franchino's way

16 novembre, 2015

Je suis? (dopo Parigi)

Ho visto bandiere francesi sventolare sui social. Mesi fa vidi che tutti erano Charlie, anche quelli che senza l’attentato una rivista del genere l’avrebbero fatta chiudere, in Italia. Poi a volte siamo Norvegesi, altre volte Palestinesi, meno spesso Greci, c’è chi pensa ai Marò, chi all’Ucraina e ai Nepalesi. Siamo tante cose. Molto velocemente, fluidamente. Siamo quello che capita, insomma.

Il problema di fondo è che non sappiamo più da che parte stare, che non sia la nostra. Ma cosa sia la nostra parte non è più chiara, limpida.

Stare dalla nostra parte significa essere liberi di scrivere sui social? Di andare al bar? Di uscire la sera? Di scopare? Di andare a un concerto?
Solo questo?
La nostra parte significa rimanere nella nostra libertà di disporre del tempo libero e del nostro denaro?
Niente più?

E da che parte stanno allora a Kobane? Stanno solo dalla loro, di parte? Non è che magari li abbiamo lasciati soli? Non è che con le nostre infinite chiacchiere su pace/guerra, gasparri/salvini, americani/impero, fiori nei cannoni, pacifismi vegani, negri e clandestini, abbiamo semplicemente trovato un modo per stare meglio dalla nostra parte, al bar, mentre beviamo il nostro libero e democratico caffè macchiato freddo in vetro? Non è che, forse, non abbiamo più idea di cosa sia stata la nostra marcia verso quel barlume di “libertè-egualitè-fraternitè” che ci permette di scaricare un bel film il giovedì sera prima di fare la nostra gloriosa e illuminista scopata colma di libertà, nelle nostre emancipate case senza burqua, termoautonome, prima periferia con posto auto e sky è meglio di mediaset? Non è che, forse, non meritiamo di dire di stare dalla parte giusta della barricata a Kobane e ovunque davvero ci sia una lotta degna di tal nome, senza voto da casa, hastag del giorno, urlatori da salotto e pensatori da sottopancia e puzza di ascelle adolescenziali?

Sono domande che mi faccio da tempo, mentre forse spreco liberamente il mio tempo, impermeabile al mondo, fuori e ipersensibile al mondo, dentro, a casa mia, tra le mie mura, i miei amici, le mie cose. Poi il resto va da sé. Al massimo ci racconta un contesto in cui ci muoviamo, per darci una scusa di stare nella storia, ancora, come se fossimo vivi o per guardare qualcosa mentre mangiamo le nostre insalatine bio, zitti nei nostri chilometri zero, a pranzo o a cena, con la tv accesa tra uno spot e l’altro che forse mi compro la macchina nuova che non inquina che sono tanto eco.

O in fondo, a Kobane, non ci sono mai stati tutti ‘sti gran concerti, ‘ste gran vignette, tutto ‘sto movimento il sabato sera, e che un vodka lemon è difficile da trovare e magari te lo fanno con roba scadente. Anche se cazzo quanto so fregne le compagne curde col kalashnikov. Quanta stima. Eccoli i partigiani! Anzi le partigiane! Coi capelli al vento.

Mo chi cazzo glielo spiega però che per noi liberi e democratici la violenza è bbbrutta, che la guerra è bbrutta, che ci scorneremo tra chi è “bombarolo schiavo degli imperialisti” e chi “l’Italia ripudia la guerra”, tra chi “i partigiani italiani mica sparavano violette”, che “violenza genera violenza”, tra chi Libano e Palestina e chi Israele e la democrazia, chi Iran e chi Turchia, chi Assad e chi i compagni curdi, e chi Ghandi, Stalin, Lenin e Gino Strada, e Oriana Fallaci era ‘na zoccola esaurita o una grande intellettuale che se l’era sgamata, e chi se la racconta su facebook e chi se la legge, e Vendola e Renzi, i comunisti e i verdi e gli arcobaleni e Charlie e forse pure un po’ Ferrara e perché no Belpietro e chi non legge un giornale da 16 anni, e chi ci guarda solo le probabili formazioni.

