franchino's way

22 luglio, 2011

La mia Genova (21 luglio 2001 – 21 luglio 2011)

Brignole. Scendiamo dal treno. La stessa stazione da cui abbandonai Genova 10 anni fa, sano e salvo ma svuotato nel fisico e nell’anima. Oggi è la stazione da cui riparte il mio viaggio.

La piazza antistante la stazione è piena di autobus. C’è traffico. Il sole è caldo ma un bel venticello fresco rende tutto godibile. Io quella piazza la vedo però piena di persone sedute a terra. C’è chi ha la maglia macchiata di sangue, chi ha la testa fasciata.

Una piazza fragorosamente silenziosa.

Passiamo dalla pensione per riposare. 10 anni fa non avrei avuto i soldi o forse la mentalità per pensare di prendere una stanza.

Avevo sentito, proprio davanti Brignole, di un posto pieno di gente di tutte le nazioni dove si poteva passare la notte. Ero quasi riuscito a convincere il mio amico ad andarci. Si hanno 20 anni una sola volta nella vita e certe esperienze non si possono perdere. Per fortuna non avevamo soldi. Per fortuna eravamo troppo stanchi. Per fortuna il mio amico mi disse di no. Il giorno dopo avremmo dovuto pagare il treno fino a Napoli. E non avevamo una lira. Quel posto l’ho rivisto stasera. Al termine di una lunga manifestazione.

Silenziosa.

Per fortuna non dormimmo alla scuola Diaz.

Dopo aver riposato in camera usciamo. Quasi senza parlare imbocchiamo via XX settembre giù verso la Foce. Tutto dritto. Via Cadorna. Corso Buenos Aires. Piazza Tommaseo.

Abbiamo un fiore rosso.

La fioraia ci ha chiesto se volevamo una confezione regalo. No grazie. Non è necessario. Non è un regalo. Sorride. Sorrido. Ma non ha capito.

Ecco la chiesa. Quella vista e rivista 2 milioni di volte in video ma mai con i miei occhi. Mi si gela il cuore. Non parliamo. Andiamo.

Silenzio.

Una lapide nell’aiuola proprio davanti la chiesa.

“PIAZZA CARLO GIULIANI – RAGAZZO”

Silenzio.

Poso la rosa rossa entrando nell’aiuola. Mi guarda l’edicolante della piazza. Ci guardano le due spazzine bionde.

Genova ci osserva.

Andiamo a sederci su una panchina. La sigaretta fuma via il silenzio e i pensieri. I macigni. La sberla che non pensavo di ricevere.

Sentire i rumori.

“Oh dio…. NOOOOOOOOO!”

Sentire i rumori. Gli scoppi. E il tempo si ferma. E non ci sono più parole. Non ci sono ragioni.

Non c’è niente.

Fumiamo.

Sento gli occhi di Genova addosso. Discreta. Sa. E capisce.

In silenzio.

Arriva un uomo con qualche anno più di me. Capelli lunghi legati, qualche tatuaggio, pantaloncini neri, maglia nera. Arriva in piazza. Si avvicina alla lapide. Si guarda attorno. Si scosta. Anche lui si va a sedere e fumare. Ci guardiamo. Abbiamo gli occhi lucidi. Mette gli occhiali da sole.  Torna alla lapide. Va via.

Camera d’albergo, ci prepariamo a dormire. Primocanale, televisione locale, trasmette la diretta del 21 luglio 2001. Elicotteri. Primi lacrimogeni. Blocco Nero.

Domani torno in Corso Italia.

Ma nel 2011.

