franchino's way

27 luglio, 2015

Il fruttarolo (la resistenza che ti vende il pomodoro… 17)

Come pararsi il culo
e la coscienza è un vero sballo
sabato in barca a vela
lunedì al Leonkavallo
l’alternativo è il tuo papà (Afterhours)

Devo alzarmi, devo reagire. Attorno tutto scorre e si beve e si parla e io sto qua accasciato a terra. Serve uno slancio da campione, mantenendo dignità e stile. Senza dare l’impressione di cedimenti. Alzarsi e rimanere dritto, basterebbe questo.

Primo tentativo: punto bene i piedi a terra cercando di sollevarmi dal gradone. Svarione. Desisto.

Gli altri non hanno visto nulla. La ragazza del pesto brilla di sorrisi e battute. Il Tappo trottola qua e là con battute no sense e parlata sempre più liquida, consonanti sempre più impastate. Il bastardo sta subendo il vodka lemon ma non molla. Il Sardo ronza attenzioni per qualsiasi esemplare femminile a vista.

Secondo tentativo: prendo la birra, poi la riappoggio alla mia sinistra e mi aggancio con la mano destra alla colonna del portico. Il Baraccio è il solito white noise di fondo. Una goccia di sudore scende sulla schiena, dritta in mezzo alle chiappe. Sforzo, mi sollevo di 10 centimetri buoni, pausa. Ultimo slancio, colpo di reni e via, sono in piedi.

CAZZO LA BIRRA!

E’ rimasta sul gradone. Se mi piego casco di testa a terra.

E’ una sensazione orrenda essere ubriaco fisicamente e mantenere un minimo di lucidità mentale da riuscire a vedersi da fuori. Roba che non si può spiegare. Sei sul limite. Un goccio di qualsiasi alcolico è automaticamente perdita di tutto. Ma arrivati a questo punto devi bere. Altrimenti è l’agonia dello sbronzo che non sa, non può, non riesce ma capisce, vorrebbe, penserebbe di farcela. Tra stare sul limite e soffrire o mandare tutto a puttane io scelgo sempre la cosa al momento più semplice. Le buone intenzioni, la ragionevolezza, la responsabilità, i bei sentimenti, e pure babbo Natale, sono per i mangiatori di seitan e i bevitori di caffè decaffeinato. Io sono di un’altra razza, quella brutta. Di tutto il resto non me ne frega un cazzo, francamente.

Il Tappo rulla dalle mie parti:”Apposto?”

“Mmmh…”, sfiato.

“Apposto”, sentenzia.

La ragazza del pesto punzecchia con uno sguardo lampo.

Io mi appoggio alla colonna progettando di riprendere le forze e forse riprendere la birra.

Sono quegli istanti di pace a cui ti aggrappi, quelle alitate di speranza e orgoglio che ti tengono a galla. E’ la tigna del ciclista in crisi sul Pordoi che col suo passo, tutto ingobbito sul manubrio, con le gambe dure, torna sul gruppo dei migliori e resta appeso coi denti all’idea che c’è possibilità di farcela, manca poco, gli altri non attaccheranno.

E invece arriva un altro attacco.

Un piede urta la mia birra che schizza sul mio pantalone. Il boccale si frantuma a terra.

“E che cazzo” fa lui tutto polemico.

Resto impassibile cercando di non barcollare.

“La ripaghi”, riesco a sospirare.

“Stocazzo”.

Arriva il Tappo e la ragazza del pesto e gli si piantano davanti. Non danno l’idea di essere tutta sta minaccia e francamente mi da anche un po’ fastidio non riuscire a reagire come vorrei, come il mio abito esigerebbe. Ma la mia impassibilità, la mia camicia bianca e cravattino nero fanno comunque la loro porca figura. Per il momento va bene così, forse.

“La ripaghi…”, ripeto con l’adrenalina che pian piano ricomincia a scorrere.

E questo parte con una serie di frasi a caso sul non si fa, non si poggiano le birre a terra, che c’entra lui, che ne sapeva, colpa tua, vedi che stai ubriaco, come parli, non ti reggi in piedi, eccetera eccetera. E io che pensavo di essere tornato lucido.

A quel punto scosto il Tappo, faccia a faccia col coglione:”Ascolta, tu ora prendi e mi ripaghi la birra… E non devo stare qui a darti motivi per ripagarmela. Ho rispetto per la mia intelligenza.”

Il Tappo rincara:”E in ogni caso c’è un detto che dice che la mia libertà inizia dove finisce quella degli altri. Tu ci sei caduto tra le palle. Quindi entri e paghi la birra”. Il filosofo dei cicchetti… La ragazza del pesto sorride alla battuta brindando enfeticamente  col Tappo e chiunque gli capiti a tiro.

La scena pare aver attirato l’attenzione sia dei Paeselliani doc che dei Paeselliani occasionali.

E forse il solo “Apposto vez?” rivoltomi da un local di 2 metri per 2 pare convincere l’imbecille che scompare nel bar, si affaccia al bancone dove è già pronta la mia birra con tanto di scontrino. Il Sardo precede il tipo aprendo tipo Mosè la gente sotto il portico.

“Saluti dal Paesello” gli dico mentre prendo il boccale.

Faccio un rutto. Applausi.

Ma il Pordoi è ancora lungo.

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23 maggio, 2015

Il fruttarolo (la resistenza che ti vende il pomodoro… 14)

Yeah, it’s fine
we’ll walk down the line
leave our rain, a cold
trade for warm sunshine
You my friend
I will defend
and if we change, well I
love you anyway (Alice in Chains)

Sognare in fondo è il modo che ha il nostro cervello di metterci e mettersi alla prova. Lui prende e spara cose a caso, o fintamente a caso, e ti mette di fronte all’imprevisto, alla totale insensatezza, all’inaspettato. Lui prende e ti fa sperimentare sentimenti, emozioni e azioni che forse mai in vita tua hai avuto modo di vivere, o che da tanto tempo non vivi o che hai paura di dover prima o poi affrontare. Per tenerti pronto. Metti caso… Sognare è un esercizio di sopravvivenza. Come quelli che si allenano alla corsa; metti caso ti trovi un leone sulla strada e devi scappare. O quelli che si allenano a non fare niente; metti caso diventi presidente, re, imperatore, impiegato in regione.
Tutti abbiamo sognato, a volte da svegli. Il bello del sogno è che però finisce. Il brutto è che ci siamo svegliati tutti col torcicollo, incapaci di guardare chi avevamo a fianco. L’unica cosa possibile era guardarsi la punta dei piedi. E via andare, passo dopo passo, senza vedere chi avevi a destra o sinistra. Senza sapere cosa o chi avevi alle spalle.
Non so se in qualche sogno ho mai avuto il torcicollo. Forse mai. Forse non l’ho mai ricordato.

Alla fine la stanza è comoda, pulita, silenziosa. Il tablet funziona e riesco a tenermi in contatto col mondo, quello fuori.
Alle 8 c’è visita e devo stare tranquillo. Ieri ho dato di matto, un’altra volta, perché non mi vogliono ancora far uscire. Io ho una vita fuori, pare gli abbia detto. Ma non ci credevo neanche io. La mia vita è stata sempre dentro qualcosa. Ma ci stavo bene, figurarsi. Io non sono mai stato un nomade. Il Tappo ha detto che sono più tipo una talpa. Scavo, sto sotto, non mi faccio vedere, sto tra vermi e terra umida, al buio, nella tana.
Che poi non so quanto possa essere vero, ma quello fa sempre l’intellettuale da quando lo conosco. Ha il vizio della metafora. Se se lo leva gli resta solo la briscola e il bianchetto al Baraccio.

