franchino's way

15 luglio, 2013

Passi (il cammino degli dei, il tempo, la fatica, lo spazio)

Filed under: personalismi — ilkonte @ 8:16 pm
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Non è stata una vacanza, per niente. E non è stato nemmeno un semplice viaggio ma qualcosa di completamente diverso e assolutamente nuovo per me e i miei compagni.

E’ stato, semplicemente, un cammino. Lungo, sfiancante, gratificante, istruttivo, a tratti silenziosissimo.

Esperienza totalizzante: fisica, mentale, emotiva.

Sai quando parti. Sai quando vorresti arrivare.

Il durante è tutto. Ogni curva, ogni cambio di fondo, ogni rampa, ogni discesa era il piacere dell’attimo, dell’essere “nel mezzo”, del presente e dell’attesa di quello che deve arrivare.

Cammini, scandisci il tempo ascoltando i tuoi passi e i tuoi respiri, tari la tua presenza in quei sentieri sul fiatone e sulla durezza delle gambe, ignori il dolore ai piedi sempre più insistente pensando che alla fine arriverai, ce la farai, ci sei quasi e potrai riposarti per ripartire.

Si può solo andare avanti. Per ripartire, sempre.

Come se arrivare alla prossima tappa sia l’unica cosa che conta, la vera risorsa a cui attingere per farcela, insieme.

Tutto era presente e futuro: è salita, è discesa, è bosco; domani sarà dura, sarà bello, sarà selva, sarà lunga.

Sarà.
Nel silenzio dei compagni che faticano con te. Perchè si chiacchiera in pausa o in piano ma in salita sei concentrato su te stesso, a testa bassa, con sguardi veloci ai compagni per darsi forza, per condividere la fatica. Si parla poco o niente, se non per darsi carica o bestemmiare per la stanchezza.
In salita si è soli. A farti compagnia solo i tuoi pensieri, la tua voglia di arrivare in cima, il ritmo che ti imponi per vincere la scalata e la stanchezza. Perché “la salita va dominata”, come diceva Duluoz, mangiata. Bisogna volere e fare pochi picci.

Poi, al quinto giorno, alle porte di Fiesole, l’arrivo, inizi a pensare e parlare al passato: è stata dura, è stata lunga, era meraviglioso quel giorno nel bosco, era sublime quella vista dalla cima, è stato delirante accorgersi di potercela fare, chilometro dopo chilometro, dolore dopo dolore, sudore dopo sudore.

Un cammino finisce quando smetti di coniugare i verbi al presente e al futuro e tutto inizia a piegarsi al passato, al ricordo. Il presente e quel che sarà scompare, colmo come sei di quello che è stato.

Era bello quando la sera arrivavi spossato e ti premiavi con risate stupide di spossatezza, battutacce e birre coi compagni. Era bello andare a letto con l’ansia di non riuscire a recuperare e svegliarti la mattina con dolorini vari che sparivano dopo 2-3 chilometri. Era bello accorgersi di avere voglia, fame di nuovo, ogni mattina, senza paura.

E di vedere gli altri, con te, come te.

Dietro ogni curva un capitolo di epica personale. Dietro ogni rampa un nuovo orizzonte e una nuova prova di orgoglio. Ad ogni pausa un momento per raccogliere le energie, pensare, ascoltare il proprio corpo e massaggiare la propria mente.

Tutto era tempo al presente. Tutto era tempo, misurato da una dimensione umana, troppo umana, di spazio.

Me ne sono accorto quando sono tornato a Bologna, con l’Intercity che percorre la linea storica della ferrovia, la “Direttissima” che passa da San Benedetto Val di Sambro e in 1 ora scarsa ti porta a casa.
1 ora contro 5 giorni.
E, d’un tratto, tutto diventa superfluo, banale, scontato, noioso.
Cerchi dal finestrino le cime che attraversate e non le vedi, o fingi di vederle per avere una misura di quello che hai vissuto, ma no, non è la stessa cosa.
In 10 minuti ti scorre davanti quello che 3 giorni prima avevi fatto il 6 ore.

Il tempo mentre camminavamo aveva cambiato dimensione. Lo spazio aveva riacquistato la propria storia millenaria fatta di locande, passi, briganti. E fortuna ha voluto che ci sia stato sempre bel tempo; immaginare quel cammino sotto la pioggia, immaginare i viandanti di un tempo, sicuramente più abituati, sotto pioggia, neve,  temporali o al freddo ad andare su e giù per monti mi mette ancora i brividi. Pensare ai partigiani che sicuramente avranno percorso quei boschi, d’inverno; emozione pura e rinvigorita gratitudine.

