franchino's way

29 gennaio, 2013

Il fruttarolo (la resistenza che ti vende il pomodoro… 11)

Filed under: deliri controproducenti,il fruttarolo,personalismi — ilkonte @ 5:04 pm
Le radiazioni han fatto danni
su chi e’ cresciuto negli ultimi 20 anni.
Abbiamo avuto il piombo, il fango ed ogni giorno
la dose quotidiana di merda che ci cade attorno
e i bambini sono stati contagiati,
nati patinati figli ingrati. 
(Sangue Misto)

In vino veritas, dicevamo qualche millennio fa. Ma i romani bevevano un vino che non ha nulla a che vedere con le nostre  bottiglie “Botte Buona” (3, 50 €) che vengono a comprare da me prima di quelle cene con piatti complicatissimi che fanno tanto moda e life-style. Era un beverone con dentro tanto altro oltre al vino. Ma l’alcool c’era, questo è sicuro. 

Ma se i romani avessero avuto la grappa? O se avessero conosciuto i prodigi della vodka?

Vabbè, non gli si può chiedere troppo, d’altronde la scienza e il progresso ancora non avevano portato l’umanità ferma in coda in autostrada, per le vacanze intelligenti, “finalmente ferie“.

Ogni autodistruzione o autodistrazione ha la sua epoca: il potere e l’economia vanno di pari passo con nuovi modi, o nuove mode, di combinarsi a mostro, in vino veritas. La storia; una lunga marcia di scoppiati a fare la fila per riempire boccali e svegliarsi la mattina dopo rincoglioniti mentre quelli sobri, quelli che non devono evadere, si fanno i cazzi loro. Alla fine, gira e rigira, sono comunque morti tutti. Però c’è chi s’è divertito e chi no, ma gli hanno dedicato una strada, con un bel bar.

Tornando ai romani, che in ogni caso avevano capito tutto, penso che meritino rispetto solo per la semplice ragione di aver inventato il bar, o almeno così credo. Troppo avanti. 

Cosa avrà da guardare sta gente che mi gira attorno? Perchè tutti hanno sempre qualcosa da dire? Mi aggrappo al bancone del Baraccio cercando di misurare per bene la distanza tra me  e l’uscita, me e il cesso, me e ogni possibile interlocutore. Il Tappo è alticcio e parla con la ragazza del pesto che non mi sembra così messa male. Arriva il Sardo portandosi dietro la sua aura di sfattone in divisa d’ordinanza. Mi annoia sta gente. Non la capisco più. Ho sguazzato anch’io nel pacifismo e nel punkabbestismo tempo fa ma poi ho capito che in fin dei conti sono una manica di coglioni che vogliono essere considerati dal resto del mondo una manica di coglioni. Ma io valgo, e scelgo. Loro no. Domani gireranno con un’altra divisa, hanno bisogno della divisa, senza non saprebbero significare nulla.

Svariono di brutto, scivola un piede di lato sul pavimento bagnato di birra, l’altra gamba si piega in avanti, il braccio cerca un appiglio nel bancone e fa volare un bicchiere che si frantuma a terra. Il Tappo e la ragazza del pesto si avvicinano per sorreggermi, facendo cenni di commiserazione al barista che vorrebbe far partire la cazziata. Faccio segno senza parlare che è tutto ok, nessun problema, chiedo scusa. Concentrazione, respiro profondo, tieni ferma la testa, ascolta e tieni duro. NON MOLLARE!

Il Sardo si avvicina, scambia una battuta col Tappo, ridono. La ragazza del pesto, pure lei, mi guarda e ride, ma con un tocco di, non so, puzzetta sotto il naso. Escono a fumare. Io resto appoggiato ad un tavolino con due semi-conosciuti che mi dicono qualcosa e sorridono. Io gli guardo attraverso e cerco di concentrarmi. Non va così male. Puoi riprenderti, mi dico. Tieni duro. Il partigiano che cammina con la bimba nella foto-poster appesa sulla parete del Baraccio mi guarda. Penso che gli faccio schifo abbastanza, che ho raggiunto il peggio.

