franchino's way

27 luglio, 2015

Il fruttarolo (la resistenza che ti vende il pomodoro… 17)

Come pararsi il culo
e la coscienza è un vero sballo
sabato in barca a vela
lunedì al Leonkavallo
l’alternativo è il tuo papà (Afterhours)

Devo alzarmi, devo reagire. Attorno tutto scorre e si beve e si parla e io sto qua accasciato a terra. Serve uno slancio da campione, mantenendo dignità e stile. Senza dare l’impressione di cedimenti. Alzarsi e rimanere dritto, basterebbe questo.

Primo tentativo: punto bene i piedi a terra cercando di sollevarmi dal gradone. Svarione. Desisto.

Gli altri non hanno visto nulla. La ragazza del pesto brilla di sorrisi e battute. Il Tappo trottola qua e là con battute no sense e parlata sempre più liquida, consonanti sempre più impastate. Il bastardo sta subendo il vodka lemon ma non molla. Il Sardo ronza attenzioni per qualsiasi esemplare femminile a vista.

Secondo tentativo: prendo la birra, poi la riappoggio alla mia sinistra e mi aggancio con la mano destra alla colonna del portico. Il Baraccio è il solito white noise di fondo. Una goccia di sudore scende sulla schiena, dritta in mezzo alle chiappe. Sforzo, mi sollevo di 10 centimetri buoni, pausa. Ultimo slancio, colpo di reni e via, sono in piedi.

CAZZO LA BIRRA!

E’ rimasta sul gradone. Se mi piego casco di testa a terra.

E’ una sensazione orrenda essere ubriaco fisicamente e mantenere un minimo di lucidità mentale da riuscire a vedersi da fuori. Roba che non si può spiegare. Sei sul limite. Un goccio di qualsiasi alcolico è automaticamente perdita di tutto. Ma arrivati a questo punto devi bere. Altrimenti è l’agonia dello sbronzo che non sa, non può, non riesce ma capisce, vorrebbe, penserebbe di farcela. Tra stare sul limite e soffrire o mandare tutto a puttane io scelgo sempre la cosa al momento più semplice. Le buone intenzioni, la ragionevolezza, la responsabilità, i bei sentimenti, e pure babbo Natale, sono per i mangiatori di seitan e i bevitori di caffè decaffeinato. Io sono di un’altra razza, quella brutta. Di tutto il resto non me ne frega un cazzo, francamente.

Il Tappo rulla dalle mie parti:”Apposto?”

“Mmmh…”, sfiato.

“Apposto”, sentenzia.

La ragazza del pesto punzecchia con uno sguardo lampo.

Io mi appoggio alla colonna progettando di riprendere le forze e forse riprendere la birra.

Sono quegli istanti di pace a cui ti aggrappi, quelle alitate di speranza e orgoglio che ti tengono a galla. E’ la tigna del ciclista in crisi sul Pordoi che col suo passo, tutto ingobbito sul manubrio, con le gambe dure, torna sul gruppo dei migliori e resta appeso coi denti all’idea che c’è possibilità di farcela, manca poco, gli altri non attaccheranno.

E invece arriva un altro attacco.

Un piede urta la mia birra che schizza sul mio pantalone. Il boccale si frantuma a terra.

“E che cazzo” fa lui tutto polemico.

Resto impassibile cercando di non barcollare.

“La ripaghi”, riesco a sospirare.

“Stocazzo”.

Arriva il Tappo e la ragazza del pesto e gli si piantano davanti. Non danno l’idea di essere tutta sta minaccia e francamente mi da anche un po’ fastidio non riuscire a reagire come vorrei, come il mio abito esigerebbe. Ma la mia impassibilità, la mia camicia bianca e cravattino nero fanno comunque la loro porca figura. Per il momento va bene così, forse.

“La ripaghi…”, ripeto con l’adrenalina che pian piano ricomincia a scorrere.

E questo parte con una serie di frasi a caso sul non si fa, non si poggiano le birre a terra, che c’entra lui, che ne sapeva, colpa tua, vedi che stai ubriaco, come parli, non ti reggi in piedi, eccetera eccetera. E io che pensavo di essere tornato lucido.

A quel punto scosto il Tappo, faccia a faccia col coglione:”Ascolta, tu ora prendi e mi ripaghi la birra… E non devo stare qui a darti motivi per ripagarmela. Ho rispetto per la mia intelligenza.”

Il Tappo rincara:”E in ogni caso c’è un detto che dice che la mia libertà inizia dove finisce quella degli altri. Tu ci sei caduto tra le palle. Quindi entri e paghi la birra”. Il filosofo dei cicchetti… La ragazza del pesto sorride alla battuta brindando enfeticamente  col Tappo e chiunque gli capiti a tiro.

La scena pare aver attirato l’attenzione sia dei Paeselliani doc che dei Paeselliani occasionali.

E forse il solo “Apposto vez?” rivoltomi da un local di 2 metri per 2 pare convincere l’imbecille che scompare nel bar, si affaccia al bancone dove è già pronta la mia birra con tanto di scontrino. Il Sardo precede il tipo aprendo tipo Mosè la gente sotto il portico.

“Saluti dal Paesello” gli dico mentre prendo il boccale.

Faccio un rutto. Applausi.

Ma il Pordoi è ancora lungo.

deliri precedenti: 1 – 2 – 3 –  – 5 – 6 – 7 – 8 – 9 – 10 – 11 – 12 – 13 – 14 – 15 – 16

18 giugno, 2015

Il fruttarolo (la resistenza che ti vende il pomodoro… 16)

How smart are you to regress unfulfilled?
It’s a damn shame, but who’s to blame? (Pantera)

E’ un po’ che non lavoro, che sto in malattia. Inizio a rompermi le palle a non far nulla. Mi spiego, è sempre bello godersi qualche tempo di riposo, evitare le rotture di coglioni dei colleghi o delle routine giornaliere. Ma alla fine, passano i giorni, e inizi a sentirne la mancanza. Ti senti scarico. Al Baraccio poi ultimamente i discorsi sembrano accartocciarsi e così anche il bianchino con gli amici mi fa noia. La briscola poi ultimamente gira pure male. Il Tappo è andato in vacanza con moglie e figli, che dice che stanno a fare grandi e presto inizieranno a farsi vedere sempre meno e se li vuole godere. Con l’età qua mi pare che davvero stiamo diventando tutti più coglioni di prima.

Io non ho di queste preoccupazioni. Non ne ho più. Non ne voglio avere.

Anche se, qualcosa manca.

Da bambino mi piaceva tantissimo giocare con le costruzioni. Ne avevo una quantità spropositata. Passavo ore in camera a costruire torri, castelli, casette, chiese. Che poi spesso erano più o meno sempre la stessa cosa con qualche piccola innovazione di tanto in tanto. Col tempo iniziai anche a combinare i mattoncini di legno con quelli della Lego e mi sentivo troppo orgoglioso quando arrivava il nonno o la mamma e si complimentavano con me.