Che poi lo chiamiamo ancora Baraccio, noi vecchi. E chiamiamo ancora il posto dove ci siamo rintanati Paesello. Siamo tipo gli ultimi romantici, rimasugli. Pesce ributtato a mare quando si tira su la rete. Pesce buono per la frittura, in mancanza d’altro. Ma che non vale un cazzo al mercato. Noi siamo questo. E per fortuna, o per sfiga, siamo sempre rimasti fuori dalle casse del mercato.
Eppure tutto è cambiato, tutto si è trasformato. Ora è un quartiere cool, in. Uno di quei posti dove ingegneri, avvocati e bottegai sinistroidi vengono a fare “il popolo” nei loro appartamenti di design. E’ la via “verde” per le bici da 4000 euro. E’ il quartiere pop con il ristorante radical da mezzo affitto a persona. E’ la galleria d’arte contemporanea e la fonte di ispirazione per il visual-conceptual-artist o per il “creativo”.

Ma la gente vera dove cazzo è finita?

Ci siamo noi vecchi. A fare da ancora, a dargli la scusa, ai nuovi arrivati, che quello sia ancora il Paesello. Che poi il Paesello non è mai stato un cazzo. E’ stato sempre una scusa. E epoche diverse hanno trovato ospiti diversi. Tutti con una a trovarsi una scusa del cazzo, diversa da quelli che c’erano prima.

Perché alla fine tiravano su la rete e tu là rimanevi. Perché non valevi un cazzo, probabilmente.

Trovare una scusa e rintanarcisi dentro. Forse è l’unica “resistenza” possibile. Che amarezza, mi pare di bestemmiare quando dico ‘ste cose.

Entra il medico, controlla la cartella sul palmare. Dice qualcosa all’assistente che annuisce.

“Quando esco dottore?”
“Per andare dove?”
“A casa.”
“Ci vuole ancora un po’ di tempo, abbia pazienza. I valori stanno pian piano rientrando ma conoscendola preferisco tenerla in osservazione qui.”
“Non si fida di me?”
Lei si fiderebbe?

Ma vaffanculo, dottor Marco Huang, cagariso. E dire che una volta c’era la leggenda che non s’era mai visto un cinese in ospedale. Ora fanno i primari.

Però, pare, mi abbia salvato la vita, il cagariso. E che cazzo gli vuoi dire a uno che ti salva la vita.

No, quale razzismo. Non mi frega un cazzo di ‘ste menate. Io quando ero giovane avevo già previsto tutto, lo respiravo il nuovo tempo che arrivava. Non a caso mi misi a fare il fruttarolo dal pakistano sotto casa. Ero come loro. E loro come me. Era solo questione di tempo per diventare alla pari. Che poi alla fine ce n’è voluto un po’, un bel po’ di gente ha avuto il torcicollo per qualche decennio buono: paesanotti, ignorantoni, grevi, mezzi falliti, frustrati, leghisti terroni, fascisti liberali. Incapaci di stare al mondo. Gentaglia insomma. Ma la gentaglia è la massa in questo paese, da sempre.
E anche questo l’avevo capito.

E sono stato regolarmente ributtato a mare.

Peccato che scavando scavando avevo capito tutto di quello che si muoveva in superficie e troppo poco di quello che scavavo dentro di me. Ma vabbè. La vita si vive. E se non gli sai dare un senso, si consuma. Tanto alla fine… cambia un cazzo. Sarei finito qua dentro forse qualche anno più tardi. Forse.

Ma in fondo, chicazzosennefotte.

Dottor Marco Huang, primario cagariso.

Ma vaffanculo va’.

(Continua)

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7 settembre, 2013

La cravatta

Filed under: deliri controproducenti — ilkonte @ 9:44 am
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<<Madonna santa – si avvicina tutto entusiasta a braccia aperte – non ci si vede da una vita! – ci abbracciamo, gli tiro gran pacconi sulle spalle – Ti trovo bene sai?>>

Ammazza, mi trova bene, dice. Io nemmeno mi ricordo che giorno è. Se 20 minuti fa non mi avesse chiamato per dirmi che era arrivato in stazione figurati se mi sarei ricordato che prima o poi bisogna svegliarsi. Ed è pomeriggio, bello inoltrato pure.

<<Si.. E’ davvero una vita che non ci si vede. – abbozzo – Saranno, non so, 6, 7, 8 anni!>>

<<Eh, almeno 8, caro mio. – sospira guardandomi negli occhi con espressione malinconica – Ancora non mi ero sposato. E ancora non era arrivata Amalia.>>

Amalia, che bel nome; sa di fado, di malinconia, di mangiate di bacalao a Lisbona. Amalia è un nome sentimentale. Bravo, bello, complimenti. Magari gli ricorda i suoi anni in Portogallo, magari la compagna (o moglie, non mi ricordo), è amante della Rodrigues.

<<Amalia, sì. Ricordo. – riesco a dire – Perché poi Amalia?>>

<<La mamma di lei.>>

Eccallà… che tristezza. Ti prego no.

<<Tradizionalisti!>>, forzando un sorriso nel mal di testa.

I postumi e il sonno mi mettono il nervoso addosso. E’ sempre meno facile riprendersi da serate brave come quella di ieri. Ammazza che serata. E lei, che figa! Alzarsi, buttarsi giù dal letto, convincere lei ad andare e scendere a prendere lui in 20 minuti è stata una prova contro me che mi ha cancellato ogni speranza di buon umore, ma lui non c’entra, non posso incolparlo del mio fastidio. Anche se, a guardarlo così veloce veloce, mi pare diventato un automa in doppio petto. Ma m’è voluto venire a trovare, e sotto sotto, gli voglio ancora bene. Devo cercare di non farmi prendere dai pregiudizi. Sto nervoso per i postumi, non per lui.

Con un gesto della mano gli indico la direzione, il quartiere dove abito da ‘na vita e mezzo. Il Pratello è oggi particolarmente placido, sonnacchioso e bello, alla luce del tramonto.

Mi fa, sempre marcando entusiasmo:<<Finalmente. Avevo voglia di vedere ‘sto posto. A furia di leggere le tue storie e i tuoi racconti me lo sono immaginato e ri-immaginato diecimila volte.>>

Camminiamo. Sono contento che legga i miei racconti, vuol dire che o gli piacciono o gli sono rimasto nel cuore. Mi accendo una paglia e gliene offro una.

<<Non fumo più da anni sai?>>

<<Mh – mi rimetto il pacchetto in tasca, scommetto che manco le canne più si fuma – mi sei diventato salutista?>>

<<No. E’ che con la gravidanza e la bambina. – seguo a stento i suoi occhi sognanti – Ho smesso per loro. E per me per loro.>>

U’ madonnina santa! Si è trasformato in un papà da sit com americana,  di quelle proprio becere dove vivono tutti felici e contenti e ci sono le risate pre-registrate, che sennò mica si capisce quando si deve ridere.

