franchino's way

18 dicembre, 2010

14 dicembre

Violenza=brutto

Neve=freddo

gatto=miao

cane=bau

Viviamo un tempo in cui si lanciano quotidianamente parole incendiarie che bruciano in una grossa vampata. Ma a bruciare sono pagliuzze, erbacce. La fiamma potrebbe alzarsi anche un bel po’ tanto da rimanere impressa nella memoria di chi l’ha vista. Tuttavia è sempre fiamma di sterpaglie e lascia solo una leggera cenere. Un soffio e via. Facciamo piazza pulita di queste chiacchiere.

Si fa un gran parlare di pochi facinorosi, professionisti della violenza, black Block, centri sociali, cortei pacifici ostaggio dei violenti, clima da anni ’70. Parole vuote. Parole insensate. Parole destinate al lettore/ascoltatore/spettatore medio con il figlio all’università, o precario a vita, o impossibilitato a immaginarsi un matrimonio, una casa di proprietà, un figlio, un lavoro decente, un’esistenza segnata da dignità, soddisfazione, slancio.

Ho l’impressione che i predicatori e i benpensanti italici parlino spesso senza avere idea di cosa realmente sia stata quella piazza. E’ il vizio dell’autoreferenzialità dell’informazione. Si scrive e si pontifica avendo come unica fonte quello che si è letto sui giornali o quello che altri benpensanti hanno potuto scrivere per sentito dire. E allora si alimentano false notizie e sulla loro base distorta o inesatta parte un dibattito perfettamente inutile. Sono troppi quelli che scrivono senza aver visto con i propri occhi, aver respirato lacrimogeni in mezzo ai manifestanti, averli toccati, averci parlato (Saviano docet).

Un’altra riflessione. Sembra che si desideri parlare volutamente di poche centinaia di facinorosi o di black block o di centri sociali con un’intenzione contemporaneamente offensiva e difensiva. Dove sta l’attacco e dove la difesa?

L’attacco sta nel voler definire quello scoppio di rivolta (si… avete letto bene, rivolta) come azione dei soliti ideoligizzati comunisti rivoluzionari. Un modo per mobilitare i settori della popolazione più sensibili alla favola del comunismo e dei comunisti sempre pronti alla rivoluzione. Una maniera per rinfocolare, in vista delle prossime elezioni, l’elettorato populista e qualunquista alimentato a veline e berlusconismo da anni per individuare un nuovo nemico, un nuovo pericolo, una nuova emergenza da annichilire, contro cui far vedere i muscoli, da abbattere per  non far pensare a quello che quell’elettorato non riceve da anni (taglio delle tasse, liberalizzazioni, privatizzazioni, ecc ecc) ma che da anni viene promesso a suon di proclami.

Dove sta la difesa? Si utilizzano termini vecchi, desueti, ma ormai entrati nel sentire comune. Etichette per far facilmente digerire una cosa nuova, dirompente, sconvolgente. Potrebbe spaventare dire al “benpensante” italiano che in piazza c’erano migliaia di giovani di 20 anni o poco più che non erano per niente ostaggio dei violenti, che Piazza del Popolo, mentre prendeva fuoco la camionetta della Finanza in via del Babbuino, era colma di persone che applaudivano. Potrebbe destabilizzare l’opinione pubblica. Dire che era rabbia diffusa, che nessuno si sentiva ostaggio, che quelli che avevano il coraggio di andare all’attacco avevano il sostegno di tutti gli altri dietro (se non di tutti… di moltissimi, qualcuno direbbe troppi), potrebbe dare il segno di cos’è  o cosa non è il sentimento del futuro delle nuove generazioni in questi anni di plastica. Ha paura il potere a voler ammettere che aveva di fronte una massa. Ha paura la sinistra a dover ammettere il dramma di non essere capace di rappresentare quelle generazioni, di non riuscire a declinare il conflitto e il disagio in programmi, proposte, idee, futuro. Avrebbero paura i benpensanti a sapere che in quella piazza non c’erano i soliti “professionisti della violenza” ma i loro figli; quelli che forse non potranno vivere mai l’edonismo consumistico degli anni 80 o il sogno della casa al mare. E allora che fare? Diciamo che sono sempre i soliti. Sono quelli di Genova! Sono i tifosi violenti! Sono quelli degli anni 70! NO!