La cosa più bella era però poi distruggere tutto. Prendevo una macchinina, o un mattoncino di legno e SBAM!, colpivo la torre. A volte barcollava prima di schiantarsi di lato, altre volte collassava. Il rumore dello schianto mi piaceva tantissimo, con tutti i mattoncini che schizzavano via sul pavimento. E immaginavo fiamme e fumo e polvere. Come in tv quando vedevo le immagini di Beirut o di altre guerre lontane. Con i palazzi che venivano buttati giù a cannonate. Lo schianto era il vero obbiettivo di ore e ore di costruzione. E la costruzione era funzionale alla distruzione finale. E più solida era la struttura, più divertente era il bombardamento.

Questa smania di equilibrio, stabilità e distruzione ce l’ho dentro da sempre forse. E’ insana. Ma è un mio piccolo piacere masochistico. Ho bisogno di vedere le mie cose cadere a pezzi. Per sentire il rumore che fa. Per vedere dove finiscono i mattoncini, forse con la speranza che qualcuno arrivi dalla stanza di fianco e mi sgridi per il rumore, per il disturbo.

Anche adesso che ho superato i 50, cammino da solo e da solo vado verso la mia torre, cercando il punto migliore da colpire per farla crollare. Per vedere le macerie e immaginare fiamme, fumo e polvere.

Per rivivere, anche solo immaginandole, le guerre degli altri che ho visto in tv.

Uno la guerra se la porta dentro, mi pare sia una frase che ho letto da qualche parte. E’ bellissima.

Costruire e distruggere.

Alla fine è come lanciare una monetina. Un lato, spesso, vale l’altro.

E’ solo una questione di tempo, o di turno.

(Continua)

deliri precedenti: 1 – 2 – 3 –  – 5 – 6 – 7 – 8 – 9 – 10 – 11 – 12 – 13 – 14 – 15

11 giugno, 2015

Il fruttarolo (la resistenza che ti vende il pomodoro… 15)

Come mosche della scorsa estate
che d’inverno sono ancora qui
e rivangano immondizie andate
scontente della vita ma immuni al diddittì (Sergio Caputo)

“Perché non parli?”

“E che ti devo contare

“Ma sei scemo?! Mi hai scritto tu vediamoci!”

“Ti volevo vedere, infatti”.

Tavolino del bar sotto i portici, prima periferia. Quei portici moderni, poco romantici, molto anni ’70 col finto marmo e il pavimento lastricato. La strada scorreggia motori, un forno aperto verso le case. Neanche il caldo quest’anno porta silenzio.

Come da bambini, le 3 di pomeriggio al paese erano il tuo regno. Quel silenzio denso che te lo spalmavi addosso, l’afa, la bicicletta appoggiata sul muretto all’ombra, il ghiacciolo coi soldi di nonna, il pallone per una tedesca. Avanzava il pomeriggio e col fresco arrivava il chiasso dei grandi, dei loro sguardi, delle loro parole sempre uguali, delle loro auto, delle loro battute e risate del cazzo.

E’ cambiato anche il silenzio.

Un anziano in pantaloncini grigi, cortissimi, e due gambine sottili sottili infilate in calzini bianchi e sandali di cuoio. La canottiera larga, cappellino di paglia in testa. Dal mondo che fu porta il suo silenzio. Quello del caldo. Si siede, prende a sventolarsi col cappello. Acqua tonica, ghiaccio e limone.

Avrei voluto ridere di lui. Vent’anni fa, da giovane, l’avrei sicuramente fatto.

Ora no. Mi rassicura. Quando sarò vecchio forse metterò anche io i sandali col calzino e degli orribili pantaloncini cortissimi stile coloniale. I vecchi, passano i decenni, sono sempre uguali. Per loro non ci sono mode che cambiano. Prendi e inizi a vestirti, comportarti, parlare, da vecchio. E un vecchio del 2013 era come quello del 1992 o questo qui di ora. Per questo ora mi rassicura e non mi fa ridere.

Con 35° e zero vento non c’è tanto da parlare. Non c’è molto da raccontarsi in una giornata così. Deve vincere il silenzio.

E non sempre “vediamoci” significa “passiamo il tempo dicendo cose”. Passare cosa poi, forse perdere.

Il caldo va subito e assaporato; non va assecondato, non va consumato con chiacchiere sull’umidità, sul sudore, sul lavoro, sulla famiglia, sulle ferie. O su qualsiasi altra cazzata inventata per perder tempo o passare il proprio tempo a qualcuno.

Col caldo non ci sono problemi degni di essere presi in considerazione.

Il caldo ha la sua liturgia di lentezza e fissità. Eterno presente. Pesante, stantìo, bloccato.

Va rispettato.

Anche per questo mi sono alzato e me ne sono andato.

E anche questa volta lei non capirà. Non lo capirà mai. Non ha mai capito niente.

Più tardi s’è alzato il vento e tutto è tornato come prima, normale, con le lancette che girano.

E forse più tardi avremmo potuto anche parlare.

Ma anche questa volta non ho voluto aspettare.

(Continua)

deliri precedenti: 1 – 2 – 3 –  – 5 – 6 – 7 – 8 – 9 – 10 – 11 – 12 – 13 – 14

23 maggio, 2015

Il fruttarolo (la resistenza che ti vende il pomodoro… 14)

Yeah, it’s fine
we’ll walk down the line
leave our rain, a cold
trade for warm sunshine
You my friend
I will defend
and if we change, well I
love you anyway (Alice in Chains)

Sognare in fondo è il modo che ha il nostro cervello di metterci e mettersi alla prova. Lui prende e spara cose a caso, o fintamente a caso, e ti mette di fronte all’imprevisto, alla totale insensatezza, all’inaspettato. Lui prende e ti fa sperimentare sentimenti, emozioni e azioni che forse mai in vita tua hai avuto modo di vivere, o che da tanto tempo non vivi o che hai paura di dover prima o poi affrontare. Per tenerti pronto. Metti caso… Sognare è un esercizio di sopravvivenza. Come quelli che si allenano alla corsa; metti caso ti trovi un leone sulla strada e devi scappare. O quelli che si allenano a non fare niente; metti caso diventi presidente, re, imperatore, impiegato in regione.
Tutti abbiamo sognato, a volte da svegli. Il bello del sogno è che però finisce. Il brutto è che ci siamo svegliati tutti col torcicollo, incapaci di guardare chi avevamo a fianco. L’unica cosa possibile era guardarsi la punta dei piedi. E via andare, passo dopo passo, senza vedere chi avevi a destra o sinistra. Senza sapere cosa o chi avevi alle spalle.
Non so se in qualche sogno ho mai avuto il torcicollo. Forse mai. Forse non l’ho mai ricordato.

