franchino's way

28 dicembre, 2009

The African way (cronache di un trentino in Africa…3)

Filed under: letture,Ma guà che storia!,situazioni — ilkonte @ 3:31 pm
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Terza puntata, Natale in Tanzania (copio e incollo la mail ricevuta). Buona lettura.

(le foto che metto per accompagnare i post non sono dell’amico, le ho prese liberamente dalla rete… che ringrazio…)

Ciao a tutti.
Intant, un’errata corrige: la stazione dei bus di Dar si chiama Ubungu, non Ubunga. Solo per amore della verita’.
 
Poi: sapete, uno fa delle esperienze, e pensa che non ci possa mai essere fine all’assurdo. Tipo: io, dopo quello dell’anno scorso, non pensavo di poter passare un natale piu assurdo e invece…
Per dare un’idea veloce: l’anno scorso a natale ero a Sydney. Faceva molto caldo: la vigilia l’ho passata in un parco a “rinfrescarmi” di birra. Che poi ho scoperto chiamarsi Wentworth Park mesi dopo quando, trovato lavoro in citta’, ho scoperto che la strada migliore per raggiungere il posto di lavoro da casa mia passava da quel parco. E a Syd ci sono decine di parchi come quello. E quindi ci sono passato tutti i giorni per 3 mesi. Le coincidenze. Il giorno di Natale, io e il mio fidato compare di cui non faccio il nome per diritto alla privacy avevamo ancora sete ( faceva ancora caldo) e voglia di pranzo natalizio: il piccolo problema e’ che in citta’ era tutto assolutamente chiuso! Dopo 3 ore di spossanti ricerche, abbiamo trovato il paradiso: The Golden Bridge, chinese restaurant! Figurati se i cinesi chiudono un’attivita un giorno all’anno.. quindi il nostro pranzo natalizio, invece del solito da 25 portate in famiglia, e’ stato a base di noodles, steamed wonton e curry king prawns (e vi risparmio i nomi in cinese, anche perche non li so), in mezzo alla chinatown di sydney. Noi e i cinesi. E si: abbiamo anche placato la nostra sete.
 