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20 luglio, 2011

La mia Genova (appunti e ricordi… 3 anni dopo – la mappa)

Filed under: g8,la mia Genova (appunti e ricordi) — ilkonte @ 1:32 am

Un mio amico sarebbe voluto venire anche lui a Genova, magari per fatti suoi, con la morosa, facendo finta di proporre un fine settimana sulla riviera ligure. Ma il suo essere ormani trentenne richiede impegni lavorativi. Mi ha lasciato quindi un suo cimelio. Come una reliquia lo porterò con me, attento a non rovinarla. E’ stato un gesto meraviglioso. Mi riempie di orgoglio, gioia e commozione. E 4 birre bevute distrattamente nel momento della consegna non riescono ad ammantare di nebbia, di quotidianità quel gesto. No, non è decisamente una cosa da tutti i giorni. Brindavamo e mi rivedevo a Napoli, mentre si preparava la partenza. Brindavamo e lo immaginavo al Carlini, lo stadio dei “disobbedienti” in una tre giorni di delirio. E racconti, racconti, aneddoti. E nodi in gola. E una sonora pacca sulla spalla per salutarci.

“Mi raccomando”.

Mi ha regalato una mappa. La cartina che gli fu consegnata 10 anni fa per muoversi a Genova tra piazze tematiche, cortei, zone rosse. Ventenne all’epoca lui, ventenne all’epoca io. Mi ha dato in custodia il suo unico oggetto che appartenga a quel periodo. Appartenga. Parola non scelta a caso. Mi ha dato un pezzo di storia, di quella storia, della nostra storia. Un pezzo prezioso della sua memoria, della sua vita e delle sue emozioni. Inchiodate su quell’inchiostro, quella carta ingiallita, quelle pieghe. Al ritorno domenica tornerà nelle sue mani. Macchiata di nuova storia. E di mie emozioni. E delle sue.

Voglio riprendere le strade che percorsi 10 anni fa. Per vedere l’effetto che fa. Per fermarmi ogni tanto e scrivere di getto, come mia abitudine. Sarà cambiato il mio stile, l’acidità dei pensieri, il mio sguardo, il mio passo? Che effetto mi farà rivedere quell’asfalto, sentire quel sole, sedermi su quella terrazza?

Torno lì. Con un peso sul cuore e gli occhi sempre lucidi appena ci ripenso. E con l’orgoglio di avere un vero amico.

Grazie.

18 luglio, 2011

10 anni da Genova.

Filed under: g8 — ilkonte @ 6:42 pm
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Avevo 21 anni appena compiuti, i capelli lunghi e tanto entusiasmo. Poi sono arrivati gli anni ‘0. Quello è stato il nostro battesimo. Genova. G8. Luglio 2001. 3 anni fa decisi di buttare giù tutto quello che avevo dentro. Pensieri, ricordi, immagini, scleri. Tutto, di getto, come un fiume in piena, come uno sfogo. Senza rileggere, senza correggere gli errori, o gli orrori, e le imprecisioni nel ricordo.

Il racconto rimase incompiuto, fermo su una terrazza sul mare circondato da chi si era salvato dalla barbarie in divisa in corso Italia.

Quest’anno tornerò a Genova. E il solo pensiero di ricalpestare quelle strade mi fa venire gli occhi pesanti. Ci sarò. Per ricordarmi cosa ero e cosa sono diventato. E per guardare negli occhi tutti gli altri, riconoscerli e sentirci stretti nell’emozione. Per ripetermi e ripetere che non dimenticheremo, che conserveremo come un tesoro quello che abbiamo vissuto e che non piegheremo mai più la testa. Mai più.

Un altro mondo resta possibile.

Per ripetere e ripetermi che 10 anni fa fummo massacrati perchè avevamo ragione. Su tutto. E che non mi ritirerò mai più, non mi farò mai più vincere dalla disillusione. Solo così onorerò i sogni che avevo, che avevamo. Gli stessi sogni che Carlo faceva camminare in quelle strade.

Forse troverò il coraggio di abbandonare la terrazza sul mare e, pian piano, tornare a casa.

Il racconto lo trovate a puntate cliccando qui.

Buona lettura. Almeno spero.

