franchino's way

15 ottobre, 2012

Il fruttarolo (la resistenza che ti vende il pomodoro… 7)

Filed under: deliri controproducenti,il fruttarolo,personalismi — ilkonte @ 3:07 pm
Con la piena di un nuovo diluvio
laveremo la città dei mondi. (V. V. Majakovskij)

Scena da Taxi Driver: osservare il caffè che gira nella tazzina e caderci dentro coi pensieri. Saranno 5 minuti che mescolo ma faccio fatica a mettere assieme i ricordi. Agitazione, concitazione, risate, schiamazzi, gente che barcolla, altro giro, e lei.

Vorrei fare tanto colazione come quando ero bambino e mamma mi faceva trovare il latte caldo, i biscotti tondi che piacevano a me o che forse mi piacevano tanto solo perchè ogni mattina, ogni santa mattina, c’erano solo loro. Lei arrivava, mi chiamava delicatamente, apriva la serranda, mi dava un bacino sulla fronte e mi accarezzava. In cucina trovavo la tovaglia apparecchiata, il tazzone di caffellatte caldo, i biscotti e una fetta di pane e marmellata. Poi via, a scuola.

Che bello era. Che bei tempi. Papà non c’era già più a casa, ingoiato dall’alba e dalla fabbrica. Io, mamma e a volte il nonno che, in piedi dalle 5, era già stanco della luce, del giornale, della televisione, del cane, dei ricordi della nonna. Prima di uscire però ritrovava vigore, pacca sulle spalle al nipote maggiore, gesto di incoraggiamento, gran sorriso, e raccomandazioni varie. Il nonno partigiano che tutti avrebbero voluto avere, almeno da Firenze in su, io lo avevo nel profondo sud. Lui, preso e trapiantato a 1000 km dalle sue colline per stare con la figlia. Lui, che mai avrebbe pensato di vivere la sua vecchiaia in trasferta o in esilio.

Mia madre e mio padre si erano conosciuti a Torino. Il mio papà si era trasferito lì per lavorare, ovviamente in fabbrica. Mia madre era nata lì, figlia di un operaio. Io, fossi rimasto a Torino, avrei fatto probabilmente l’operaio, chissà.

Avevo 4 anni e salta fuori la possibilità di trasferirsi a Pozen, a pochi km dal paese del mio papà, un villaggio della Lucania profonda. Per lui la possibilità di fare un minimo di carriera, guadagnare di più, spendere meno, dimenticare lo stress della città operaia sconfitta dagli anni ’80. Per mia madre nessuna possibilità. La scelta non la riguardava; lei avrebbe seguito la famiglia, il suo uomo e suo figlio. Mio nonno non fu mai d’accordo ma accettò di vedere la sua bellissima figlia andar giù tra i terroni, in mezzo a quei dialetti e quegli accenti che aveva imparato a conoscere a Torino ma che lì avrebbero avuto la loro versione originale, radicata, non imbastardita dall’accento savoiardo.

ANNI ’90 – LICEO 

Il prof. di disegno oggi è arrivato stranamente in orario e, incredibilmente, ha l’aria di quello che vuole fare lezione dopo 1 giorno di fallita oKKupazione e 10 giorni di normale, banalissima, scontata autogestione.

Per noi è stata una bella esperienza. Siamo riusciti addirittura a far seguire i seminari e i gruppi studio. C’è stata musica dal vivo, il servizio d’ordine ha evitato le canne in corridoio e le bottiglie son rimaste lontane dagli occhi dei prof e del Preside (quel grandissimo coglione). Non male direi… Io ho pure limonato, finalmente. L’aria da rivoluzionario trafelato che ha da fare, ha da riflettere, ha da rilanciare, prendere decisioni, dirigere, sfidare continuamente il potere e gli avversari politici ha funzionato. Ma cazzo… avrei voluto una bella okkupazione. Di quelle che si resta la notte e si fa la rivolta vera dormendo nelle aule con i sacchi a pelo e facendo il caffè in sala professori. L’autogestione è una forma inutile di protesta. E’ come dire… boh… non è come l’oKKupazione che fanno a Napoli, Milano, Bologna, Roma, in Italia. Ma Pozen è città di greggi. E, così come è bastata la promessa di alcool e anarchia per portar gente in occupazione, è stata sufficiente la comparsa della Digos e dei professori a portarli tutti fuori alle 18.22, in gregge. Che figura di merda.

Il prof ci passa in rassegna con lo sguardo e attacca:

“Ragazzi miei… Non capirò mai il senso di queste vostre proteste stagionali tipo i raffreddori. Arriva l’autunno e parte la frenesia. Arriva l’autunno e vi trasformate in rivoluzionari, comprate i giornali, scrivete le cose con la K, vi informate sul ’68, sugli anni ’70 e addirittura mettete la kefiah. Bravi pecoroni. E che avete risolto?”