Tornando all’oggi: Natale a Makambako, Tanzania, Africa. E gia’ li suona strano.
La vigilia quest’anno l’ho passata principalmente a letto a leggere: alle 11 di sera dormivo di gia’. Il mattino del 25: attivo presto, alle 5. Vista l’alba, colazione, e poi via, sulla jeep di Padre Casimiro (l’altro missionario che c’e’ qui, portoghese, parla italiano e swahili con un troste accento portoghese. Proprio triste il portoghese) alla volta di alcuni villaggi vicini. Sono entrato in chiesa alle 10 del mattino e sono uscito alle 2 del pomeriggio! Perche qui le messe so’ proprio luuunghe: cominciano circa quando capita (nessuno ha orologio e magari qualcuni deve camminare 10 km per arrivare alla chiesa), e poi se la cantano, se la suonano, se la ridono, se la applaudono,se la benedicono, se la battezzano, se la inginocchiano…mah.
Naturalmente io non ci capisco una mazza, essendo tutta la celebrazione in swahili. Però ci resto in chiesa, cerco di seguire quello che fanno gli altri…
Prima messa: a Idofi. Un centinaio di presone presenti. Oltre al missionario, io sono l’unico bianco. Mi guardano tutti, soprattutto il piercing ( e io che ensavo che era una tradzione africana..), e le gambe, perche ho i pantaloni corti e devono sembrare decisamente bianche e ridicole. E anche i peli destano curiosita’. A fine messa mi chiamano sull’altare, e in mezzo a applausi e urla di gioia faccio il mio discorso: “ciao a tutti, mi chiamo Marco, vengo dall’italia. E’ la prima volta che vengo in Tanzania, e’ un bel paese e vorrei tornarci in futuro. Casimiro traduce. Tutti sorridono, tutti felici, applausi. Avvampo in volto, sento caldo, sono emozinato, dico “asante”, mi inchino e torno al mio posticino.
Seconda messa, 5 km e mille buche piu a sud: a Nygo. Qui ci sono almeno 300 persone, di cui almeno 200 bambini. Tanta gente mi stringe la mano, dicono “karibu” (benvenuto), molti si inchinano, soprattutto ragazze giovani (che figata eh?!peccato che e’ perche pensano che io sia un misisonario…) Mi siedo in fondo alla chiesa, ma un tipo mi prende per mano e mi trascina nel primo banco. Scopro di essere in mezzo ai notabili della comunita locale, i gangsta: catechista e capo del consiglio pastorale. Mica cazzi. Per la prima volta vengo colpito da un odore: simile all’odore che c’era nelle malghe trentine quando ero piccolo, sulle montagne. Odore di legna che arde misto a sterco di vacca, di fuoco acceso giorno e notte. Detto così fa un po’ schifo, ma mi fa fare un salto indietro di quasi 20 anni. E’ un odore che ha addosso la gente: qui si cucina sul focolare dentro casa. Un buon odore, a me piace. Anche qui messa di 2 ore e passa, ci sono pure dei cuccioletti da battezzare, stanno appesi dietro alle schiene delle mamme avvolti in tessuti coloratissimi, se la dormono beati. E poi canti, suonate di tamburi, preghiere strane, mani che si stringono. Arriva il mio turno ancora, vengo spinto sull’atare, faccio il mio discorso. Non penso di aver mai parlato di fronte a tanta gente in una volta sola: un sacco di denti bianchisssimi mi sorridono dai banchi di questa chiesa. Che emozione. Laciamo la chiesa tra 2 ali di folla, poi Casimiro mi dice: devo andare via un attimo ci vediamo dopo. E io rispondo ok, ma poi mi accorgo che nessuno parla una lingua che capisco oltre a lui…e sono le 2, ho super-fame e non c’e’ un take away nel giro di almeno 30 km. Una donna mi prende per mano e mi porta in una casa: odore di legna, non c’è corente elettrica nè acqua corrente. Mi fa sedere su una sedia, mi lava le mani con acqua tiepida in un secchio. E continuando a chiaccherare di chissa cosa mi da del cibo: “ugali” (una specie di polenta di mais bianca senza sale), erbe cotte e del pesce dall’aspetto inqueitante immerso in un sughetto rosso. Bisogna fare delle pallette con l’ugali, e usarlo come cucchiaio con le mani per mangiare il resto. Tutti ridono, sono un po impacciato. Oh, c’ho messo dei mesi a imparare con le bacchette, ora pure l’ugali… Pero e’ bono l’ugali, le erbe pure (poi scopro essere quelle che noi chiamiamo gramigne, solo altre un metro e mezzo), il sughetto e’ gustoso ma il pesce si conferma nell’aspetto inqueitante: fa proprio ribrezzo, sa di monnezza bruciata/palude. Mi spiace, ma non visto ne sbologno qualche pezzettino al gatto: non ha praticamente polpa sto pesce, e’ tutte lische, e poi fa proprio schifo eh! Che bastardo, però qui in campagna il cibo in questa stagione non manca mai. Aspettando il missionario, cercano di insegnarmi in numeri dall’1 al 20, poi ci spingiamo al 100 mila. Io ci provo, ma non e’ facile sto swahili. E poi sulle dita si conta partendo dal mignolo, non dal pollice. Bah, paese che trovi… Torna il missioario: scopro di aver mangiato a casa del catechista, ringrazio saluto, “asante”, buon natale, ciau ciau.
La sera, di ritorno alla missione, facciamo super-cenone con la comunita’ di 6 suore nere che stanno qui. Tutte fanno a gara per sedersi vicino a me , toccarmi il piercing e farmi ripetere i numeri. Grazie ragazze, pero che coglioni sti numeri! Remo mi sfotte, loro non capiscono l’italiano e continua a dirmi ridendo: mi sa che hai fatto proprio colpo…Scopro il mi cibo tanzaniano preferito: si chiama “Sambusa”, e’ simile al samosa indiano, triangoli di pasta fritta ripieni di carne macinata cipolla piselli e peperoncino. Spettacolo, ne mangio un casino per poi scoprire che il suo abuso provoca degli effetti collaterali quali strabismo, allucinazioni e movimenti intestinali sospettissimi. Come i samosa infatti. La cena finisce in bellezza: in canonica. Remo, essendo trentino, ha una riservina di grappa fatta in casa. Non sarebbe stato natale senza grappa: sono grato alla vita, cosi felice che vorrei bestemmiare (sarebbe dovuto con la grappa, ma qui non e’ il caso: lo faccio internamente). Che spettacolo di natale.
 
Potrà non interessare a molti di voi, ma vi sfido singolarmente a raccontarmi un natale meno tradizionale del mio..
Mentre scrivo e’ il 28, lunedi. I tre giorni scorsi sono stati molto simili al giorno di natale: messe, presentazioni, pranzo in capanne buie e affumicate. Le suore sono sempre piu’ felici che io sia qui, e penso che una di loro, Sister Z. (la privacy..) abbia una cotta per me: mi ha regalato un braccialetto una collana e uno schemino con i numeri da uno a 20, fatto con amore. Remo ha commentato: “uuuh, siamo gia ai regalini!…” Maledetto.
 
Da 2 giorni piove: I colori sono cambiati, l’erba e’ di un verde accecante, le strade e I sentieri sono di un rosso sangue, il mais cresce a vista d’occhio, anche gli eucalipti sono diversi. Ci sono laghi di acqua marroncina ovunque. Ma che bello addormentarsi con il rumore delle gocce di pioggia sul tetto di lamiera… e svegliarsi alle 5 col canto del muezzim da una mosche vicina… e alle 6 con le campane della chiesa… e alle 7 con  i cani che abbaiano…AAAAAAAAHHHHGGG!!!
 
Bye. Alla prossima.
 