Basta fare lo stronzo, la devo smettere di pigliare male qualsiasi cosa dica o faccia. Non è lui, sei tu, il poco sonno, il risveglio brusco e il mal di testa. Ha fatto bene a smettere; la gravidanza e la bambina non sono minchiate. Il problema forse è stato come lo ha detto, tutto sto miele, tutto sto appiccicume.

La butto in corner:<<Minchia però parli sempre contorto.>>

Scoppia a sganasciarsi dalle risate, inspiegabilmente. Io lo seguo, per solidarietà, e ridiamo come due coglioni. Non lo trovo per niente bene, non è questione di pregiudizi. Cioè voglio dire, si mantiene bene; fisico asciutto, ben curato, espressione serena. Ma, come dire, lo vedo invecchiato; sarà il completo, saranno le sopracciglia curatissime, sarà il suo modo di fare, ma mi sembra molto più grande di me. Forse quando decidi di fare carriera devi smettere di avere l’età che hai e invecchi di colpo. Come se avere 30 anni fosse qualcosa da celare, nascondere. Devi essere, vestire, comportarti, da 50enne, sennò niente, calci nel culo e via andare.  E dire che era un gran figo, tutto raggae e minchiate simili, si faceva gradire. E ora, pare mio zio. Mi fa un po’ tristezza. La gente così mi fa tristezza, non riesco a parlarci normalmente, mi costringono sulla difensiva o sull’offensivo. Ma lui è stato uno dei miei migliori amici, la devo smettere co ste reazioni cretine da ragazzino.

<<E tu? – si volta con sguardo studioso – Che racconti?>>

Non mi piace che mi si guardi così, come se fossi un pesce esotico in un acquario :<<Che domanda del cazzo dopo 8 anni che non ci si vede e ci si sente a stento. Se ti rispondo, come farei, “la solita”, tu che cazzo capisci?>>

<<Era per rompere il ghiaccio.>>

<<C’è tempo, c’è tempo. – lo piglio per il braccio e lo spingo in avanti –  Stasera davanti a qualche boccale di birra hai voglia a chiacchierare di cazzate.>>

Mamma mia, spero che davvero le birre lo sciolgano n’attimo sennò qua la serata non passa più. E spero che fondamentalmente si tolga sto cazzo di vestito: mocassini, completo grigio, camicia chiara, cravatta rossa, odio le cravatte, quelle rosse soprattutto. Al Bar sarebbe totalmente fuori luogo e non mi piace la gente fuori luogo nel mio bar.

Attraversiamo tutto il quartiere, passiamo davanti a tutti i locali. Lui li sembra osservare con un po’ di puzzetta sotto il naso. Davanti al pub i ragazzi mi salutano, io ricambio ma vado dritto. Mi volto qualche passo più avanti e intreccio gli sguardi interrogativi  degli altri che restituisco con occhi che stanno a significare “poi vi racconto”.

Arriviamo in fondo alla strada, dove abito. Lo vedo che valuta con aria un po’ spaesata i palazzoni di questa parte del quartiere. Sai com’è; lui sta a Prati, frequenta zone in, non ne vede palazzoni, no, che degrado.

<<Si caro, – gli faccio un po’ ironico – io abito nella periferia del Pratello.>>

Apro il portone, ascensore, saliamo su al 4° piano. Lo guardo fisso. Lui sta sulle sue, sorride un po’ imbarazzato. Lo vedo che non si sente a suo agio.

<<Scusa il casino – mi giustifico girando la chiave e aprendo la porta – non ho avuto tempo di sistemare.>>

Disordine allucinante. Niente sembra essere dove dovrebbe e tutto sembra di passaggio, come in una camera di albergo. Non pensavo di aver fatto tutto sto bordello. Lui resta immobile, con la bocca aperta, quasi scantato, col la valigia in mano. Non contiene un accenno di smorfia di disapprovazione, due passi dentro il disastro, a passi cauti, come per stare all’orecchio per possibili crolli o arrivo improvviso di animali feroci.

<<Ma che cazzo è successo qua dentro? Hai avuto ospiti?>>

<<No, non ho mai ospiti, – niente, non è il mal di testa, ‘sto qua è andato, manco fosse mia madre – è che mi annoio a sistemare.>>

<<Ma se ti viene ‘na ragazza a casa che cazzo di figura ci fai?>>

<<Ho smesso di cacciare.>> Gli faccio tutto umile. E’ partito il bluff, coglione. E’ un derelitto che vuoi? Un derelitto avrai. Ma un derelitto che abbia dentro poesia e colore. Je t’accatt’ e t’ rial’  (trad. = io ti compro e ti regalo).

<<Mi annoia il corteggiamento. – gli dico annusando teatralmente un paio di mutande raccolte da un mobile e interpretando quello che penso potrebbe essere un poeta maledetto del terzo millennio – Detesto le zoccolette che si fanno scopare dopo due drink al bar. Mi godo la mia solitudine beata. Poi… se un giorno decido – il mio sguardo da basso e umile si apre verso l’orizzonte – Cambio vita.>>

<<Ma va! – fa cadere il bagaglio a terra cercando un contatto umano – Tu senza femmine sei come una squadra di calcio senza portiere.>>

<<Le cose cambiano, lo sai>>, gli dico buttando lontano le mutande.

<<Bah…>>

Apro tutto, faccio cambiare aria. Gli mostro casa. Gli dico che spendo poco e che riesco a campare nonostante i miei “umilissimi” 1300 euro al mese perché ho venduto macchina e motorino. A Bologna non servono a un cazzo, gli dico, ci sono i mezzi e si gira bene pure a piedi. Lui no, il fighetto, senza macchina diventerebbe matto, al massimo un taxi. I mezzi no, non li prende da tempo, povero figlio, gli si rovina la giacchetta.

Si va a fare una doccia (il cesso meglio che non ci penso a come stava messo), quando esce mi dice che ci potremmo vedere dopo la sua cena di lavoro al ristorante. Gli mostro la strada su una cartina, ma niente, prende un taxi.

Non mi ci sto trovando per niente bene. E’ destino, se tra due amici le strade da tempo si sono divise troppo c’è l’affetto e tutto, ma manca il feeling. Poi è diventato uno con la faccia giudicante, i modi da self-made-man. Ha perso spontaneità, umiltà. Non è più lo stesso.

Prendo un jeans e una maglietta da una valigia appoggiata a terra. E’ bene che mi cambi, visto che mi sono vestito in fretta con le prime cose che ho trovato, compreso sto camicione rossoblu di quando ero al liceo. L’ha preso lei dall’armadio stanotte, voleva fa Kurt Cobain. Il risultato è stata una superbrunatuttecurvesupersexy.

<<‘Cazzo fai con quella valigia? – voce scandalizzata da zitella vittoriana – Tornato da un viaggio?>>

<<Viaggio 2 volte all’anno – gli dico tutto tumefatto di frustrazione, ovviamente continuando il bluff – e sono tornato da un mese.>>

Resta di nuovo a bocca aperta, incapace di muovere un muscolo. Vabbuò vado a cambiarmi in camera. La valigià è lì da una settimana; tra cene da amici, ospitate da varie femmine, lavoro e menate varie non ce l’ho fatta ancora a disfarla. Non ne ho avuto tempo e voglia.