Un modo diverso di vivere la storia, non fatta di monumenti, date, vittorie e sconfitte, eventi. Una storia fatta di uomini e passi.

Una storia fatta di distanze umane, lunghe ma non impossibili, difficili ma non insuperabili.

Una storia in carne, ossa, pietre e polvere, fango e foglie, vento e sole ardente.

Il terzo giorno siamo passati da Madonna dei Fornelli (BO) a Monte di Fo (FI). Parti la mattina ascoltando la barista con l’accento che sa di crescentine e la sera ti addormenti in un’orgia di C aspirate. Non c’è più stupore nel constatare che un solo monte possa segnare una differenza così abissale. I dialetti, le abitudini, hanno viaggiato per millenni a 5 km all’ora su strade non asfaltate. Quella era la normalità. Quella era la natura. Siamo noi, uomini supermoderni, iperconnessi, iperveloci, l’anormalità. La natura, e quindi l’uomo, aveva tempi diversi, non più nostri.

Noi siamo la novità che spazza via tutto.

Ecco perché non bisogna meravigliarsi del fatto che i paesi ora scompaiono, inghiottiti da città troppo disumane o comodità mai troppo comode. Prima della modernità avevano funzione di presidio su un territorio da calpestare e di stazione di passaggio per ospitare chi veniva da lontano, lontanissimo, a settimane, mesi, di cammino, sete e fame e diretto chissà dove.

Ora vengono saltati, umiliati dal motore, da internet, dalle Alte velocità che rinnegano il valore del tempo, la fondamentale importanza della storia e dello spazio. Siamo noi gli anormali. E siamo irreversibili, come i danni che le infrastrutture provocano a territori tagliati, distrutti, sviliti, snaturati, nel nome di iperconnessioni che poi alla fine non connettono altro che nodi, lasciando  nel mezzo solo cicatrici, tagli e buchi.

Ma i paesi mantengono, per fortuna, una loro anima di semplicità: il bar, il dialetto che colora gli sfottò, le partite a carte, i commenti sulle donne, i bianchetti o le birre per fare allegria, aspettando, ogni sera, la cena e il riposo.

Per poi ripartire il giorno dopo, come ogni giorno.

La semplicità, l’umiltà dei paesi sono la loro sopravvivenza, la loro unica forma di resistenza consentita. Quando perderanno questa loro capacità di andare all’osso, di resistere alle ansie della “milanesizzazione” e delle mode, la nostra Italia, quella in cui sono cresciuti i nostri genitori e in parte noi, sarà sepolta, oggetto di folklore, sagre, memoria di cartapesta per turisti nodali.

Come quando finisce un cammino e inizi a coniugare i pensieri al passato e non capisci cosa è stato quello che hai fatto. Non realizzi, non comprimi, non riesci a dominare l’esperienza e incasellarla.

Tutto andrà perso, perchè quel tempo, quello spazio, mal si adattano alla nostra presunta, nuova, devastante “normalità”.

P.S.
Alcune precisazioni:
 
1) Non sono diventato un fricchettone esaltato della decrescita. Continuerò a mettere le scarpe, a lavarmi il giusto, a bere birre industriali e guardare il pallone. Continuerò inoltre a cibarmi di cordon bleu o altre porcherie quando non avrò voglia di cucinare cose buone, sane, nutrienti.
 
2) Il termine “milanesizzazione” indica semplicemente una “way of life” nazional-popolare mitizzata a reti unificate: moda, aperitivi, macchinoni, fretta, lavoro lavoro lavoro, fatturazione, cumenda.
 
3) Non vivrei in un paese, non più. Per fortuna vivo in un quartiere che nel suo piccolo è un bellissimo paese metropolitano. Ma ogni volta che visito un paese di montagna ricordo da dove vengo, dove sono cresciuto, e mi sento bene.
 
4) Ho qualche ragione in più per continuare ostinatamente a non voler prendere la patente. O meglio, ho una nuova carta vincente da giocare per rimanere nel personaggio.
 
5) Ho scritto che siamo irreversibili. Ne sia la prova il fatto che mentre vivevo la lentezza ero lì col cellulare in mano a cercare di raccontare in tempo reale la mia, la nostra, esperienza. Siamo irreversibili e a volte paradossali, ma non la vivo come una colpa o qualcosa di cui vergognarmi.
 