Alla fine la stanza è comoda, pulita, silenziosa. Il tablet funziona e riesco a tenermi in contatto col mondo, quello fuori.
Alle 8 c’è visita e devo stare tranquillo. Ieri ho dato di matto, un’altra volta, perché non mi vogliono ancora far uscire. Io ho una vita fuori, pare gli abbia detto. Ma non ci credevo neanche io. La mia vita è stata sempre dentro qualcosa. Ma ci stavo bene, figurarsi. Io non sono mai stato un nomade. Il Tappo ha detto che sono più tipo una talpa. Scavo, sto sotto, non mi faccio vedere, sto tra vermi e terra umida, al buio, nella tana.
Che poi non so quanto possa essere vero, ma quello fa sempre l’intellettuale da quando lo conosco. Ha il vizio della metafora. Se se lo leva gli resta solo la briscola e il bianchetto al Baraccio.

Che poi lo chiamiamo ancora Baraccio, noi vecchi. E chiamiamo ancora il posto dove ci siamo rintanati Paesello. Siamo tipo gli ultimi romantici, rimasugli. Pesce ributtato a mare quando si tira su la rete. Pesce buono per la frittura, in mancanza d’altro. Ma che non vale un cazzo al mercato. Noi siamo questo. E per fortuna, o per sfiga, siamo sempre rimasti fuori dalle casse del mercato.
Eppure tutto è cambiato, tutto si è trasformato. Ora è un quartiere cool, in. Uno di quei posti dove ingegneri, avvocati e bottegai sinistroidi vengono a fare “il popolo” nei loro appartamenti di design. E’ la via “verde” per le bici da 4000 euro. E’ il quartiere pop con il ristorante radical da mezzo affitto a persona. E’ la galleria d’arte contemporanea e la fonte di ispirazione per il visual-conceptual-artist o per il “creativo”.

Ma la gente vera dove cazzo è finita?

Ci siamo noi vecchi. A fare da ancora, a dargli la scusa, ai nuovi arrivati, che quello sia ancora il Paesello. Che poi il Paesello non è mai stato un cazzo. E’ stato sempre una scusa. E epoche diverse hanno trovato ospiti diversi. Tutti con una a trovarsi una scusa del cazzo, diversa da quelli che c’erano prima.

Perché alla fine tiravano su la rete e tu là rimanevi. Perché non valevi un cazzo, probabilmente.

Trovare una scusa e rintanarcisi dentro. Forse è l’unica “resistenza” possibile. Che amarezza, mi pare di bestemmiare quando dico ‘ste cose.

Entra il medico, controlla la cartella sul palmare. Dice qualcosa all’assistente che annuisce.

“Quando esco dottore?”
“Per andare dove?”
“A casa.”
“Ci vuole ancora un po’ di tempo, abbia pazienza. I valori stanno pian piano rientrando ma conoscendola preferisco tenerla in osservazione qui.”
“Non si fida di me?”
Lei si fiderebbe?

Ma vaffanculo, dottor Marco Huang, cagariso. E dire che una volta c’era la leggenda che non s’era mai visto un cinese in ospedale. Ora fanno i primari.

Però, pare, mi abbia salvato la vita, il cagariso. E che cazzo gli vuoi dire a uno che ti salva la vita.

No, quale razzismo. Non mi frega un cazzo di ‘ste menate. Io quando ero giovane avevo già previsto tutto, lo respiravo il nuovo tempo che arrivava. Non a caso mi misi a fare il fruttarolo dal pakistano sotto casa. Ero come loro. E loro come me. Era solo questione di tempo per diventare alla pari. Che poi alla fine ce n’è voluto un po’, un bel po’ di gente ha avuto il torcicollo per qualche decennio buono: paesanotti, ignorantoni, grevi, mezzi falliti, frustrati, leghisti terroni, fascisti liberali. Incapaci di stare al mondo. Gentaglia insomma. Ma la gentaglia è la massa in questo paese, da sempre.
E anche questo l’avevo capito.

E sono stato regolarmente ributtato a mare.

Peccato che scavando scavando avevo capito tutto di quello che si muoveva in superficie e troppo poco di quello che scavavo dentro di me. Ma vabbè. La vita si vive. E se non gli sai dare un senso, si consuma. Tanto alla fine… cambia un cazzo. Sarei finito qua dentro forse qualche anno più tardi. Forse.

Ma in fondo, chicazzosennefotte.

Dottor Marco Huang, primario cagariso.

Ma vaffanculo va’.

(Continua)

deliri precedenti: 1 – 2 – 3 –  – 5 – 6 – 7 – 8 – 9 – 10 – 11 – 12 – 13
tutte le puntate

10 giugno, 2013

Il fruttarolo (la resistenza che ti vende il pomodoro… 13)

A blackened shroud, a hand-me-down gown
Of rags and silks, a costume
Fit for one who sits and cries
For all tomorrow’s parties (Velvet Underground)

intervisE’ un periodo difficile questo. Siam tutti, bene o male, nella merda ma tutti, bene o male, ancora galleggiamo. Tuttavia c’è aria di decadenza in giro. C’è voglia di godere, distrarsi, farsi male. C’è esigenza di stare insieme con l’unico collante dei bisogni primari: bere, mangiare, scopare. Si, vabbè, ci sono quelli che si occupano di arte, di politica, di letteratura, di teatro, di danza, di risvolti ai pantaloni , scelta di vestiti usati o acconciature fastidiose. Ma anche loro, fidatevi, vivono seguendo la decadenza: mangiare, dormire, bere, scopare. Non sono migliori di un caciottaro discotecaro in nulla, però si travestono di “interessi”, come se questo potesse renderli diversi dal resto della specie umana. Poracci… che pena. Io preferisco quelli che non si vestono di nulla tranne che di se stessi. Almeno sono onesti, sinceri. E non sono brutti da vedere volontariamente, se son brutti non lo sono per scelta ma per genetica o carenze socioculturali.

Io ho scelto di vivere questa fase della mia vita cercando un ruolo da interpretare. Ho scelto di mollare l’affanno e di godere. Ho scelto di travestirmi non di cultura o sovrastrutture ma da buffone. Non so se questo regali un senso alla mia esistenza, ma almeno sto bene, mi diverto, non trovo un “perché” ma un ben più fondamentale “come”. So, che quando sono fruttarolo pulp, senza umiltà o mestizia, sono utile a me stesso così come lo ero da fruttarolo vintage, tamarro e selvatico.

E’ così che sopravvivo. Così riesco a mandare affanculo tutti, tutta l’aria che li sovrasta e di cui si vestono.

Io sono il mio mercato, la mia legge, il mio passatempo preferito.

