervi saldi, di concentrazione, di occhi aperti. Una soluzione si trova. Ma mai, mai, scappare. Se parte uno ne partono altri 5, che poi diventano 20, 50, 100. Scappano indietro e costringono gli altri a girarsi, a correre con i talloni che ti prendono a calci il culo, fin quando si arriva nella pancia del corteo dove si scappa con ancora più paura perchè non si sa, non si vede, non si è capito, ma si deve scappare. Se stai fermo ti travolgono. Se stai fermo, forse, questo non lo sai, ti raggiunge la carica. Arrivò quindi la prima fuga. Urla, paura, bocche spalancate, mani che spingono, ti tengono, ti strattonano. Piedi che si urtano, scarpe sfilate. Quello che perde l’equilibrio, che quasi cade, ma per fortuna si è così stretti che magari c’è una mano santa che ti tira su. E poi, quando ci si ferma. La paura, pura, inesorabile, carica di adrenalina e fiatone. “MA CHE CAZZO E’ SUCCESSO?!”.

Ci rigirammo. I ragazzi con la borsa in un bagno di sudore, con la bocca spalancata a prendere aria, col caldo che sembrava volerci dare la mazzata finale. Non potevamo rimanere in mezzo con quella borsa. “Rimettiamoci vicino al muretto e guardiamo… mi sa che qua si mette male”, dissi al longagnone.

Appoggiati al muretto con la polizia che avanzava sempre di più. I due liceali con la chitarra dell’alaskese e un altro del nostro gruppetto decisero di scendere. Stesse raccomandazioni, l’appuntamento, la terrazza. Rimanemmo in quattro: io e il longagnone a tenere la borsa, l’alaskese (muta di paura… “Cazzona! E mo’ hai capito perchè ti dicevamo che non era cosa?!“), e un altro della combriccola. Gli altri alla ricerca di fotogrammi, di scene da vedere, di momenti da raccogliere, di adrenalina, forse. Se non avessi avuto quella cazzo di borsa con la vita di una persona dentro sarei sceso anche io. Lo faccio sempre. Ad ogni manifestazione. Sempre avanti, vicino a dove succedono le cose. Anche perchè davanti, col carabiniere che ti punta col manganello, secondo me, sei più sicuro che nel mezzo, nel rischio concretissimo di venire travolto, calpestato dal panico collettivo. Devi aver fiducia in te stesso, nella tua capacità di scappare, nella tua lucidità nel trovare vie di fuga, serpentine, coperture. E poi perchè avanti, è lì che succedono le cose. E quelle, non ci posso far nulla, le voglio vedere.

Rumore di latta e sibilo, come di gomma bucata. Arrivavano con la loro scia biancastra e poi, appena toccavano terra, semravano dividersi, a ventaglio, a riempire di fumo la strada. Cominciarono così a piovere i lacrimogeni, sempre più dentro, sempre più su nel corteo. Una ragazza ne prese uno in faccia, gente che scappava, chi scalciava via quelle latte maledette. Di nuovo panico, ma noi eravamo defilati, attaccati al muretto, e la folla ci scivolava addosso. “Ragà ci dobbiamo togliere da sta strada… Arriva la carica… e con la borsa siamo fottuti..” Decidemmo allora di tornare indietro di una cinquantina di metri, dove si apriva quel varco nel muretto e la scaletta portava alla terrazza. Prendemmo la borsa, ci contammo e via, più veloci possibile, mentre la folla era ferma, immobile, in punta di piedi, a guardare. “Sparano lacrimogeni anche dall’elicottero, e dai tetti dei palazzi!” gridò uno nella folla. Mi girai, prima di scendere i gradini. Sembrava vero. Arrivammo sulla terrazza. La borsa cadde a terra con uno sbuffo di polvere. Il sudore ci aveva completamente spunzato. Il tempo così di guardarci, sorridere della possibilità di sederci un attimo, lo sguardo sul mare, calmo, blu, le tette della signorina in costume, che… un nuovo boato. Vedevamo ora Corso Italia che ci sfilava davanti, in alto sopra il muro, salendo da sinistra verso destra. Fumo bianco, altri lacrimogeni. Poi, la carica. La folla in fuga, uno si buttò dal muretto, un volo di 3 metri. Le scalette, che poco prima avevamo comodamente disceso, ora erano un carnaio. Troppo flusso di corpi, troppe persone in un secondo avevano visto in quella scala, nella nostra terrazza la loro salvezza. E rimanevano incastrati tra il muro e la ringhiera, a urlare, con la faccia mista di terrore e dolore. Qualcuno corse verso quella scala, a tirare via persone incastrate. Intanto Corso Italia. La polizia risaliva, la gente scappava, i lacrimogeni a pioggia. Passò un blindato, velocissimo, in mezzo alla strada, e alla gente. Un gruppo di finanzieri correva in salita vicino al muretto. Un paio di loro si girò verso di noi, verso la terrazza e sparò 2, 3, 4 lacrimogeni conditi di gestacci e di gesti che ci invitavano a salire da loro, a scontrarci. “MA CHE CAZZO FATE!!! BASTARDI!!!! ASSASSINI!!”.

Le persone nella terrazza erano per lo più con le mani in alto, come tanti su corso Italia. Eppure ci sparavano, e, se solo ci avessero sotto le mani, ci avrebbero massacrato di botte. Le stesse botte che stavano dando su quel corso. I lacrimogeni intanto strisciavano sul pavimento della terrazza. Corsi verso uno… troppo vicino. Lo presi d’istinto con le mani per buttarlo via, lontano. Che cazzone… Brucia!!!! Lo feci cadere a terra, con gli occhi che ormai non vedevano più niente. Diedi un calcio al lacrimogeno…. Lo sentii allontanarsi. Arrivò un ragazzo. Mi prese, mi zittì, e mi strofinò un po’ di limone sotto gli occhi. Non serviva a un cazzo. Ma almeno l’effetto placebo… sembrò funzionare. Bestemmiando, urlando, imprecando, maledicendo lo Stato, il potere e quei cazzoni della mia età che mi volevano massacrare cominciai a correre a destra e a sinistra sulla terrazza per buttare via quanti più candelotti possibile. Come se, allontanare quel fumo fosse un modo di resistere, di far vedere a quella massa di sbirri che non avremmo subito. Correvo a destra e sinistra, senza fiato… quello serviva per correre e urlare bestemmie. Il ragazzo del limone mi seguiva. Mi diede una bottiglia d’acqua. Io bagnavo i candelotti e lui li buttava via. Con la maglietta a maniche lunghe bagnata “per fare più filtro” sulla bocca e il naso, la pelle bruciata, arsa, gli occhi amari, la gola secca, intossicata, la tosse. “Ma no!! E che cazzo! Pure le barche no!”. Arrivò vicino al molo un piccolo motoscafo della polizia. I ragazzi in costume in piedi con le mani in alto. Un agente dal motoscafo a sparare lacrimogeni e farci gestacci, come i suoi compari dall’altro lato, sul muro di Corso Italia. BASTARDI ASSASSINI!!!

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29 luglio, 2008

La mia Genova (appunti e ricordi…9)

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Eravamo andati a Genova per fare numero, per aggiungere puntini neri e metri quadrati di spazio occupato nelle inquadrature televisive. Eravamo andati lì perchè bisognava esserci, perchè avevamo fame e sete di qualcosa di nuovo. Vedevamo la possibilità di un altro mondo, di un’altra cultura, di una politica nuova. Eravamo in tanti e ci speravamo davvero. Io ero sicuro del fatto che il nostro sarebbe stato solo un germe. L’ho sempre detto, anche quando sembrava che le cose andassero bene. Ma bisognava iniziare e noi avevamo lanciato il sasso. Credevo in una lunga e progressiva trasformazione della società. Perchè? Semplice, ero sicuro, e sono, sicuro di avere ragione. Ma ho, abbiamo, perso? Le bandiere della pace alle finestre sono scomparse, appassite, consumate dal tempo e dallo smog come giornali vecchi che hai conservato per qualche motivo, solo che, anche rileggendo bene tutti gli articoli, non ti ricordi quale sia.

Dove siamo finiti? Dove siamo oggi noi “cani sciolti” che vagavamo da una manifestazione all’altra solo per esserci, fare numero? Delegavamo all’epoca e deleghiamo oggi. Quello che ci è mancato sono state le palle. Inutile. Qui non c’entra la gerontocrazia e il nepotismo. Perchè quel movimento entrava nelle case delle persone, aveva colorato di bandiere arcobaleno l’Italia intera, aveva creato un modo di pensare, vivere e coltivare la politica e il dissenso nuova. Quel movimento stava riuscendo a rappresentare la voglia di riscatto e cambiamento meglio di tutti i partiti. Le persone partecipavano, rispondevano, andavano alle manifestazioni per la prima volta nella vita. Dopo Genova ci fu Roma, Firenze, Scanzano, Melfi, i treni della guerra, e chi più ne ha più ne metta… Dopo Genova stavamo vincendo, facevamo cultura, eravamo trendy, imponevamo discorsi e dibattiti. Sarebbe bastato metterci solo un po’ di più le palle, appunto. Mettersi in ballo, in prima persona. C’era bisogno di militanti nuovi, quelli dovevamo essere noi. E non lo siamo stati. Abbiamo vissuto l’unica occasione di fare qualcosa di epocale nella nostra vita come se fosse l’ultima moda, l’ultima identità take-away disponibile sul mercato. Usa e getta. O forse abbiamo deciso di tagliarci fuori da soli. Abbiamo tirato i remi in barca, ci siamo arresi. Sconfitti dalla difficoltà quotidiana del dialogo, dell’ignoranza comune, della grossolanità, della volgarità del discorso da bar. Abbattuti dai piccoli e continui fallimenti nel cercare un contatto con “la ggente comune“. E poi, siamo Italiani. Berlusconi ci ha veramente massacrati. E ancora di più ci ha distrutto il fatto di vedere che così tanta gente va a votare personaggi simili.