<<Ma scusa… – mi fa tutto premuroso – la valigia è lì da un mese?>>

<<L’armadio è vuoto. Non disfo più la valigia.>>

<<E come cazzo ti viene?>>

<<Mi da l’idea di essere appena tornato da un viaggio. O di stare lì lì per partire.>>

<<Ma hai detto che non ti muovi da qui non più di due volte all’anno!>>

<<Appunto – sbotto con voce decisa – fatti i cazzi tuoi.>>

Sono un poeta.

E’ strano come tutto cambia e come certe persone perdano ogni capacità di rimanere se stesse di fronte al tempo, alla maturazione, alle esperienze. E’ sempre lui, ma non è lo stesso. Non riesco a rivedere lo stesso personaggio che incontravo durante le feste quando tornavamo al paese io da Bologna e lui da Roma. Lui, tutto raggae, col tempo si trasformò in un leone da serate romane. Metamorfosi della moda. Diventò uno da posticini stilosi, aperitivi, ragazzette ingioiellate e ben truccate. Io rimanevo fedele al movimento, alla poesia, alla semplicità, di Bologna. Lui aveva scelto al peggio Roma; quella borghesuccia, danarosa, schizzinosa. Carriera, soldi, macchine, locali fighetti.  Non è del tutto vero quello che dico, ma bene o male è quello il quadro dove s’è mosso. C’è chi la vita se la sceglie anche facendo cazzate, come me, e chi la subisce; perché il vento tira forte, perché è comodo seguire la corrente, perché in fondo in fondo è meglio essere una copia di qualcuno che un povero stronzo che prova a essere se stesso mantenendo una propria idea di vita e di serenità. Costa meno fatica mimetizzarsi che viversi. Io trovato un mio benessere e una mia tranquillità. Lui s’è mimetizzato nel contesto che s’è trovato o che ha scelto, almeno così mi pare. Non dico che sia giusta o sbagliata una o l’altra strada. dico che sono diverse. E, se vieni a casa mia e mi rompi i coglioni e mi guardi come un animale da zoo, temo siano ormai inconciliabili. Io non giudico, non voglio giudicare. Ho già da combattere con me stesso, non ho tempo per pensare a quello che fanno o dovrebbero fare gli altri.

Se a te guardarmi da fastidio, il problema, se di problema vuoi che si tratti, è nel tuo sguardo.

Faccio un sospiro, cerco di rilassarmi e non farmi prendere troppo dal nervoso. Esco dalla stanza, jeans e maglietta gialla, esageratamente, ostentatamente giovanile. Lui sta in cucina in divisa manageriale d’ordinanza, comprensiva di quella cazzo di cravatta rossa di merda.

Ci guardiamo in silenzio, come allo specchio. Cazzo, se passa il tempo. Ridiamo. “Ci vediamo al bar”, gli faccio, contenendo lo sclero.

Ma non so se ci andrò. Non so se ho voglia di sapere altro di lui, non voglio rischiare di rovinarmi completamente la visita. E mi sto antipatico quando mi faccio prendere così dalle sensazioni a pelle e rotolo nell’insofferenza. Alla fine gli voglio bene altrimenti non avrei accettato quando su facebook m’ha detto che veniva.

Lui esce dai suoi pensieri e, col solito tono da psicologo tascabile:<<Ma sto bar, sto bar, sto quartiere… Sempre a parlare di ‘ste cose.>>

<<Mi fanno sentire come se fossi in famiglia.>>

<<Hai molti amici?>>

<<No no! Dio me ne scampi!>>

<<Ma sei scemo? Niente donne, niente amici. Perchè tutta sta solitudine?>>

<<Se tutti quelli che conosco fossero miei amici mi sentirei più solo, fidati. Se conoscessi tanta gente davvero bene, come conosco te, mi sentirei più solo. – lo prendo sottobraccio avviandomi verso la porta d’ingresso, come ad invitarlo a uscire dalla mia vita – Invece così, loro non sanno di me, io non so di loro. E siamo tutti una bella e pacifica famiglia.>>

E se vuoi capire, capisci. E vaffanculo, amico mio.

(lo stesso racconto dall’altro punto di vista)

4 settembre, 2013

La valigia

Filed under: deliri controproducenti — ilkonte @ 6:39 pm
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<<Madonna santa – mi avvicino a lui sorridente e con le braccia aperte – non ci si vede da una vita! – ci abbracciamo, pacche sulle spalle, ci stacchiamo – Ti trovo bene sai?>>

Ma non è vero. Non lo trovo bene. Ha un sorriso amaro. Gli occhi bassi. I lineamenti ringonfi, i movimenti rallentati.

<<Si.. E’ davvero una vita che non ci si vede. Saranno, non so, 6, 7, 8 anni!>>

<<Eh, almeno 8, caro mio. Ancora non mi ero sposato. E ancora non era arrivata Amalia.>>

<<Amalia, sì. Ricordo. Perché poi Amalia?>>

<<La mamma di lei.>>

<<Tradizionalisti!>>

Lui fa spallucce. Con un gesto della mano mi indica la direzione. Mi metto al suo fianco e iniziamo a camminare verso casa sua. Davanti a me, in controluce, si stende una striscia di ciottolato chiusa tra palazzine e portici.

<<Finalmente. Avevo voglia di vedere ‘sto posto. A furia di leggere le tue storie e i tuoi racconti me lo sono immaginato e ri-immaginato diecimila volte.>>

Camminiamo. Lui accende una sigaretta, me ne offre una con una schicchera decisa al fondo del pacchetto che la fa affacciare; Marlboro morbide, le solite Marlboro morbide, quelle con cui mi insegnò a fumare nel cesso, a liceo.

<<Non fumo più da anni sai?>>

<<Mh – ritira il pacchetto nella tasca della camicia a quadroni rossi e blu – mi sei diventato salutista?>>

<<No. E’ che con la gravidanza e la bambina. Ho smesso per loro. E per me per loro.>>

<<Minchia però parli sempre contorto.>>

Sorridiamo, altre pacche sulle spalle. Non lo trovo per niente bene, è ingrassato tanto e lo vedo, boh, non saprei, tipo depresso. Ha un modo troppo lento di fare, troppo rilassato di dire, troppo disilluso di essere. E poi a 36 anni è come era a 18, che diamine.

<<E tu? Che racconti?>>

<<Che domanda del cazzo dopo 8 anni che non ci si vede e ci si sente a stento. Se ti rispondo, come farei, “la solita”, tu che cazzo capisci?>>

<<Era per rompere il ghiaccio.>>

<<C’è tempo, c’è tempo. – mi spinge per un braccio quasi per farmi accelerare –  Stasera davanti a qualche boccale di birra hai voglia a chiacchierare di cazzate.>>

Non posso dirgli che stasera non avrò tempo per le birre e le chiacchiere. Ho una cena di lavoro, mi pare di averglielo detto l’altro giorno su facebook quando l’avvisai del mio arrivo. Avrei potuto dormire in hotel tutto spesato ma, per una volta che riesco a capitare a Bologna, non vuoi che saluti il mio migliore amico? Glielo poi, con calma, arrivati a casa sua. Al massimo facciamo colazione domattina assieme, o ci becchiamo dopo cena, prima di andare a dormire. Domani ho il treno alle 11, viaggio comodo. Tempo ce n’è.

Il quartiere, o per meglio dire, la strada, corre dritta verso il sole del tramonto. Vedo un succedersi di locali e localini vari. Roba per lo più popolare, giovanile. Un paio di pub, bar, cose così.