Marco
 
PS: dopo batman, ho un nuovo compagno di stanza! Si chiama Mr. T., come quello dell’A-team, ma qui sta per Mister Topo. La scorsa notte mi ha mangiato un paio di biscotti che stavano sul comodino. Sto pensando di tenerlo e cibarlo, e’ tanto tenero e piccolino… ma temo che crescendo possa diventare brutto peloso e incazzato nero come l’originale, quello dell’ A-team. Lui ora fa televendite in tv per le casalinghe americane: e se anche il mio Mr. T. poi si mette a vendermi pentole nel cuore della notte? La decisone richiede riflessione…

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The African way (cronache di un trentino in Africa… 2)

Filed under: letture,Ma guà che storia!,situazioni — ilkonte @ 2:03 pm
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Seconda puntata. Buona lettura.

Ciao a tutti.
Intanto grazie per leggermi, intendo grazie ai miei 2-3 laettori per leggermi cosi assiduamente, voi 2-3 siete i mejo!! 😛
Scusate la prolungata assenza, ma come si puo immaginare in questo continente non e’ che si trova esattamente un internet point ogni 20 passi..
Beh, sono gia arrivato! Il viaggio per Makambako e’ stato anche piu breve del previdto, anche s ecomunque arduo. Ma andiamo con ordine, e fatemi spiegare tutto per bene. Ci mettero’ un po, ma se siete li pieni dal pranzo di natale potrebbe essere una lettura interessante…
 
Mi avevate lasciato sabato sera, al Cairo, da mio amico Abdou: dopo averlo salutato (on tutti i miei organi interni al rispettivo posto, alla faccia delle malelingue..) ho preso un taxi fiat 131, taxi di lusso, e sono andato in aereoporto. Alla 22.30 e’ partito il volo per Dar es Salaam: ho volato veramente di merda, l’Egyptair non e’ decisamente una buona compagnia aerea ma costa poco, il cibo e’ al limite del mangiabile ma l’ho pagato e lo dovro pur mangiare, eccheccazzo!!
Alle 5.20 ora locale atterro a Dar es-Salaam, letteralmente “porto di pace”, nuova e sonnecchiosa citta’-porto adagiata sul dolce Oceano Indiano, uno dei maggiori porti dell’Africa orientale nonche’ base di lancio per il turismo a zanzibar. Ci sono gia 28 gradi e il 90 per cento di umidita’: faccio quasi 2 ore di fila per il visto, schiumando per l’assenza di aria condizionata (siamo abituati troppo bene..). Mi aspetto chissa’ quali domande, invece con il mio passaporto e soprattutto con 50 bei dollaroni americani ottengo un visto turistico di 3 mesi, businnes prohibited. Esco dall’aereoporto e vengo agganciato da un taxi driver a cui dico: ora taci un secondo e fammi fumare una sigaretta, tie’ fuma anche te, po ivedremo. Conosce bologna, assurdo.
Il piano e’ farmi portare alla Procura dell’ordine della Consolata (di cui fa parte il missionari odi cui saro ospite), e loro mi metteranno sull’autobus per makambako. Ma e’ molto presto e l’oceano mi chiama, lo sento: concordo quindi un prezzo per farmi portare sull’oceano per Breakfast e poi alla Consolata. Gli chiedo: sai dov’e? E lui: si si don’t worry, consolata mission! Vabe.
Il mio driver mi fa attraversare il centro citta’, mi fa vedere tutti gli hotel a 5 stelle di Dar, le residenze degli ambasciatori (al che io gli dico: brother, no money in italy, siamo scannati quasi quanto voi!), poi mi porta a colazione su una spiaggetta. Ah, l’odore delle foglie di mangrovie in decomposizione, l’acre profumo della vita che si rigenera continuamente! Sentendomi un po il capitano Cook a Sydney, quando c’e arrivato, faccio un’ottima english breakfast, pago anche per il driver (circa 5 dollari) e mi faccio portare alla consolata.
Ma..riattravaresa la citta’, si reca a sud: ci sono solo depositi di carburante, camion parcheggiati , gente che cammina, baracche. Mi vuole mollare in una missione tipo pentecostale, e io gli dico: no bello, consolata, Mwuinyi road. Chiede un po in giro, intanto fa caldissimo, non capisco nulla perche parla in swahili, ma alla fine mi dicce che e’ lontanissimo, che il prezzo e’ sbagliato. Gli dico che no, e’ colpa sua e io non pago di piu: lui si scalda, guida sempre peggio, quasi investe una moto, bestemmia in lingue arcane e sconosciute. L’uomo non mi piace, quindi mi faccio spennare (era probabilmente il suo piano, ma che posso fare, farmi lasciare sotto un deposito di benzina chissadove a dar??). Mi porta dove voglio.
La procura della consolata e’ una bella casona gialla, piena di aria condizionata e belle stanze nuove nuove. E’ una specie di ostello, si paga qualcosa al giorno e si puo stare li. Si vede che ci sono i soldi. Dormo tutto il giorno, fa un caldo infernale, non esco manco dal cancello. Resto 10 minuti a piedi nudi fuori dalla zanzariera e mi trovo ocn piu di 30 punture di zanzare per piede!!
 