14 luglio, 2011

Amo l’estate (quella molto afosa)

Filed under: deliri controproducenti,idiozie — ilkonte @ 12:20 pm
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L’estate è quella stagione situata tra le lamentele per il freddo e per il lavoro e le lamentele per il freddo e per il lavoro. In inverno tutti la aspettano perchè le temperature sfiorano le percentuali di Futuro e Libertà, ghiaccia tutto, il vento taglia la faccia, la neve rompe i maroni e sporca tutto e se mi macchio il cappotto buono costa un casino farlo lavare. In inverno tutti vogliono l’estate perchè il lavoro è stancante e ci sarebbe bisogno di un po’ di relax tipo spiagge deserte, mojitos a tutte le ore, vestiario leggero come l’animo. D’inverno tutti vorrebbero vivere d’estate e invidiano quelli che vanno a fare le vacanze di Natale nell’altro emisfero perchè c’hanno i soldi e perchè tu al massimo ti farai na bella ubriacata al cenone di capodanno. Poi esci e batti i denti. Loro mangiano carpaccio di squalo e tu cotechino.

Poi arriva l’estate. E ci si lamenta perchè fa troppo caldo, non si respira, non si riesce a lavorare. Ma le agognate ferie… I soldi però non sono mai abbastanza, ci sono le code in autostrada, la Salerno Reggio Calabria fa cacare, i treni arrivano in ritardo (e so zozzi, e l’aria condizionata è rotta, e costano sempre di più) e, signora mia, in spiaggia non si possono fare due passi perchè c’è troppa gente. D’estate, poi, accipicchia, si suda un casino. E si è costretti a bere molta acqua, limitare al minimo i movimenti e evitare di mangiare troppo o troppo pesante (anche se la cosa può avere interessantissime conseguenze). D’estate poi, ci si lamenta perchè il simpatico viaggetto/villeggiatura, progettato per mesi e mesi di freddo, pioggia, cieli coperti e lavoro, non va come avrebbe dovuto. Uno sognava una spiaggia bianca e deserta con un mojito e si ritrova magari ad Arriglia Calabra, o a Pinzirocca sul Mare, o a Frastagliano Salentina, o a Porto San Puzzone con una spiaggia invasa da parmigiane di melanzane, pasta al forno, frittata di maccheroni e, per i più “in”, insalata di riso (quelli veramente avanti hanno il cous cous). E niente mojito. Al massimo un ghiacciolo al limone o una bottiglia di te’ alla pesca preso al chioschetto dopo 20 minuti di coda. Niente. Non c’è scampo. E i bimbi della famiglia vicina di ombrellone sono dei rompicoglioni… ma due sberle no signò? E poi… che caldo fa?! Non si riesce a dormire, le zanzare sono peggio delle zanzare e… che prezzi signora mia! Per un caffè freddo, che faceva pure schifo, mi han fatto pagare 4 euri!!!

E dire che un tempo qui era tutta montagna…

Io adoro l’estate. Adoro l’afa. Per un motivo semplice semplice; normalmente, quando è inverno e mi lamento del freddo e del lavoro, per avere la pressione bassa, sentire qualche svarione, sentirmi spossato e stonato, devo spendere dei soldi. Anche tanti a volte. E allora ho bisogno di continuare a lavorare per permettermi la sfattanza. D’estate è tutto più economico. Svarioni gratis h24. E poi, mi perdonerete. Ma volete mettere la goduria di stare svaccati, in mutande, un po’ sudaticci e volendo leggermente puzzolenti, completamente incuranti del prossimo che ti circonda? Non devi scegliere vestiti perchè tanto non ne metti. Non devi stare attento al riscaldamento (che sennò consuma). Puoi veramente lasciarti andare e fottertene di tutto. E goderti la sfattanza… finchè dura.

Amo l’estate… ma solo quella molto afosa. E non al mare. Meglio i boschi e i monti. Almeno si può mangiare pesante. E non è detto che ci si debba divertire per contratto.

10 luglio, 2011

anche le pecore sognano polpettine greche (con salsa di melanzane)?

keftes + salsina alle melanzane=lsd?

può il proprio cervello prenderti sonoramente per il culo?

cos’è un cane-stecco? e che cazzo vuole da me Michele Santoro?