Siamo sicuri che allora la nostra parte sia proprio quella giusta? No, non dico sbagliata, attenzione; dico quella più centrata, al passo coi tempi, culturalmente e politicamente adeguata alla realtà?  La parte giusta, come una maglietta; non è che portiamo qualcosa che non ci sta veramente così bene? Bella la scritta, bello il colore, ma forse sta un po’ stretta e comunque non ti ci vedi. Non è quella giusta. Allora la nostra parte ci veste bene?

Siamo sicuri che stando dalla nostra, di parte, coi nostri dibattiti e i nostri slogan, stiamo facendo la nostra, di parte, per qualcosa?Non è che pur di non stare con Fini, Bossi e Berlusconi e Salvini, o Prodi, D’Alema, Rutelli, Buttiglione e Bertinotti,  siamo ridotti a essere poco più che un “io non sono quello“. Non è che abbiamo grattato talmente tanto che non abbiamo più sostanza, spessore?

Questo nel nostro cortile italiano… e fuori? Cosa siamo tutti insieme? Cosa siamo io, un francese, un giapponese, un sudafricano, un inglese, un danese, un russo, un argentino, un islandese messi uno vicino all’altro? Chi siamo noi occidentali? Di cosa parliamo? Usciamo assieme va, facciamo un giro in centro che conosco un posto che fa le birre buone a poco. E ci sta pure gnocca che non guasta. E poi mi raccomando, se passi da Helsinki mi casa es tu casa.

No perché, ripeto, mi faccio da tempo queste domande e spesso la risposta che riesco a darmi è: NON LO SO. Oppure mi schifo. Ma spesso non lo so. Non lo capisco più. E vado al bar, con gli amici liberi e democratici. Tanto non ci posso fare un cazzo. Io NON SO. Stiamo sbagliando tutto? O forse, senza fare un cazzo, siamo comunque destinati al meglio? NON LO SO. E quando la Storia mi bussa alla porta non so mai che maglietta mettere, non so quale sia quella giusta.

Sarebbe il momento di chiarirci un attimo. E capire davvero che anche non facendo nulla e discutendo stiamo scegliendo una parte e stiamo lasciando che le cose accadano, sotto le nostre parole.

La situazione è complicata, grave. Proprio per questo dovremmo prendere una posizione, scegliere una barricata e appoggiarla, rinforzarla, dargli spessore. Da qui potrebbe nascere tanto della Storia che sarà.

Da qui potremmo dare un senso a quella che è “la nostra parte”.

Ma la domanda fondamentale è: Come?

Il problema è che forse ci manca un vocabolario per poter parlare, pianificare, immaginare, scegliere, disegnare.
Spero di cuore che altre bandiere ci riconsegnino le parole per dirci chi siamo e cosa vorremmo che il mondo sia. Non solo quelle pret a porter post tragedia.

Io intanto guardo questa foto, dopo Parigi e si, spero che sia quella la bandiera che continui a sventolare, con la sua bella stella.

Che sventoli e si riempia anche del mio senso di colpa e di inadeguatezza.

Che quella ragazza continui a guardare l’orizzonte, oltre i nemici, per dirmi che il sole sorge per tutti e per tutti tramonta.

E che vaffanculo la retorica certe volte ci vuole per far battere un cuore.

ypg_bayrak00

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6 maggio, 2013

In morte di G. A.

Filed under: attualità,storia,stragi e terrorismo — ilkonte @ 12:46 pm
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E’ morto Andreotti.

Si è spento Andreotti. Ma la puzza di tritolo si sente ancora.

E’ morto Andreotti. Si vabbè e Berlusconi è un padre costituente.

E’ morto Andreotti. Ma solo per prescrizione.