Alle 5 sveglia; Agostino, un ragazzo che lavora li come custode, mi porta alla stazione dei bus di Ubunga in Land Cruiser. Se a Cairo il traffico e’ un delirio senza regole sincronizzato da dio (come ama dire il mio amico Abdou), a Dar sembra non ci sia manco dio. E almeno gli egiziano guidano bene, pazzi ma sanno guidare, qui non ci riescono proprio! Sara’ che guidano dal lato sbagliato, a sinistra..
La stazione e’ il delirio piu totale: c’e’ gente dappertutto, milioni di autobus, botteghine e venditori ambulanti in ogni centimentro di terreno dispnibile, che poi e’ tutto fango che ha appena piovuto per 2 minuti. Agostino mi infila in un bus, mi dice “safari njema” (buon viaggio) e se ne va. La compagnia dei bus si chiama Grazia safari, la linea Dar-Njombe. Sospetto che la compagnia abbia qualcosa a che fare con la religione cattolica, perche’dietro si legge “power to Jesus the almighty” (potere a gesu onnipotente) e dalla tele interna sparano video misto hiphop-afro-christian-reggae, con scene da Passion di Mel Gibson, fiamme sullo sfondo e gangsta tanzaniani che rappano in swahili chissa quali rime sul signore onnipotente o su maria, o per quello che capisco pure sul diavolo. Mah.
Partiamo alle 7.30, un’ora di ritardo ma e’ tranquilla. La mia vicina di sedile, una signora di direi 45-50 anni di corporatura decisamente africana (quindi bella in carne) ha 2 borsoni sul sedile, quindi meta del suo deretano riposa sul mio sedile, quindi io ci sto e ringrazio jesus almighty di non aver mangiato molto nelgi ultimi mesi. Sono scomodissimo. Dutrante il viaggi ocomprera’ anche nell ordine: mezzo casco di banane, 2 ananas grandi come la testa di mike tyson, cibo per un popolo tra cui 2 strane coscette di qualcosa con patate, una rete di limoni o simili e circa 10 kg di cipolle mezze marce, il tutto passato su dal finestrino dai ragazzini sulla strada. Ogni tanto mi dice qualcosa in swahili e ride: io le rispondo sorridendo: sopsta le tue cazzo di cipolle che non ci entro!! Poi pero mi offre mezza pannocchia arrostita alla brace, e quindi torno suo amico. Tanto sono solo 11 ore di viaggio, no? Un po di adattamento perdio..
Il biglietto e’ costato 21mila scellini tanzaniani, circa 16 dollari: sono 700 km, e nel prezzo e’ comrpeso: una specie di broichina con una te’ buonissimo, una bottiglietta di coca ghicciata (in vetro, d’annata), una di acqua e 2 caramelle disgustose. Sticazzi pero. Il bus non ha aria condizionata, o meglio ce l’ha quando va veloce e entra dai finestrini: le sospensioni avrebbero bisogno di una occhiata, e pure i freni, ma tanto siamo nelle mani di jesus almighty quindi no worries!!
Non so come ma mi addormento svariate volte: ogni volta che mi sveglio sono in un ambiante naturale diverso. Campi di aloe verdissimi, savana arida, il Mikumi Natural Park dove scorgo giraffe e gazzelle, montagno co numidissime e ampissime vallate dove girano decine di babbuini, ancora grandi spazi aridi (in uno di qusti ci fermiamo a mangiare..cioe, sgranocchiare delle storie fritte per me..) e paludi giganti e acquitrinose.
Alle 6.20 mi dicono di scendere, o almeno spero: scavalco un pollo vivo che sta in una scatola sul corridoio, lui mi guarda e dice: ma sei sicuro che stai nel posto giusto? Perche a me sembri un po fuori luogo… Ma scorgo finalmente Padre Remo. Si, sono a Makambako.
 
Si tratta di una cittadina di circa 100 mila abitanti, nella regione di Irings, che si e’ sviluppata (o megli oha accorpato alcuni grossi villaggi) negli ultimi 10 anni. Quindi non e’ esattamente una citta’ come le nostre, e’ piu tipo un grande ammasso di casupole di mattoni di fango rosso e tetti di lamiera, costruito attorno a una chiesa e a un mercato. Vedo gente a piedi ovunque: Remo dice: “L’africano e’ l’uomo della strada: Non percorrerai mai 2 km in Africa senza trovare qualcuno che cammina, ovunque tu sia. Tutti camminano sempre”. Per quello che ho visto ha ragione. Lui mi piace, e’ in Tanzania da 27 anni, dice “noi che ormai siamo di qui”, ha una piacevole erre moscia che rende il suo swahili divertente e ancora piu melodico da sentire.
 