“Non mi perdonerete mai – gli dico – non volevo” Ma lui mi osserva e tace. Cammina per via Ugo Bassi quel 21 aprile del 1945, in una Bologna finalmente libera e piena di gente che festeggia. Dietro di lui un ragazzo suona la fisarmonica. La guerra è finita. Il fascismo pure. Non ha tempo da perdere con me.

“E’ tutta colpa nostra – dico allora alla bimba – non vergognarti di me però… Io volevo….” E mi viene una lacrima ma me la stringo tra i pugni chiusi. Occhi lucidi e sbronzi, prendo fiato. Esco fuori a fumare. Rientro nel personaggio, mi accascio su un gradone, accendo una sigaretta, cerco di riprendermi e ascolto il Paesello. Quasi non penso che sono arrivato da dentro a fuori senza barcollare, senza urtare, senza fare altre figure di merda.

Non volevo. E non mi perdoneranno mai.

(Continua)

deliri precedenti: 1 – 2 – 3 –  – 5 – 6 – 7 – 8 – 9 – 10
Annunci

25 gennaio, 2013

Il fruttarolo (la resistenza che ti vende il pomodoro… 10)

Filed under: deliri controproducenti,il fruttarolo,personalismi — ilkonte @ 12:05 pm
 Alla fine, con sua grande sorpresa, si ritrovò contro la portiera di destra senza aver trovato il volante. Concluse che qualcuno doveva averglielo rubato. Questo lo fece arrabbiare, prima che partisse per il mondo dei sogni. Era sul sedile posteriore della macchina: ecco perché non riusciva a trovare il volante. (Kurt Vonnegut)

Camminare a piedi scalzi è una delle prime trasgressioni che ho scoperto da bambino. Un po’ come mettersi le dita nel naso, mangiare senza aver lavato le mani o “guardare le televisioni private”, peccato contro natura in una famiglia con un nonno partigiano.
E come ogni trasgressione che si rispetti, se è degna di tal nome, è solo un voler tradire le regole che si sono introiettate, che sono tue, entrate nel profondo. E per questo, il proibito, l’uscire dal proprio intimo e dalla propria morale, provoca eccitazione. I piedi scalzi mi eccitano. Mi danno un senso di libertà maledetta. Quando stavo a Marsiglia o a Londra e vedevo i miei colleghi o le donne dei miei colleghi girare con sti piedi zozzi per casa mi convincevo ancora di più che per me, con la mia formazione e la mia cultura, quel camminare a piedi nudi era come star lì a mangiare il frutto proibito.

I passettini trotterellano verso la cucina lanciando bacetti. Proprio così, bacetti. Avete presente il rumore delle zampe di un cane che cammina in una stanza? Ecco, a me ricordano dei bacetti. Sta venendo di qua in punta di piedi e a passi svelti svelti. Cristo che mal di testa. Il cellulare con la suoneria sconosciuta non suona più.

I piedini arrivano nella stanza, sento la loro presenza ma non riesco ad alzare la testa e voltarmi indietro, verso i fornelli incrostati, il lavandino traboccante piatti sporchi, chi mi osserva in silenzio. Ci potrei provare ma la nausea mi tiene immobile. Se faccio un movimento troppo brusco straccio.

“Ciao eh… – mi rimbomba in testa il saluto. Voce femminile, familiare ma non troppo – Siamo carichi stamattina vedo…”. E’ lei.

“Mah…” fatico a trovare risposte brillanti. Provo a voltarmi ma una vertigine mi convince a rimanere dove sono e come sono.

Rumori di risciacquo, starà pulendo la caffettiera. Sarà di spalle adesso. Mi volto, dai che ce la posso fare, mi volto.