6) La mattina seguente l’arrivo a Firenze, dove abbiamo pernottato da amici, mi sono alzato, sono andato al bar, ho letto le notizie sportive, ho chiacchierato con El Capitan. Avevamo ancora voglia di camminare, di andare, di ripartire. Il corpo era ormai rodato, la mente famelica.
 
7) Se ne avete la possibilità, fatelo. Non abbiate timori.
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4 luglio, 2013

Cammino, perchè? (ma chi me lo doveva dire…)

Nottata fitusa, ‘nfami, tutta un arramazzarsi, un votati e rivotati, un addrumisciti e un arrisbigliati, un susiti e un curcati. E non per colpa di una mangiatina eccessiva di frittata di maccheroni fatta la sira avanti, perchè almeno una scascione di quell’affannata insonnia ci sarebbe stata, invece, nossignore.. La motivazione era diversa e non c’entrava nulla con le esigenze o le richieste di aiuto del fisico.

A letto alle 23.20, sveglia puntata alle 9 di mattina, per recuperare qualche ora di sonno. Ma niente. Morfeo stava in ferie ieri sera, non ne ha voluto sapere. Mi sono addormentato dopo almeno 2 ore di sigarette, ansia, pensieri agitati, visioni di zaini da riempire, a tastare le gambe e i polpacci, a immaginare sudore e sofferenze, a cercare di convincersi che sì, ce la farò, ce la faremo.

Poi è arrivato il sonno, disturbatissimo come quella nottata del commissario Montalbano che apriva “Giro di boa” e più modestamente citata da me all’inizio di questo post (con correzione culinaria).

Alle 7.45 di stamattina avevo già gli occhi sgranati. Mi giro, mi rigiro. Cerco di convincermi a dormire almeno un’altra oretta, ma niente. Più cercavo di riprender sonno e più mi risvegliavo.

Mi alzo. Scendo di sotto. Vedo lo zaino vuoto e la lista delle cose per riempirlo fatta la sera prima (tot magliette, tot calzini, questo, quello, quell’altro). Decido allora di riempirlo, lo zaino, di non rimandare a stasera.

Operazione effettuata, passo alla procedura di aggancio/montaggio di materassino e sacco a pelo. Funziona, alla buona, ma funziona.

Provo lo zaino. Cammino avanti e indietro per casa. Mi guardo allo specchio. Sento il peso, regolo le cinghie, faccio piegamenti, fingo posizioni che probabilmente non assumerò mai. Mi sento ridicolo, rido, mi prendo per il culo da solo.

Faccio il caffè e mi preparo ad uscire per andare a lavoro, l’ultimo giorno di lavoro prima del Cammino degli Dei.

Chi cazzo me la fa fare?

No, non posso aspettare, non posso rimandare oltre. Devo cominciare a scavare già ora per capire cosa c’è sotto, cosa si è mosso e cosa si muove, cosa voglio cercare. La decisione di partire con gli altri è stata troppo istintiva. Non è da me.

Sarebbe facile arrivare alla fine, guardarsi indietro, riflettere da fermo e decidere cosa isolare e cosa no, a cosa dare risalto e cosa lasciare sulla strada, cosa razionalizzare dopo tempo e fatica e cosa dimenticare nel limbo delle emozioni e delle incoscienze.

Sarebbe esercizio utile, che farò, ma non necessario.

Un perchè me lo devo dare subito: prima delle vesciche, della stanchezza, delle risate, del cemento che legherà i ricordi delle facce dei compagni ai panorami che vedrò.

La faccenda politica, fondamentale, sta sullo sfondo, introiettata, fatta propria, come la cultura e l’educazione appresa nell’infanzia. La tav, i territori, la riscoperta della lentezza e della storia. Si, ci siamo, siamo su quelle strade per questo, anche per questo. Negarlo sarebbe inutile così come sarebbe altrettanto retorico e fuorviante dire che c’è solo questo.

C’è un aspetto fondamentale che un po’ stride con l’oggettiva importanza del fattore politico; l’individualismo.

No… non sto parlando di benessere, fitness e cura della salute. E non sto nemmeno parlando di istinti narcisistici che, si, sotto sotto, covano nel mio animo dopo anni di rinunce, incapacità di prendere decisioni e dedicarsi a se stesso se non nel modo più semplice, più banale, meno “adulto”.

L’aspetto individualistico sta nel voler fare qualcosa che serva prima di tutto a me stesso; faticare, mettermi alla prova, voler essere orgoglioso di qualcosa.