Alloggio in una casetta dentro il perimetro della missione, che comprende chiesa, scuola, asilo, youth center, canonica, ambulatorio, falegnameria e altre costruzioni minori. La sera a’ strano, i cancelli si chiudono e alle 8 c’e’ un silenzio assurdo, il silenzio senza luce artificiale, il silenzio africano che sembra premere alle mie finestre mentro ascolto suoni che onn ci sono.
Mi sto ancora ripigliando dal viaggio: dormo molto, leggo ancora di piu, non esco ancora da solo. La lingua e’ un problema grosso: qui nessuno parla inglese, anche perche’ come mi fa notare Remo e’ la lingua degli invasori. Preferiscono non parlara in Tanzania, se possono. E qui in campagna possono permetterselo, non c’e’ turismo per nulla. Chi passa di qui sa decisamente farsi capire in swahili: tutti tranne me, a quanto pare.
La mattina apro gli occhi e vedo: una chiesa gialla, eucalipti altissimi, sentieri rossi, donne accucciate in un orto verdissimo, e il cielo azzurro.
 
Ora sono stanco e non ho molto altro da raccontare. Sono solo felice di essere qui, anche se non ho ancora ben capito che ci sto a fare, ma lo capiro presto immagino. E se non lo capisco pace. Intanto non fa freddo: ci sono 28 gradi di giorno, 15 di notte, poca umidita’ perche mi trovo a 1600 mt di altitudine slm. Ogni tanto piove, bello sentire l’acqua sul tetto di lamiera. E voi che vi state gelando in Italia… Ho anche sconfitto il pipistrello che abitava nella mia casetta: l’avevo chiamato Batman. Ora pero’ un po mi manca sentrlo muoversi di notte.
Forse dopo natale riusciro a fare un corsetto di swahili, e poi potro cominciare a avventurarmi un po fuori. Cerchero di trasmettere notizie piu dettagliate prossimamente, ma non prometto niente perche la connessione non c’e’ sempre,  e manco la luce. Ora sono solo stanco di scrivere, ho bisogno di un mango per ripigliarmi J
 
Asante (grazie) per l’attenzione (E’ quasi l’unica parola in swahili che so, fatemela usare…)
 
Buon Natale a tutti, e buon freddo. Eheheh.

24 dicembre, 2009

The African way (cronache di un trentino in Africa… 1)

Filed under: letture,Ma guà che storia!,situazioni — ilkonte @ 3:20 pm
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RUBRICA!!!! Un mio carissimo amico, quello di “The Australian Way“, ha deciso di partire di nuovo. Questa volta la meta è la Tanzania, Makambako per la precisione. Qui vi posto la sua prima mail, la prima tappa, Il Cairo.

Buona Lettura (e buon viaggio):

