franchino's way

12 ottobre, 2012

Il fruttarolo (la resistenza che ti vende il pomodoro… 6)

Filed under: deliri controproducenti,il fruttarolo,personalismi — ilkonte @ 3:48 pm
Lo infastidiva ogni previo cerimoniale, ogni tappa di persuasione. Quel tipo di contatto dovrebbe essere automatico. Un uomo guarda una donna e la donna dice sì o no. E alla rovescia. Tutto il resto è cultura. (Manuel Vasquez Montalban)

Da come una persona mangia arachidi si possono capire molte cose. E’ uno di quei gesti inutilmente routinari da sembrare insignificanti ma presuppongono tutta una serie di sottotracce culturali o psicologiche da poterci scrivere un trattato. Fatto sta che leggere il come si prendono le arachidi salate, si infilano in bocca eccetera è un’arte che dopo anni di banconi europei ho imparato ad affinare. C’è chi ne prende 3 o 4 alla volta e le mangia lentamente. Chi ne prende un pugno da riempirsi la bocca infilando tutto con un gesto rapido. C’è chi ne prende una alla volta. C’è chi si concentra totalmente su quel cibarsi-non cibarsi e chi semplicemente mangiucchia per riuscire a far parlar l’altro e non ascoltarlo sfruttando il rumore interiore della masticazione.

Lei è della categoria dei 3 alla volta. Mangiati con ritmo regolare. Osservando fisso l’interlocutore. Masticando lentamente. Muovendo le labbra appena appena. Lei è di un’altra categoria.

Ci studiamo così in silenzio mentre assaggiamo sorseggiando il primo prosecco. Il Tappo è a qualche metro a chiacchierare di cazzate e politica appoggiato vicino la porta del Baraccio. Ogni tanto ci osserva e sorride. Stronzo maledetto.

Prosecco e arachidi, zero parlare. Lei aspetta che dica qualcosa ma io sto muto e la fisso. Mamma che roba. La ragazza del pesto, con quel bel vestitino nero, le sue belle tettine tonde contenute a mala pena, il suo gonnellino, la sua pelle chiara, i suoi bei capelli ricci e castani. Occhi malinconici ma pieni di cazzutaggine. Labbra meravigliosamente delicate. Che femmina. Robba fina. Giocati bene le tue carte anche se, caro mio, se è venuta è tua. Tutto questo è solo danza. Ma il fruttarolo pulp non deve nulla ai convenevoli, alla chiacchiera, al corteggiamento. Io so, lei sa. Poche parole. Molto bere.

Secondo prosecchino, secondo brindisi, secondi di silenzio. Il bar attorno parla, ride, fa casino. Noi siamo fuori dal tempo. Produciamo il frizzicolio nelle nostre bocche e lo scoppiettio delle bollicine. Noi non facciamo contesto.

“Allora? Ancora convinto che io non abbia capito un cazzo della vita?”, esordisce.

“Dipende, Ciccia“.

Ha parlato lei per prima. Ho vinto il gioco del silenzio.

“Ti imbarazza star qui a non parlare e bere? –  le chiedo – Le parole a volte infastidiscono.”

“No, non imbarazza affatto. Magari si evita di sentire cazzate.”

“Magari…”

Merda, questa è più pulp di me. Altro prosecchino, altro silenzio. Parla con uno che la saluta chiamandola per nome. So come si chiama senza dovermi presentare. Tanta roba. Zero cerimonie. Solo sostanza.

Arrivano dei suoi amici. Presentazioni varie in cui stringo mani e dico il mio nome una sola volta e ben scandito, che basti per tutti. Anche lei ora sa come mi chiamo. Sti qua sono la tipica comitiva di non Paeselliani in gita alcolica. Ridono, si divertono, fanno serata. Contribuiamo alla loro soddisfazione serale facendo balotta per qualche tempo. Io e lei però continuiamo a non parlarci. Solo sguardi e cin cin.

I prosecchi sono arrivati a quota 5 e iniziano a smuovere.

Esco a mangiare qualcosa a caso. Il cibo è una componente fondamentale di una sbronza ben cucinata. E’ ancora più importante se sei in compagnia di una femmina che beve come un alpino senza dare minimi segni di disfunzione o cedevolezza.  Qui la cosa si complica. E la figura di merda è dietro l’angolo.

Risalgo il Paesello e vado a prendere qualcosa da Grande. Lui mi vede e mi saluta. Ultimamente è un po’ freddo con me. Mi conosce da anni, mi ha sempre visto per quello che sono ma, penso, le mie ultime vocazioni lo infastidiscono. Non è uomo da dirti cose. Lui agisce, non parla, non confessa, non elargisce consigli  da zio. Grande è Grande. Prima o poi andrò al suo bancone per prendermi la mia dose di sberle travestite da parole.

Torno al Baraccio. Lei ridacchia e chiacchiera maliziosa con uno. C’è complicità tra i due: roba di ex, o di futuro ex. Ma quanta ritualità, quante inutili perdite di tempo. Vuoi scopare? Non devi parlare. Non devi convincere, non devi fare figli. Che cazzo te ne frega di fare la danza dell’accoppiamento? Gli uomini sono degli imbecilli.

Ordino il mio Coca e Rum “alla solita”, carico e con poco ghiaccio.

Lei si volta, fissa il bicchiere, guarda il barista e ordina un vodka tonic.

Brindiamo. Mi sorride e fa, prezzemolina: “Vedi, cazzone, che non ce la fai.”

Cazzo. La sfida è lanciata. Sta qua mi stende. Sta qua è roba tosta. Ma devo farcela, per forza. Rischio fallimento.

Il barista l’ha sentita e mentre lei si volta e si distrae per salutare altra gente mi tira una pacca sulla spalla e a voce bassa, sussurrata: “Forza e coraggio. Io mi godo lo spettacolo.”

Il Tappo vede la scena e si avvicina, tronfio e coi passi pieni di sarcasmo.

“Allora caro mio? Tutto bene? Bella la tipa. Ma secondo me finisce  a merda.”

“Vattene a fare in culo.”

“Anch’io ti voglio bene.”

(Continua)

deliri precedenti: 1 – 2 – 3 –  – 5

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