franchino's way

21 febbraio, 2008

Città (in)visibili

Filed under: bologna,città,italo calvino,letture,personalismi — ilkonte @ 1:19 pm
Ultimamente, a piccole tappe, sto leggendo “Le città invisibili” di Italo Calvino. E’ inutile dire che pagina dopo pagina il pensiero va a confrontare le città immaginarie di Calvino con quelle reali che si ha avuto la fortuna di vivere o visitare. Città immaginarie che vanno a innestarsi sui sentimenti, le riflessioni, le immagini che la realtà urbana vissuta o sfiorata evocano. E da questo confronto chiuso nel silenzio della lettura nasce spesso una riflessione non analitica ma istintiva; e a quel punto la creazione, la fantasia del libro si riempie di incrostazioni reali. Vado ora a trascrivere alcune città del libro. Naturalmente l’incrostazione, l’appiglio, l’ancora che puntellano il volo di questi passi è per me Bologna, ma potrebbe essere benissimo qualsiasi altra città. Inizio con due città, Despina e Maurilia, ma potrei postarne altre, proseguendo a piccoli passi nella lettura. (le opere che accompagnano i passi sono di Coleen Corradi Brannigan)
La città e il desiderio. 3.

In due modi si raggiunge Despina: per nave o per cammello. La città si presenta differente a chi viene da terra e a chi dal mare.

Il cammelliere che vede spuntare all’orizzonte dell’altipiano i pinnacoli dei grattacieli, le antenne radar, sbattere le maniche a vento bianche e rosse, buttare fumo i fumaioli, pensa a una nave, sa che è una città ma la pensa come un bastimento che lo porti via dal deserto, un veliero che stia per salpare, col vento che già gonfia le vele non ancora slegate, o un vapore con la caldaia che vibra nella carena di ferro, e pensa a tutti i porti, alle merci d’oltremare che le gru scaricano sui moli, alle osterie dove equipaggi di diversa bandiera si rompono bottiglie sulla testa, alle finestre illuminate a pianterreno, ognuna con una donna che si pettina.
Nella foschia della costa il marinaio distingue la forma d’una gobba di cammello, d’una sella ricamata di frange luccicanti tra due gobbe chiazzate che avanzano dondolando, sa che è una città ma la pensa come un cammello dal cui basto pendono otri e bisacce di frutta candita, vino di datteri, foglie di tabacco, e già si vede in testa a una lunga carovana che lo porta via dal deserto del mare, verso oasi d’acqua dolce all’ombra seghettata delle palme, verso palazzi dalle spesse mura di calce, dai cortili di piastrelle su cui ballano scalze le danzatrici, e muovono le braccia un po’ nel velo e un po’ fuori dal velo.
Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone; e così il cammelliere e il marinaio vedono Despina, città di confine tra due deserti.
La città e la memoria. 5.
A Maurilia, il viaggiatore è invitato a vistiare la città e nello stesso tempo a osservare certe vecchie cartoline illustrate che la rappresentano com’era prima: la stessa identica piazza con una gallina al posto della stazione degli autobus, il chiosco della musica al posto del cavalcavia, due signorine col parasole bianco al posto della fabbrica di esplosivi. Per non deludere gli abitanti occorre che il viaggiatore lodi la città delle cartoline e la preferisca a quella presente, avendo però cura di contenere il suo rammarico per il cambiamento entro regole precise: riconoscendo che la magnificenza e prosperità di Maurilia diventata metropoli, se confrontata con la vecchia Maurilia provinciale, non ripagano d’una certa grazia perduta, la quale può tuttavia essere goduta soltanto adesso nelle vecchie cartoline, mentre prima, con la Maurilia provinciale sotto gli occhi, di grazioso non ci si vedeva proprio nulla, e men che meno ce lo si vedrebbe oggi, se Maurilia fosse rimasta tale e quale, e che comunque la metropoli ha questa attrattiva in più, che attraverso ciò che è diventata si può ripensare con nostalgia a quel che era.
Guardatevi dal dir loro che talvolta dittà diverse si succedono sopra lo stesso suolo e sotto lo stesso nome, nascono e muoiono senza essersi conosciute, incomunicabili tra loro. Alle volte anche i nomi degli abitanti restano uguali, e l’accento delle voci e perfino i lineamenti delle facce; ma gli dèi che abitano sotto i nomi e sopra i luoghi se ne sono andati senza dir nulla e al loro posto si sono annidati dèi estranei. E’ vano chiedersi se essi sono migliori o peggiori degli antichi, dato che non esiste tra loro alcun rapporto, così come le vecchie cartoline rappresentano Maurilia com’era, ma un’altra città che per caso si chiamava Maurilia come questa.

13 febbraio, 2008

Tu vuo’ fa l’ammericano (‘mmericano po’ po’ po’)

E’ da qualche giorno che mi gira per la testa quest’immagine. Non ce la faccio più. Era un tg qualsiasi. La claque disposta dietro il leader a fare una sorta di muro di sorrisi entusiasti e.. quei cartelli. Ve lo giuro, mi sono incazzato. Prima il Kennedy de noantri, poi “I care”, ora “yes we can” tradotto in un romanesco “Se po’ ffa“. Ma il cartello no. Non ci appartiene, non ci rappresenta, è ridicolo. Una mossa ispirata forse da ripetuta e ossessiva visione di “Un americano a Roma”? Po’ esse.. Se po’ ffa. Più che innovazione e modernità, provincialismo, esterofilia paesana.
Forse non riuscirò mai a togliermeli dalla testa. Sono giovani, sorridono, sono speranzosi e divertiti nel tenere il cartello in mano e a fare l’ammericani. Forse non mi ripulirò mai dal ridicolo fangoso e unto che cho ho sentito. Non ce la faccio proprio. Mi viene in mente la scena di “Paura e deliri a Las Vegas”: uno sfigato entra nel cesso, trova due sfattoni che leccano una camicia e se ne va, senza capire. Brutto trip davvero…

11 febbraio, 2008

Un Veltroni è per sempre

Filed under: attualità,Corrado Guzzanti,politica,satira,Walter Veltroni — ilkonte @ 12:39 pm

Senza parole. Sono passati 10 anni da allora ma è come se fosse ieri. E’ cambiato realmente qualcosa? Era Veltroni ad essere troppo avanti o siamo noi ad essere rimasti fermi?

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