E stasera sto accasciato, appoggiato alla colonna del portico, davanti al Baraccio, con gente più o meno sbronza ma certamente molto parlante tutta intorno. Sto qua con la camicia mezza sbottonata, la cravattina allentata, senza più stile, senza più decoro. Scomposto. E fumo, lentamente. Tutto intorno insulsità restano sospese come soffioni dopo un zaffata di vento.

Le parole degli sconosciuti a volte fanno sorridere, a volte fanno riflettere, a volte sono rumore di fondo indistinguibile, spesso ti fanno incazzare. Rabbia vera, profonda, totalitaria.

La democrazia ha fallito. L’istruzione di massa ha fallito. Il benessere ha fallito.

Non sono disposto a dare la mia vita affinchè sto coglione che mi sta di fianco continui a sproloquiare di “spazzi, diritti, cioèvogliodìèningiustizzia”. Amico mio, i tuoi ragionamenti sono forse anche giusti, ma TU non sei adatto a pronunciarli. Non sono utili, fidati, a nessuno. E neanche a te, guardati, è solo moda, non c’è ciccia in quello che dici. Ne parleremo fra 4 anni e mezzo, quando e se troverai un lavoro e ti conterai gli spicci per pagare le bollette. A quel punto avrai un perchè per indignarti.

Non sono disposto a morire affinchè quell’altra, quella troietta tutta infighettita (ma dove cazzo credevi di essere in piazzetta a Capri?) continui a dire che, niente, secondo lei Bologna è una città di “casi umani”, “poveri falliti”, “ubriaconi”, perchè lei che vive a Milano ma viene da Capracotta del Cilento, ha saggiato il cazzo nel culo della modernità, della città europea, del mercato, dell’efficienza, dell’eleganza, dello stile ecc ecc. Bella mia, nessuno ti ha chiamato, nessuno sente o mai sentirà l’esigenza di ascoltare la tua critica al decadentismo postmoderno (ammesso tu capisca la parola postmoderno). Nessuno è interessato ad altro che non sia il tuo culo (tra l’altro rispettabile, molto) e forse, e dico forse, altro. Non ti sforzare. Non sei quello che non sembri. Sei una troia, con una laurea triennale in marketing e la speranza di berti Milano. Ne parleremo fra 10 anni, quando a Capracotta parlerai di imprenditoria seduta dietro lo sportello delle Poste del tuo paese mentre paghi le pensioni ai vecchi. Pensione che tu, mi spiace darti sta brutta notizia, non vedrai mai. Ma si sa, papà c’ha i contatti e un posto lo fa saltar fuori, almeno uno stipendio lo porti a casa.

Io? Morire per loro? Morire per permettere loro di votare, dire, esprimere? Manco se mi pagano.

Non ci sono cazzi: la democrazia, cari miei, ha fallito.

E la cosa mi fa incazzare. Povero mio nonno.

Il Tappo forse mi ha letto nel pensiero o forse sta pensando le stesse cose. Si avvicina, si prende la paglia per farsi due tiri, sospira, e mi da una semplice, calda, rassicurante, pacca sulla spalla. La ragazza del pesto mi lancia uno sguardo e mi sorride mentre continua a chiacchierare col Sardo.

Che fortuna essere me.

(Continua)

deliri precedenti: 1 – 2 – 3 –  – 5 – 6 – 7 – 8 – 9 – 10 – 11 – 12

2 febbraio, 2013

Il fruttarolo (la resistenza che ti vende il pomodoro… 12)

Filed under: deliri controproducenti,il fruttarolo,personalismi — ilkonte @ 1:54 pm
appocundria ‘e chi è sazio
e dice ca è diuno
appocundria ‘e nisciuno. (Pino Daniele)

Maledetto hangover, mi fa male la luce negli occhi.

La ragazza del pesto si starà dando una rinfrescata in bagno, sento rumori del lavandino. Continuo a fissare il Sardo che fa finta di niente e termina la sua colazione rullandosi il primo cannone, quello del risveglio. 

So che il bastardo è arrivato al Baraccio, ha approfittato della mia condizione pietosa, e s’è portato a casa la donna che era lì per me. Coinquilino di merda. Non ho parole, non so da dove iniziare. Il polipo deve cuocere nell’acqua sua, direbbe mio padre, ma sono un istintivo e non posso lasciare che la cosa cada così. Non sempre riesco ad essere superiore.

“Sei uno stronzo.”

“Eh?!”, risponde nel fruscìo del rullaggio.

“Non fa’ lo gnorri, sai benissimo di cosa parlo”, mi rimbomba in testa la mia stessa voce.

Itta sesi imbriagu ancora? – lecca di sarcasmo la cartina – neanche buongiorno mi hai detto”.

Adrenalina. L’incazzatura sta montando, come schiuma in una pentola che bolle. Fra un po’ sbrodola tutto sui fornelli.

“Carina la tipa eh? – cerca l’accendino dalle macerie sul tavolo – Mi ha fatto farre un sacco di risatte ierri serra.”

“Sfotti pure? Bastardo!“, ruggisco. Vorrei alzarmi, vorrei tirargli un posacenere dietro, vorrei vorrei… ma non ce la faccio.

Tui ti sesi ammacchiau tottu. itte cazzu è chi oisi?” – scompare dietro una boccata di fumo bianco.

Epparla italiano cazzo!”, alzo la voce ma una fitta dietro la fronte, proprio sopra gli occhi, mi bastona e mi travolge. Ansia.

“Fratello. Non sto capendo che vuoi da me. – risponde placido – Secondo me è meglio se dormi un altro po’. Boh ma castia tui!

“Fratello un cazzo, e parla italiano diobono!”

Chiavi della porta del bagno che si riapre, si richiude, passi svelti, altra porta che si apre e si chiude. Silenzio. Continuo a fissare lo stronzo che prosegue, tutto tronfio, a fare finta di niente. Passiamo così qualche minuto in silenzio.

Era roba mia“, dico a voce bassa. Lui la prende come se stessi parlando tra me e me e fa un’altra boccata alla canna e un ruttino.

“Toh fuma va…  che magari ti rilassi.”

Non posso credere a cosa possa arrivare l’indecenza delle persone. Ora offre il calumet della pace, ma non ha capito un cazzo, questa me la paga, lo sbatto fuori di casa il punkabbestia. E me la pagherà anche quella troietta che si è permessa di venire qua a sfogarsi, a casa mia! Inaccettabile umiliazione. INACCETTABILE.

Non riesco a rispondere. Lui resta appeso col cannone che sporge sul mucchio di munnezza del tavolo, come una torcia olimpica sugli atleti alla cerimonia inaugurale. Non muovo un muscolo, il mio sguardo è fisso nei suoi occhi. Il Sardo lo regge mostrando indifferenza. E’ una lotta, se smette di resistere alla mia accusa muta vuol dire che ha torto.

Rumore di porta che si riapre. Passi svelti che si fermano sulla soglia della cucina.