Io sono stato a Genova e ho vissuto quella manifestazione come un trauma. In quei giorni fummo veramente ostaggio della violenza dello Stato. Il corteo rifiutava quella violenza e non applaudiva, anzi guardava con terrore, quei ragazzi che andavano all’attacco delle forze dell’ordine provocando cariche, massacri, inutili pestaggi. Noi, a Genova, dicevamo “un altro mondo è possibile“. Avevamo un’ossatura ideologica forte. Sognavamo un mondo nuovo, una nuova soggettività, un nuovo protagonismo. Eravamo sì antagonisti ma provavamo a proporre una nuova via.

Martedì, con 10 anni (e tanta disillusione, sfiducia, cinismo e delusioni) in più rispetto al G8, ero a Roma in mezzo ai ventenni. Gente che nei giorni di Genova era poco più che bambino o adolescente. Gente che vota da solo qualche anno e solo da poco sente il disagio di una politica bloccata, orridamente mediocre, inutilmente parolaia, vigliaccamente distante. Ragazzi che forse non avevano mai fatto una manifestazione di quelle dimensioni e intensità prima d’ora. Ragazzi che ora si affacciano alla vita matura del lavoro, della precarietà, degli stenti, del desiderare una vita indipendente. Ora gli slogan sono “noi la crisi non la paghiamo“, “noi non siamo sfiduciati”. Resistenza pura e semplice. Siamo al trionfo dell’oggi e del presente assente sul sogno e sul progetto. Al concretezza amara di una vita senza domani in cui è difficile pensare ad “un altro mondo possibile”. Ci si accontenterebbe della banalità di un paese normale, di una borsa di studio garantita, una casa popolare, una politica decente, una democrazia degna di tal nome, un presente e un futuro prossimo se non uguale almeno simile a quello delle generazioni precedenti. E’ una cosa completamente diversa da quello che ci dicono essere questo “movimento/non movimento”. Non siamo a Genova, non sono “no global”, non sono “rivoluzionari bolscevichi”, non sono “estremisti ideologizzati”, non stiamo rivivendo gli anni 70. Siamo di fronte ad una generazione contemporaneamente pre-politica e post-politica, pre-ideologica e post-ideologica. Noi, a Genova, eravamo la coda del 900 lanciata nel nuovo millennio e nel decennio (ahinoi) del berlusconismo. Loro sono l’inizio di qualcosa di indefinito, lontano, forse solo in potenza. Del 900 hanno vissuto solo i genitori e forse i fratelli o sorelle maggiori.

Ultima considerazione: bisogna essere intelligenti. Capire la debolezza di questo sistema politico agonizzante, vecchio, barricato dietro scudi e manganelli, lontano dalle strade e dalla vita quotidiana. Bisogna scavalcare la televisione, le strategie di disinformazione e propaganda che aumenteranno via via che la data delle elezioni si avvicinerà. Non bisognerà prestare il fianco ai provocatori in giacca e cravatta pronti a sfruttare gli errori e le ingenuità. Ora bisogna dare sostanza vera a questo disagio. Farlo maturare. Farlo diventare “movimento”. Ogni manifestazione, generazione, ha un acme e poi un riflusso. Bisognerà avere l’intelligenza di rendere il riflusso non una ritirata o una copia sbiadita di quello che la manifestazione di martedi è stata. La politica, la sinistra, deve avere la capacità di cogliere le energie che vengono da questa generazione e dare una risposta. Altrimenti si rischia un circolo vizioso di rivolte e cariche, pestaggi e denunce, fuoco e mazzate che come pagliuzze che ardono fanno una gran fiammata, ma molto breve. Lascerebbe solo una leggera cenere. Come le chiacchiere di coloro che pontificano dall’alto del loro essere vecchi, distanti, e incapaci di capire (in buona o cattiva fede), timorosi di toccare la realtà e sporcarsi le mani con le loro macerie. Un soffio e via. E poi?