Davanti ad uno di questi locali un po’ di gente lo saluta. Lui ricambia con sorrisi a destra e manca ma tira dritto.

Arriviamo in fondo alla strada, chiusa da una specie di chiesa. Qui ci sono due palazzi più moderni, roba anni 50-60 o giù di lì. Si accorge dei miei sguardi ai balconi, alle finestre.

<<Si caro, io abito nella periferia del Pratello.>>

Apre il portone, ascensore, saliamo su al 4° piano.

<<Scusa il casino – fa aprendo la porta di casa – non ho avuto tempo di sistemare.>>

Disordine allucinante. Niente sembra essere dove dovrebbe e tutto sembra di passaggio, come in una camera di albergo.

<<Ma che cazzo è successo qua dentro? Hai avuto ospiti?>>

<<No, non ho mai ospiti. E’ che mi annoio a sistemare.>>

<<Ma se ti viene ‘na ragazza a casa che cazzo di figura ci fai?>>

<<Ho smesso di cacciare. Mi annoia il corteggiamento. Detesto le zoccolette che si fanno scopare dopo due drink al bar. Mi godo la mia solitudine beata. Poi… se un giorno decido. Cambio vita.>>

<<Ma va! – lascio il mio bagaglio a terra – Tu senza femmine sei come una squadra di calcio senza portiere.>>

<<Le cose cambiano, lo sai.>>

<<Bah…>>

Apre le finestre e inizia a mostrarmi casa: camera, cucina, bagno. Spende poco, dice, e ce la fa perché ha venduto macchina e motorino. Va a lavoro a piedi o coi mezzi. Poi a Bologna, dice, senza macchina si può stare. Dice. Io senza macchina impazzirei. Per fortuna ci sono i taxi, penso. Da tempo non riesco a prendere i bus così pieni di tanfo, caldo, calca, gomiti, facce stanche, chiasso. Non tollero più la gente. Non la sopporto. Lui no, si è adattato ad altro, pare.

Faccio una doccia veloce e gli dico che potremmo vederci dopo la mia cena di lavoro al ristorante. Lui mi mostra la strada per arrivarci ma gli rispondo che andrò in taxi. Arriccia il naso, sbuffa, accende una sigaretta e se ne va.

Non lo trovo per niente bene. Non doveva finire così: sconfitto, derelitto, invecchiato. Non mi piace.

Lo vedo che prende un pantalone e una maglietta da una valigia a terra.

<<‘Cazzo fai con quella valigia? Tornato da un viaggio?>>

<<Viaggio 2 volte all’anno, e sono tornato da un mese.>>

Legge la mia faccia incredula, tentenna, fa per andare in camera a cambiarsi.

<<Ma scusa… – lo fermo – la valigia è lì da un mese?>>

<<L’armadio è vuoto. Non disfo più la valigia.>>

<<E come cazzo ti viene?>>

<<Mi da l’idea di essere appena tornato da un viaggio. O di stare lì lì per partire.>>

<<Ma hai detto che non ti muovi da qui non più di due volte all’anno!>>

<<Appunto. – si avvia definitivamente verso la sua stanza – E fatti i cazzi tuoi.>>

E’ strano come tutto cambia e come certe persone resistano ostinatamente al cambiamento, alla maturazione, al tempo. E’ sempre lui, sempre lo stesso. Mi sembra di rivedere lo stesso personaggio che tornava durante le feste nei primi anni di università. Lui scelse Bologna, il movimento, il romanticismo, diceva. Io Roma, la carriera, i locali fighetti, la carriera, diceva. Ma non era tutto vero. In realtà lui si stava rintanando, chiudendo al tempo. Aveva già paura a 20 anni. Aveva già capito troppo della vita, malauguratamente. Ma la sua soluzione fu chiudersi a riccio, trovare una tana, un rifugio. Decise di essere sconfitto proprio negli anni in cui, con maggior foga, faceva la parte del lottatore, del ribelle. Aveva capito troppo e non ce l’ha fatta. Era il migliore, ora mi fa pena.

Chiamo il taxi. Sento la piccola, sento la mamma. Mi consolo. Faccio tutto per loro, sono tutto per loro. E presto arriverà un altro figlio. Spero un maschio. Così ci vado a giocare a pallone, lo porto alle partite. La figlia femmina è bella, stupenda, un diamante. Ma non riesco a condividere tutto. Riesco solo a esserne già geloso, ed ha appena 7 anni.

Esce dalla stanza, jeans e maglietta gialla. Io rispondo con il mio bel completo manageriale con cravatta d’ordinanza.

Ci guardiamo in silenzio, come allo specchio. Cazzo, se passa il tempo. Ridiamo. “Ci vediamo al bar”, mi fa.

Ma non so se ci andrò. Non so se ho voglia di sapere altro di lui, non voglio rischiare di rovinarmi completamente la visita.

Riesco a chiedergli solo una cosa:<<Ma sto bar, sto bar, sto quartiere… Sempre a parlare di ‘ste cose.”

<<Mi fanno sentire come se fossi in famiglia.>>

<<Hai molti amici?>>

<<No no! Dio me ne scampi!>>

<<Ma sei scemo? Niente donne, niente amici. Perchè tutta sta solitudine?>>

<<Se tutti quelli che conosco fossero miei amici mi sentirei più solo, fidati. Se conoscessi tanta gente davvero bene, come conosco te, mi sentirei più solo. – mi prende sottobraccio avviandosi verso la porta d’ingresso – Invece così, loro non sanno di me, io non so di loro. E siamo tutti una bella e pacifica famiglia.>>

(rileggi lo stesso racconto dall’altro punto di vista)

10 giugno, 2013

Il fruttarolo (la resistenza che ti vende il pomodoro… 13)

A blackened shroud, a hand-me-down gown
Of rags and silks, a costume
Fit for one who sits and cries
For all tomorrow’s parties (Velvet Underground)

intervisE’ un periodo difficile questo. Siam tutti, bene o male, nella merda ma tutti, bene o male, ancora galleggiamo. Tuttavia c’è aria di decadenza in giro. C’è voglia di godere, distrarsi, farsi male. C’è esigenza di stare insieme con l’unico collante dei bisogni primari: bere, mangiare, scopare. Si, vabbè, ci sono quelli che si occupano di arte, di politica, di letteratura, di teatro, di danza, di risvolti ai pantaloni , scelta di vestiti usati o acconciature fastidiose. Ma anche loro, fidatevi, vivono seguendo la decadenza: mangiare, dormire, bere, scopare. Non sono migliori di un caciottaro discotecaro in nulla, però si travestono di “interessi”, come se questo potesse renderli diversi dal resto della specie umana. Poracci… che pena. Io preferisco quelli che non si vestono di nulla tranne che di se stessi. Almeno sono onesti, sinceri. E non sono brutti da vedere volontariamente, se son brutti non lo sono per scelta ma per genetica o carenze socioculturali.

Io ho scelto di vivere questa fase della mia vita cercando un ruolo da interpretare. Ho scelto di mollare l’affanno e di godere. Ho scelto di travestirmi non di cultura o sovrastrutture ma da buffone. Non so se questo regali un senso alla mia esistenza, ma almeno sto bene, mi diverto, non trovo un “perché” ma un ben più fondamentale “come”. So, che quando sono fruttarolo pulp, senza umiltà o mestizia, sono utile a me stesso così come lo ero da fruttarolo vintage, tamarro e selvatico.