“Ma che carini. Facciamo le belle statuine?”. E’ lei, è tornata.

“Oh, ciao cara – il Sardo si volta a salutarla  uscendo dalla sfida – è che stamattina l’amico sta ancora storto”

“Storto un cazzo, manica di stronzi”, continuando a mangiarlo con lo sguardo.

“Vabbè – la meravigliosa creatura si avvicina – se deve stare qua a prendere aria” raccoglie la canna dalla mano tozza del sardo che  le sorride in complicità.

Sbuffo e abbasso la testa. Mi volto a guardarla. E’ vestita e ordinata, bellissima. Peccato che sia solo una stronzetta che va col primo residuato tossico di inizio anni zero che gli capita. Il senso di umiliazione mi seppellisce. Non ci posso credere.

Lei accenna un tiro: “Caspita… – tossisce – Bella carica a prima mattina… – ritossisce – sei uno scoppiato!”

Lui sorride quasi orgoglioso. Io non ce la faccio a reagire a questa scenetta da coppietta sotto l’ombrellone. Hanno vinto loro.

La canna ripassa nelle mani del Sardo che la osserva come se stesse contemplando un’opera d’arte. Non so se gli è piaciuto di più il complimento per il carico di thc o lo scoppiato. Maledetti, se solo ce la facessi mi alzerei e me ne andrei.

Lei ci osserva affettuosa, una risatina e un “che carini”. Si avvicina e mi da un bel bacione sulla guancia che mi prende alla sprovvista.

“Ci vediamo presto, caro. – mi sussurra all’orecchio – E grazie di tutto.”

Resto a bocca aperta. Mi viene quasi duro, quasi. Accenno un “si.. niente” e copro l’imbarazzo con un colpetto di tosse nervosa.

Cosa cazzo sta succedendo?

Il Sardo continua a guardare la sua opera d’arte. Lei esce chiudendo la porta di casa. Mi riprendo all’istante: è stata con me allora? Nel dubbio la butto in caciara, che funziona sempre.

“MA HAI COMPRATO TU STO CAFFE’?”, sbraito.

“eh?!” – quasi gli cade lo spinello di mano, sorpreso.

HAI COMPRATO TU STA MERDA?” –  gli pianto davanti la faccia la tazzina vuota.

“Si, costava poco”, si giustifica.

“Sei un fallito del cazzo. Ripigliati che c’hai trent’anni, idiota!”

Ceee tottu custu casiu po unu caffei! Mah…” brontola…

Trovo inspiegabilmente la forza di rialzarmi e fare un’uscita di scena come si deve. Non ho capito assolutamente nulla di quello che è successo ma, non ho perso. E questo mi basta. Ma sono troppo orgoglioso per chiedere agli altri com’è andata. Piano piano i pezzi del puzzle andranno al loro posto da soli, spero.

HO VINTO… ma come?

Per ora una certezza c’è: devo correre al cesso a stracciare.

(n.d.a. si ringrazia M.L. per la consulenza in campidanese giovane)

(Continua)

deliri precedenti: 1 – 2 – 3 –  – 5 – 6 – 7 – 8 – 9 – 1011
 

29 gennaio, 2013

Il fruttarolo (la resistenza che ti vende il pomodoro… 11)

Filed under: deliri controproducenti,il fruttarolo,personalismi — ilkonte @ 5:04 pm
Le radiazioni han fatto danni
su chi e’ cresciuto negli ultimi 20 anni.
Abbiamo avuto il piombo, il fango ed ogni giorno
la dose quotidiana di merda che ci cade attorno
e i bambini sono stati contagiati,
nati patinati figli ingrati. 
(Sangue Misto)

In vino veritas, dicevamo qualche millennio fa. Ma i romani bevevano un vino che non ha nulla a che vedere con le nostre  bottiglie “Botte Buona” (3, 50 €) che vengono a comprare da me prima di quelle cene con piatti complicatissimi che fanno tanto moda e life-style. Era un beverone con dentro tanto altro oltre al vino. Ma l’alcool c’era, questo è sicuro. 

Ma se i romani avessero avuto la grappa? O se avessero conosciuto i prodigi della vodka?

Vabbè, non gli si può chiedere troppo, d’altronde la scienza e il progresso ancora non avevano portato l’umanità ferma in coda in autostrada, per le vacanze intelligenti, “finalmente ferie“.

Ogni autodistruzione o autodistrazione ha la sua epoca: il potere e l’economia vanno di pari passo con nuovi modi, o nuove mode, di combinarsi a mostro, in vino veritas. La storia; una lunga marcia di scoppiati a fare la fila per riempire boccali e svegliarsi la mattina dopo rincoglioniti mentre quelli sobri, quelli che non devono evadere, si fanno i cazzi loro. Alla fine, gira e rigira, sono comunque morti tutti. Però c’è chi s’è divertito e chi no, ma gli hanno dedicato una strada, con un bel bar.

Tornando ai romani, che in ogni caso avevano capito tutto, penso che meritino rispetto solo per la semplice ragione di aver inventato il bar, o almeno così credo. Troppo avanti. 

Cosa avrà da guardare sta gente che mi gira attorno? Perchè tutti hanno sempre qualcosa da dire? Mi aggrappo al bancone del Baraccio cercando di misurare per bene la distanza tra me  e l’uscita, me e il cesso, me e ogni possibile interlocutore. Il Tappo è alticcio e parla con la ragazza del pesto che non mi sembra così messa male. Arriva il Sardo portandosi dietro la sua aura di sfattone in divisa d’ordinanza. Mi annoia sta gente. Non la capisco più. Ho sguazzato anch’io nel pacifismo e nel punkabbestismo tempo fa ma poi ho capito che in fin dei conti sono una manica di coglioni che vogliono essere considerati dal resto del mondo una manica di coglioni. Ma io valgo, e scelgo. Loro no. Domani gireranno con un’altra divisa, hanno bisogno della divisa, senza non saprebbero significare nulla.

Svariono di brutto, scivola un piede di lato sul pavimento bagnato di birra, l’altra gamba si piega in avanti, il braccio cerca un appiglio nel bancone e fa volare un bicchiere che si frantuma a terra. Il Tappo e la ragazza del pesto si avvicinano per sorreggermi, facendo cenni di commiserazione al barista che vorrebbe far partire la cazziata. Faccio segno senza parlare che è tutto ok, nessun problema, chiedo scusa. Concentrazione, respiro profondo, tieni ferma la testa, ascolta e tieni duro. NON MOLLARE!