Tremendo. Vedo mutandine nere a coprire un sedere che sembra abbia una gran voglia di esplodere. Gambe sottili e slanciate, caviglia fine fine. Un piede saldo a terra e un altro messo maliziosamente sulla punta, con le dita, piccole piccole, piegate a toccare il pavimento. Mi viene quasi duro, quasi. Canotta scura, nera, scoprire due spallucce minute e, non saprei, nervose, coperte appena da capelli arruffati che cadono da una coda appena accennata con mani da primo risveglio.

E’ la ragazza del pesto.

Ma che ci fa qua? Cosa fa alla mia caffettiera? Cosa c’entra con casa mia? Non ricordo assolutamente niente. Faccio appena in tempo a rigirarmi nella posizione originaria (mani che sorreggono la testa bassa sul tavolo) prima che mi sorprenda a guardarle il culo (e che culo).

Ora è lei ad osservarmi le spalle. Possibile che non ricordi assolutamente nulla? Possibile che abbia passato la notte con una creatura così e niente, non sia rimasta la benchè minima traccia, un’immagine, un fotogramma, una foto sfuocata o mossa, un suono. Marò che palle, una nottata sprecata, persa nella memoria di altri.

“Vado in bagno. Mi controlli il caffè?”

“Mmh…”

Sento che sorride. E sento i suoi bacetti, volevo dire passettini, che vanno in dissolvenza verso il bagno. Che amarezza, il malessere post sbronza aumenta istantaneamente, il senso di colpa pure. Fatico a mettere assieme il puzzle. Ricapitoliamo: serata, alcool, io piacione, tanto alcool, il Tappo, gente che sfotte, io che cado (ripetutamente?) nel Baraccio, io che biascico da far schifo, gente che sfotte, lei che mi guarda, lei che non mi sopporta, io che mi gioco la dignità, buio, risveglio di merda, tentoni fino alla cucina, caffè schifoso, incazzatura, tavolo zozzo, io qua, lei qua. Qualcosa non torna.

Altri passi arrivano verso di me. Passi pesanti e infraditati. Tosse catarrosa. E’ Il Sardo, uno dei coinquilini di merda che mi ritrovo. Studente ovviamente del Dams, ovviamente fuoricorso, ovviamente coi dread e piercing vari, ovviamente di tendenza antagonista in politica e nella vita, ovviamente tifoso del Cagliari, fortunatamente non vegetariano. Mi passa davanti grattandosi le palle con una mano e massaggiandosi la panza con l’altra. E’ in mutande, che uomo di merda.

“Oh – mi fa – erri uno spettaccolo ierri”

“vaffanculo.”

“C’è caffè?”

“che cazzo ne so”

“Minchia il buon umorre!”

“Non rompere il cazzo… c’ho mal di testa.”

Pesca una tazzina sporca dalla tavola, va ai fornelli, spegne il gas sotto la caffettiera che sbrodola e frigge, si serve il caffè, torna con la tazzina in una mano mentre l’altra è ancora impegnata a scavare tra i genitali. E’ un uomo di merda, ripeto. Si siede di fronte a me, fa un rutto, mette lo zucchero, mescola. Io lo guardo fisso ma mi fa male la luce negli occhi.

Inizio a sentirmi stranamente agitato come quando va salendo un’intuizione: la tipa del pesto (che gran culo che ha) non è venuta con me a casa, me lo ricorderei, dico. Lo stronzo se l’è scopata. Lo uccido cazzo, uomo senza morale e senza rispetto. L’avevo trovata io. Era roba mia. E lui, ora ricordo, ieri c’era, come sempre.

Al Baraccio ci sono sempre tutti.

