franchino's way

25 gennaio, 2013

Il fruttarolo (la resistenza che ti vende il pomodoro… 10)

Filed under: deliri controproducenti,il fruttarolo,personalismi — ilkonte @ 12:05 pm
 Alla fine, con sua grande sorpresa, si ritrovò contro la portiera di destra senza aver trovato il volante. Concluse che qualcuno doveva averglielo rubato. Questo lo fece arrabbiare, prima che partisse per il mondo dei sogni. Era sul sedile posteriore della macchina: ecco perché non riusciva a trovare il volante. (Kurt Vonnegut)

Camminare a piedi scalzi è una delle prime trasgressioni che ho scoperto da bambino. Un po’ come mettersi le dita nel naso, mangiare senza aver lavato le mani o “guardare le televisioni private”, peccato contro natura in una famiglia con un nonno partigiano.
E come ogni trasgressione che si rispetti, se è degna di tal nome, è solo un voler tradire le regole che si sono introiettate, che sono tue, entrate nel profondo. E per questo, il proibito, l’uscire dal proprio intimo e dalla propria morale, provoca eccitazione. I piedi scalzi mi eccitano. Mi danno un senso di libertà maledetta. Quando stavo a Marsiglia o a Londra e vedevo i miei colleghi o le donne dei miei colleghi girare con sti piedi zozzi per casa mi convincevo ancora di più che per me, con la mia formazione e la mia cultura, quel camminare a piedi nudi era come star lì a mangiare il frutto proibito.

I passettini trotterellano verso la cucina lanciando bacetti. Proprio così, bacetti. Avete presente il rumore delle zampe di un cane che cammina in una stanza? Ecco, a me ricordano dei bacetti. Sta venendo di qua in punta di piedi e a passi svelti svelti. Cristo che mal di testa. Il cellulare con la suoneria sconosciuta non suona più.

I piedini arrivano nella stanza, sento la loro presenza ma non riesco ad alzare la testa e voltarmi indietro, verso i fornelli incrostati, il lavandino traboccante piatti sporchi, chi mi osserva in silenzio. Ci potrei provare ma la nausea mi tiene immobile. Se faccio un movimento troppo brusco straccio.

“Ciao eh… – mi rimbomba in testa il saluto. Voce femminile, familiare ma non troppo – Siamo carichi stamattina vedo…”. E’ lei.

“Mah…” fatico a trovare risposte brillanti. Provo a voltarmi ma una vertigine mi convince a rimanere dove sono e come sono.

Rumori di risciacquo, starà pulendo la caffettiera. Sarà di spalle adesso. Mi volto, dai che ce la posso fare, mi volto.

Tremendo. Vedo mutandine nere a coprire un sedere che sembra abbia una gran voglia di esplodere. Gambe sottili e slanciate, caviglia fine fine. Un piede saldo a terra e un altro messo maliziosamente sulla punta, con le dita, piccole piccole, piegate a toccare il pavimento. Mi viene quasi duro, quasi. Canotta scura, nera, scoprire due spallucce minute e, non saprei, nervose, coperte appena da capelli arruffati che cadono da una coda appena accennata con mani da primo risveglio.

E’ la ragazza del pesto.

Ma che ci fa qua? Cosa fa alla mia caffettiera? Cosa c’entra con casa mia? Non ricordo assolutamente niente. Faccio appena in tempo a rigirarmi nella posizione originaria (mani che sorreggono la testa bassa sul tavolo) prima che mi sorprenda a guardarle il culo (e che culo).

Ora è lei ad osservarmi le spalle. Possibile che non ricordi assolutamente nulla? Possibile che abbia passato la notte con una creatura così e niente, non sia rimasta la benchè minima traccia, un’immagine, un fotogramma, una foto sfuocata o mossa, un suono. Marò che palle, una nottata sprecata, persa nella memoria di altri.

“Vado in bagno. Mi controlli il caffè?”

“Mmh…”

Sento che sorride. E sento i suoi bacetti, volevo dire passettini, che vanno in dissolvenza verso il bagno. Che amarezza, il malessere post sbronza aumenta istantaneamente, il senso di colpa pure. Fatico a mettere assieme il puzzle. Ricapitoliamo: serata, alcool, io piacione, tanto alcool, il Tappo, gente che sfotte, io che cado (ripetutamente?) nel Baraccio, io che biascico da far schifo, gente che sfotte, lei che mi guarda, lei che non mi sopporta, io che mi gioco la dignità, buio, risveglio di merda, tentoni fino alla cucina, caffè schifoso, incazzatura, tavolo zozzo, io qua, lei qua. Qualcosa non torna.

Altri passi arrivano verso di me. Passi pesanti e infraditati. Tosse catarrosa. E’ Il Sardo, uno dei coinquilini di merda che mi ritrovo. Studente ovviamente del Dams, ovviamente fuoricorso, ovviamente coi dread e piercing vari, ovviamente di tendenza antagonista in politica e nella vita, ovviamente tifoso del Cagliari, fortunatamente non vegetariano. Mi passa davanti grattandosi le palle con una mano e massaggiandosi la panza con l’altra. E’ in mutande, che uomo di merda.

“Oh – mi fa – erri uno spettaccolo ierri”

“vaffanculo.”

“C’è caffè?”

“che cazzo ne so”

“Minchia il buon umorre!”

“Non rompere il cazzo… c’ho mal di testa.”

Pesca una tazzina sporca dalla tavola, va ai fornelli, spegne il gas sotto la caffettiera che sbrodola e frigge, si serve il caffè, torna con la tazzina in una mano mentre l’altra è ancora impegnata a scavare tra i genitali. E’ un uomo di merda, ripeto. Si siede di fronte a me, fa un rutto, mette lo zucchero, mescola. Io lo guardo fisso ma mi fa male la luce negli occhi.

Inizio a sentirmi stranamente agitato come quando va salendo un’intuizione: la tipa del pesto (che gran culo che ha) non è venuta con me a casa, me lo ricorderei, dico. Lo stronzo se l’è scopata. Lo uccido cazzo, uomo senza morale e senza rispetto. L’avevo trovata io. Era roba mia. E lui, ora ricordo, ieri c’era, come sempre.

Al Baraccio ci sono sempre tutti.

(Continua)

deliri precedenti: 1 – 2 – 3 –  – 5 – 6 – 7 – 8 – 9

1 commento »

  1. MI eri mancato fruttarò…

    Commento di Leila Salimbeni — 25 gennaio, 2013 @ 5:25 pm | Rispondi


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