La nostra è la generazione del disincanto. Forse la peggiore generazione in cui nascere dalla seconda guerra mondiale in poi. Sono solo quattro anni, o giù di lì: dal 1977 all’81. Come una cesoia. Infanzia di benessere, anni’80, la salopette, i Transformer, la Milano da bere. L’adolescenza spoliticizzata dopo il muro di Berlino e, soprattutto, mani pulite. L’idea che la politica è, prima di tutto, una cosa sporca, a-morale. Roba da ladri o da arrivisti. L’antipolitica di cui tanto si sproloquia cammina sulle nostre gambe. Eravamo a 10, 11, 12, 13, anche 18 anni, davanti alla TV a vedere sfilare tutto il potere, TUTTO, sotto processo, in un’effervescenza giacobina generale. Tutti incazzati, tutti rabbiosi. Le monetine su Craxi, le casalinghe e gli operai a tifare Di Pietro. Fu una tempesta che noi vivemmo come imprinting. Quello c’è rimasto dentro. Dopo tangentopoli gli anni ’90. La “fine della storia“. Le speranze di una nuova fase di sinistra, le vittorie alle comunali di Napoli e Roma contro i fascisti, la “gloriosa macchina da guerra” dei “Progressisti”. E poi… 1994. “L’Italia è il paese che amo“. Quando noi abbiamo votato per la prima volta, abbiamo trovato l’avversario, nuovo, combattivo, terribilmente odioso. Siamo nati Berlusconiani o anti-Berlusconiani. Senza elaborazioni o sfumature. O bianco o nero. O con noi o contro di noi. E abbiamo perso anche lì. Con quelli appena più grandi di noi (i nati negli anni ’70) a votare Forza Italia, i quarantenni (nati negli anni ’60) in crisi di identità, i cinquantenni a cercare di conservare la villa abusiva al mare, il posto in Regione, le tre automobili, il benessere dei figli del boom, i sessantenni a difendere la pensione. Dopo le delusioni, le sconfitte, arrivò il distacco dai partiti istituzionali. Abbiamo smesso anche di andare a votare, stanchi di essere ininfluenti, in ritirata. Eppure eravamo la generazione delle magnifiche sorti delle nuove tecnologie! Quelli che avrebbero potuto lavorare comodamente seduti a casa, o che sarebbero stati capaci di viaggiare, conoscere, muoversi, con una velocità e una facilità mai vista. Eravamo quelli che nascevano con internet, l’ipertesto, la cultura per tutti in maniera facile. Eravamo la generazione su cui i nostri genitori scaricavano tutte le utopie positivistiche del progresso e del benessere garantito, e sicuro. Ricordate cosa si diceva della Net economy? E quale era l’aura mistica che circondava il mito del persona computer, del cellulare, della fibra ottica? Noi, i predestinati. Senza guerre, senza povertà, capaci anche forse di sconfiggere la morte, la vecchiaia, la depressione, la malattia. Noi. Gli eletti.

Ma qui sta la responsabilità storica della sinistra italiana. Aveva in mano un tesoro di idee, energie, forze. E non è stata capace di coinvolgerle, tirarle dentro di sé, mettersi alla pari per prendere il meglio, sintetizzare, rappresentare. E non lo ha fatto, gelosa del proprio orticello, paurosa nel doversi aggiornare, svecchiare, per mettersi al passo coi tempi. Ma se abbiamo la stessa gente, le stesse classi dirigenti, da 15 anni nonostante tutte le sconfitte culturali prima che politiche, qualcosa significherà. Ecco, mi torna su l’antipolitica, acida. Pizzica in gola e rende l’alito pestilenziale e come il tono dei pensieri. La politica, o meglio dire le classi dirigenti, ci hanno abbandonato. Ci hanno circoscritto, calvalcato, snaturato, controllato, emarginato e alla fine ci hanno sciolto o fatto sciogliere. Ora, poi, non abbiamo neanche più una rappresentanza parlamentare. Siamo considerati, o da considerare, come gli indiani? Siamo folklore? Fa comunque tristezza girare per i cortei della risacca e vedere sempre meno gente comune, sempre meno “cani sciolti”, o comunque trovarci i soliti noti. Le sette. Dov’è finita la massa? Eravamo tanti, belli, colorati. Facevamo tanta simpatia. E dove siamo finiti? Siamo tornati, un po’ più invecchiati, a giocare alla playstation? O siamo scesi a patti con la vita e ci siamo ritirati, in trincea, a difendere una collina del cazzo senza riuscire a vedere altro, senza neanche porci il problema di come va la guerra a 100 km di distanza. Ma se cade una collina può sfasciarsi tutto il fronte. Dal tuo umile punto di osservazione, non sta cambiando niente, tutto va avanti sempre uguale… ma in realtà da altre parti, in mezzo ad altro fango, si resiste a fatica, le munizioni sempre scarse, la fame, il freddo… Da altre parti, il fronte ha già ceduto. Per questo, forse, siamo stati così sorpresi dei risultati delle ultime elezioni. “Non ce ne siamo accorti” . Il nostro tantra. “Che razza di paese”, sbuffavamo.

Melfi, Aprile 2004. Gli operai della Fiat-SATA in sciopero ad oltranza. I picchetti davanti ai cancelli, nel niente di San Nicola di Melfi. Non c’era niente lì prima delle fabbriche di nonno Agnelli. E’ uno degli ultimi pezzi della Puglia prima dell’ingresso nella più movimentata Basilicata. Campi di grano e niente più. Poi arrivò la Fiat. Per 10 anni avevano resistito, gli operai. 5-6 ore di viaggio al giorno per guadagnarsi il pane e indebitarsi per comprare una macchina o la casa nel paese. Vita sociale zero. Solo fabbrica. Lavorare per 15 notti di fila per per non vedere per 15 giorni il sole, il bar del paese, la figlia da prendere a scuola. E guadagnare meno degli altri operai, vessati dalle misure disciplinari, nel silenzio (talvolta complice) dei sindacati e della politica locale. Un giorno, inaspettato, scoppiò la protesta. Gli operai partirono con i cortei interni, poi la decisione dello sciopero ad oltranza. Fecero i picchetti. Bloccarono tutto provocando a catena il blocco della produzione di altri stabilimenti FIAT italiani. Erano simpatici, questi zotici operai lucani, campani, pugliesi. Non si era mai vista una protesta del genere in quelle zone, non si credeva che potesse nascere una cosa del genere. Eppure erano compatti, solidali. E ricevevano la solidarietà di tutta l’Italia. Si commuovevano gli operai di Melfi quando sapevano di manifestazioni di appoggio nell’Italia, fuori dal prato verde. Si commuovevano ed erano grati agli altri operai che li sostenevano a Mirafiori, a Sesto San Giovanni, a Pomigliano D’Arco. Si commuovevano nel ritrovarsi uniti, con la coperta pesante sulle spalle di notte, attorno al fuoco acceso nella strada, con le sedie portate da casa o i mattoni a fare da sgabello. Dormivano in macchina, e, a turno, qualcuno di loro tornava a casa a fare una doccia, o a dormire degnamente. In quella stessa casa per cui “mamma Fiat” pagava il mutuo. La cosa non andava bene. Partì la disinformazione: “stanno impedendo a gente onesta di andare a lavorare… sono solo una piccola minoranza eversiva… sono dei violenti, ignoranti e ingrati…”. Il governo, ovviamente, cercò il muro contro muro, l’azienda non voleva sentire ragioni, i sindacati nazionali, tranne la cgil, tentarono goffamente di isolare la protesta, di delegittimarla strumentalizzando i minimi episodi. Ottennero tessere strappate. Le troupe televisive di Mediaset, che come di consueto stava lì per gettare fango, minacciate, scacciate dai picchetti. Arrivarono le cariche della polizia sugli operai seduti a terra, con le mani alzate. La forza repressiva contro un movimento ingenuo, spontaneo. Ottennero sempre più fermezza e più partecipazione. Dopo la carica una signora si avvicinò agli agenti :”Ma perchè ci menate? Figlio mio… mi vedi? Potrei essere tua madre…”. Un ragazzo di Rifondazione mi raccontò un altro episodio: un’altra operaia, anche lei sulla cinquantina,  combattiva e rabbiosa minacciò gli agenti:”Accuort! Che stanno arrivando 2000 noglobbal da Napoli!”. E seguì l’applauso per i compagni noglobbal in arrivo per dare man forte. Arrivarono i noglobbal… Scesero in cinque da un’auto, più un gesto simbolico che altro. C’era, mi dissero, anche Caruso. Un operaio chiese spiegazioni su come mai fossero così in pochi. La risposta fu:”Ma i noglobal siete voi!”. Ma va! Grazie al cazzo! Ora che ci servivate… Ma era già tempo di risacca, forse. A Melfi c’erano gli operai, i sindacalisti, i militanti di Rifondazione, la gita dei leader nazionali, gli Inti Illimani il Primo Maggio… Ma non c’eravamo noi… Mancava la massa, tutti gli altri, i cani sciolti, i simpatizzanti. Non era più una cosa trendy, forse, andare alle manifestazioni. Se solo si fosse inventato un gadget… Dopo la bandiera, il portachiavi di emergency, la maglietta di amnesty, l’accendino col Che e il cappello rizla bisognava inventarsi qualcosa… Forse quello avrebbe aiutato. O forse… andare a Melfi per una manifestazione? Un paese mai sentito nominare in una terra che si fatica a mettere sulla cartina… No… Farsi tutti quei km SOLO per una roba di operai… Mica stiamo parlando di fame nel mondo, pace, amore, canne, opposizione al sistema… Non c’erano paroloni dietro cui schierarsi a Melfi. O meglio, c’erano, ma li dovevi elaborare, dovevi arrivarci… Ma l’unica parola vera per cui valeva la pena andarci era solo una: DIGNITA’. Troppo poco, troppo semplice… Torni a casa dagli amici e dici:”Sono stato a una manifestazione per la dignità degli operai di Melfi”. Vedi che non suona, non rende. Sa di sfigato. Come quello che a 16 anni, mentre tutti fanno head-banging ubriaco su Fucking Hostile dei Pantera, mi viene a parlare di quanto sia bello l’ultimo album di Pincopallino Bradipo che fa un delicatissimo electro-pop con lievi venature country e  testi poeticissimi. Chi!? Magari bello, non so… Ma non tira, non mi incuriosisce… Senti invece sta doppia cassa!!!!  WE STAAND ALOONE!