E’ così che sopravvivo. Così riesco a mandare affanculo tutti, tutta l’aria che li sovrasta e di cui si vestono.

Io sono il mio mercato, la mia legge, il mio passatempo preferito.

E stasera sto accasciato, appoggiato alla colonna del portico, davanti al Baraccio, con gente più o meno sbronza ma certamente molto parlante tutta intorno. Sto qua con la camicia mezza sbottonata, la cravattina allentata, senza più stile, senza più decoro. Scomposto. E fumo, lentamente. Tutto intorno insulsità restano sospese come soffioni dopo un zaffata di vento.

Le parole degli sconosciuti a volte fanno sorridere, a volte fanno riflettere, a volte sono rumore di fondo indistinguibile, spesso ti fanno incazzare. Rabbia vera, profonda, totalitaria.

La democrazia ha fallito. L’istruzione di massa ha fallito. Il benessere ha fallito.

Non sono disposto a dare la mia vita affinchè sto coglione che mi sta di fianco continui a sproloquiare di “spazzi, diritti, cioèvogliodìèningiustizzia”. Amico mio, i tuoi ragionamenti sono forse anche giusti, ma TU non sei adatto a pronunciarli. Non sono utili, fidati, a nessuno. E neanche a te, guardati, è solo moda, non c’è ciccia in quello che dici. Ne parleremo fra 4 anni e mezzo, quando e se troverai un lavoro e ti conterai gli spicci per pagare le bollette. A quel punto avrai un perchè per indignarti.

Non sono disposto a morire affinchè quell’altra, quella troietta tutta infighettita (ma dove cazzo credevi di essere in piazzetta a Capri?) continui a dire che, niente, secondo lei Bologna è una città di “casi umani”, “poveri falliti”, “ubriaconi”, perchè lei che vive a Milano ma viene da Capracotta del Cilento, ha saggiato il cazzo nel culo della modernità, della città europea, del mercato, dell’efficienza, dell’eleganza, dello stile ecc ecc. Bella mia, nessuno ti ha chiamato, nessuno sente o mai sentirà l’esigenza di ascoltare la tua critica al decadentismo postmoderno (ammesso tu capisca la parola postmoderno). Nessuno è interessato ad altro che non sia il tuo culo (tra l’altro rispettabile, molto) e forse, e dico forse, altro. Non ti sforzare. Non sei quello che non sembri. Sei una troia, con una laurea triennale in marketing e la speranza di berti Milano. Ne parleremo fra 10 anni, quando a Capracotta parlerai di imprenditoria seduta dietro lo sportello delle Poste del tuo paese mentre paghi le pensioni ai vecchi. Pensione che tu, mi spiace darti sta brutta notizia, non vedrai mai. Ma si sa, papà c’ha i contatti e un posto lo fa saltar fuori, almeno uno stipendio lo porti a casa.

Io? Morire per loro? Morire per permettere loro di votare, dire, esprimere? Manco se mi pagano.

Non ci sono cazzi: la democrazia, cari miei, ha fallito.

E la cosa mi fa incazzare. Povero mio nonno.

Il Tappo forse mi ha letto nel pensiero o forse sta pensando le stesse cose. Si avvicina, si prende la paglia per farsi due tiri, sospira, e mi da una semplice, calda, rassicurante, pacca sulla spalla. La ragazza del pesto mi lancia uno sguardo e mi sorride mentre continua a chiacchierare col Sardo.

Che fortuna essere me.

(Continua)

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2 novembre, 2012

Juve – Bologna (di variabili, filosofie di vita e altre prodezze)

Filed under: bologna,deliri controproducenti,personalismi — ilkonte @ 12:59 pm
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Juve – Bologna, basterebbe dire solo questo. Sono quelle partite che senti, che vivi, in maniera diversa, se sei bolognese soprattutto. Ma anche se bolognese non lo sei ma senti di esserlo, in un modo o in un altro. Vai lì, sei sfavoritissimo, non hai nulla da perdere. Quello che conta è esserci e dare il meglio, crederci, sperare, lottare, sudare, sporcarsi di fango e bile. Vincere è trascendenza. Lottare è destino. Non ci si gioca lo scudetto o una coppa. È questione più terra terra.

Pub, sala piena e ben divisa tra gobbi e bolognesi. Poi ci sono gli ospiti, quelli che non sono autoctoni, non tifano rossoblu ma sono profondamente antijuventini. Essere contro la vecchia bagascia è una roba che ci devi nascere. Non è che la sviluppi, la crei. È pratica istintiva di dissenso, è sete di miracolo, è fame di giustizia. Non può e non deve vincere sempre il più forte, il più ricco, il più blasonato. È voglia di stare con gli ultimi della classe quando tutti vorrebbero essere i primi. È vanità, amplesso destrutturante, guerra fine a se stessa che vuole semplicemente, onestamente, testimoniare l’altro, il distante. Esserci e vivere queste sensazioni vale una vita. Quella vita che la maggioranza delle persone, banalmente, non potrà mai assaporare. Problemi loro. Nella vita si sceglie e si capita. E a noi è capitato di scegliere di vivere da sfigati. Mai una gioia. Mai una certezza. Solo vene gonfie al collo, passione, scazzi, spiccioli contati e ricontati, scarpe rotte eppur bisogna andar. E che vi devo dire… si nasce storti e si muore piegati. È così. Prendere o lasciare. Io so che i vincenti mi stanno sul cazzo, viva gli ultimi, gli sfigati, quelli che ci sono ma non potrebbero, quelli che ci sarebbero ma non possono. Morte alla Juve. Sempre e comunque, finchè c’è fiato, vita, anima e sangue. Se poi il vincente rappresenta lo sporco, la sozzura, il torbido, l’impunito, lo spocchioso, è tutto più facile. Ti risale in gola l’acido del maldigerito senso di sopruso. Tutto più linearmente, automaticamente, giusto. Le cose o le senti o ci capiti. E se ti capita di sentire questo amaro, beh… 2 + 2 fa sempre 4 o almeno, così dovrebbe.

Pub, si diceva. Come al solito, familiarmente pub. Con le facce che vedi sempre, le voci che ti sanno di casa, la birra che è latte materno. Juve – Bologna con fede. Chiacchiere, provocazioni, sfottò, toni ora aspri ora cinicamente sarcastici. La partita è quello che è, la Juve gioca bene e attacca, il Bologna magramente arranca.

Fumare fuori, arriva gente. C’è una festa in un appartamento ma può essere che magari se ti imbuchi… ok… si forse… vediamo. “Dipende da cosa vogliono fare gli altri“, spruzzatina adolescenziale che significa “non ci vengo” ma in realtà vuole scaricare la responsabilità della scelta- non scelta su chi in quel momento non c’è perchè fa altro, vede altro. Mi viene sempre più difficile abbandonare i ciottoli sotto casa. Ancora più difficile mollare i banconi dei locali che scortano casa tua verso le ore a venire. Come due carabinieri; uno a destra, l’altro a sinistra. Parlano lingue diverse, ma la divisa è la stessa. Annegamento, familiarità, senso di appartenenza, vita.