Il Sardo si avvicina, scambia una battuta col Tappo, ridono. La ragazza del pesto, pure lei, mi guarda e ride, ma con un tocco di, non so, puzzetta sotto il naso. Escono a fumare. Io resto appoggiato ad un tavolino con due semi-conosciuti che mi dicono qualcosa e sorridono. Io gli guardo attraverso e cerco di concentrarmi. Non va così male. Puoi riprenderti, mi dico. Tieni duro. Il partigiano che cammina con la bimba nella foto-poster appesa sulla parete del Baraccio mi guarda. Penso che gli faccio schifo abbastanza, che ho raggiunto il peggio.

“Non mi perdonerete mai – gli dico – non volevo” Ma lui mi osserva e tace. Cammina per via Ugo Bassi quel 21 aprile del 1945, in una Bologna finalmente libera e piena di gente che festeggia. Dietro di lui un ragazzo suona la fisarmonica. La guerra è finita. Il fascismo pure. Non ha tempo da perdere con me.

“E’ tutta colpa nostra – dico allora alla bimba – non vergognarti di me però… Io volevo….” E mi viene una lacrima ma me la stringo tra i pugni chiusi. Occhi lucidi e sbronzi, prendo fiato. Esco fuori a fumare. Rientro nel personaggio, mi accascio su un gradone, accendo una sigaretta, cerco di riprendermi e ascolto il Paesello. Quasi non penso che sono arrivato da dentro a fuori senza barcollare, senza urtare, senza fare altre figure di merda.

Non volevo. E non mi perdoneranno mai.

(Continua)

deliri precedenti: 1 – 2 – 3 –  – 5 – 6 – 7 – 8 – 9 – 10

25 gennaio, 2013

Il fruttarolo (la resistenza che ti vende il pomodoro… 10)

Filed under: deliri controproducenti,il fruttarolo,personalismi — ilkonte @ 12:05 pm
 Alla fine, con sua grande sorpresa, si ritrovò contro la portiera di destra senza aver trovato il volante. Concluse che qualcuno doveva averglielo rubato. Questo lo fece arrabbiare, prima che partisse per il mondo dei sogni. Era sul sedile posteriore della macchina: ecco perché non riusciva a trovare il volante. (Kurt Vonnegut)

Camminare a piedi scalzi è una delle prime trasgressioni che ho scoperto da bambino. Un po’ come mettersi le dita nel naso, mangiare senza aver lavato le mani o “guardare le televisioni private”, peccato contro natura in una famiglia con un nonno partigiano.
E come ogni trasgressione che si rispetti, se è degna di tal nome, è solo un voler tradire le regole che si sono introiettate, che sono tue, entrate nel profondo. E per questo, il proibito, l’uscire dal proprio intimo e dalla propria morale, provoca eccitazione. I piedi scalzi mi eccitano. Mi danno un senso di libertà maledetta. Quando stavo a Marsiglia o a Londra e vedevo i miei colleghi o le donne dei miei colleghi girare con sti piedi zozzi per casa mi convincevo ancora di più che per me, con la mia formazione e la mia cultura, quel camminare a piedi nudi era come star lì a mangiare il frutto proibito.

I passettini trotterellano verso la cucina lanciando bacetti. Proprio così, bacetti. Avete presente il rumore delle zampe di un cane che cammina in una stanza? Ecco, a me ricordano dei bacetti. Sta venendo di qua in punta di piedi e a passi svelti svelti. Cristo che mal di testa. Il cellulare con la suoneria sconosciuta non suona più.

I piedini arrivano nella stanza, sento la loro presenza ma non riesco ad alzare la testa e voltarmi indietro, verso i fornelli incrostati, il lavandino traboccante piatti sporchi, chi mi osserva in silenzio. Ci potrei provare ma la nausea mi tiene immobile. Se faccio un movimento troppo brusco straccio.

“Ciao eh… – mi rimbomba in testa il saluto. Voce femminile, familiare ma non troppo – Siamo carichi stamattina vedo…”. E’ lei.

“Mah…” fatico a trovare risposte brillanti. Provo a voltarmi ma una vertigine mi convince a rimanere dove sono e come sono.

Rumori di risciacquo, starà pulendo la caffettiera. Sarà di spalle adesso. Mi volto, dai che ce la posso fare, mi volto.

Tremendo. Vedo mutandine nere a coprire un sedere che sembra abbia una gran voglia di esplodere. Gambe sottili e slanciate, caviglia fine fine. Un piede saldo a terra e un altro messo maliziosamente sulla punta, con le dita, piccole piccole, piegate a toccare il pavimento. Mi viene quasi duro, quasi. Canotta scura, nera, scoprire due spallucce minute e, non saprei, nervose, coperte appena da capelli arruffati che cadono da una coda appena accennata con mani da primo risveglio.

E’ la ragazza del pesto.

Ma che ci fa qua? Cosa fa alla mia caffettiera? Cosa c’entra con casa mia? Non ricordo assolutamente niente. Faccio appena in tempo a rigirarmi nella posizione originaria (mani che sorreggono la testa bassa sul tavolo) prima che mi sorprenda a guardarle il culo (e che culo).

Ora è lei ad osservarmi le spalle. Possibile che non ricordi assolutamente nulla? Possibile che abbia passato la notte con una creatura così e niente, non sia rimasta la benchè minima traccia, un’immagine, un fotogramma, una foto sfuocata o mossa, un suono. Marò che palle, una nottata sprecata, persa nella memoria di altri.

“Vado in bagno. Mi controlli il caffè?”

“Mmh…”

Sento che sorride. E sento i suoi bacetti, volevo dire passettini, che vanno in dissolvenza verso il bagno. Che amarezza, il malessere post sbronza aumenta istantaneamente, il senso di colpa pure. Fatico a mettere assieme il puzzle. Ricapitoliamo: serata, alcool, io piacione, tanto alcool, il Tappo, gente che sfotte, io che cado (ripetutamente?) nel Baraccio, io che biascico da far schifo, gente che sfotte, lei che mi guarda, lei che non mi sopporta, io che mi gioco la dignità, buio, risveglio di merda, tentoni fino alla cucina, caffè schifoso, incazzatura, tavolo zozzo, io qua, lei qua. Qualcosa non torna.

Altri passi arrivano verso di me. Passi pesanti e infraditati. Tosse catarrosa. E’ Il Sardo, uno dei coinquilini di merda che mi ritrovo. Studente ovviamente del Dams, ovviamente fuoricorso, ovviamente coi dread e piercing vari, ovviamente di tendenza antagonista in politica e nella vita, ovviamente tifoso del Cagliari, fortunatamente non vegetariano. Mi passa davanti grattandosi le palle con una mano e massaggiandosi la panza con l’altra. E’ in mutande, che uomo di merda.

“Oh – mi fa – erri uno spettaccolo ierri”

“vaffanculo.”

“C’è caffè?”

“che cazzo ne so”

“Minchia il buon umorre!”

“Non rompere il cazzo… c’ho mal di testa.”