La mia Genova (appunti e ricordi…8)

-V’è piaciuto andare là a spaccà le vetrine!-       
-Ma che cazzo dici?-
-Che doveva fare la polizia? Lasciarvi fare? Tu che faresti se sotto casa ti bruciassero la macchina?-    -Ma di che cazzo stai parlando?-
-Di che sto parlando? In TV tutta l’Italia ha visto tutto! Anzi… La polizia ha fatto pure poco… se fosse stato per me!-   
-Ma la smetti di dire stronzate?! Io ti dico… io c’ero… io so… io ho visto che…-  
-Tu, tu, tu… Ma la smetti tu? Prima giocate a fare la rivoluzione e poi vi lamentate se vi menano… Siete ridicoli… Siete buoni solo a fare casino… a ma poi… nei fatti… non sapete manco che volete…-
-Ah si! Siamo ridicoli? Ma brutto ignorante! Cretino! Imbecille! TESTA DI CAZZO! Fascista! Io ti dico che c’ero… che ho visto quello che hai visto tu in TV ma anche tutto quello che tu non hai visto, o non hai voluto vedere… Cosa credi che il 50enni e i 60enni che vedevo sfilare a fianco a me erano lì a spaccare vetrine? A fare la rivoluzione? Ma che cazzo ne sai? Che parli?! Ma fammi il favore di stare zitto… solo per decenza… E LEGGITI UN CAZZO DI GIORNALE OGNI TANTO, CAFONE! La cosa che di più mi fa incazzare è che purtroppo io e te siamo uguali… e tu voti come me… e allora tieniti la tua ignoranza e campa tranquillo così… contento tu… vaffanculo- 

Con gli amici, con i parenti, con i conoscenti, con semplici sconosciuti, con chi non te lo saresti mai aspettato, con chi te l’aspettavi e girava col petto gonfio e la superbia “forzitaliota” da giovane rampante.  Quante volte ho rischiato di arrivare alle mani, quante amicizie sospese per far sbollire la rabbia. La delusione. Quante volte… Quanti dialoghi simili. Sempre basati su una precondizione: noi, i reduci, coscienti, preparati, incazzati, loro, i telespettatori, i qualunquisti, incazzati con te, ingoranti, a parlare con la voce del commento televisivo senza sapere niente, NIENTE, di quello che era successo. Parlavi di sospensione della democrazia, di svolta autoritaria, di paesi e giornali stranieri giustamente scandalizzati per le violenze, torture, rappresaglie, e loro rispondevano, i telespettatori, come in una cantilena, sempre con le stesse parole,  tutti sempre uguali. Uno stress incredibile, il nervoso che ti saliva su per la schiena, il cuore che iniziava a battere, il tono della voce che inevitabilmente andava a a salire fino a urlare. Tutti uguali, con i loro discorsi prestampati. E tanti, troppi. Genova, per noi che ci siamo stati, è finita mesi, forse anni dopo. Noi reduci a difendere il nostro onore, la nostra dignità. Costretti a doverci quasi giustificare mentre ti fanno le accuse più infamanti. Eravamo vittime, ci sentivamo vittime, ma eravamo trattati da carnefici. Come se la figura di merda che l’Italietta berlusconiana aveva fatto fosse stata colpa nostra e non una roba da dittatura sudamericana o da paese sottosviluppato. Una lotta quotidiana durata qualche mese, qualche anno… Poi ho deciso di smettere di difendermi, stare ad ascoltare, tenermi dentro la bile, sopprimere gli istinti di reazione, la voglia di sbattere in faccia tutta  l’ignoranza, la grossolanità, la pochezza intellettuale. Mi sono tenuto tutto dentro, odiandoli tutti, coltivando la mia preziosa intolleranza… Per salvarmi, per tutelarmi. Ora non se ne parla più. Genova è morta. E’ una cosa di memoria, di celebrazione, di commemorazione. Non vive più nei discorsi. Forse i ragazzini, quelli che, per esempio, ora compiono 18 anni manco ne sanno più niente. O sono lì a cantare gli slogan su Giuliani perchè lo fanno gli altri. Avranno mitizzato quelle giornate storpiandone il senso e l’anima. O, più semplicemente, non sanno assolutamente niente. Genova è passata. Abbiamo un’altra Piazza Fontana, un altro 2 Agosto da ricordare. Divisi come su tutti i fatti italiani: noi, la setta di quelli che ricordano, e  gli altri, gli ignoranti, i qualunquisti, la “ggente” che ti guarda e non capisce e ripete a trombetta quello che sente in TV. Genova si è svuotata, è storia. Ma è una storia di pochi, di una parte. Tempo al tempo… Finirà tutto… Come il 2 Agosto. Qualche anno fa a Bologna fecero un sondaggio nelle scuole. Domande semplici come ad esempio l’anno della strage, i colpevoli, il numero delle vittime. Bene: “riguardo alla strage di Bologna, il 34% non sa chi sono i colpevoli; il 22,2% li individua in esponenti del terrorismo nero e il 21,7% è convinto che si tratti di una strage voluta dai terroristi rossi e il 6,3% ritiene colpevoli gli anarchici.” E se la memoria passa così… su 85 vittime inermi… Figuriamoci cosa si dirà di Genova fra altri 5, 6, 10 anni. Ma non siamo i primi o gli ultimi a subire tutto questo. E’ successo nel passato e succederà, temo, nel futuro.

28 luglio, 2008

La mia Genova (appunti e ricordi 7)

Riprendo, dopo qualche giorno di pausa, il racconto. Forse ho sbagliato a fermarmi, dovevo tirare dritto, continuare a scrivere come so fare. Di getto, con le immagini che vanno sullo schermo tradotte in parole così come mi vengono in mente. Senza cercare di elaborare, di ragionare troppo. Senza neanche rileggere, se possibile. Quel che viene viene. Avrò tempo, per rileggere, correggere, limare, rifinire e, soprattutto, aggiungere i flash che ogni tanto mi tornano in mente. Bene. Ho le mani sudate, il posacenere pieno, gli occhi stanchi, le tazzine incrostate dei caffè di oggi a ornare la scrivania. Sono pronto. Ricominciamo.

Il sole picchiava forte, dritto in testa. La calca. C’eravamo. A passi svelti, dritto verso il casino. Come era lontana la playstation, le esultanze per il goal al ’94. Eravamo nella vita. Eravamo usciti dalla tana, a caccia di mondo e di un posto nel mondo. E ci piaceva. Entusiasti. Eravamo tutto occhi. E ci spingevamo silenziosi nella massa che finalmente avevamo trovato. Il dialetto napoletano mano a mano che ci spingevamo nel corteo si scioglieva, si allontanava. Come l’acqua di un fiume che si getta nel mare mano a mano prende sale. Ecco i comunisti francesi, Rifondazione di Bologna, gli inglesi con i loro coretti a tempo e i loro cartelli “drop the debt“, altri terroni, le bandiere sarde, quelle del Che, i cattolici, la banda musicale, l’ultras della Ternana. Era come se qualcuno avesse messo insieme tutto il mondo alternativo o antagonista e lo avesse shakerato forte. Dagli ex sessantottini ai punkabbestia, dagli scout ai punk, dai freak ai militanti, un po’ sfigati, dei ds (polo nei pantaloni, cintura, scarpe da ginnastica bianche e, rendere ancora più nerd la figura, cappellino da tennis bianco del wwf), dagli intellettuali ai cani sciolti come noi, dai manifestanti in divisa a quelli che sembrava stessero scendendo or ora da un pullmann di gitanti a Gardaland. I megafoni. Gli slogan che passavano, come un tam tam, da un gruppo all’altro, fin dove un’altro stormo di voci arrivava da altre direzioni. Bella Ciao, Hasta la Victoria Siempre, El pueblo Unido. Il risultato era, appunto, il boato, rabbioso. E noi a sgolarci, con le vene del collo gonfie per urlare nella voce degli altri. La tensione c’era, la leggevi negli occhi stanchi per il viaggio, ma sempre pronti, vigili. Ma il fatto di essere lì, senza polizia, in una bellissima giornata di luglio, in tutto quel colore… Sembrava quasi una festa… E i black block? Neanche l’ombra. Mentre ci spingevamo nel corteo a mischiarci, famelici di raccogliere quanti più fotogrammi possibile, l’alaskese arrancava sotto lo zainone. Sudava, sbuffava, soffriva, in silenzio. Se le offrivi una mano, sorrideva dolce :”No thanx“. C’era bisogno di un caffè. Trovammo un baretto; piccolo, con le pareti di finto legno e il bancone “old style” da bar di paese, le macchinette mangiasoldi appoggiate al muro. Un postaccio insomma. Dentro un delirio. Troppe persone per metro quadrato, troppe mani leste a svuotare gli scaffali di merendine, cioccolate, qualsiasi cosa. Troppe ordinazioni, troppi soldi appesi alle mani di fronte al barista. Riuscimmo a fare una qualche forma di colazione. Il barista forse sapeva cosa stava succedendo al suo locale, se lo poteva immaginare. Mi pare ci fossero altre persone ad aiutarlo, due ragazze. Il barista urlava loro le ordinazioni e loro gli rispondevano che non ce la facevano, che eravamo troppi, che c’era troppa confusione e che c’era chi rubava, chi consumava senza pagare. Ma il barista aveva deciso di tenere aperto. Non credo che lo avesse fatto solo per una questione di business. No… Non doveva essere solo business, anche se di soldi ne raccoglieva e la merce andava mano a mano esaurita. Aveva tenuto aperto quel posticino per qualche altro motivo. Forse voleva mettere a disposizione una toilette, un bicchiere d’acqua, un caffè. Voleva vedere chi eravamo, guardarci negli occhi, sentire gli accenti, le battute. Almeno, lo spero per lui… Altrimenti… tutto quel disturbo, quello sporco, quei furti, quello stress… per quale motivo? In una città terrorizzata, attonita, pronta al peggio, svuotata. Non erano tanti i bar aperti quel giorno. Quell’uomo aveva dovuto avere molto coraggio o troppa curiosità.

Caffè, sigaretta seduti all’ombra a osservare l’orda che assaliva il bar. Qualche momento di relax. Poi tornammo nel corteo. Arrivò spuntando da un palazzone, rombando, basso. L’elicottero, il dito medio di tutti a bucare il cielo per salutarlo. Una selva di dita, urla, rabbia. A-SSA-SSI-NI A-SSA-SSI-NI. L’elicottero e A-SSA-SSI-NI. Come in una colonna sonora. Lo sentivi sempre l’elicottero, in sottofondo, accompagnato sempre da quel coro, gridato da tutti. Poi il volume aumentava e tu a cercarlo con lo sguardo lassù nel cielo azzurrissimo. Un incubo, snervante. Certe volte scendeva in basso, sulla folla. Quasi si sentiva l’aria spinta dalle pale sulla tua testa. E il rumore diventava assordante, tra i fischi, le trombe, le urla e le dita medie che spuntavano automatiche, col passare dei metri, dei kilometri, dei palazzi, delle strade. E loro a guardarci, studiarci. E noi sulla terra ad andare in ansia ad ogni rumore sospetto, ogni movimento troppo repentino. Sempre pronti a calare sul viso un bandana, un fazzoletto, una maglietta per paura di lacrimogeni. E poi, passato tutto, una risata di liberazione e altri fotogrammi con cui riempirsi.

L’alaskese non poteva farcela. La manifestazione era lunga, il caldo estremo e il rischio di dover scappare sempre presente. Presi io allora lo zainone, lei fissa al mio fianco, mentre cercavo di dissimulare la sofferenza con sorrisi, battute e minime spiegazioni. Mi sentivo il petto stritolato sotto il peso, fiatone costante, schiena che si spezzava, sudore che scendeva a litri dalla fronte, gocciolando dal naso. Iniziavo a odiare l’alaskese, quel cazzo di zaino, quel sacrificio un po’ inutile. Mi sentivo uno sfigato, osservato. Per fortuna gli altri condivisero con me il fardello. Ci davamo il cambio ogni tanto, non appena le forze sembravano mancare. Ma quel cazzo di zaino era troppo… massacrante. Camminavamo sempre sul fianco sinistro della manifestazione cercando di andare quanto più avanti possibile e di non perderci. Il longagnone napoletano era il nostro faro. Lui era la testa da cercare se si rimaneva indietro.

Passammo davanti un discount. C’era una piccola folla di giovani, per lo più vestiti da terzomondisti raver da centro sociale. I liceali si lanciarono subito :”magari si trova qualcosa da magnà”. Li aspettavamo a qualche metro di distanza. In realtà stavamo assistendo ad un vero e proprio saccheggio. C’era chi usciva da lì dentro con qualsiasi cosa: prosciutti, birre, bottiglie, scope, qualsiasi cosa. Presto davanti il discount cominciarono anche a raccogliersi i resti dell’assalto. Cartacce, spazzatura, buste di plastica. Mi affacciai. Dovevano essere così gli assalti ai forni. Con la smania di rubare, di fare danno, di godere del fascino del proibito e farlo diventare normale, perchè si è in tanti e perchè, forse, faceva figo.  Mani che si tuffavano nei banchi frigo, gente che si spingeva per prendere l’ultima confezione di patatine o l’ultima bottiglia sopravvissuta di birra. C’era chi mangiava comodamente seduto a terra, tipo pic nic. Panino al volo, pan carrè, una fettina di prosciutto cotto o mortadella e magari qualche altra porcata trovata tra i sottoaceto o i sottolio. L’assalto al discount. Nei mesi successivi al G8 Blob mandò in onda per giorni e giorni sempre la stessa immagine. Una mortadella rubata in qualche discount o supermercato e buttata a terra, sull’asfalto, tra le macerie della manifestazione, tutta sporca, con le pietroline nere di asfalto tutte appiccicate. La carne, la terra, le macerie e il potere. La guerra e i suoi caduti. Il sangue dei vinti e la mortazza dei vincitori. Blob.

Si ballava anche nel corteo, ci si divertiva quasi, tra un attacco d’ansia e l’altro. Passò di fianco a noi un gruppetto: felpa e cappuccio sulla testa, qualcuno col volto coperto, qualcuno col casco e spranghe in mano. Mentre ci sfilavano di fianco col passo svelto qualcuno gridò “I BLACK BLOCK!“. Si materializzò all’istante un omaccione baffuto, alto, con un fazzoletto rosso al collo. Ne prese uno e lo cominciò a spintonare. “Togliti sto fazzoletto dalla faccia” gli urlava. L’altro faceva finta di non capire o non capiva affatto. E lui continuava a strattonarlo di qua e di là mentre i compari dell’uno e dell’altro si fronteggiavano. Ad un tratto partì un ceffone, poi un altro. Il ragazzino tolse il fazzoletto dalla faccia, umiliato dagli schiaffoni e dalle urla che la folla gli riservava :”Andate via! Coglioni! bastardi!”. Un altro paio del gruppetto fece la stessa fine, acciuffati al volo mentre cercavano di scappare. Ceffoni, calci e urla di disgusto. Finito questo mini regolamento di conti l’omaccione si girò verso la folla :”Se vedete qualcuno col volto coperto o vestito come sti coglioni qua fategli scoprire la faccia, guardateli in faccia! Sono o delle teste di cazzo o degli sbirri infiltrati, dei provocatori! Servizio d’ordine! Facciamo un cordone per isolare il corteo!“. Mentre mi chiedevo cosa cazzo volesse l’omaccione ero già escluso dal suo gruppo. Non potevo entrare, non mi conoscevano. E se spingevi prendevi una spinta a tua volta. Altri spezzoni di corteo erano meno rigidi. Per segnare il confine tra il dentro e il fuori non c’erano spranghe di legno o aste molto spesse di bandiere ma semplici catene umane. Tenendosi per mano, tipo un girotondo. Inutile, ovviamente. Questi personaggi, quelli che volevano lo scontro passavano veloci. Non gliene fregava un cazzo della manifestazione, dei servizi d’ordine, degli slogan, ecc… Quelli che avevano voglie e tendenze bellicose non avevano bisogno di infiltrarsi. Non erano tanti, c’è da dirlo, soprattutto vista la massa enorme di manifestanti “normali”. E poi, scoprimmo nei giorni seguenti, chi voleva fare danni era già operativo mentre noi sfilavamo, completamente ignari.

C’era allegria infatti in quel corteo.  Un rastaman picchiava sul suo bongo seguito da altri musicisti. intorno tutta una danza, un sorriso, il divertimento. Il lato gioioso che in tv, il giorno prima, non si era visto più di tanto. Il monaco tibetano. I curdi!!! C’erano i curdi!!! Mi fermai di fianco a loro per un po’. Tra i più incazzati e compatti. Con le loro belle bandiere, le loro foto di Ocalan. KURDISTAN KURDISTAN. Li ritrovai, i Curdi, l’anno dopo, nel Novembre del 2002, a Firenze. Io e un mio amico eravamo partiti in macchina da Bologna per andare all’avventura. Seguire i lavori, i seminari… Ma anche e soprattutto conoscere, tornare nella massa, ritrovarci, riconoscerci, darci forza. Volevamo stare nel casino, nelle lingue che si intrecciano. Volevamo fare conoscenze, discutere, arricchirci ma anche avere la nostra cazzo di Woodstock, o qualcosa di simile, senza musica. Dormimmo una notte in una palestra, nella prima periferia della città. Lì dentro c’erano compagni  turchi che convivevano tranquillamente con i compagni greci e curdi. Gatti e topi assieme, con il cartone a terra e i sacchi a pelo stesi, ordinati, a file e righe.  E poi c’eravamo noi, terzomondisti e canisciolti italianissimi, in cerca di identità e identificazione. La prima notte a Firenze con i compagni a cercare di dormire e noi, sugli spalti della palestra, a fumare cylum con siciliani e calabresi, anche loro in arrivo da Bologna, a ridere e scherzare e a prenderci le bestemmie e le imprecazioni di quei poveri disgraziati che tentavano di dormire. Alla fine ci cacciarono. Per fumare dovemmo uscire, al freddo. Ma, almeno, lì non davamo fastidio a nessuno. A pensarci ora quasi me ne vergogno.

Non avevo mai vissuto una manifestazione simile. Ne avevo fatte altre, anche molto grosse, ma con quella freschezza, quel miscuglio, quel dinamismo, mai. A Genova stavo assistendo a un modo nuovo di manifestare. Le maschere, gli artisti di strada, la musica sparata a tutto volume, gli striscioni ironici, canzonatori, la babele politica e linguistica. O meglio, era tutto nuovo per me. Quanta energia! Una forza creatrice. 2000 culture, estrazioni diverse. 2000 storie che si univano. Per noi, che non avevamo tessere e non eravamo tifosi, tutto quello era l’estasi, la perfezione. Era quello che ci voleva, ed era lì. Esisteva e riusciva a camminare.

L’elicottero in testa, il caldo, il sudore a fiotti, la pelle che puzzava di arsura e di treno. Che sete. Arrivammo su corso Italia, un bel lungomare. Sulla destra sfilava un muro chiaro alto e i giardini delle ville affacciate sul mare. mentre arrancavamo… sorpresa! Una pompa d’acqua affacciata da uno di questi giardini, e poi un’altra e un’altra ancora… Le docce, i gavettoni, i sorrisi, la riconoscenza per lo sconosciuto benefattore genovese. Che bella era quell’acqua. Ebbe l’effetto di sentirci non più solo ospiti in città, ma accolti, abbracciati. Fa sempre piacere, quando sfili in una città che non conosci, dopo che hai fatto il tuo bel viaggio, vedere qualcuno affacciato alla finestra che ti saluta, ti butta una secchiata d’acqua, sventola una bandiera. E’ il bello di sentirsi parte di un’umanità sempre perdente ma che vince solo per il semplice fatto di sperare. Presi una maglietta a maniche lunghe che avevo con me. La bagnai tutta e la cinsi intorno alla testa, tipo copricapo da deserto. Le maniche a fare da cordicella attorno alla testa e il resto della maglia dietro la nuca. Che freschezza… Peccato che quel sole asciugava tutto… troppo in fretta. E al bagnato dell’acqua presto si sostituiva quello del sudore. Uno dei miei amici, quello che si era organizzato con lo zaino rinforzato dalle bottiglie, decise di dare un migliore e più efficace utilizzo al suo dispositivo di sopravvivenza. Ah!!!! Avevamo delle bottiglie e potevamo riempire d’acqua. Lungo la strada, poi, trovammo una mazza di legno, abbastanza spessa. Idea! “Prendiamo la mazza, facciamola sfilare nelle bretelle dello zainone e, uno da un lato, un dall’altro, portiamo sto cadavere in due.” Ottima l’idea: scarsa libertà di movimento, mani che si tagliavano sul legno, ma almeno non morivi asfissiato dal peso e dal calore e i cambi, visto il minore sforzo, risultavano meno difficoltosi e più rapidi. L’alaskese guardava divertita.

Eravamo sempre stati sul lato destro del corteo. Il lungomare, ad un tratto, faceva una curva a destra. A chiudere la curva, sul lato del mare, quello sinistro, c’era una sorta di piccolo boschetto. “Ombra! cambiamo lato!”. Arrivammo al boschetto, ci fermammo qualche secondo per contarci e raggrupparci. C’eravamo tutti. L’alaskese, il longagnone, la coppietta, i due liceali che avevano preso in custodia la chiatarra, i miei due amici coraggiosi reduci della playstation. C’era tanta gente rifugiata all’ombra del boschetto. Chi steso a terra e chi seduto, qualcuno fumava uno spinello, altri boccheggiavano. A soffrire di più erano, ovviamente, le persone meno giovani. Le vedevi paonazze, rosse, sudatissime. Te le ritrovavi ansimanti di fianco mentre sudatissimo come loro ma con 50 kg di zaino portato in 2 li superavi a doppia velocità. Rimanemmo fermi a osservare il corteo che ci sfilava davanti. Riprendemmo lo zainone, lo tirammo su e… La strada dopo il boschetto girava un po’ a destra e scendeva, non troppo ripida. Un mare di teste, bandiere, striscioni, mani, giù verso una fila di palazzi. Sulla destra un muraglione, accecato di sole e una scalinata da cui vedevamo persone affacciate. Sulla sinistra, il lato del mare, un marciapiede e un muretto. E… in fondo, vicino ai palazzi… “Ma porca troia ragà… che è quel fumo là in fondo? “.

23 luglio, 2008

La mia Genova (appunti e ricordi…6)

Ed eccomi qui, a cercare me stesso nei ricordi ovattati, sfuocati. A grattare con le unghie per trovare le parole, le facce, le espressioni di sette anni fa, in quel treno, mentre Genova, il G8, si avvicinava. E’ sempre amaro constatare come il quotidiano, il normale, passi, si sciolga nella memoria. Ma è lì, nella normalità di una chiacchiera con uno sconosciuto, nel modo di dire di una stagione o nella battuta su un sedere, su un politico, su un compagno di viaggio, che sta quello che siamo, quello che eravamo, quello che forse volevamo essere. Non sono gli EVENTI, non è LA STORIA, a dare il segno. No, quello è contesto, scenario. Su di loro c’è la vita che scorre, appunto, e poi si dimentica, scacciata da altra vita, altro flusso, altra calca. Parole, facce, strade, bar, treni, sigarette scroccate, birre, sguardi, code alle poste, canne, film della domenica, esultanze allo stadio, portafogli che si aprono, chiavi di casa, sorrisi, imbarazzi, scazzi, televisione, pomeriggi sul divano… altri vuoti per non riempire l’hard disk. La STORIA, gli EVENTI, ci impongono un timbro, una chiave. Un modo facile ed economico per dare coerenza forse ai ricordi (certe volte anche per dargli una dignità, anche minima), ma anche per snaturarli, annacquarli. Non ci sono benefici senza costi. E il beneficio di poterci ritrovare, ad occhi chiusi, scorrendo con le dita i nodi del tempo lo paghiamo col fatto di non pensare più allo spago che si sfilaccia, si indurisce, si annerisce di sudore, polvere e vecchio. Come se i nodi potessero esistere anche senza quello di cui sono fatti e lo spago sudicio sia quindi solo vile materia prima e non anima.

Il treno correva. Il rumore assordante dal finestrone aperto. Una sensazione di appiccicoso sulla pelle, sudore, puzza di piedi, caldo. Pian piano la scena riprendeva vita, le prime sigarette, la fila per il bagno, la signora con il beauty case (spazzolino, dentifricio, deodorante, salviette, sapone, cotton fioc, magari una spazzola… tutto ben incastrato). I “buon giorno” con voce e alito possente. Vidi questo, penso. Non me lo ricordo più. Ricordo solo una breve chiacchierata col compagno che aveva suonato la tarantella punk. Era se possibile ancora più spettinato che all’inizio del viaggio e gli occhi vispi e sottili erano appena velati dalla rilassatezza sfatta, quel torpore del risveglio da un sonno scomodo. Si parlò, scherzando, delle misure di sicurezza preparate per proteggere i magnifici otto; tombini saldati con agenti di qualche forza speciale che pattugliano la merda nelle fogne, barche e sub in mare per evitare incursioni saracene, cecchini sui palazzi, elicotteri, basi dell’aereonautica militare in allerta, postazioni antiaeree e anti missile. E che è?! E le paure, l’angoscia, buttata a secchiate sulla gente con settimane di bombardamento mediatico. Le buste di sangue infetto da lanciare contro gli agenti, le bombe, il pericolo attentati, i gruppi di guerriglieri in arrivo, i barbari del “popolo di Seattle”, le Brigate Rosse, e… udite udite… Osama Bin Laden. Si.. Il vecchio compagno parlò di lui. C’era stata una notizia, diceva, che parlava di aerei scagliati contro i palazzi del G8. Mi sa che ridemmo, come era giusto. L’11 settembre ancora non era arrivato. Bin Laden non era ancora un personaggio televisivo, men che meno pop. Poi mi pare che ci salutò: “Stat’v’ accuort.. e non mettetevi troppo avanti o al centro, state ai lati. Che con quella borsa…”.

Genova Quarto. C’era gente sul binario. Ci salutavano, ci applaudivano. Noi, affacciati ai finestroni rispondevamo ai saluti. Ricomparirono da entrambe le parti i pugni chiusi. Nel treno spuntarono i megafoni:”Compagni e compagne! Siamo arrivati”. La stazione, piccola. Niente polizia. Ci dissero di spostarci subito dal binario, di cominciare a camminare verso il corteo. Stavano arrivando treni speciali da tutt’Italia. Tutti pieni. Il tempo di riunirci, contarci, vedere cosa facevano gli altri e via, verso la manifestazione, tutti insieme. GE-NO-VA LI-BE-RA GE-NO-VA LI-BE-RA.

 

22 luglio, 2008

La mia Genova (appunti e ricordi…5)

Il viaggio in treno, le cuccette. I corridoi pieni. Chitarre, spinelli, tamburi, bandiere arrotolate, striscioni accatastati, zaini, caschi, corpetti in gommapiuma, gente in sandali e pantaloncini, maschere antigas, maschere da sub, limoni, bottiglie, vecchi compagni, l’officina 99, cylum, cani sciolti, terzomondisti, techno raver e fricchettoni, capelloni e carusi, chi pronto allo scontro e chi semplice manifestante, in abiti civili. Il “Global Action Express” diretto a Genova era questo. A rendere il caos ancora più naturale, più spontaneo, più “allegro”, c’era la targa che portava: Napoli. Appena il treno si mosse si affacciarono tutti. Partì un Bella Ciao viscerale, rabbioso. Di gola e di stomaco, con i corpi che si strusciavano sudati, spinte che arrivavano dai lati, gente che scavava tra le persone per affacciarsi e liberare l’urlo. Spuntarono bandiere, fumogeni, e una selva di pugli chiusi. Sulle facce delle mamme, dei papà, degli amici, delle fidanzate rimaste a terra tutta l’ansia, la preoccupazione, la paura e l’orgoglio. A testimoniarlo l’applauso che ci tributarono mentre noi, cantando e salutando affacciati dai finestroni, iniziavamo ad allontanarci. Vidi anche dei lavoratori delle ferrovie (sia in divisa che in tuta da lavoro), messi in gruppo verso la testa del treno. Applaudivano tutti seri, composti. Eravamo tanti, il convoglio era lungo e pieno. Napoli aveva risposto. Era il mio primo viaggio in un treno speciale e quella scena, quella partenza, quel calore, mi emozionò.