Andiamo con ordine. Prendo sonno tardi, troppo tardi. Sarà stato il caldo e il sudore. Saranno state le polpettine greche mangiate a mezzanotte.

Dormo.

Inizia il sogno. Inizia il delirio.

Non so dare svolgimento cronologico ma ricordo immagini, suoni e situazioni. Le butto giù a caso.

– Piazza Maggiore. C’è molta gente in giro. Aria di festa.

– Pare ci sia un problema con i documenti elettronici di identità di tutti. Inserendo la carta di identità o la tessera sanitaria nelle macchinette delle sigarette viene fuori un messaggio:” inserire mail valida”. (maledetto lavoro… ti odio). Io provo a capire, a fare domande, ma nessuno può farci niente. E’ l’anarchia. Tutti sono molto preoccupati e in ansia. Si decide di andare ad un concerto. Con me ci sono molte persone: amici stretti, conoscenti, facce conosciute, sconosciuti. Forse sono a Bologna. Forse.

– Andando a questo fantomatico concerto ci viene fame. IM ci propone di andare in un locale nuovo. Un ristorante marocchino che fa un piatto mai sentito nominare che pare spettacolare. Arriviamo al locale (forse centro di Bologna, forse Madrid, forse Roma). Entriamo. I banconi sono vuoti e puliti. C’è solo qualche pietanza vecchia a giacere inerte. Dietro il banco un signore nordafricano insieme alla consorte con tanto di velo. Chiediamo la loro specialità. Ci fanno notare delle specie di multe nei banconi. Sono gialle, prestampate con delle cose scritte a mano. Incomprensibili. “sono stati i vigili o i carabinieri, ci hanno vietato di cucinare fin quando non ci autorizzano”. Rimaniamo interdetti. Abbiamo fame. Non possono venderci le pietanze nei banconi, poche e vecchie, per misteriosi motivi legati all’ordinanza. Ci consigliano un locale poco distante di cucina tipica locale dove fanno un piatto mai sentito nominare (non ne ricordo il nome, nella realtà non credo esista) ma che tutti noi conosciamo. E’ tardi però. Sono le 11 e pare che a quell’ora tutti i locali siano chiusi. Sono le 11 ma c’è luce. Bah… Ok, si rinuncia. Tra l’altro ci siamo persi anche il concerto.

– Troviamo un passaggio per andare non si sa dove. Siamo io, IM, TI, GC e altri 2 conoscenti. Entriamo tutti e 5 in una macchina con 4 persone attempate. La macchina è grigia. Sembra una Bravo. Ma dentro ci stiamo bene tutti e 9. Partiamo. Si chiacchiera di non so cosa.

– Locale molto carino, pare. Ci sono dei divanetti bianchi con dei tavolini bassi. Io e GC ci accomodiamo insieme ad un ragazzo di Potenza che forse non vedo da 13 anni. Chiacchieriamo amabilmente. Tuttavia non riusciamo ad ordinare niente. Voglio una birra. Dietro di mie le persone attempate del passaggio, che ora sembrano essere turisti tedeschi, si lamentano perchè non riescono a passare. Inizio a spostarmi avanti e dietro co sta comoda poltroncina bianca per far loro spazio. Mi rompo le palle, ovviamente, e decido di uscire.

– Sono distante dal locale. Ho in testa delle cuffie senza fili e in mano il cordless di casa mia. Pare debba fare un collegamento con i ragazzi di Radio Red Azione che sono a circa 20 m da me, di fianco al locale. Gli faccio cenno che io sento bene in cuffia e che il cordless funziona. Loro non ne sono convinti. A fianco a me c’è Michele Santoro che, insistentemente, mi chiede di fare bene il collegamento, di non dimenticare nulla e soprattutto di non dire che c’è anche lui. Io, decisamente infastidito e spazientito gli dico “scusa Michè… ma io mi volevo prendere una birra… non mi rompere i coglioni. mica so Ruotolo!”.  Si avvicina VC della radio. Mi dice che non funziona niente. Prova ad armeggiare con il cordless. Poi fa un cenno ai ragazzi. Ora funziona. Io intanto ho mandato affanculo Michele Santoro che si allontana preso male.