Pesca una tazzina sporca dalla tavola, va ai fornelli, spegne il gas sotto la caffettiera che sbrodola e frigge, si serve il caffè, torna con la tazzina in una mano mentre l’altra è ancora impegnata a scavare tra i genitali. E’ un uomo di merda, ripeto. Si siede di fronte a me, fa un rutto, mette lo zucchero, mescola. Io lo guardo fisso ma mi fa male la luce negli occhi.

Inizio a sentirmi stranamente agitato come quando va salendo un’intuizione: la tipa del pesto (che gran culo che ha) non è venuta con me a casa, me lo ricorderei, dico. Lo stronzo se l’è scopata. Lo uccido cazzo, uomo senza morale e senza rispetto. L’avevo trovata io. Era roba mia. E lui, ora ricordo, ieri c’era, come sempre.

Al Baraccio ci sono sempre tutti.

(Continua)

deliri precedenti: 1 – 2 – 3 –  – 5 – 6 – 7 – 8 – 9

18 dicembre, 2012

Il fruttarolo (la resistenza che ti vende il pomodoro… 9)

Filed under: deliri controproducenti,il fruttarolo,personalismi — ilkonte @ 1:44 pm
E poi le parolacce che ti lasci scappare
che servono a condire il tuo discorso d’autore
come bava di lumaca stanno lì a dimostrare
che è vero, è vero non si può migliorare
col tuo schifo d’educazione (I. Graziani)

L’altro giorno, non avendo nulla da fare, leggevo questo post sul blog del Tappo, il mio amico. E non ho potuto non commentare. Maledetto.

Autoerotismo: la fuga e il ritorno

di IL TAPPO – filed under: sfoghi – Tags: facebook, autoerotismo, noia

Ci sono situazioni in cui non avere nulla da dire o nulla da fare significa salvezza. Perchè discutere, mettersi in gioco, dibattere, potrebbe essere un esercizio di pura autoincensazione. Non ti interessa aggiungere contenuti, svelare alla controparte le debolezze del suo ragionamento, spezzettare e vivisezionare le falle nella logica del tuo avversario verbale. No! Non vuoi che proceda la cultura in quel duello di parole al vento. Vuoi semplicemente che nella gara di chi ce l’ha più lungo (il ragionamento) tu faccia bella figura, e il tuo ego possa così poi tornare a casa a masturbarsi nei pensieri autoreferenziali producendo monologhi ombelicali. Il dibattito, inutile, è una forma di autoerotismo.

Ecco, quando capitano situazioni del genere e ti accorgi che non ti interessa assolutamente niente di quello che ti dice l’altro e addirittura non ti interessa nulla neanche di quello che dici tu, sarebbe meglio non aver nulla da dire o da fare. E rimanere, pallido e assorto, a contemplare il nulla e non competere.

Auoerotismo anche questo, direte voi. Forse si. Ma sicuramente meno chiassoso, meno cruento, più sottile e significativamente più appagante. Evitare perdite di tempo e sforzi non necessari, ottimizzare le proprie risorse, fare economie virtuose non sprecando pazienza e tolleranza. Capitalizzare al massimo i propri respiri e il contesto che ti circonda. La salvezza assoluta in tempo di crisi.

E’ così che spesso mi ritrovo ad osservare il mondo che dibatte e discute tenendomi fuori, un po’ in disparte, dove mi si nota di più e rischio meno. E a Bologna, in Italia, nel mondo, ormai viziato dall’ “a cosa stai pensando?” facebookiano è esercizio sempre più difficile. Anche chi non avrebbe mai avuto nulla da dire, dice. E chi non potrebbe pensare nulla di interessante, in termini sia oggettivi che soggettivi, sia culturali che tecnici, ha comunque il bisogno di imporre la propria visione del proprio pezzetto di mondo, piegato alla necessità impellente di produrre contenuti, più o meno labili. Facebook, ogni mattina, è per milioni di persone il parallelo concettuale del caffè per stimolare produzioni metaboliche più o meno impegnative. Dipende da cosa hai mangiato la sera prima, spesso. O da cosa NON hai mangiato, molto più frequentemente.

Dunque l’altra sera stavo lì a fare la mia solita routine conviviale quando la discussione ha preso il volo. E tra i “no, però aspetta”, i “sbagli a pensar questo” e i “ma se consideri però”, io sognavo un mondo pre-culturale, pre-dialettico, pre-dogmatico dove ancora ci sia il gusto della scoperta e del pensarsi nudo come un abitante del deserto preso e buttato, senza preavviso, in mezzo alle montagne del Trentino. Loro combattevano, i loro esseri diventavano sempre più giganti, le parole fungevano da mantice per gonfiare le loro presupponenze, e il mondo attorno diventava, per loro impegnati in questo esercizio attoriale di alto livello, il teatro, lo spettatore a bocca aperta, pronto all’applauso entusiasta. E io a sognare di essere il vero uomo nuovo, spoglio di ogni consapevolezza o coscienza, di ogni macchia culturale o tecnologica. Inesperto e innato, deprivato e stupido, scalzo con miglia e miglia da esplorare.

Forse sono ragionamenti inutili anche questi, e forse anche questo ragionamento è solo una lunga, silenziosa, perversa masturbazione che mi sto e vi sto regalando, ma va bene così. Non partecipare e sentirmi fuori e vergine mi faceva sentire bene a tal punto da non voler bere, non voler fumare, non voler flirtare, non voler vivere altro, insomma, che la mia esperienza di fuoriuscita dal mio tempo storico e da tutta la storia. Io e il mondo, senza necessità di dominazione. Solo fascinazione, curiosità, scoperta. E soprattutto solitudine e non necessità della cultura e del confronto.

Ma poi ho pensato che, in fondo in fondo, senza gli altri  non avrei avuto la necessità di cancellarli. E se fossi veramente stato solo in una terra inesplorata avrei avuto bisogno di raccontarla, di far vedere ad altri occhi quello che solo i miei potevano vedere. E che forse, in un mondo pre-culturale e pre-dogmatico, avrei avuto una gran fame di confrontarmi e vedere e creare filtri per decodificare l’incanto. E ho assunto che senza facebook si stava forse meglio, ma sapere “a cosa sta pensando” quel lavandino che altri chiamano con un nome ed un cognome mi fa sentire migliore, o molto meno peggiore, di quanto altrimenti potrei sentirmi dopo una chiacchiera o una discussione. E quindi la conclusione è che il mondo che mi trovo a vivere si impone come il migliore dei possibili; è quello che conosco ed è l’unico da cui saprei come scappare, per poi tornare.

P.S.

ogni riferimento a fatti luoghi e persone è quasi del tutto casuale.

 commenti (1)
1. ma scopa di più e sclera meno
Commento di Il Fruttarolo 

E che no? Che cazzo.