Ci disponemmo per affrontare la nottata di viaggio, “per farcelo passare”. Cominciammo a bere vino e fumare quasi subito, come quasi tutti i nostri coetanei in quel treno d’altronde. L’alaskese tirò fuori dal fodero la chitarra acustica, molto sottile, “da viaggio”. Naturalmente cantò. Faceva folk, country. Le dita veloci che pizzicavano le corde e…. un vocione. Ma da dove lo tirava fuori? Era nascosto come la forza che ci voleva per camminare con lo zainone da 50 kg. ‘Sta tipa ne sa… La musica attirò l’attenzione di altre persone da altri scompartimenti. Si creò un piccolo pubblico, qualcuno inziò a battere le mani a tempo. Dopo pochissimo finì in caciara, ovviamente. Bottiglie di vino che giravano, si urtavano, brindavano. Mani che si incrociavano per scambiare e ricevere bevande o fumaglie, i liceali impazziti in estasi da bordello. Arrivò un signore, sulla cinquantina, capelli spettinati e baffi, grigi, occhialino e occhietto sottile. Faccia scavata e seria, fisico magrolino. Era uno dei Cobas. “Tutt’appost guagliò?“. Gli passammo immediatamente del vino, fece un sorso e poi, dopo essersi informato su chi fosse la ragazzina che suonava e cantava in inglese, accomodandosi, chiese una canzone a scelta della musicista. L’alaskese partì con un pezzo lento, malinconico, con la voce che ora quasi sussurrava e ora prendeva vigore. Una roba troppo yankee per un autonomo. Ascoltò in silenzio. Quando l’alaskese finì, dopo un breve applauso, il compagno fece cenno di chiedere la chitarra:”Posso suonare un paio di pezzi più a tema col viaggio?”. E come no. Partì una tarantella rabbiosa, velocissima. Le mani zappavano con cattiveria punk su quelle corde abituate a essere semplicemente pizzicate. Il ritmo era nervoso, qualcuno iniziò a battere le mani sulle pareti. Lui, suonando ci zittì e partì con il canto. Urlava frasi che non riuscivo a capire, velocissime. Napoletano strettissimo. Non intuivo nemmeno di cosa parlasse la canzone. Ma lui era lì, con gli occhi chiusi, a picchiare la chitarra e gridare la rabbia, la rivoluzione. E noi, sorpresi dalla scena, a sorridere, bere e riempire di fumo il treno. Fece 2-3 pezzi tutti dello stesso tenore. Poi, ricevuto l’applauso di tutti, compresi i suoi amici che erano accorsi a sentirlo suonare, riconsegnò la chitarra, ci squadrò e disse: “Va bene così.. mi raccomando domani ragazzi.. Stat’v’ accuort’! Ma come farete co’ quella borsa? Mi raccomando ragazzi.. stat’v accuort’.. e se avete bisogno chiamatemi pure. Domani sarà ‘na guerra, nun v’ ‘mbriacat’!“.. Andò via seguito da una rullata di pacche sulle spalle, sorrisi e sfottò dei compagni, giovani e vecchi, che lo conoscevano. Lo vedemmo altre volte che camminava nervoso nel corridoio. Sembrava voler tenere tutto sotto controllo. Noi continuavamo a fare baldoria, come se stessimo andando in gita.

Inevitabilente ci fu chi iniziò a parlare del giorno dopo, di quello che avevamo visto in TV, della propaganda di regime, delle banche sfasciate, delle auto in fiamme, dei manganelli nelle strade a pestare a sangue chiunque passasse a tiro. E poi il morto, aveva la nostra età quel disgraziato, che rabbia. Ma chi c’ha cecato? Gn’ accir’n’ e s’ n’ friecan’. Avevamo paura tutti, eravamo tutti in ansia, nonostante i tentativi di esorcizzare con il vino e le canne, nonostante l’incoscienza, i liceali e le tarantelle. L’alaskese seguiva le nostre paranoie grazie a me che cercavo di tradurre quanto più velocemente possibile. Si rese conto così di quello in cui si era ficcata. Ma non perse l’espressione serena. Cominciò a girare scalza per il treno, silenziosa. Poi tornava, scambiava 2 chiacchiere se le davi a parlare e ripartiva. Dopo un po’ ci fu solo il silenzio e l’attesa. Qualcuno iniziò a russare. L’odore di umanità riempì lo scompartimento, mischiato al fumo e alla puzza della chiazza di vino che seccava e si anneriva, tutta appiccicolsa, sul pavimento già incrostato di polvere e viaggi passati. I liceali continuavano sempre più deboli a dire cazzate. Non mi ricordo a che ora mi addormentai. Mi ricordo però di essermi svegliato una prima volta nel mezzo di una pianura, il sole già alto, il treno era un forno. Doveva essere la Toscana, pensai. Restai muto, steso a guardare il paesaggio che mi sfilava davanti. Poi, dopo un po’, arrivò il mare. C’eravamo quasi. Avevo chiuso gli occhi per 2 ore o poco più, la bocca che puzzava di vino, la testa intorpidita, i pensieri nebbiosi.

21 luglio, 2008

La mia Genova (appunti e ricordi…4)

Seduti a terra nella stazione di Napoli Centrale. La folla teneva il volume alto. Ogni tanto partiva un coro, uno slogan. Noi, ai margini, verso l’uscita, in cerchio. A debita distanza un gruppo di carabinieri in tenuta antisommossa, ma senza caschi e con gli scudi appoggiati al muro. Qualcuno di loro fumava. Mi accorsi di una ragazza che si muoveva lenta, piegata da un enorme zaino da campeggio, grande quasi quanto lei, e forse più pesante. Aveva anche un fodero di chitarra, molto sottile. Sembrava studiare la situazione. Quando arrivò a pochi passi da me si fermò. Mi incuriosiva. Bassina, con una lunga gonna scura, larga, fino a terra. Sandali di cuoio. Una maglietta larga. Forme tonde. I capelli coperti da una specie di turbante. Una fricchettona, stile anni ’60. Che storia… Parte così per Genova?!.. Macchè.. doveva essere una turista. Ne riconobbi le movenze, l’aria un po’ spaesata e lo sguardo di chi vede per la prima volta una situazione simile, un posto simile. Quando si accorse che la stavo osservando si avvicinò: “Can you speak english? Why all this pepole? What’s happening?”. Oh mamma… Mi alzaii rapidissimo. Che facciotta. Scura di carnagione, labbra carnose, guanciotte piene, zigomi poco pronunciati, occhiaie da sonno. Carina, ma nulla di più. Gli occhi però erano spettacolari, grandi e verdissimi, spiccavano sulla sua pelle abbronzata. Cercai di arrancare col mio solito inglese grezzo ma efficace. “We’re going to Genova… Genoa.. for the Gi Eight… mmm… no gi eight… Big eight.. you know?“.. No she didn’t.. “Madonna, e mò come cazzo le spiego tutta la storia…”. Pian piano, migliorando sensibilmente in pronuncia, grammatica e lessico, man mano che mi scioglievo, cercai di spiegare: cosa era il G8, perchè tutta quella gente stava partendo, cosa stava succedendo a Genova, il morto, la guerriglia urbana, Berlusconi, l’America, l’Africa, il petrolio. Mentre parlavo si sfilò lo zaino barcollando per il peso e lo lasciò cadere a terra.. Pesantissimo e gonfio di roba. Faceva cenno di capire e dopo un po’ mi disse di essere totalmente d’accordo con noi (marò… non oso immaginare.. uno che ti parla di economia, globalizzazione, capitalismo, potere, regime, ambiente, guerra, in una lingua che mastica appena. Ricorrendo alle similitudini più assurde, ai gesti più surreali, mentre chiedi aiuto con lo sguardo al madrelingua tuo interlocutore per farti risalire a qualche parola che non ti viene, rischiando continuamente di perdere troppo tempo e il filo del discorso.. Con la speranza che l’altro sia talmente bravo da imparare a leggere subito nei tuoi balbettii, nei tuoi neologismi italianizzati. Il problema sei tu.. la comunicazione non va perchè è il codice a essere sotto attacco.. Con un gesticolare mediterraneo, esagerato, teatrale.. imbarazzante). E poi, era una ferma oppositrice di Bush da quando l’allora neo presidente aveva deciso di far scavare nuovi pozzi di petrolio in Alaska. “Excuse me… so you’re American.. but, from where?“. Alaska. E lì venne fuori tutto l’animo più genuinamente provinciale di tutti noi. Come? Un’americana? Alaskese? Ma va!. Tutti a ventaglio, in piedi, di fronte a lei, a tempestarla di domande, a offrirle gomme, sigarette, tabacco, liquirizie, caramelle, qualsiasi cosa. E nun fa cerimonie! Un paio di noi se la cavavano con l’inglese, ai miei livelli, o qualcosina meglio. Gli altri… quasi zero. Macchiette. Penso per lei anche fastidiosi. No, invece rideva, si divertiva, prendeva in giro. Poi rispondeva seria se la domanda lo richiedeva. C’era poi chi non capiva assolutamente niente e pendeva dalle labbra di chi parlava, a bocca aperta, spostando lo sguardo quando qualcuno gli rispondeva, e via così, come lo spettatore di una partita di tennis. Faccia ebete e risata quando gli altri ridevano, giusto per partecipare, ma senza sapere il perchè. La ragazza viveva quindi in Alaska, aveva 18 anni (ne dimostrava meno), suonava la chitarra ed era in Italia per fare un lungo viaggio dalla Toscana alla Sicilia, da lontani parenti del padre. Un viaggio nelle radici, roots, diceva. Il nonno c’era arrivato, in Alaska, dalla provincia di Siracusa, il papà lì aveva fatto fortuna, (la casa, il giardino, due auto e american dream) e la terza generazione, a cui lei apparteneva, diceva 4-5 parole in Italiano (condite da sorriso quando noi le ripetevamo correttamente), studiava al college e faceva il viaggio nelle radici perdute. Ma che vita si fa in Alaska? A noi potentini faceva simpatia. Uno in Alaska non deve essere meno sfigato di uno a Pozen. Freddo, isolamento, provincialismo militante, qualche pozzo di petrolio, natura. E soprattutto niente da fare. Ma senza il pallone come facevano? Giocavano a hockey… e chissà nelle scuole alaskesi che fanno.. Escono? Vanno dove? Cos’è figo tra i uagliò d’l’Alaska.. Del G8 non ne parlavamo più. L’alaskese ci stava piacevolmente distraendo, mentre la gente in stazione aumentava sempre di più. Dopo poco arrivò voce di prepararsi perchè il treno era pronto. Cominciammo a salutare la fricchettona. Qualcuno, ovviamente, aveva già provveduto a scambiare indirizzi e mail. “I come with you“. What?! No.. no.. wait… E no eh!.. Come faceva a venire a Genova, in una guerra dichiarata. Bisognava essere pronti al peggio. I lacrimogeni, le cariche, il fatto di sapere di dover magari scappare, salvarsi la pelle nella folla che sgomita. La paura di poter rimediare anche una testa rotta, o peggio. Con quel borsone, quel cadavere sulla schiena, non poteva venire. Lo doveva lasciare. Insisteva. Tutti a cercare di convincerla, mentre la folla si spostava sul binario. Lei ferma. Aveva deciso e voleva esserci. Fece cenno di caricarsi sulle spalle lo zainone, enorme. D’istinto la aiutammo, ma alla sua seconda sbandata, di fronte a problemi di equilibrio, lo sforzo, la schiena piegata in avanti per tentare di resistere al peso, le sfilammo l’armadio di dosso. Ci guardammo in faccia tra di noi, non era una bella situazione. Sapevamo che ora dovevamo badare oltre che a noi stessi anche a lei che molto probabilmente aveva capito nulla, non aveva idea. Ci sentivamo responsabili. Se le fosse successo qualcosa sarebbe stata colpa nostra. Prendemmo in due lo zaino, sbuffando per il peso inaspettato, e increduli di come lei facesse da sola a camminarci e ci avviammo verso i vagoni. Come avremmo fatto l’indomani? Che inscoscienza..