– Sono davanti al locale, seduto sul gradino dell’ingresso. Con me c’è TI e un ragazzo di Potenza con al guinzaglio 2 cani; un bastardino bianco e nero e una cosa strana. Gambine sottilissime, corpo rotondo tipo zampogna beige e testa nera sottilissima. “Un cane stecco – mi spiega il padrone – tipo un incrocio tra un cane e un insetto-stecco.. ma non è che un cane ha scopato con un insetto stecco – anticipa la mia domanda – è una specie di evoluzione parallela”.  Non l’ho mai visto prima. Mi chiedo come cazzo fa la natura ad avere tutta sta fantasia. E soprattutto, a cosa si sarà adattato sto cane per diventare così.  Sto coso mi fissa con due occhi di spillo. Mi fissa immobile. Io sono preoccupato. Il padrone mi fa capire che è nella sua natura non fare niente, non si muove, non emette suoni, non tira al guinzaglio, non scodinzola. Tipo soprammobile. Al massimo ogni tanto morde. Il cane-stecco ovviamente mi morde. Bestemmio. Non mi ha fatto troppo male. Temevo mi segasse con quella bocca sottile e i dentini piccoli piccoli. Invece solo un po’ di fastidio e spavento (pare abbia piagnucolato nel sonno dicendo “mi ha morso… sta merda mi ha morso”).

– Rientro nel locale che è diventato in realtà un appartamento. Ci sono i miei amici leccesi di Bologna, TI, IM, RG, SB. Si discute di fame. E del concerto perso. Fuori è giorno, pomeriggio. Ma non erano le 11 poco fa? Confusione spazio temporale a palla. Tempi aristotelici dolcemente mandati affanculo. Nessuno però è stupito della cosa. Compreso me. Mi vedo da fuori tranquillo. Come se tutto fosse la normalità.

– Stanza in fondo a sinistra. Rumori. Mi sembra uno studiolo. C’è una specie di libreria piena. Una signora molto grassottella è vestita da cameriera d’albergo. Urla e lotta un po’ con noi (o con me, non ricordo se ero solo) e un po’ con un’altra presenza. La presenza si trasforma in topolino e comincia a sfuggire alla furia omicida della cameriera. Capisco (o mi dicono) che la cameriera in realtà è una colf robot. Il topolino è un mutante. La cameriera inizia la sua lotta col topolino. Scappo. Sta distruggendo tutto. E il topolino è troppo  veloce. Chiudo la porta. Dentro i suoni del duello cyberpunk.

– Stanza in fondo a destra. Un tv lcd acceso. C’è la playstation. GC e DN hanno appena finito di giocare al videogioco dei Transformers (la grafica spacca per quel che vedo). Vivono con naturalezza il casino della colf robot e del topo mutante, tipo come se fosse una routine ormai. Mi veiene voglia di giocare ma loro sono stanchi. Guardo il gioco in pausa. Torno dagli altri.

– Salotto. Ci sono tutti di nuovo. Voglio capire. Sento che c’è un ordine in tutto questo. Sta succedendo qualcosa di strano in questo mondo. Qualcosa di pericoloso. Ho fame. Voglio una birra. E ho mandato a cacare Michele Santoro. Provo a convincere GC e TI che dobbiamo uscire. Forse so dove andare a trovare le risposte che cerco.

Risveglio. Non si fa così. Ora che arrivava l’indagine.

6 luglio, 2011

E ad un tratto, mi è parso che il bosco cominciasse a camminare…

Filed under: attualità,sinistra,società — ilkonte @ 3:02 pm
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Un post bellissimo sul sito del Bartleby (Bologna) sui fatti della Val di Susa di domenica 03/07/2011.

Buona lettura

 

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