(Continua)

deliri precedenti: 1 – 2 – 3 –  – 5 – 6 – 7 – 8

18 ottobre, 2012

Il fruttarolo (la resistenza che ti vende il pomodoro… 8)

Filed under: deliri controproducenti,il fruttarolo,personalismi — ilkonte @ 11:44 am

Crack a smile and cut your mouth
And drown in alcohol
Cause down below the truth is lying
Beneath the riverbed
So quench yourself and drink the water
That flows below her head (Soundgarden)

La vita è fatta di intrecci. Senza intreccio non c’è tessuto e senza tessuti saremmo nudi. Fine della cività o di questa civiltà vestita di stracci.

La vita, quindi, senza casini e deliri, incroci, distanze e riavvicinamenti, cose che si fanno e si disfano, sarebbe banale come una spiaggia di nudisti o come il giardino dell’Eden dove due imbecilli stavano lì senza scopare, senza bere, senza fare marketing e senza scrivere. Bisogna vestirsi di vita e fare in modo che le cose accadano. O magari si stava meglio tutti nudi e ignoranti come massi di pietra con un’aspettativa di vita di 17 anni, sufficienti a figliare e togliersi dai maroni? Niente valle di lacrime: solo carne poco cotta e dura, niente sale, peli lunghi, denti cariati, malattie mai viste e caccia al mammuth.

Macchè… Io senza civiltà non so stare. Abbiamo tutti bisogno del superfluo. Passano le epoche e cambiano semplicemente le cose inutili di cui preoccuparsi, compresa la data di morte. Tutte le sottoculture che si oppongono ai modelli di civiltà si nutrono di inutulità alternative. L’importante è trovare quella che faccia meno danni e rilanci un po’ la lunga marcia del superfluo nella Storia.

Il vestito che si indossa è fondamentale. Sempre.

Confermo, sto caffè fa veramente schifo. E’ colpa sua se penso ste cazzate stamattina, sua e dell’alcool di ieri. Sarei tentato di snobbarlo talmente tanto, di fargli lo sgarro definitivo, da non riservargli neanche la sua funzione mattutina fondamentale, la chiamata al bagno. Quasi quasi resisto al primo stimolo, mi vesto e vado a prenderne uno decente al bar qui sotto, per riscappare a casa e fare quello che la natura mi richiede regolarmente da quando il mio metabolismo ha voluto trovare un ritmo. Ma mi fa male la testa, sto mezzo depresso e incazzato nero. Resto qua, niente umiliazioni al caffè del discount. Non posso essere pulp anche col caffè, sarebbe oggettivamente esagerato.

Anche perchè ieri non è andata per niente bene: barcollamenti aggrappato al bancone, il Baraccio ovattato in movimento tutt’attorno, piedi andavano per i fatti loro, risate, sfottò, zero resistenza alla gravità e gente che mi teneva su e rideva di me. Mi pare di aver litigato con qualcuno, o forse era solo una breve discussione, o forse avrei voluto litigare e discutere ma la lingua era atrofizzata in bocca, pesante come una pietra rivestita di velluto. Biascicavo, provavo a dire qualcosa ma era tutto un “nonnhocabid che mi fvuoi dvir… fovrs nongissssiammgabidi… ufff….“.

Ho quel sentimento di colpa tipico di una sbronza andata a male, quel pugno sullo stomaco, quel senso di vuoto che ti mangia all’altezza dello sterno, quell’ansia che aumenta 0gni volta che inspiro, quei sospiri pieni di… boh.. forse amarezza… E lei, la ragazza del pesto… Lei che mi guardava, rideva e insieme al Tappo (stronzo maledetto) mi prendeva in giro. Poi buio, zero memorie. Mi ha sfidato, l’ho sfidata, ho perso… INESORABILMENTE. Mi dispiace perchè lei è veramente una gran bella tipa. Ma mi dispiace soprattutto per il fruttarolo pulp che ora dovrà riguadagnarsi dignità e rispetto con qualche prodezza di alto livello. Che responsabilità… che ansia. Sarà dura rientrare nel ruolo, ridare coerenza al personaggio.

Il solo pensiero di lasciare questo tavolo pieno di merda e piatti sporchi mi fa venire la nausea. L’unica cosa rassicurante che possa fare è rimanere qui, con la testa tra le mani, in mutande, scalzo, ad aspettare che il mondo attorno si fermi e che  sparisca  il saporaccio di alcolici a caso misto a sto caffè che sa di cartone. Oggi per fortuna devo andare da Alì nel pomeriggio. Sono ancora le 11. C’è tempo. Il problema è che starò in down fino a sera. E i pensieri non saranno i migliori per affrontare il mio pubblico. Il fruttarolo pulp non può permettersi cedimenti, mi ripeto all’ossessione. Deve stare sempre sul pezzo: integro, duro, severo e autosufficiente, ripeto il mantra.

Non si può sfidare il mondo se in testa hai un fronte interno da guerra civile di paranoie.

Ma lei… L’ho trovata e persa. Se solo, cazzo, mi ricordassi qualcosa che vada oltre la figura di merda di dimensioni bibliche che ho fatto… Già me la vedo che chiacchiera con le amiche “Sai ieri son stata al Baraccio e c’era quel coglione vestito da Iena che…” Marò, che disastro.

Sì, ok… E’ solo una sbronza… capita…  Non ne ho mai fatto una tragedia e non ho mai giudicato chi si combina in questo modo, basta che non diventi molesto. E’ la vita… e so che mi sto solo imparanoiando per nulla… Ma io avevo l’ambizione di volare alto, di essere altro. E più in alto vorresti essere, più la caduta fa male. Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio. Devo rivedere l’Odio (ma che c’entra??). O forse, per essere più concreti, dovrei semplicemente vedere di ripigliarmi, raccogliere i cocci e affrontare la sconfitta con dignità e sprezzo della società. Dovrò rilanciare. Ma prima deve partire l’operazione ripiglio. Per fingere come si deve e interpretare al meglio il ruolo che mi sono dato, devo disporre a pieno di me stesso e dimenticare la debacle nella battaglia di ieri.

La mia guerra non è ancora persa. Ma guerra contro cosa? Contro chi? Boh… Contro tutto. Contro tutti. E pure contro me stesso, cazzo. E non si fanno prigionieri. (daje Rambo!)

Ma lei? E’ andata… Dimentica, non pensarci più e vedi di affrontare sta giornata.

Di là rumore di serranda da una delle stanze, una porta si apre e dei passi veloci attraversano a piedi nudi il corridoio, leggeri leggeri. Squilla un cellulare con una suoneria mai sentita qui dentro… Piedi scalzi + silenzio + cellulare nuovo = (nell’algebra della casa universitaria di soli maschi) qualcuno ha avuto un ospite, molto probabilmente di sesso femminile.

Beat’a iss.

Che palle.

(Continua)

deliri precedenti: 1 – 2 – 3 –  – 5 – 6 – 7
Pagina successiva »

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: