franchino's way

17 agosto, 2012

Il fruttarolo (la resistenza che ti vende il pomodoro… 5)

Filed under: deliri controproducenti,il fruttarolo,personalismi — ilkonte @ 9:39 am
e il naufragar m’è dolce in questo amaro… (scritta su muro che prima o poi farò – nda)

Strada deserta. Silenzio. Una finestra aperta alita voci di un televisore, una pubblicità con una di quelle musichette idiote. Musichetta scavacervello di quelle appiccicose, looppose, che ti lasciano la bocca tutta impastata di ripetitività. Gioia della spesa. Entusiasmo dello schiavismo contemporaneo. Guardo la finestra, tendina ingiallita dalla luce che proviene dall’interno. La strada tace, lunga, piatta, dritta verso il cuore di Bologna.

Risalgo lentamente la corrente che mi spinge fuori in forma di brezza calda. Sono in ciabatte, pantaloncini da calcio e maglia bianca. Apro il cassonetto del rusco e mi ruggisce in faccia una puzza pestilenziale di morte e logorio. Lancio una busta all’interno in apnea, quasi chiudendo gli occhi. La busta è pesante, pesantissima, e devo accompagnare il gesto del lancio con la seconda mano, la mancina, quella buona solo per tener ferma la fettina di carne con la forchetta mentre la destra, quella buona, taglia il boccone succulento. Lancio effettuato. La puzza aumenta, diventa alone, nebbia, voce di odore e minaccia. Ansia. Senso di paura. Istintivamente faccio un passo indietro togliendo il piede dalla pedalina che tiene su il coperchio che così sbatte, fragoroso, lanciandomi addosso con violenza il suo fiato. Guardo in faccia l’alone, che mi si avventa dritto agli occhi.

Scappo preso da un attacco di panico.

La strada ora è tutto un saliscendi, un ondulare, un andar su e giù, come quando da piccolo pensai di vedere il terremoto serpeggiare sotto casa. Scappo scappo e non ho fiato da salvare. Il tanfo mi insegue famelico, per divorare la mia paura. La finestra della televisione ora è chiusa. Nessun rumore o voce, solo il ciap ciap ciap delle mie ciabatte che sbattono il terreno per regalarmi la fuga. Il cielo è viola e blu e sembra sfidarmi lanciandomi a occidente un senso di chiarore, come al tramonto, sul Paesello, quando cercando la periferia scorgi solo il controluce e il riflesso della strada. Cerco l’altrove indicato dal cielo mentre la nebbia si avvicina.

Le ciabatte mi fanno correre male.

Prendo via Pietraallato fingendo prima una mossa a sinistra e poi muovendomi rapido verso Sant’Ilare. Cazzo che dribbling, tipo boh… Ronaldo. Corro a duemila con le ciabatte che scivolano.

Riconosco i vicoli del paese dei nonni, la casa della mia vecchia fiamma dell’infanzia e prima adolescenza. Cerco la sua finestra ma non c’è… murata. Il paese è cadente, pieno di ruderi. La nebbia è scomparsa. Mi siedo su un portone e prendo fiato cercando di rallentare il ritmo. Passa un ciuccio che sbuffa carico di legna. Lo osservo e gli chiedo “Che succede?”. “S’ fatìa…” m’arr’spunn‘… Rido. Ride anche lui, o almeno penso che rida, e se ne va..

Perso nei vicoli dell’infanzia cerco la via di casa, del Paesello. Ma è tutto un girare e rigirare tra rovine e orticelli, torri e gatti randagi, pale eoliche e monti, ciottoli e asfalto mangiato dal sale.

Passa un vecchio. Coppola, pantaloni marrò a righe spesse di velluto, camiciona beige, scarponi da fatica zozzi di fango.

“Mi scusi, mi sono perso… “

“E non ce l’avete il navigatore, giovanotto?”

“No.. purtroppo.”

“Eh.. sono perso anche io. Cerco la via di casa.”

“Le posso offrire un bicchiere?”

“Anche tre se preferite”.

Il bar. Lo stesso bar dei padroni e sotto, delle scale 40, dei ramino, delle briscole. Tavolini tondi bianchi e sedie di finto vimini, quelle con i fili di plastica gialla intrecciati. Vuoto. Non c’è nessuno.

Sono tutti al mare. Anche i vecchi e i neonati. Tutti a far vacanza. Tutti via.