Ok, ok.. Non sto attraversando a nuoto la Manica, o percorrendo da parte a parte il polo Nord con una slitta di cani. No, non è “L’Impresa” quella che cerco. Ma io, conoscendomi, so che mai e poi mai in vita mia avrei immaginato di buttarmi a capofitto, senza salvagente, in 5 giorni di cammino e 120 km a piedi (santoddio che ansia).

Io, pigro, disilluso, profondamente abituato e autoeducato alla legge dell’ accontentarsi. Io, che vado in ansia per ogni minima cosa che possa spezzare la rassicurante routine, le mie abitudini.

Voglio fare questo perchè, dunque?

Perchè voglio avere un ricordo che esca dalla quotidianità e che dia sostanza e base, fresco trentatreenne, a quello che penso di essere, o essere diventato, o sulla via di diventare.

Voglio avere ricordi. Voglio avere immagini. Voglio avere qualcosa che parta da me e finisca in quello che credo.

La nostra è una condizione di perenne “via di mezzo”. Alla mia età Juccio (lo stesso a cui ho dedicato il mio nickname per questo viaggio) aveva già fatto la seconda guerra mondiale, era stato ferito quasi a morte, aveva visto compagni morire, dopo l’8 settembre aveva attraversato un bel pezzo di Italia a piedi per scappare dalle retate naziste e, finalmente salvo, aveva iniziato a mettere le fondamenta di quella che sarebbe stata la sua famiglia, con un lavoro, figli a studiare, moglie adorata.

Noi non siamo così. Non possiamo esserlo. Per motivazioni materiali e per ragioni caratteriali. Nati e cresciuti negli anni 80 non ci è stato insegnato, dalla società in primis, il sacrificio (quello vero di chi esce dalla fame e dalle macerie e non vuole che i figli se le ritrovino nel futuro). Tutto, o quasi, ci era dovuto, destinato, offerto. Senza dovercelo guadagnare. Come un albero di mele mature. Sono lì, basta coglierle e cibarsene. La potatura non ci riguarda. Prendi, mangia e vai oltre. L’albero per te sarà sempre carico di frutti.

Noi, al centro del mondo.

Poi però il giocattolo si è rotto e ci ritroviamo, o ci ritroveremo, senza arnesi a doverlo aggiustare, pagandone il conto.

Noi eravamo i predestinati. Ora siamo i condannati, senza un vocabolario di ribellione.

Poi ci sono altri aspetti, come dire, esistenziali, intimi. Io sono abituato a camminare, non avendo mai preso la patente. Un po’ per pigrizia, un po’ perchè arrivato a Bologna a 19 anni non ne ho mai sentito l’esigenza. Camminare, da soli soprattutto, ti rende attento ai dettagli. Attraversi i luoghi e ne osservi ogni particolare, ogni mutazione e ti senti di esserne profondamente integrato, di farne davvero parte.

Camminare, poi, ti lascia tempo per pensare. E pensare, per uno come me, è fondamentale, combattuto come sono, da sempre, tra il fuoco dell’istinto e della razionalità. Sono un maniaco del controllo incapace, spesso, di frenarsi. Quindi bello sclero ogni volta; fai una cazzata e poi giù a pensarci per 4 giorni, non la fai e giù a martoriarti per 15. Camminare era il luogo, spessissimo, dell’autoanalisi e della battaglia. Andare più veloce per arrivare prima a destinazione aumentava solo il ritmo dei pensieri.

Camminare aiuta a ragionare su se stessi, dedicandosi tempo e spazio. Camminare insieme è condividere spesso silenzi, che seduti in un parco, o in piazza, risulterebbero forse imbarazzanti o ansiogeni.

Perchè ho detto di sì così, senza pensarci su?

Non lo so. M’è venuto e l’ho fatto, in un per me rarissimo momento di leggerezza e forse coraggio. Forse perchè a propormelo erano persone amiche e che stimo profondamente, con cui abbiamo formato la “Compagnia della Quarta Birra“. Forse perchè questo 2013 stava passando in modo un po’ anonimo, e rischiavo di non dargli un senso. Forse perchè, banalmente, devo sempre trovare simboli e icone che significhino qualcosa per me, per chi mi conosce, per chi mi vuole bene.

E per questo, per questa fame di icone e simboli a cui attaccarmi, altrettanto istintivamente, ho deciso di darmi il nome di una delle persone più importanti della mia vita: Juccio. Non c’ho pensato su. Ma sulla base di quello che vi ho detto capirete perchè non ho avuto esitazioni e quel nome, quella immagine, quel sentimento mi ha subito catturato, profondamente.

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