franchino's way

18 giugno, 2015

Il fruttarolo (la resistenza che ti vende il pomodoro… 16)

How smart are you to regress unfulfilled?
It’s a damn shame, but who’s to blame? (Pantera)

E’ un po’ che non lavoro, che sto in malattia. Inizio a rompermi le palle a non far nulla. Mi spiego, è sempre bello godersi qualche tempo di riposo, evitare le rotture di coglioni dei colleghi o delle routine giornaliere. Ma alla fine, passano i giorni, e inizi a sentirne la mancanza. Ti senti scarico. Al Baraccio poi ultimamente i discorsi sembrano accartocciarsi e così anche il bianchino con gli amici mi fa noia. La briscola poi ultimamente gira pure male. Il Tappo è andato in vacanza con moglie e figli, che dice che stanno a fare grandi e presto inizieranno a farsi vedere sempre meno e se li vuole godere. Con l’età qua mi pare che davvero stiamo diventando tutti più coglioni di prima.

Io non ho di queste preoccupazioni. Non ne ho più. Non ne voglio avere.

Anche se, qualcosa manca.

Da bambino mi piaceva tantissimo giocare con le costruzioni. Ne avevo una quantità spropositata. Passavo ore in camera a costruire torri, castelli, casette, chiese. Che poi spesso erano più o meno sempre la stessa cosa con qualche piccola innovazione di tanto in tanto. Col tempo iniziai anche a combinare i mattoncini di legno con quelli della Lego e mi sentivo troppo orgoglioso quando arrivava il nonno o la mamma e si complimentavano con me.

La cosa più bella era però poi distruggere tutto. Prendevo una macchinina, o un mattoncino di legno e SBAM!, colpivo la torre. A volte barcollava prima di schiantarsi di lato, altre volte collassava. Il rumore dello schianto mi piaceva tantissimo, con tutti i mattoncini che schizzavano via sul pavimento. E immaginavo fiamme e fumo e polvere. Come in tv quando vedevo le immagini di Beirut o di altre guerre lontane. Con i palazzi che venivano buttati giù a cannonate. Lo schianto era il vero obbiettivo di ore e ore di costruzione. E la costruzione era funzionale alla distruzione finale. E più solida era la struttura, più divertente era il bombardamento.

Questa smania di equilibrio, stabilità e distruzione ce l’ho dentro da sempre forse. E’ insana. Ma è un mio piccolo piacere masochistico. Ho bisogno di vedere le mie cose cadere a pezzi. Per sentire il rumore che fa. Per vedere dove finiscono i mattoncini, forse con la speranza che qualcuno arrivi dalla stanza di fianco e mi sgridi per il rumore, per il disturbo.

Anche adesso che ho superato i 50, cammino da solo e da solo vado verso la mia torre, cercando il punto migliore da colpire per farla crollare. Per vedere le macerie e immaginare fiamme, fumo e polvere.

Per rivivere, anche solo immaginandole, le guerre degli altri che ho visto in tv.

Uno la guerra se la porta dentro, mi pare sia una frase che ho letto da qualche parte. E’ bellissima.

Costruire e distruggere.

Alla fine è come lanciare una monetina. Un lato, spesso, vale l’altro.

E’ solo una questione di tempo, o di turno.

(Continua)

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11 giugno, 2015

Il fruttarolo (la resistenza che ti vende il pomodoro… 15)

Come mosche della scorsa estate
che d’inverno sono ancora qui
e rivangano immondizie andate
scontente della vita ma immuni al diddittì (Sergio Caputo)

“Perché non parli?”

“E che ti devo contare

“Ma sei scemo?! Mi hai scritto tu vediamoci!”

“Ti volevo vedere, infatti”.

Tavolino del bar sotto i portici, prima periferia. Quei portici moderni, poco romantici, molto anni ’70 col finto marmo e il pavimento lastricato. La strada scorreggia motori, un forno aperto verso le case. Neanche il caldo quest’anno porta silenzio.

Come da bambini, le 3 di pomeriggio al paese erano il tuo regno. Quel silenzio denso che te lo spalmavi addosso, l’afa, la bicicletta appoggiata sul muretto all’ombra, il ghiacciolo coi soldi di nonna, il pallone per una tedesca. Avanzava il pomeriggio e col fresco arrivava il chiasso dei grandi, dei loro sguardi, delle loro parole sempre uguali, delle loro auto, delle loro battute e risate del cazzo.

E’ cambiato anche il silenzio.

Un anziano in pantaloncini grigi, cortissimi, e due gambine sottili sottili infilate in calzini bianchi e sandali di cuoio. La canottiera larga, cappellino di paglia in testa. Dal mondo che fu porta il suo silenzio. Quello del caldo. Si siede, prende a sventolarsi col cappello. Acqua tonica, ghiaccio e limone.

Avrei voluto ridere di lui. Vent’anni fa, da giovane, l’avrei sicuramente fatto.

Ora no. Mi rassicura. Quando sarò vecchio forse metterò anche io i sandali col calzino e degli orribili pantaloncini cortissimi stile coloniale. I vecchi, passano i decenni, sono sempre uguali. Per loro non ci sono mode che cambiano. Prendi e inizi a vestirti, comportarti, parlare, da vecchio. E un vecchio del 2013 era come quello del 1992 o questo qui di ora. Per questo ora mi rassicura e non mi fa ridere.

Con 35° e zero vento non c’è tanto da parlare. Non c’è molto da raccontarsi in una giornata così. Deve vincere il silenzio.

E non sempre “vediamoci” significa “passiamo il tempo dicendo cose”. Passare cosa poi, forse perdere.

Il caldo va subito e assaporato; non va assecondato, non va consumato con chiacchiere sull’umidità, sul sudore, sul lavoro, sulla famiglia, sulle ferie. O su qualsiasi altra cazzata inventata per perder tempo o passare il proprio tempo a qualcuno.

Col caldo non ci sono problemi degni di essere presi in considerazione.

Il caldo ha la sua liturgia di lentezza e fissità. Eterno presente. Pesante, stantìo, bloccato.

Va rispettato.

Anche per questo mi sono alzato e me ne sono andato.

E anche questa volta lei non capirà. Non lo capirà mai. Non ha mai capito niente.

Più tardi s’è alzato il vento e tutto è tornato come prima, normale, con le lancette che girano.

E forse più tardi avremmo potuto anche parlare.

Ma anche questa volta non ho voluto aspettare.

(Continua)

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