Ciao a tutti
Come molti di voi sanno, sono in viaggio per la tanzania, piu precisamente la mia meta e’ makambako, nella regione di Iringa, 700 km entroterra rispetto a Dar es Salaam che si trova sul mare. Per quelli che non lo sapevano, ecco ora lo sapete..
Ci vado perche’ mi e’ capitato di conoscere un missionario appartenente all’ordine della Consolata (un ordine minore dei comboniani), Padre Remo, e gli ho chiesto: posso venire un giorno a dare un’occhiata alla missione? E lui ha detto gentilmente: certo, quando vuoi! Cosi un mesetto fa ho deciso di passare il Natale da lui, nella sua comunita’. L’africa e’ sempre stato il mio grande sogno, e una possibilita’ del genere era troppo bella per lasciarsela sfuggire, quindi l’ho colta al volo e sono partito 2 giorni fa da fiumicino. Tranquilli, non sto diventando missionario, non vado per salvare migliaia di peccatori dal male, vado solo a dare un’occhiata. E poi si vedra’, le vie del signore sono infinite come piace dire a molti J
Volando con egypt air, dovevo cambiare aereo al Cairo, quindi ho pensato: sarebbe stupido passarci senza fermarci. Quindi mi sono armato di pazienza e ho trovato qualcuno che mi poteva ospitare su un sito, chiamato chouchsurfing.org, che e’ una community di persone che si ospitano a vicenda sui rispettivi divcani in giro per il mondo, naturalmente gratis. Il mio host si chiama Abdou, ha 30 anni, e’ nato ad alessandria ma vive da svariati anni al cairo, piu precisamente a Madinet nasr.
Il primo impatto col cairo e’ stato strano: molto caotica, il traffico che e’ una presenza costante nella citta’, una specfie di entita che la domina, tutti che cercano di spillartiqualche soldo in piu rispetto a quello che costa la roba, donne velate, minareti dappertutto, smog a mille, polvere del deserto onnipresente…
Sono arrivato a casa di abdou in taxi (naturalmente ho fatto un tassista molto ricco in un’ora, ma chissenefrega…non era comunque molto per me), e da li in poi posso dire di aver visto la prima Cairo del mio breve soggiorno: quella proggressista, dei giovani che si sono religiosi, mussulmani o cattolici, ma non gliene frega poi molto, non pregano tanto e anzi gli da un po fastidio che tutti preghino cosi tanto. Ho passato la serata con lui e dei suoi amici, bevendo birra stella egiziana, parlando naturalmente in inglese (loro sono tutti informatici e lo sanno abbastanza bene), e naturalmente fumando mille sigarette: volevo smettere di fumare, ma in egitto tutti fumano e tutti offrono, quindi la cosa si e’ rivelata moooolto difficile…
La mattina seguente, ieri, mi sono alzato di buon’ora e sono partito per le piramidi, molto lontane da dove ero ospitato. Sono stato in taxi, in minibus che non si capisce un cavolo di dove vadano, nessuno parlava inglese, ma alla fine sono arrivato alla metro, e da li a Giza, che e’ tipo un’altra citta attaccata al cairo. Da li per una serie di coincidenze ho conosciuto uno che conosceva uno che conosceva un’altro che mi ha portato a cavallo a fare il tuor delle 3 piramidi maggiori, quelle vicino alla sfinge, bellissime anche perche da li in poi c’e’ l’imponente sahara. Poi sono stato in una macchina che dopo un’ora di viaggio mi ha scaricato vicino a dei templi in rovina, chiusi al pubblico dicvevano ma per me si poteva fare una visita…naturalmente ho pagato tutto profumatamente, ma non molto per me e sicuramente meno che con un tour all’europea. Poi la mia guida, Mudi, mi ha portato alla fermata della metro: pero poi ha cambiato idea e ha deciso di invitarmi a casa sua. Ho accettato, non so bene perche, l’uomo mi ispirava fiducia..siamo finiti in taxi alla fine di un’autostrada, fuori cairo, in un posto che ragazzi non so voi, ma io non avevo mai visto un posto cosi povero. Terra battuta, un sacco di asini e cavalli coi carretti, bambini ovunque e case che non so se noi europei definiremo case, oppure ammassi di mattoni con un paio di tappeti dentro.
Mudi mi ha fatto salire a casa sua, e tra un po di riso, un po di te naturalmente bollente e dolcissimo e una fumatina mi ha spiegato la sua filosofia di vita, in un inglese mooolto approssimativo in cui le p e le b erano lo stesso suono. Poi mi ha fatto conoscere I suoi 2 figli, uno che e’ nato solo un mese fa, si e’ arrotolato una kefiah attorno alla testa e….ha cercato di convertirmi all’islam!! Ho declinato forse un po bruscamente, quindi ha cercato di farmi dormire da lui la notte, voleva portarmi fuori nel deserto coi Beduini ecc. Pero ho preferito tornare al cairo, nell’altra citta’, quella piu progressista e “occidentale”, e anche li e’ stata un’avventura, perche onn lo sapevo ma ero vermante lontano, tipo Mudi mi ha fatto scortare per una mezz’oretta di camminata da due picciotti, che non parlavano inglese naturalmente, tutti mi guardavano moloto strano anche se non mi sono sentito un attimo in pericolo. Poi ho preso un minibus tamarrissimo pieno di lucine che mi ha portato alla fine della metro, e da li a downtown in metro ci ho messo un’ora!!!! Quindi e’ stato un viaggio dentro l’altra cairo, qeulla fortemente islamica, quella che prega davvero e ci crede, quella che sta prendendo un’altra direzione risdpetto agli ultimi 30 anni..interessante, molto interessante.

La serata e’ finita visitando moschee con abdou, e mangiando cervello e fegato per strada..forse un po piu nella mia dimensione, bello vedere cose diverse, impareggiabile il tramonto sul sahara nel bel mezzo di una baraccopoli con muezzim che chiama alla preghiera, ma forse un passo alla volta e’ meglio, no?
Magari quando torno indietro dalla tanzania avro voglia di farmi accompagnare nel deserto…
Avrei altr cose da dire sul cairo, ma non ho tempo: il mio aere per dar es salaam perte tra 2 ore, sono gia in ritardissimo.
CI sentiremo dall’africa nera. Tra qualche giorno penso.
Intanto ciao e salaam aleikum.
 

16 dicembre, 2009

Il corpo ferito del capo

Filed under: attualità,letture,società — ilkonte @ 10:53 am
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Copio e incollo da “Nazione Indiana“, post riportato anche su “Il Fatto Quotidiano” di oggi. Buona lettura.

Che cosa suggerisce la visione del viso insanguinato del Presidente del Consiglio? Quello di un uomo che ha subito un incidente, che si è rotto il labbro, che si è fratturato il naso, che sanguina copiosamente. Un accidente casalingo, un incidente d’auto, un’effrazione improvvisa e inattesa. Qualcosa di fortuito e casuale. In realtà, come sappiamo tutti per averlo visto nei telegiornali, o su You Tube, Silvio Berlusconi è stato colpito da un oggetto scagliato con forza da un uomo.
Un attentato dissennato, dato l’oggetto usato per ferirlo – un souvenir, un simbolo della città di Milano in miniatura –, e vista la situazione. Un gesto folle, eclatante, assurdo. Un attentato in miniatura, si dovrebbe dire, perché non mortale, nonostante la situazione e il contesto, simile a quello di mille altri attentati a uomini politici negli ultimi due secoli: all’aperto, tra la folla, all’inizio o alla fine di un comizio. Qualcuno si sporge tra la massa dei sostenitori e compie l’atto fatale. Ma qui non accade.