Ok, si parte. Prezzo contrattato 20 euro andata e ritorno. Ottimo, eravamo partiti da una richiesta di 35 euro. Ci consegnano il bilgietto. E’ arancio-evidenziatore, grande comei una 1000 lire. C’è la motrice stilizzata di un treno disegnata sopra. E’ il “Global Action Express” della “Rete Noglobal”. Carino il biglietto.. è l’unico ricordo materiale che ho di quel viaggio, custodito come una reliquia.

20 luglio, 2008

La mia Genova (appunti e ricordi…3)

La giornata del 20 nei miei ricordi inizia dal primo pomeriggio, a casa delle ragazze, stesso pianerottolo dell’appartamento della play. Ci chiamarono tutte allarmate, con gli occhi sgranati. La tv: Genova. Il delirio. Le notizie di cariche violentissime, scontri. I black block, gli anarchici. Via Tolemaide. “Ci sarebbe un morto“. Il sasso. I genovesi tra la paura e la generosità. Portoni di palazzi come rifugi. Gente dai balconi che urla “Basta!”. I politici, i giornalisti di destra a dirne di tutti i colori. Un martellamento continuo su quanto erano cattivi e eversivi i manifestanti. Meno male che comunque c’era chi raccontava tutto e quel giorno davanti alla televisione c’era tutta l’Italia. E tutti capivano cosa stava succedendo, pensavo. Insomma, le immagini parlano da sole, anche se Fede dice il contrario. Facevamo zapping selvaggio tra i vari canali. Ogni tanto arrivava un’immagine nuova, qualche angolazione non vista prima. Altre vergogne. Genova era spolpata, vivisezionata davanti a tutti. La copertura era pressocchè totale. Ma il morto? Non si sapeva chi fosse, forse spagnolo, come altri black block sentiti da passanti e cronisti. La sera arrivò il nome, Carlo Giuliani, genovese e figlio di un sindacalista. Iniziarono a dire che era un tossico, poi un punkabbestia, poi uno dei centri sociali. L’accendino a terra, la mano socchiusa, il braccio infilato in un nastro adesivo. Il passamontagna, il sangue. Immagini per sempre inchiodate nella memoria. Ma che sasso?!.. l’hanno sparato! Che strazio. Morire così.. E poi altre storie, altre testimonianze, altre voci. Fu nel nostro silenzio, mentre le immagini scorrevano, come il sangue di cui erano sporche: “andiamo”. C’era un gruppo di amici e amici di amici che sapeva di un treno. “Ma che volete andare a farvi ammazzare?!“. Qualche tentennamento. Le ragazze non si volevano muovere, troppo rischioso. “Una pazzia, che ve ne frega a voi?!” Si parte, è deciso. Una quasi in lacrime tentava di scoraggiare il suo futuro martire della rivoluzione a non partire. O’ surdat ‘nnammurat. Sceneggiata. Che tristezza. Si va e basta. E NON ROMPERE I COGLIONI! (applauso mentale) Perchè? Non lo sapevamo neanche noi. Per esserci. Ci dicevamo che quello che stavamo vedendo era decisamente troppo per far finta di nulla. Pensavamo di essere di fronte alla storia e che, in un modo o in un altro, era qualcosa che potevamo e dovevamo vivere. Leggere i libri e i giornali, vedere i documentari e i film, non sarebbe mai stata la stessa cosa. E poi bisognava essere in piazza il giorno dopo. E in tanti..

Il treno speciale partiva verso le 2.30-3.00, non mi ricordo. L’appuntamento con gli altri era in piazza San Domenico. Eravamo 7-8. C’era solo una ragazza. Con il suo compagno si erano organizzati alla meglio; dentro gli zainetti avevano disposto delle bottiglie di plastica vuote. Per attutire i colpi, dicevano. Vidi anche degli occhialini da piscina e delle mascherine bianche. Un altro, un longagnone bruno, magro, con due occhialini con la montantura spessa e nera. Al collo un fazzoletto rosso con la falce e martello, un residuato del Pci. Altri due, di Potenza, erano in gita a Napoli dopo la fine della scuola. Mai sentiti dire una parola o un ragionamento lontanamente politico. Non capivo che cosa ci facessero là. Loro, come noi, volevano solo esserci, vedere, partecipare ma, e qui stava la differenza, che ci fosse di mezzo la politica non era una cosa fondamentale. Eravamo già in ritardo, via! Attraversammo a passo svelto Forcella per arrivare alla Stazione Centrale. Era buio. “Ma ora ti devi comprare le sigarette?!” I lastroni di pietra lavica rilasciavano il calore del giorno. I motorini ti scorreggiavano di fianco. I bassi spalancati, le sedie nella strada per la chiacchiera, le televisioni accese. Correvamo quasi mentre ci sentivamo osservati. Dovevamo dare abbastanza nell’occhio. O, semplicemente, è la sensazione che provo io a girare per Napoli, soprattutto di sera.

Arrivammo alla stazione e appena entrati sentimmo una gran folla. Ci avvicinavamo e comparivano le bandiere e gli striscioni. Uno di noi, quello che c’aveva le conoscenze, andò a chiedere informazioni.  Eravamo lì a chiederci quanti eravamo e a fumare una sigaretta dopo l’altra. La cosa che ci metteva ansia era vedere la gente preparata al peggio. Non solo le protezioni e le mascherine, i caschi attaccati agli zaini, ma le facce. Nessuno prendeva la cosa alla leggera. Tranne i due liceali che ridevano e scherzavano di continuo. Ci sedemmo a terra, c’era da aspettare e mettere insieme 2 soldi per il biglietto.

 

19 luglio, 2008

La mia Genova (appunti e ricordi…2)

E così i giorni passavano tutti uguali nel caldo di Napoli. Sveglia alle 12, caffè al bar (Ah che belloo café / sulo a Napuleo sanno fa), giretto mini, ritorno a casa, mangiare qualcosa e poi di nuovo a riempire di fumo la stanza e giocare. La sera uscivamo. Una capatina in Piazza San Domenico, la birretta ghiacciata, conoscenze universitarie. Alle 5 di notte partiva la spedizione per la colazione nel laboratorio (le sfogliatelle calde appena sfornate… ue’ maronn’!). L’idea di andare a Genova era ormai scomparsa così come i miei sempre più timidi tentativi di convincere qualcuno a partire con me. Mi ero rassegnato, e quasi non ci pensavo più. Fa niente, mi dicevo, sarà per un’altra volta. Di manifestazioni se ne fanno e se ne faranno tante. Continuava anche il nostro isolamento. Niente giornali, neanche la Gazzetta per seguire il calcio mercato. Niente internet, niente radio. L’unico contatto con l’esterno era la “mamma tv” anche se non serviva ad altro che a farci giocare alla play. Stavo anche migliorando a “winning eleven” (o “Iss pro”). Se nei primi giorni perdevo regolarmente con loro, giocatori più esperti, ora riuscivo a competere. Ero diventato un osso duro. Uno contro cui vincere 1-0 non era poi così facile..