(Continua)

deliri precedenti: 1 – 2 – 3 –  – 5 – 6 – 7 – 8 – 9

24 gennaio, 2013

Un funerale (quando la storia ti bussa alla porta…)

Filed under: attualità,storia — ilkonte @ 4:24 pm
Tags: ,

C’è la “Storia”, quella fatta dagli uomini, e la “storia”, quella che ti raccontano o che ti fai raccontare. A volte la “Storia” e la “storia” ti cadono addosso e l’unica cosa che puoi fare è osservare, sentire, patire, vivere, cercando di cogliere chiavi di lettura e metterle in fila per trovare un proprio posto nella linea non sempre retta (e corretta) del tempo.

Lo sguardo è fondamentale e, a volte, per cercare di vedere bene un oggetto bisogna semplicemente cambiare punto di osservazione, o punto di vista. A volte un solo passo a destra o a sinistra e scorgi rughe, profili, attimi, sfumature, prospettive, che prima ti venivano nascoste.

Lo sguardo asciutto, semplice, che non vuole o non cerca giudizi. Lo sguardo è tutto.

Buona lettura (l’autore del testo mi autorizza a pubblicarlo richiedendo di rimanere anonimo)

Da adolescente mi sono limitato a leggere la storia. Ho approfondito poco (da adolescente), scarsamente sollecitato (o forse no) da chi la materia avrebbe dovuto svelarla impreziosita di quella dote nascosta che porta dentro.
Il fascino della Storia è qualcosa che va oltre. Una chiave di lettura per capire troppe cose; un terreno di battaglia dove la pigrizia riesce con troppa facilità ad annullare la volontà.

L’episodio – appunto – per continuare ad esser tale, ha bisogno di evadere da se stesso, di emergere, voltandosi a destra e sinistra, fino ad abbracciare il periodo in cui ha preso forma per capirne la genesi.
Capita allora, quando meno te l’aspetti, che la Storia ti bussa alla porta e ti prenda a sberle.

Terroristi. Questa la sintesi che la storia ha riservato per loro. Null’altro che terroristi, delinquenti, banditi, assassini e andate avanti fino a raggiungere il sentimento più oscuro teso a partorire l’ennesima definizione pregna di una sbiadita morale.

Terroristi, appunto. Terroristi e banditi, tutti uniti, insieme al freddo e al gelo ospiti – graditi e non – di una Ceretolo medievale nello scorcio e svuotata dal carattere.
Terroristi e banditi. Uniti, impacciati negli abbracci, solidali nei volti, negli occhi, nei solchi, nelle rughe e nella memoria.

Terroristi e banditi, sfilano in un ordinato corteo, ricordando l’amico scomparso. Il Compagno andato. Lo salutano, lo fanno per l’ultima volta levando al cielo quel pugno che nel contesto torna ad esser reato. Sullo sfondo, risuona l’Internazionale. La fischiettano – terroristi e banditi – la fischiettano insieme. La fischiettano mentre la neve scende impertinente; anche lei presente per salutarlo, a modo suo.

Impertinente, la neve. Inopportuni invece i commenti. I giudizi. Le posizioni, quelle prese degli “eletti dal popolo”. Il simbolo della noia che sale al potere non poteva mancare all’appello. Mancarono invece. Mancarono fisicamente, salvo apparire nella prosa. Prosa carica di retorica, di chiacchiere, di prese di posizione non richieste, di distanza. Distanza dall’evento, distanza dalle parole di chi ha voluto ricordare (“Prospero Gallinari è un rivoluzionario del suo tempo”), distanza dalla realtà. Quella, la distanza dalla realtà, è l’unica posizione che dovrebbe far riflettere. Distanza dalla realtà di chi non perde occasione di rivendicare una posizione; distanza dalla realtà del non rendersi conto di essere rappresentanti sfiduciati, senza più valore politico (POLITICO); distanza dalla realtà nel ricoprire un ruolo che nella realtà stessa, in questa realtà, assume sembianze deformi, retaggio di un passato attualmente inconsistente e inesistente. Distanza dalla realtà nel capire che ci sono situazioni, episodi, dove un dignitoso silenzio è l’unica risposta a quella domanda che non doveva esser fatta.