Primo tempo 0-0, bella storia. Fosse che fosse… sigarette, chiacchiere calcistiche, scommesse andate o perse o speranzose. Sbancare. Bisognerebbe sbancare, porca troia. Avere un orgasmo in euro. Svoltare un centello o più per non cambiare nulla. Ma per fottere la vita finchè c’è tempo (che espressione trita e ritrita). E il tempo è denaro. E la vita pure. Mi scappa da bestemmiare ma me la tengo.

Secondo tempo. Terza birra media. Aria un po’ più sfatta. Il pub offre un livello di battute superiore, la gente è meno imbarazzata, emergono i tifosi. 1-0. ci sta, son più forti i gobbi anche se alla fine non sembrano invincibili. Son forti ma non sono divini. Vincono. E questo è l’amaro calice. Peccato che il Bologna testimoni solo l’esserci. Poca roba andare a Torino per sporcarsi le magliette. Anche volendo un po’ imbarazzante. Ma questo passa il convento e così sia. Toccherà ad altri donare dolore dove alberga solo stupida, inutile, noiosissima abitudine alla gloria.

Uscire per fumare again. Le donne migliori son fuori. Che è meglio così.. il calcio a volte bisognerebbe tenerlo fuori, separato, distinto. Roba da uomini e roba da femmine. Loro stanno fuori a bere e fumare e lamentarsi dei grezzoni che guardano la partita. Noi dentro a sudare e sclerare testosterone e passione per un fuorigioco. Discorso maschilista e inutile. Ma a volte è così. E così sia.

Boato dalla sala. Si corre a guardare. Sorrisi dei bolognesi. Bella pera e 1-1. Cazzo! Vuol dire che porta bene se si sta fuori. Replay, davvero un bel gollazzo ma siamo abituati al pensiero disilluso. Arriverà un rigore, un’espulsione, un fallo netto non fischiato, una prodezza da fuori area e tutto tornerà, banalmente, nella normalità. Quella normalità che vuole che c’è chi deve vincere e chi deve perdere. Chi può vincere e chi non potrebbe mai farlo se non facendo l’impresa, il miracolo, la cosa da raccontare ai nipoti. Via… si esce. A far cerchietti di fumo con le labbra, sorseggiare Agustiner medie (che dio o chi per lui l’abbia in gloria) e chiacchierare con le tipe che fa sempre bene all’anima.

Mancano 15 minuti alla fine della partita. Un quarto d’ora d’infinito. I minuti che rendono il calcio lo sport più bello del mondo. Soffri ma nello stesso tempo vorresti che questa sensazione, masochisticamente, non finisse mai. Poi torni lucido e speri che quella palla spizzata e quel rinvio imprimano un’accelerazione alle lancette, pieghino il tempo a 90, verso i 90.

Io resto fuori che forse porta bene, scaramanticamente. E chiacchiero con un orecchio alla conversazione e un orecchio al pub che non si sa mai arrivi un altro boato.

E’ Halloween ma non c’è tantissima gente in giro e per fortuna non si vede troppa ridicolaggine di vestiti e travestimenti vari. Si prospetterebbe una semplice serata nel quartiere. Bar – pub – bar a bere e ridere con gli amici di sempre. Ma è autunno, pioggia, malinconia. Un’altra serata così no… ma uscire di qui scatena sempre variabili impazzite. Quando si supera piazza Malpighi per andare in città succedono cose strane. Per questo diciamo sempre “mai abbandonare il Pratello”. Fuori, le cose prendono a vivere in maniera diversa. Non so dire perchè ma è così. Si gestisce meno. Capita di più. Boh… fuori dal Pratello non sempre il Bologna perde a Torino, matematicamente. Diciamo così: fuori dal Pratello persone come noi tirano fuori la prodezza, il colpo di genio, la stoccata, il tocco di fino che fa la differenza. Gente come noi, semplici gregari, trovano l’opportunità e la sfruttano. Prendi e la butti dentro con cinismo. Perchè fuori casa si fa così, bisogna essere pratici e lasciare il segno. Poi ci sono le serate in cui le variabili, pazze, ti portano allo sfracelo, alla disfatta più pura. In ogni caso comunque in maniera mai banale. Resta il segno sempre. Ci vuole stile anche nel perdere 4-0. E fuori dal Pratello se vieni sconfitto disastrosamente, lo fai con onore, a testa alta, e comunque ti regali e regali a chi ti sta a fianco, memorie e gesta epiche. Almeno, così pare. E poi stasera è Halloween e gente come noi i mostri li sa fare. E stasera c’è Juve – Bologna e l’epica sta sempre lì a dare una spolveratina di imprevisto o imprevedibile. Uscire dal Pratello stasera potrebbe essere meno preoccupante del solito.

Vado in bagno ma è occupato. Dal corridoio si vede la sala dove c’è il televisore, piazzato in alto. Ho la platea di tifosi e calciofili davanti, come un muro di bocche aperte, espressioni tese, tensioni malcelate. Esperienza divertente e affascinante. Prima o poi mi guarderò una partita guardando la gente che guarda la partita. Loro assorti, in un altro mondo. E tu a studiare i volti e sorridere. No no.. con l’antropologia calcistica non si va da nessuna parte. Si libera il bagno, pratico il rituale della disidratazione e torno fuori che forse porta bene. Manca poco alla fine della partita e non posso rovinare la serata agli amici bolognesi per un semplice sfizio di curiosità. Ero fuori sull’1-1 e fuori resto fino alla fine.

Allora ci venite o no alla festa?”. Ci sono quelle persone che servono da detonatore, da miccia per far esplodere le possibilità. Io non so, non capisco, vorrei ma boh. Sono un abitudinario, un pigro, ma la serata pare veramente molto grigia e mi sta salendo voglia di vedere gente diversa, fare chiacchiere diverse, sentire voci diverse. Dalla sala sento un rumorio, mi affaccio dalla vetrata per vedere se c’è movimento ma nulla. Non sarà successo niente, non entro a controllare che magari porta male. Più passano i minuti, più la fine si avvicina e più l’irrazionale, il fideistico prende piede. Ma il calcio non è quasi mai una scienza esatta, anche se pennivendoli, giornalai e commentatori vari vogliono farcelo credere per sentirsi più esperti di un avventore qualsiasi di un qualsiasi bar sport. L’irrazionale fa colpire un palo a botta sicura, fa deviare una palla da un difensore quanto basta per prendere in controtempo il portiere, fa prendere una storta al centravanti, fa scivolare il difensore che marca la punta. Il calcio è un pallone che rotola. Una grande squadra sa che deve vincere l’avversario e reggere, incanalare e dominare il caos. Quello che gli italiani sanno benissimo quando c’è la nazionale. La sfiga e la fortuna sono sempre i capocannonieri di ogni campionato del mondo o europeo che si rispetti.

Il locale si muove all’interno e sputa fuori la massa dei tifosi per la paglia di fine partita. Esce il primo, fa una smorfia di indignazione. Ho già capito tutto. Il Bologna ha perso come era prevedibile. Ha segnato di nuovo il ragazzino ex Manchester United che promette veramente bene. Peccato che sia andato a Torino. Ma pare veramente forte. Goal negli ultimi minuti, di testa, 2-1 e tutti a casa. I bolognesi, abituati alla sconfitta, sono serenamente abbattuti. I gobbi, abituati alla vittoria, trasudano tracotanza. Sono i più forti. E stasera pare non abbiano nemmeno rubato. E vabbè… ce ne faremo una ragione. Cosa si fa, cosa non si fa, si cerca di parlare d’altro per allentare la tensione. Ma niente, i gobbi non ce la possono fare e giustamente parlano, sfottono e provocano. Un mio amico chiede 10 minuti di tregua per far sputare un po’ di veleno e promette testate ad un altro amico fraterno che in versione tifoso è quanto di più fastidioso possa esistere. Gobbo e fazioso. Il peggio del peggio.