Arrivò allora il Giovedì. A Genova iniziavano le manifestazioni. Le piazze tematiche, il tentativo di sfondare la “zona rossa”. Fu forse una delle ragazze a ricordarcelo e a farci cambiare canale. All’inizio la pausa dalla playstation fu presa male da molti. Ma poi iniziarono le immagini. Ci attaccammo alla televisione e non ci staccammo più. Gli idranti sparati sui manifestanti che cercavano di sfondare le gabbie che dividevano i buoni dai cattivi, il fortino dai barbari. Un vecchio riuscì ad entrare. Ridemmo.
Qualcuno dei miei amici ricordava delle cariche terribili che c’erano state a Napoli per il Global Forum nel marzo di quell’anno, c’era stato, era stato il loro battesimo della paura. I feriti, i pestaggi, la piazza chiusa con agenti che come animali spuntavano da tutti i lati e picchiavano, travolgevano, chiunque avessero a tiro. Io sentivo come un brivido che mi correva sulla schiena: la rabbia, la frustrazione, la paura, lo spaesamento, l’indignazione, lo schifo. Tutto amplificato dal fatto che, questa volta a differenza di qualche mese prima, a fare gli onori di casa ai grandi del pianeta e ai manifestanti c’era l’improponibile, infermabile, invincibile, superbo, Silvio Berlusconi. Aveva vinto da poco le elezioni, sembrava invincibile. A sinistra sembravano esserci solo le macerie della sconfitta e le accuse reciproche tra Ulivisti e Rifondazione su chi fosse la colpa della sconfitta. Se vincono gli altri è perchè abbiamo perso noi. Ma il messaggio in quei giorni, con il G8 che si avvicinava, era stato chiaro; qui non si scherza più. Ma l’idea del sangue e la superbia del potere provocò l’inaspettato: qualcuno cominciò a parlare di politica, cominciammo a discutere, a incazzarci, a dibattere. Anche (persino) noi avevamo delle opinioni.

18 luglio, 2008

La mia Genova (appunti e ricordi..1)

Faceva caldo a Napoli. Una calura insopportabile, che in certi momenti ti toglieva il respiro. Passavamo le giornate chiusi in casa, facendo la spola tra due appartamenti di via Atri, a pochi passi da piazza San Domenico. Non ricordo in che giorno fossi scappato da Bologna. Una fuga dovuta all’ennesima incazzatura con la donna che corteggiavo disperatamente. Per non pensarci, e non pensare all’esame che mi attendeva in quei giorni, avevo scelto quello che era stato per tutto il primo anno il mio modo di salvarmi. Scappare da amici, a Roma o a Napoli. Comunque a Napoli, quella volta, faceva troppo caldo. E così rimanevamo rintanati a casa. Uscivamo solo per fare spesa o per spostarci da un appartamento all’altro. La scena era sempre la stessa; aprivi la porta di casa che qualcuno aveva lasciato socchiusa e già sentivi la telecronaca in giapponese e il finto vociare da stadio delle partite, tutt’altro che finte, della playstation, accesa quasi 24 ore al giorno. Il gioco, inutile dirlo, era sempre lo stesso: Winning Eleven o Pro Evolution Soccer.. La squadra con cui competere era per me o la Roma o il Real. Schema: 4-3-3 col Real o 3-4-1-2 con la Roma. “Chi vince sfida” all’infinito. Il fumo riempiva la stanza, chi non giocava guardava, tifava, faceva la telecronaca o diceva cazzate a caso. Poi al calar del sole compariva qualche alcolico: vino o birra ghiacciata.. Non era il clima giusto per sbronzarsi con i superalcolici. La televisione, la radio, i giornali, nessuno li vedeva, nessuno sapeva nulla di quello che succedeva fuori. Un isolamento quasi perfetto rotto talvolta dalle chiamate dei genitori o di qualche amico che si faceva vivo dal mondo reale o chiedeva di venire anche lui in quel limbo. Il tempo passava così in maniera alquanto inutile, improduttiva, beota. Le ragazze, poi, odiavano quel gioco. Le vedevi arrivare, accomodarsi, stare 5 minuti e poi cominciare a torcere, come dicevamo noi. Il sorriso scompariva presto per fare posto al volto della noia, della delusione, talvolta quasi dello schifo nel guardare 5-6-7-8 ragazzi completamente dipendenti da un giochino… di calcio poi… Che stronzi questi maschietti… “Torcevano”, come per rappresentare la faccia trasformata dalla disapprovazione, come se il rischio più grande in quel momento fosse dare libero sfogo a quello che poteva passare loro per la testa. E infatti nessuno dava adito a questo terribile rischio. In gioco c’era l’autostima. Si ignorava semplicemente il fatto che a loro tutto quello non piaceva per niente e si accennavano le scuse più stupide per non uscire, non cambiare aria, non spegnere quella cazzo di play. Si facevano le nottate così, a giocare e riempire la stanza di fumo, ebbri di idiozia e noia. Ma una notte… Potevano essere le 5, l’appartamento cominciò a riempirsi di un odore incredibile. Odore di forno, di pasticceria. La fame chimica presto iniziò a scavare, facendo il suo usuale lavorio. Dopo 20 minuti di sofferenza la play fu messa in pausa per una mega spedizione nel palazzo a fianco al nostro. Lì, nell’atrio interno, c’era il piccolo forno da cui arrivava l’odore. Una scena meravigliosa: 4 persone in camice bianco, sporche di farina e sudatissime che sfornavano dolci per la colazione di tutti i tipi: cornetti, sfogliate, frolle, bomboloni, zeppole, maritozzi… Qualsiasi cosa. L’odore e la vista di tanto zucchero ci fecero letteralmente impazzire. Non so come, sbavando, riuscimmo a convincere il fornaio a venderci 3-4 paste a testa. Prezzo al pezzo 20 centesimi! Che spettacolo.. Uscimmo ringraziando i pasticcieri come se ci avessero regalato una casa.. A momenti io abbracciavo il mastro, quello più anziano, con dei baffetti bianchi e un cappellino bianco in testa. Ci rividero ancora tante volte. Arrivavamo all’alba, come degli zombie, richiamati da quell’odore che ci riempiva la casa e ci staccava dalla playstation.

Sapevo di Genova. Ero in una fase in cui volevo interessarmi, volevo “entrare” in quel mondo di manifestazioni, contestazioni, vita attiva che a Potenza avevo potuto vedere solo in Tv, o sui giornali, o in quelle manifestazioni placebo che organizzavamo al liceo. A Bologna avevo conosciuto il primo lacrimogeno, la prima carica e la prima fuga nella folla. Era successo qualche mese prima in via Farini. Ricordo che per curiosità mi ero avventurato da solo nel corteo. C’erano quelle che all’epoca si chiamavano le tute bianche ad aprire la manifestazione. Poi tanta gente comune, la gente che poi col tempo ho imparato a riconoscere, e talvolta salutare, quando le vedo in TUTTE le manifestazioni bolognesi. Ma, quella era la mia prima volta a Bologna e mi godevo l’orgasmo della novità, delle facce che si incrociano, dei discorsi politici. Qualche idiota ruppe delle vetrine lungo il tragitto, accolto dai fischi e dalle imprecazioni delle persone che sfilavano e non sentivano il bisogno di fare “azioni” di quel tipo. A Via Farini c’era il blocco delle forze dell’ordine. Erano tanti. Corteo e agenti si fronteggiarono per un po’. I primi volevano dirigersi verso i giardini Margherita dove, se non ricordo male, c’era una contromanifestazione di Forza Nuova o della Fiamma… I secondi erano lì per evitarlo. Comunque… Caddero e strisciarono nella folla subito dei lacrimogeni. Io rimasi fermo a guardare, per la prima volta dal vivo, la violenza in strada, il panico della folla, le urla di paura, il caos. Dopo i primi lacrimogeni e le prime “mazzate”, le tute bianche batterono in ritirata lasciando campo agli agenti. La carica fu libera di partire. Un lacrimogeno arrivò proprio sotto i miei piedi, non feci in tempo a scalciarlo che già non vedevo quasi più nulla. Mi spostai con qualche passo nel mezzo della strada, calcolai più o meno il tragitto che dovevo fare e cominciai a correre, senza vedere nulla, con i passi pesanti e le urla dei manganelli che mi inseguivano. Mi colpirono una volta al sedere, di striscio. Ebbe l’effetto di darmi un’ennesima scarica di adrenalina, il passo accelerò e volai via, ad occhi chiusi, col terrore di essere preso o di urtare contro un palo, un’auto, qualsiasi cosa davanti a me. Dopo un po’ mi sentii acciuffare. Una voce di donna cercò di tranquillizzarmi. Ero salvo, aprii gli occhi, continuavo a piangere. La signora mi mise una mano sulla spalla e mi fece calmare. Il battito del cuore pian piano rallentò, i pensieri si fecero più lucidi.. L’adrenalina stava scomparendo. Le volli bene.

Dicevamo che l’arrivo a Bologna significò l’inizio di quella che voleva essere la vera vita. Volevo far parte di qualcosa e quel qualcosa lo cercavo con tutte le forze, tranne poi andarmi a chiudere in una casa a Napoli per giocare alla playstation. A Genova ci dovevo andare, erano mesi che ne parlavo, che mi interessavo, che leggevo giornali e libri. Avevo scoperto l’interesse e la voglia di esserci. Ma, una litigata d’amore, il dominio del privato, mi aveva portato a Napoli… troppo lontano da Genova… Quella la scusa per rinunciare.

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