E’ morto Andreotti, ma solo quello prima del 1980. L’Andreotti successivo è stato trasferito in una località segreta.

E’ morto Andreotti. Una notizia bomba con centinaia di morti, feriti, e dispersi.

E’ morto Andreotti. I funerali di Stato verranno depistati.

Andreotti è un uomo. Ogni uomo è mortale. Andreotti… forse.

E’ morto Andreotti. La camera ardente verrà aperta in via Caetani… in via Caetani.

E’ morto Andreotti. Caffè per tutti?

E’ morto Andreotti. Satana può finalmente tornare in Paradiso.

E’ morto Andreotti. Che paese di merda.

23 maggio, 2009

Capaci (di meritare di non meritare)

Avevo quasi 12 anni e piansi, attaccato alla televisione. Quanta tensione quel giorno. Quanta disperazione. Quanta paura. Quanto orgoglio. Orgoglio di essere dalla parte della vittima, di volerlo essere, di sentire che quel giorno avevano ammazzato non solo Falcone, sua moglie e gli agenti di scorta aprendo e rigirando la strada che tutti stavamo percorrendo con loro. Quel giorno, in mezzo a quella terra marrone e quelle lamiere, dentro quel cratere di inferno, c’era tanta Italia, c’era l’ultima Italia. Che pensava di voler cambiare pagina, che si stava tuffando nel sogno della fine di quella che è passata alla storia come “Prima Repubblica”. C’era fibrillazione, fermento. Le trasmissioni nuove di Rai 3, gli inizi di Santoro, il tg3, Di Pietro, Mani Pulite, il Pool di Palermo. Si sapeva che qualcosa stava cambiando, che qualcosa doveva cambiare. E quella esplosione bloccò per un attimo tutto. Ci sbattè in faccia la realtà di un Paese che NON PUO’ e NON DEVE cambiare.

Hanno vinto. E la nostra indignazione, la nostra rabbia, la nostra frustrazione, i nostri ragionamenti, i nostri moti di disgusto di fronte alla Caporetto dell’ovvio non potrà mai lavare la vergogna e l’onta di cui si è macchiato il nostro paese. Abbiamo meritato di non meritare martiri perchè non c’è nulla di sano, di bello, di pulito, di onesto, di limpido in questo paese di pulcinella per cui, ormai, valga la pena di morire.

6 gennaio, 2009

A qualcuno manca il fosforo… ad altri no…

Filed under: attualità,stragi e terrorismo — ilkonte @ 1:11 pm
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Ci voleva il Times per riconoscere quelle scie nei cieli di Gaza. Se avessimo saputo e se avessimo visto, a suo tempo, come si bombardava Falluja forse ce ne saremmo accorti anche noi… Fosforo bianco. Come mai i democratici israeliani hanno rifiutato ogni possibilità di invio di osservatori internazionali? C’è anche altro da nascondere? Ma perchè nessuno dice le cose come stanno? Questa operazione israeliana è o no un atto criminale?

9 maggio, 2008

Rai… di tutto di più

Oggi è la giornata nazionale in memoria delle vittime del terrorismo e le stragi. Questa mattina c’è stata la cerimonia ufficiale con la presenza del presidente della repubblica. La Rai ha fatto una diretta MA,  nel momento in cui la parola passava al presidente dell’Unione familiari vittime per strage Paolo Bolognesi la regia ha staccato per far parlare l’iper-opinionista Paolo Mieli. Che bell’idea! Sarà che forse dava fastidio quello che  Bolognesiandava a dire? O forse Mieli è un po’ come il piccante per noi meridionali, sta bene su tutto… anche se copre i sapori veri…

Qui potete leggere il discorso di Bolognesi, presidente anche dell’Associazione vittime della strage della Stazione di Bologna.

L’unione familiari vittime per strage mette insieme le associazioni dei familiari delle stragi di: Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Treno Italicus, Stazione di Bologna del 2 Agosto 1980, Rapido 904, Firenze Via dei Georgofili.

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