La follia ha sempre metodo, e più di una ragione. Chi ha scagliato l’oggetto contro il Presidente del Consiglio, Massimo Tartaglia, voleva violare il corpo del Re, un corpo sacro, che diventa tale attraverso l’investitura del potere, i rituali della vestizione, le cerimonie della proclamazione, il culto che lo circonda. In queste settimane Silvio Berlusconi ha spesso parlato dell’investitura che avrebbe ricevuto dal Popolo; ha parlato, seppure con metodi mediatici da telegiornale e tele-spot, del proprio potere in termini sacrali, simili a quelli dei sovrani medievali e rinascimentali. Ha caricato di segni e simboli la sua stessa persona.
Si tratta di un processo che va avanti da tempo, in modo postmoderno, e non più medievale, attraverso tecniche che tendono a rendere giovane e quasi eterno il suo corpo: fitness, lifting, liposuzioni, trapianti dei capelli, cure di vario tipo e grado. L’eternità del corpo di Berlusconi sfida la mortalità stessa del corpo tradizionale del Re, destinato, alla pari di tutti i corpi, a invecchiare e morire. Nella tradizione medievale e moderna la regalità, il corpo immortale del Re, è trasmessa ai discendenti: “Il Re è morto, viva il Re”, si proclama quando muore il vecchio re e gli succede il nuovo.
Nel caso di Berlusconi il corpo vivo coincide con la regalità. Il corpo del Capo è diventato il corpo politico stesso, la sua regalità riposa sul suo stesso corpo che egli cerca di sottrarre al passare del tempo, al suo naturale logoramento, per renderlo, e qui sta il paradosso, eterno nel tempo: “una giovinezza eterna senza passato”.
È una mescolanza di aspetti antichi e moderni, medievali e postmoderni. L’aver posto tutta l’attenzione sul proprio corpo, in sintonia con quello che accade all’intera società occidentale, fondata sul “narcisismo di massa” e sulla cura ossessiva del corpo, è l’elemento centrale della sua politica. Abbiamo un solo corpo, ci dice continuamente la pubblicità, bisogna curarlo. Si tratta dell’unico bene di cui disponiamo, per questo va conservato, modellato, ringiovanito. Berlusconi si trova al culmine di questo processo, lo incarna e lo orienta con i suoi stessi comportamenti.
Ma la sacralizzazione del corpo mortale del Capo ha sempre messo in moto meccanismi opposti di desacralizzazione, come è accaduto molte volte nella storia. Nel 1990 a Sofia, la folla inferocita assaltò il mausoleo del Capo, Gheorghi Dimitrov, fondatore del Partito comunista bulgaro, e cercò di bruciare la sua mummia. Nel 1945 il corpo morto di Benito Mussolini fu gettato sul selciato di Piazzale Loreto, e dissacrato mediante una sconcia impiccagione a testa in giù. La folla l’aveva acclamato, ora la folla l’ha deturpato. Sono tanti i gesti del genere che traggono la loro motivazione nel rovesciamento della sacralità stessa del leader.
Il messaggio sacrale della ritualità moderna, ci spiegano gli antropologi, fa a meno della sfera religiosa tradizionale, e non ha più bisogno di ricorrere alle magie e alle superstizioni del medioevo, quando ai Re di Francia veniva attribuito il potere taumaturgico del tocco che guariva dalle malattie perniciose della pelle. Tuttavia il sacro non è scomparso, si è solo trasformato. Meglio: si è travestito, è entrato a far parte della nostra vita quotidiana attraverso gli schermi televisivi, le riviste patinate, i messaggi pubblicitari, i personal computer. Che lo sappia o no, che sia studiato o meno, Silvio Berlusconi mette in moto meccanismi che funzionano per gli attori come per i santi, per Marylin Monroe e per Padre Pio. Il corpo è sacro nella sua stessa materialità, in quanto corpo che muore, per questo viene investito di una significato totale e totalizzante.
Due gesti compiuti da Silvio Berlusconi ferito dall’atto del folle di ieri colpiscono. Col primo egli si china, si copre il viso con un pezzo di stoffa. Qui c’è il gesto umano, della persona ferita, che cerca riparo, che è stordita, che non capisce cosa gli è accaduto, e vacilla. Col secondo il Capo ritorna tale: dopo essere entrato nell’auto, spinto dai suoi guardiaspalle, esce di nuovo. Si mostra alla folla. Vuole far vedere che è vivo, certo, rassicurare i suoi sostenitori, ma vuole anche compiere un gesto di ostensione. Una sorta di Sacra Sindone al vivo: viva e sanguinolenta.
Si mostra perché è nell’ostensione che il suo potere corporale esiste e prospera. Ha compiuto tutto questo in modo istintivo, senza ripensamenti. Fossimo stati negli Stati Uniti, la sicurezza lo avrebbe caricato in auto e sarebbe partita a tutta velocità. Poteva esserci ancora pericolo. No, Silvio Berlusconi sfida il pericolo, si espone di nuovo, seppur dolorante, col sangue sul viso, atterrito ma vivo, allo sguardo dei fedeli, perché questo è la natura stessa del patto che ha stretto con loro.
La politica dell’immagine di Silvio Berlusconi, che passa attraverso sempre più attraverso la politica del proprio corpo, mostra qui qualcosa d’inquietante: il suo legame con la vita e insieme con la morte.
Il folle gesto simbolico di Tartaglia rivela quel lato in ombra che la sacralizzazione quotidiana delle immagini televisive e fotografiche nasconde, e che al tempo stesso ne è il rovescio: l’inconscio desiderio di desacralizzazione. Lo sfregio, l’abrasione, il colpo al viso sono antropologicamente – sacralmente, si dovrebbe dire – parte stessa di quella politica d’incentivazione del corpo. L’ostensione chiama implacabilmente la violazione. Il gesto di ieri a Milano è stato compiuto da un folle, che nella sua follia ci manifesta qualcosa di terribile. Il potere del sacro non perdona.