La signora al bancone struscia con la panza sul lavabo mentre asciuga un bicchiere. Prendiamo una birra. Non parliamo, non ci guardiamo.  Si sente la tendina di plastica a fili (quella per non far passare le mosche) che ticchetta smossa dal vento. Ogni tanto un videogioco fa il suo jingle. Mi sparo una partita come ai vecchi tempi quando le 1000 lire della nonna dovevano servire per il gelato: “E non te le spendere alla sala giochi!”. Sono stato sempre scarso. Il giochino è una specie di dito che deve puntare libri che gli vengono scagliati contro. Premi il pulsante e dal dito parte un fulmine che brucia il libro. Arrivo al secondo mostro, un librone di quelli grossi grossi che mi magna lanciandomi contro la sua arma segreta, lettere enormi. Io ho finito le bombe.

Esco a fumare, il vecchio resta dentro col suo bicchiere. Passa mio nonno in macchina. Lo chiamo, non sente, sfila e romba via dietro la curva che esce dalla piazza. Cazzo.

“Ma dove siamo Signo’?”

“Sempre qua ******… Già stai mbriaco?”

“No, signò… è che devo tornare a casa. Al Paesello.

“A casa? ma non stavi a Bologna?”

“Lunga storia.”

“C’hai fretta?”

“Non lo so…”

Il vecchio mi saluta. Provo a trattenerlo ma nulla. Sorride e va.

“Un telefono signò?”

“Ma che non lo tieni il cellulare?”

“Non ho credito.”

“Cazzi tuoi.”

Esco.

Aspetto in piazza l’autobus. Il 21. Passa pure da qua?

L’autista mi porta al Paesello dopo una serie di tornanti e tornantini freschi freschi coperti di bosco e ombra. Arriva poi in città.

Bologna non la ricordavo così storta, piena di salite. Forse è Pozen ma non me ne ero mai accorto.

Scendo dal bus. Il Paesello è pieno di gente come al solito. Facce note e meno note affollano la mia vista. Passo al Baraccio. Entro e mi ridono in faccia tutti come se mai avessero visto spettacolo più divertente. Mi offendo. Urlo. Incontro un amico che mi prende sottobraccio e mi tira fuori.

“Hai sbagliato l’ingresso. Devi essere più modesto.”

“Ma sapessi cazzo… mi son perso.”

Pure tu? E che palle… andiamo al Gardenye va… che si sta meglio.”

Tavolini del dehor in legno pregiato pieni di donne bellissime che parlottano e sbriciano verso di noi di sottecchi. Sorrido piacione. Ce n’è di ogni: bionde e lisce, ricce e brune, rosse col capello corto, ricce castane, formose e magroline, ciacione e atletiche, eleganti e volgari. Tutte rossetti e abitini bianchi, di quelli “doposole”, leggeri leggeri. E infradito neri. Non bevono. Parlottano e osservano, birichine.

Davanti all’ingresso del locale il Tappo parla con il buon Grande. Appena arrivo mi squadrano e diventan seri.. “prendo una media anche per te” dice il mio amico che scompare dentro al locale, affacciandosi al bancone in legno scuro.

“E’ colpa tua – fa Grande con l’espressione severa e l’indice puntato – mi spieghi che significa sta cretinata?”

“Ma io…”. No ti prego, Grande no…

“Il Tappo qui mi ha raccontato tutto. – gli da una pacca sulla spalla – M’ha spiegato il tuo esperimento, ha capito tutto.”

“Ma io… davvero… voglio solo stare bene”, annaspo colpevole

“Sei un egoista… A voi è andata fin troppo bene.”, il suo bell’accento si inasprisce.

“Giuro Grande. Non volevo offenderti”, chino lo sguardo non riuscendo a tenere le sue fiamme.

“Non offendi me, caro. Ma trovi un senso a tutto questo?”

“Oggi la puzza della munnezza mi ha inseguito”, occhi sempre bassi a guardarmi le ciabatte.

“E ha fatto bene! – guarda verso il cielo – Che pensi che lei si dimentichi di chi siete?”

Mi scuso, imploro perdono ma non riesco a scacciar via un senso di mortificazione enorme.

Il Tappo mi sorride benevolo: “Beviti la birra e vaffanculo”. Mi indica la via di casa…

Apro gli occhi che ho le mani che gesticolano in aria.

E’ giorno. Mal di testa. Risveglio di merda…

(Continua)

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