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14 dicembre, 2010

Adoro l’odore della porchetta di sera… ha il profumo dei lacrimogeni

immagini e ricordi che mi porto della manifestazione di oggi a Roma (Noi non siamo sfiduciati – Uniti contro la crisi):

– la sambuca al bar della Sapienza per scaldarsi e la pisciatina nei bagni di Lettere. Erano anni che non entravo all’università per non assistere ad una laurea

– La sorpresa di sentire ogni tanto in una selva di “aò”, “daje”, “annamo” un accento veneto o settentrionale.

– l’intervista a Rinaldini e a Landini

– i ragazzi del Cantiere di Salerno visti per 5 minuti e poi persi nella folla.

– l’uomo che suonava una cornamusa in mezzo alla manifestazione mentre a Corso del Rinascimento c’era chi lanciava bombe carta ricevendo lacrimogeni.

– i limoni… e il pensiero va a Genova

– il saporaccio acre, bruciante dei lacrimogeni in gola e sulla pelle… e il pensiero va a Genova

– il panico della folla. puro animale indomabile e insaziabile.

– il correre via perchè forse un poliziotto ha ruttato, un manifestante s’è girato, quello dietro di lui ha fatto un passo e tipo domino si finisce per scappare senza nessun motivo

– “ma che davero è passata a fiduscia? e che paese je lascio a mi fijo?”. “e vabbè… io me lo so trovato già così in mano che faccio… passo?”

– dover camminare guardando in alto dietro e avanti a te. o becchi un sanpietrino in testa o un lacrimogeno.

– il panino con la porchetta comprata alle 12 e messa in tasca e assaporata solo al ritorno a casa la sera

– i cordoni dei manifestanti “salvapanico”, per bloccare le fughe e non far scappare 10mila persone senza motivo

– i manifestanti che, in delirio paranoico, mi chiedono i documenti. a volte si può arrivare a odiare talmente tanto il nemico da diventare come lui.

– gli eroi della cronaca. tutti scappano e loro vanno in direzione contraria per vedere. e poi devono fare il doppio della strada al triplo della velocità sennò le prendi.

– il tipo che m’ha visto piegato in due che non respiravo m’ha buttato mezza bottiglietta d’acqua in faccia.

– piazza del popolo durante gli scontri vista dall’alto. il movimento fluido della folla.

– i finanzieri che entrano in piazza del popolo in 10. prendono botte da tutti i lati e si ritirano confusamente perdendo un blindato.

– il tipo che piangendo per i lacrimogeni mi chiede una sigaretta, arriva la folla che scappa e ci troviamo imbottigliati sotto gli archi per uscire da piazza del popolo. nella calca, un passettino alla volta, bestemmiando, mi sento toccare la spalla:”ooo.. sono qua!”. e gli dai la sigaretta mentre sei bloccato in mezzo alla gente.

– i blindati della polizia che entrano a tutta velocità in piazza del popolo in mezzo ai manifestanti per liberarla.

– il tipo che ha smontato il semaforo per lanciarlo sulle camionette della polizia.

– il tipo che ha lanciato un ombrellone sulla polizia

– l’amico Bob che perdevo regolarmente e regolarmente ritrovavo.

– le chiamate in radio “mettetemi in onda”

– la ragazza che parla col padre e dice:”non so che cazzo hai visto te in tivvù ma nun è che siccome non hanno fatto a sfiduscia sc’hanno raggione loro”

– “lotta comunista”… ma va a cagher

– la signora attempata che ci ferma in strada e dice:”ma che è successo? s’è fatto male quarcuno?” “no signò”… “v’a posso dì na cosa? ma annatevene da sto paese de mmerda!”

– il signore distinto in treno che mi chiede chi c’era in piazza. alla mia risposta si fa serio e sorride “ah beh… c’erano i più sfigati degli ultimi 15 anni… ci credo”

– il ragazzino di 20 anni che ha l’adrenalina di chi sta vivendo per la prima volta certe cose. e tu lo guardi e pensi. cazzo. pure io 10 anni fa avevo 20 anni. cazzo. pure io sarò stato guardato così da un 30enne? No… quei trentenni lì erano meno disillusi… ancora ci credevano un po’. io non lo so.

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