[nota: ringrazio Marco Belpoliti per questo inedito – sia in Rete che su carta – che ha gentilmente dato a Nazione Indiana. P.S.]

13 dicembre, 2009

La vittima, il carnefice, il perdono (perle)

Perle da Facebook.

Tartaglia (il lanciatore di souvenir)

Hanno rotto la faccia a Berlusconi. Dicono che l’aggressore si chiami Massimo Tartaglia. Cerco su google e trovo:

massimo tartaglia procacciatore consulenza investigativa sicurezza non armata prezzi modici alta qualita 03****** 339******** 24oresu24 .7giornisu 7 prezzi alla portata di tutti…

Lavoro di fantasia. Non me ne voglia il Tartaglia dell’annuncio.

Uno che mette un annuncio così è una mezza calzetta, un investigatore sfigato, pieno di debiti. Abita in un paese del cazzo in Brianza. Un buco di culo del nord. Si esce la mattina, si va al lavoro, si torna a casa la sera, tv, letto e poi via a lavorare. Sì, ci sono i bar. Ma quelli son pieni di ubriaconi, pensionati e marocchini. Che posto di merda. Non è New York… per niente.

Tartaglia sorseggia il caffè nel suo ufficio. Nell’ultimo mese ha avuto solo 2 incarichi. Un marito geloso e una mezza storia di spionaggio industriale. Roba da poco. Anche lo spionaggio industriale. Si trattava di indagare sul proprietario di un’aziendina lì vicino; vedere che frequentazioni ha, che gente vede, cosa fa, con chi parla. E magari incastrarlo su qualcosa. L’ordine è trovare un ricatto perchè c’è interesse a sputtanarlo o costringerlo a fare determinate cose. Uno che fa il lavoro di Tartaglia impara a chiedersi pochi perchè e concentrarsi sui come. Poca roba comunque.

Manca il lavoro. Pure gli impiegati, quelli che una volta sborsavano 2 lire per far pedinare la moglie, ora risparmiano i loro soldi. C’è la crisi bellezza! Ci vorrebbe un bicchiere di bourbon, così, nella nebbia di una sigaretta, con la luce tagliata a lame dalla serranda che in controluce gli darebbe… si, cazzo.. proprio come nei film ammericani! Ma c’ha un bruciore di stomaco… Non ha il fisico per queste cose.

Arriva una telefonata. Ascolta in silenzio, sgrana gli occhi. Da non crederci, un appuntamento in un parcheggio del cazzo fra mezz’ora. Via! Tartaglia prende il giubbino, chiavi della macchina, e sbam! Un lavoro!

Parcheggia la macchina, esce, e si appoggia all’auto. Non si vede nessuno. Un altro scherzo del cazzo… Arriva un’altra auto. Si parcheggia di fianco, si apre un finestrino: “Tartaglia!”

200 mila euro per andare a Milano, e fare un gesto inconsulto, fare casino. L’ordine è tassativo. Loro ti parano il culo coi debiti, tu esegui e ti fai, se ci sarà da farsene, 4-5 anni di galera (“quello magari ti perdona! l’ha già fatto!”).

Tartaglia ascolta il comizio. Alla fine non gli sta neanche antipatico Berlusconi. Via, sta finendo. Tartaglia va nel retropalco, tra la gente, i fans. Gli avevano detto, fai qualcosa, lancia una moneta, una sberla, fai qualcosa. Lui si è ben preparato. Cazzo, un bel souvenir!

E’ qui… A pochi passi, a pochi devoti da lui! parla con loro, scherza. In azione! 200 mila euro per 3-4 anni di galera… si può fare. C’è la crisi bellezza!

P.S.

mentre scrivo sento che il Massimo Tartaglia che avrebbe aggredito Berlusconi sia una persona con disturbi psichici in cura da 10 anni al policlinico. Non è stato quindi l’investigatore… ma, almeno, mi sono concesso un film di 20 minuti.

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