Tempo di rifiatare e si decide di andare, valicare piazza Malpighi per cambiare aria. Ok, va bene, prendiamo una birra dal pakistano, borraccia da escursione metropolitana, e si parte. La corrente porterebbe in un locale vicino Ugo Bassi ma il genio del momento, la variabile extra pratelliana, ci fa decidere all’ultimo di cambiare rotta, prendere un autobus e andare alla festa in zona Irnerio. Con un cambio di gioco, da una fascia all’altra, si salta tutto il centrocampo che ci stava scortando. Si cambia tutto e pazienza se abbiamo di fatto bidonato mezza comitiva. Si va. Proveremo a dominare il caos, a fare la prodezza che ti fa portare a casa il risultato, a gestire la fatica per reggere l’urto, a far germogliare lampi di classe pura che resti nella memoria di qualcuno. Bisogna crederci. E se ne vada affanculo l’abitudinarietà, la pigrizia, la noia. Stasera vediamo come va. Ma bisogna far serata come si deve che domani non si lavora. E anche se il Bologna ha perso a Torino non è detto che qualcuno di noi, stasera, non faccia l’impresa.

E’ iniziata la nostra Juventus – Bologna. Ma il risultato non sarà per niente scontato.

26 aprile, 2012

Il Pratello R’Esiste (e meno male che so da che parte stare)

Il 25 aprile in un quartiere, che sarà la mia casa, spero, per molto molto tempo. Amo il mio mondo. E so dove voglio stare. E con chi… soprattutto. Auguri anche a voi, che non capirete mai. Ma è un problema vostro, fidatevi. 

creiamo identità, rinsaldiamo tradizioni. pratichiamo quotidianità. r’esistere insieme. contro ogni post-ideologia, post-modernismo, criticismo tanto al chilo, nostalgismi partitici, liberopensanti peracottari, grillismi acrobatici, apoliticismi apatici, neofascismi del 3°millennio, neocomunismi alternativi, alternanze instabili, intellettualismi precari (non nel senso economico-salariale), artisticismi che “voglia di lavorare saltami addosso”, masochismi dattiloscritti, autoincensamenti iperdestabilizzanti, revisionismi pallidi, reminiscenze ataviche, maschilismi depotenziati, femminismi nostalgici, sicuritarismi castranti, libertarismi tangenti, tangenti politicizzanti, valori antistoricizzanti.

e tante altre cose dette col gusto dell’assurdo.

ho sentito palline sbattere per 5 ore.

ho la mente o troppo confusa o troppo lucida.

ma voglio bene al mio mondo.

e so che è dove voglio stare.

15 novembre, 2008

Disobbedienze post-cofferatiane (notte bianca al Pratello)

Riso, riso sugli sposi. Orario imprecisato, pochi i bicchieri, serata inoltrata ma non tarda quindi. Si dice notte bianca al Pratello. Il Pratello, mito o disguido dei miei anni bolognesi , mito o disguido generazionale. Quando una volta uscivo con 5mila lire e alla fine la serata l’avevo comunque svoltata. Ma al Pratello non ci andavo. Ci capitavo. Spaesato e spostato, proprio se non c’era un cazzo da fare. La birretta borghese in mezzo ai vecchi. O meglio, ai poco più vecchi. In mezzo a quello che tra poco tempo, pochi anni (pochi esami…) mi aspettava. Impiegati trentenni, giovani artistoidi, sinistroidi radical chic. Perchè il Pratello era quasi fighetto mentre Piazza Verdi, Piazza Puntoni, Largo Respighi, Piazza Maggiore erano pop, very pop, very cool, very interesting. Perchè lì vivevi come se fossi al Sud ma alla fine eri solo a Bologna. Serate seduti su una scalinata o su un gradino con un amabile sconosciuto. Vita di piazza, di strada, di chiacchiera “non mercificata”(oddio parlo come un centro sociale!). Scambi di vino e di aria condita di parole e poi partita a calcio; cinque contro cinque, squadre miste di spacciatori marocchini e matricole terrone. La porta fatta come quando eri bambino con gli zaini o con i cappotti. E poi il super santos o il pallone del tipo che quando si è rotto le palle ti molla sul 4-4 e si faceva che chi arrivava a 5 vince. Una volta io solo italiano in una squadra di stranieri, il goal della vittoria dopo due dribbling (datemi un bicchiere e solleverò il mondo) e l’esultanza urlata, stile Tardelli. L’abbraccio coi “fratelli africani”. Il vigile si avvicina:<Vabbè… Non urlare!>. E io:<Scusa viggile… sto goal manco alla pleistescion!>. Il battesimo. Bologna e le scale di piazza Maggiore. Chiedete a uno che sta a Bologna da meno di 5 anni di piazza Maggiore! Ditegli che stavamo su quelle scale ora transennate, separate, staccate, abortite, a fare quel cazzo che volevamo… Raccontate di piazza Verdi, dei giardini del Guasto, di piazza Santo Stefano, delle feste a casa. Delle volte che uscivi e chiedevi in giro se sapevano di feste di appartemento (quotidiane e mostruose). Ditegli cosa era la città che oggi calpestano ossessionati dal fantoccio del degrado. Osservate i loro occhi stupiti e sentitevi fortunati. La Bologna che amavamo. E poi immergetevi nell’amarezza. Uno vorrebbe invecchiare, crescere, cambiare mentre fuori tutto, o quasi, resta come era… e invece. La città è invecchiata più in fretta di me. Avanti il prossimo, anche se non sa dove cammina, con chi cammina, cosa vede, cosa respira, cosa mangia, cosa cammina (ripetizione voluta). Ma non è colpa sua. Avanti il prossimo che io ho dato fin che potevo. Ma cosa cazzo vedi tu?
Notte bianca al Pratello. Di protesta si dice. Protesta danzante, casino tanto per dar fastidio. La pizzica tanto per fare strereotipo terzomondista (che palle!). Insalatiere di plastica come cappello, sorrisi, alcool di ordinanza, servizio di disordine attivato. Gioia. C’è anche il giovane vecchio che ogni tanto scrive cose agghiaccianti su un giornale locale molto importante che, vestito da giovane, dice ubriaco a colleghi di altre testate dove sta bevendo. Erano anni che non vedevo quella strada così. Ma quanta gente c’è?! Incontro una ragazza dell’85. E’ in città, studentessa nella scia (e nella casa) del fratello maggiore venuto qua 5-6 anni prima. <Marò,  hai visto che bordello?> fa… La risposta sorridente :<Eh si.. era la normalità… ma visti i tempi…>. Sorridiamo amaro (come quello che ho in corpo… alto tasso) entrambi. Ognuno con le sue ragioni. E poi il riso. Buttato dal terzo o quarto piano di un appartamento affittato a studenti a peso d’oro (metraggio d’oro). Riso sugli sposi. Riso per la nuova vita. Riso, sorrisi e applausi… Momenti da circatrentenni…

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