Pr’f’ssò.. mo pure la cazziata ci dovete fa? – non posso non intervenire e imposto il tono da riunione di sezione – Abbiamo provato a lottare e stiamo lottando insieme agli studenti di tutta Italia contro queste riforme che riguardano anche voi insegnanti e che…”

Uagliò – mi interrompe il prof – stai seduto, non fare comizi, e stai zitto! – mi punta l’indice autoritario e severo – M’avit scucciat’ cu sti slogan… Mo’ parlo io. Avete fatto quello che vi pareva per 10 giorni. Mo’ basta.

Il prof si alza in piedi e va verso la finestra con aria sognante.

“Ai miei tempi le proteste erano un’altra cosa. Chiedete a ****. Ero compagno di università con lui. Chiedete che facemmo in facoltà, che aria si respirava, che fermento c’era. NOI eravamo figli di contadini, gente che lo studio se lo stava sudando con la fatica del padre e DOVEVAMO essere degni di quella fatica. Non come a voi che avete tutto per garantito. NOI se lottavamo era perchè VERAMENTE ci credevamo e volevamo cambiare il mondo. NOI quando scendevamo in piazza rischiavamo le mazzate. NOI quando discutevamo a scuola rischiavamo in ogni momento di pigliarci a sediate in testa coi fascisti. Altro che voi che non capite un CAZZO di politica e parlate solo per slogan.”

Il prof torna verso la cattedra fissandoci negli occhi e massaggiando lentamente il codino brizzolato che gli spunta dietro la stempiatura. La classe è divisa: alcuni lo osservano intimoriti, qualcuno fa sì sì con la testa (i secchioni),altri stanno incazzati neri, come me, ma non riescono a reagire. Il prof si risiede, prende i suoi occhiali dal taschino della giacca di velluto marrone  tutto riflessivo.

“Avanti. Che avete risolto co sta pagliacciata? NOI abbiamo fatto tante di quelle cose che se VOI potete permettervi di fare i coglioni ogni anno è anche grazie a NOI…”

“Ma prof nessuno ..” tento di intervenire riconciliante ma deciso ma un gesto della mano del prof mi stoppa.

“Tu proprio è meglio che ti stai zitto. Famm’u favor… Il mese scorso c’era assemblea d’istituto e tu stavi a fumarti le canne fuori dalla palestra. Che pensi ca nun t’agg vist’??? – alza la voce e io mi incazzo sempre di più – NOI per guadagnare la democrazia nelle scuole abbiamo avuto i morti!!! LO CAPISCI QUESTO???”

Prof! mo vi state zitto voi per favore!” – mi alzo in piedi scostando rumorosamente la seggiola.

“Ma come ti permetti” – occhi spalancati, sbaaam sulla cattedra, bocca che resta aperta.

“Mi permetto e basta. – gli parlo sopra – VOI avete fatto tutto quello che avete fatto per poter dire a gente come NOI che non valiamo un cazzo. Per quanto mi riguarda sono contento del fatto che per la prima volta in 3 anni vi siete degnato di parlarci visto che, da quando vi conosciamo, abbiamo visto più volte la prima pagina del vostro giornale che la vostra faccia. – il Tappo mi guarda orgoglioso e abbozza un applauso seguito da altre 3 delle teste calde della classe – Bella lotta avete fatto! Complimenti! VI siete guadagnati la possibilità di pigliarvi uno stipendio a vita con 3 mesi di ferie per entrare in classe, firmare, e andarvi a fare i cazzi vostri! BELLI I RIVOLUZIONARI DI STOCAZZO!

Uagliò ma tu si pacc’ o che?? Vuoi che ti metta una nota? Vuoi che ti mandi dal Preside e chieda la tua sospensione?”

“BRAV U’ PRUF’SSOR! LA NOTA, IL PRESIDE, LA SOSPENSIONE… Ecco come fate valere tutta sta pippa tra NOI e VOI! C’è chi può, VOI, e chi non può. MI FATE SCHIFO!

“Ma senti a questo!!! – si alza di scatto e per un attimo ho paura che mi pigli a ceffoni – “Non si può! Vado dal Preside, mo so’ cazzi tuoi. Voi state composti e in silenzio sennò so’ cazzi di tutti quanti!”

Brav’ pruf’ssò.. ma al preside gli parlerete pure della spesa al supermercato mentre qua dovrebbe esserci lezione?”

Ma vafangul!” uscì sbattendo la porta.

Il prof di disegno non lo vedemmo più. O meglio, lo vedemmo come sempre entrare, firmare e andarsene. La sua pratica rivoluzionaria 20-30 anni dopo la sua Storia: l’assenteismo cronico praticato con impegno, sagacia e perseveranza di classe.

A fine i suoi voti furono in linea con la media che i compagni avevano nelle altre materie, per non rovinarla o migliorarla, democristianamente. Solo per me fece eccezione, sempre democristianamente, con un 4 che per me fu come una medaglia: 4 senza aver mai fatto un disegno, come gli altri, mai fatta un’interrogazione, come gli altri. Mi ero veramente distinto.

All’esame di Stato, ovviamente, dovettero chiamare un sostituto. Lui era in ferie.

Bella la rivoluzione.

(Continua)

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