Silenzio, quello vero, quello sentito, quello che urlava nei cuori, quello che gli occhi dei presenti trasmettevano. Quello che genera emozioni.

Emozioni. Emozioni che ritornano, pronte a riscaldare Ceretolo. Mentre la neve continua a scendere, con l’Internazionale in sottofondo. Quelle emozioni me le hanno date loro, senza chiedere nulla in cambio. I vostri terroristi, i vostri banditi.

(un anonimo presente)

2 gennaio, 2013

Tempo e gioia (momento di autodeterminazione)

Filed under: personalismi — ilkonte @ 11:15 am
Tags: , , , ,

Tempo: Il tempo è la dimensione nella quale si concepisce e si misura il trascorrere degli eventi. Essa induce la distinzione tra passato, presente e futuro. (fonte wikipedia)

Il tempo quindi è convenzione che la comunità umana ha deciso di darsi, come lo spazio, come il saluto, come un po’ tutto. E il 31 Dicembre, a seconda dei fusi orari, si festeggia, tutti insieme, lo scadere dell’anno passato e l’arrivo dell’anno presente. Il conto alla rovescia è la pratica del passaggio, il rito irrinunciabile, il motivo per cui si decide di stare insieme e celebrare questo momento di vita comunitaria. Il 31 Dicembre è un momento di autocelebrazione, inquadrati nelle griglie delle ore, dei giorni, delle settimane che compongono le nostre vite.

Per convenzione si utilizza, nella stragrande maggioranza delle case, il televisore per controllare l’ora esatta. E tutti in coro si contano i secondi che vanno verso il futuro.

Quest’anno per me non è stato così. C’è stato qualcosa di diverso, di unico, di meravigliosamente autonomo. Il rito è stato in parte conservato: c’era tanto cibo, c’era la tavola apparecchiata, i brindisi “alla faccia di chi ci vuole male” e c’erano i sorrisi. E c’erano i pensieri. Perchè a capodanno tutti vivono il presente con un gancio attaccato a quello che si è fatto e non si è fatto, quello che è capitato e quello che avresti voluto evitare, quello che è andato e quello che è volato via. Tutti hanno i piedi nel momento e la testa nel passato. Perchè si celebra la fine di un attimo e ci si butta, più o meno speranzosi, in quello che arriverà. Per una volta all’anno il presente, nel conto dei secondi che scorrono, è veramente il legame tra vecchio e nuovo.

Ma quest’anno noi non avevamo la tv, per scelta. Non c’era l’orologio settato al millesimo di secondo. Non c’era l’imposizione e la convenzione internazionalmente riconosciuta.

Quando più o meno era mezzanotte ci siamo guardati negli occhi, coi bicchieri vuoti e bottiglia pronta per essere stappata e abbiamo deciso: il nuovo anno per noi inizia fra DIECI, NOVE, OTTO, SETTE… E che ci interessa del mondo fuori?! Che ce ne fotte a noi se stiamo con 3 minuti di anticipo o 5 di ritardo. I nostri orologi non saranno mai al centesimo e ci diranno sempre che abbiamo orari diversi, ma più o meno siamo lì, minuto più, minuto meno. Saremo sempre e solo noi a decidere quando è il presente, quando il passato, quando il futuro. Ho provato a ascoltare se la città stesse esplodendo tra razzi e petardi ma nulla, Bologna è stata molto discreta e non ha fatto casino. Ci ha lasciati soli ma felici di esserlo, almeno questa volta.

Questo 2013 mi ha regalato questa meraviglia, questo stupore e questo orgoglio.

Perchè noi, anche questa volta, abbiamo voluto provare a disporre di noi stessi, del nostro spazio e del nostro tempo.

Una piccola rivincita.

Il nostro nuovo anno è iniziato quando ci siamo guardati negli occhi.

E ho voluto bene alle persone che erano con me.

Blog su WordPress.com.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: