franchino's way

13 giugno, 2014

1000 lire

Filed under: deliri controproducenti — ilkonte @ 9:31 am
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Un mio post per Bolognina Basement

1000 lireHo sognato che pagavo il caffè 1000 lire, quelle col faccione di Marco Polo. Ed era normale. E le 1000 lire che lasciavo sul bancone del bar erano sporche, mezze strappate e con un sacco di scritte a penna sopra. Frasi a caso. Niente di così significativo. Ed era normale pure questo.

Quando c’erano le 1000 lire la gente scriveva sui soldi. Tipo come si scrive sui muri. Con la differenza che quella scritta aveva valore solo perché era stata fatta lì, sulla parte bianca da guardare in controluce.

Per un pubblico sempre intimo e diverso in una specie di catena, di passaparola. Tu scrivevi e lanciavi il tuo messaggio nella bottiglia. Qualcuno leggerà e farà girare. Qualcuno scriverà, aggiungerà altro ma non lo potrai mai sapere. Ormai quella 1000 lire è andata, scomparsa nel flusso. Apoteosi della comunicazione monodirezionale, senza nessun feedback.

Oppure la 1000 lire diventava il miglior supporto possibile per fare due conti, appuntarsi la lista della spesa o segnarsi al volo un numero di telefono. A quel punto era un utilizzo totalmente estemporaneo, senza finalità di comunicazione. Scrivevi sulle 1000 lire quello che ti serviva nell’immediato. Tanto poi chissenefotte, ne arriverà un’altra. Una moneta usa e getta, quasi. Gli altri avranno una banconota semplicemente di uguale valore economico ma con una funzionalità in meno, già consumata.

Favolosi anni ’80.

Io, ancora bambino, leggevo, qualche volta sorridevo e, lo confesso, qualcosina l’ho scritta pure io.

Ma devo anche ammettere che quando mi capitavano delle banconote nuove nuove, pulite e senza troppe pieghe la cosa mi dava quasi piacere. Le meno rovinate erano quelle che spendevo per ultime, quasi per una questione di rispetto.

1000 Lire Montessori retro

Mi ricordo che mio nonno si incazzava quando gli capitavano banconote “ridotte in questo stato”. Lo trovava offensivo, indegno, uno schiaffo alla miseria e al valore dei soldi, del guadagnare soldi, del portare il pane a casa.

“C’è chi muore per guadagnarsi la 1000 lire e questi ci scrivono sopra…”

Ma mio nonno aveva fatto la guerra.

Ora non lo fa più nessuno. Non ho mai visto una 5 euri sporca, mezza strappata o piena di scritte a caso.

Niente più “Ti amo”, o “Juve Merda”, o “Stronzo chi legge”.

Ma ci sono altri mezzi, evidentemente, per lasciare il proprio messaggio nella bottiglia.

O forse, molto semplicemente, è passata la moda e aveva sempre avuto ragione mio nonno e quelle scritte erano solo un incidente della storia, una fastidiosa anomalia temporanea.

O forse abbiamo fatto anche noi qualche guerra e non ce ne siamo nemmeno accorti.

17 maggio, 2014

Il sol dell’avvenir (intolleranza da cassa piatta)

Filed under: deliri controproducenti — ilkonte @ 11:43 am

discotecaSi, lo ammetto. Forse sto esagerando. Ma guardati attorno.

La musica spinge a cassa piatta, i bagni si riempiono di gente che non deve pisciare, la cassiera ha smesso di sorridere a chi entra da almeno 40 minuti e lei, la vedi lei lì nell’angolo? Sta là tutta seria, serissima, come se stesse facendo la cosa più importante della sua vita. E invece è solo una vestita poco alla ricerca di un cazzo. E di cazzi qua ce n’è a morire. Una selva. E poi c’è questo che ogni tanto dice qualche puttanata a caso tipo:“SU LE MANIIIIII!”. Io… ti giuro… Io…

Hai ragione, sto esagerando. Razzismo gratuito e anche un po’ triviale. Ma ti rendi conto di che bestiario c’è?

Arriva quello con la camicia bianca. Quelli con la camicia bianca non mancano mai in postacci del genere. Loro e quelli con la camicia scura. Vanno a coppie, sono esseri simbiotici. Sono serissimi pure loro. Li vedi? Hanno l’aria da maschio alfa. Arrivano al bancone, ordinano un drink, spendono un delirio, e osservano. Loro pensano di dominare qua dentro. E sai perché? Te lo spiego io. Qua dentro non si può parlare, non si sente niente. Quindi loro non rischiano, per loro parla la camicia bianca. Poi esci, fumi una paglia e senti cosa riescono a dire e pensi che era meglio se rimanevano dentro.

Cioè, ora stai iniziando a capire perché dico certe cose. Non ti nego tuttavia che qualche spiegazione te la dovevo, non sono così idiota da pensare che il semplice fatto che io abbia ragione su tutto mi consenta di essere compreso al volo da tutti. Quindi, visto che ci siamo, mi son detto, gli devo delle argomentazioni. Sono una persona da questo punto di vista abbastanza disponibile.

Hai provato a fare la fila in bagno? Ti sembra gente che va a pisciare quella? No, non sono un bacchettone, per me puoi sfondarti di quello che ti pare. Sono per la libertà, io. Ma sai com’è che si dice: la libertà di un uomo finisce dove inizia quella dell’altro. Ecco. Questi stanno proprio in mezzo alla mia, di libertà. Stai lì che ti stai pisciando sotto e questi occupano i cessi per un’eternità. E magari ti lamenti pure e arriva quello con la camicia nera che ti guarda e ammicca:“E amico mio. I bagni sono per…” e tira su col naso. E poi divento razzista. Si, razzista. Perché il suddetto coglione in camicia nera per prima cosa non è amico mio. E poi perché l’ho poi beccato fuori che stavo tornando dalla pisciata nel vicolo (non ce la facevo più) che parlava male del buttafuori nero perché la crisi, non ci sono soldi, e ci fottono il lavoro e altre cazzate del genere. Ora, sto coglione, sti coglioni, votano come me e te, come tutti. Sti coglioni hanno tutti i diritti. Proprio come me e te. Votano, parlano, si esprimono, dicono cose e magari sono pure di quelli fomentati che quando si parla di politica stanno lì a puntarti contro il ditino perché, per loro, tu sei un coglione, non hai capito niente, sei vecchio, sei dannoso, dormi e per fortuna ci sono loro che hanno capito tutto perché hanno ragione e blablablabla.

Ma io e te non siamo come loro, lo possiamo dire questo?

Io e te siamo meglio di loro. E a me, francamente, comincia a dare fastidio che proprio TUTTI abbiano il diritto di dire la loro, di votare e di magari farmi girare i coglioni.

No, ti prego, non me la menare con la democrazia. Non c’entra niente la democrazia. La democrazia, vista la fauna qua dentro, posso dirti che ha fallito. Ci sei? Morti ammazzati, scioperi, manifestazioni, guerre, rivoluzioni, e alla fine ti trovi con sta massa di analfabeti che ballano in discoteca. Che poi stessero rinchiusi qua dentro, dico io, sarebbe già qualcosa. Il problema è che poi te li ritrovi alle poste, in banca, in coda in tangenziale, al bar, in piazza. Sta gente ha una vita, purtroppo, anche fuori da qua. Probabilmente una vita di merda. Ma vabbè quella forse ce l’abbiamo tutti.

La gente mi fa schifo. La massa la odio. La maggioranza delle persone è fatta da coglioni.

Io? Cosa farei io?

Io a gente come ste due qua a fianco so io cosa ci farei. La bionda, quella vestita da troia, l’hai sentito cosa ha detto? Stavano parlando di qualcosa di inutile, tipo fashion, stile. Cose che io vieterei per legge. Non la moda. Si forse pure quella. Io vieterei il lessico di sti cazzoni. Proprio il lessico. Le parole. Gli toglierei le parole. E poi vediamo. Comunque sta bionda ha appena detto in una sola frase: Ralph Lauren, Denim e pochette.

Ecco. Ti dico io cosa farei.

Se io dovessi avere il potere a sta gente gli sparerei in testa. Senza processo. Esecuzioni sommarie.

Io, unico giudice, supremo.

E sai perché? Perché il mondo fa schifo e l’umanità pure. E se io potessi eliminarne un buon 70% sicuramente ne guadagnerebbe il mondo e, conseguentemente, l’umanità.

Rimarremmo in pochi ma saremmo tutti ben selezionati e con una soglia etica decente. Sarebbe più facile fare tutto. Il sol dell’avvenire è per pochi, mi spiego? E poi saremmo talmente motivati da essere anche in grado di autoeliminarci in caso di cedimento. Tipo me prima no, che sono andato al bancone a ordinare un cocktail da 15 euro (non mi ci far pensare guarda). Ecco, nel mio mondo ideale una cosa del genere la paghi con una pallottola in testa. Anche se dovesse essere la mia, di testa.

Bisogna avere autodisciplina, porca puttana.

Cosa?!

Vuoi fare un selfie con me perché ti sto simpatico?

Allora niente, ho parlato all’aria per tutta la serata.

L’avevo detto io che questo non è un posto per me.

Stavo tanto bene a casa.

5 aprile, 2014

5 aprile 1994

Filed under: personalismi — ilkonte @ 12:37 pm
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Tg 1 della sera. Il rito famigliare della cena e della tv accesa.

Arrivò la notizia, in coda al telegiornale.

Mio padre ascoltò senza dare attenzione, continuando a mangiare.

Io rimasi fermo, con la forchetta in mano.

Dissi solo:”E’ morto”.

Mio padre mi guardò e tacque.

Mi alzai e andai in camera.

Romeo, il mio gatto, fece appena in tempo ad entrare prima che chiudessi la porta.

Mi stesi sul letto, in silenzio.

E ascoltai così cosa significa sentirsi soli a 14 anni.

Anni dopo, molti anni dopo, avrei capito.

Con la maturità avrei sentito, davvero, cosa avevamo perso.

Grazie Kurt.

24 marzo, 2014

139 Kg (il telecomando sul tavolo)

telecomandoSi lo so, è sabato, ma stasera resto a casa, ho troppo caldo.

Alla tv danno un film indecente con un biondo che una volta piangeva in una serie di quelle becere del pomeriggio. E mi sto rompendo il cazzo.

Pausa pubblicitaria. Non mi alzerò mai per prendere il telecomando, sudo solo al pensiero. Non mi va.

E mi viene da pensare che non mi frega praticamente niente di vivere in una civiltà che poi andando all’osso ha ottenuto come risultato principale l’innalzamento dell’aspettativa di vita.

La civiltà occidentale, o come la volete chiamare voi, ci fa morire più tardi, almeno come media.

Ok, e ti pare poco? Però, mi dicono, se non c’hai i soldi, non ne fai, non fai pil, non è che ti godi tutta sta civiltà occidentale. Cioè “un onesto lavoratore”, “un esempio di rettitudine e dedizione”, “un eroe del quotidiano”, non te lo dirà nessuno e anche se te lo dicono, fidati, è capace che ti incazzi pure perché pensi, comprensibilmente direi io, che ti stanno pigliando per il culo. La “dedizione” è per le bollette, va rispettata.

E comunque “la civiltà” pare dica che qua o fai i soldi o sei fuori. Bella scoperta. Vabbè fatemi dire però. La pubblicità sta andando avanti e mi secco a cambiare.

La civiltà occidentale ci sta regalando una vita sempre più lunga. Di merda, ma più lunga. E col televisore a casa, la macchina e nessuno muore di fame. In ogni caso, comunque, pure se stai proprio rovinato te la sfanghi e la televisione a casa la tieni, non te la devi vendere per comprare qualche sacco di farina e legumi. E in Africa? Che c’hanno il televisore in Africa nei villaggi di capanne? No. E non c’hanno manco la macchina e so sfigati. E una volta, quando uno non mangiava la pasta e ceci, automaticamente arrivava quello grande che ti faceva prendere malissimo perché in Africa c’era un bambino come te ma africano, in una capanna, che con quella pasta e ceci o ci campava una settimana, o moriva. Non era per farti sentire una merda perché la roba non si butta, ma per farti entrare in testa che sei fortunato, superiore al bimbo africano perché puoi mangiare pure una cosa che ti fa schifo mentre quello in Africa si magna quello che trova. E zitto, altro che #istafood. No, calmi. Non sono io che la penso così. Dico che ci hanno educato così, o no?

Ipocrisie, naturalmente. Ad esempio mi sembra che fino ad ora non abbiano passato nessuno spot di assorbenti femminili ma un paio di pubblicità di profumi o creme rassodanti. Che di notte non ci sta il ciclo? Ipocrisia.

Forse ricomincia il film, un attimo. No, falso allarme. Altra pubblicità.

Ho alcune amiche che si incazzano perché ci sono le pubblicità di vestiti con donne che sempre fighissime, bellissime, e ti ritrovi il mega-cartellone sul palazzo del comune, a fianco al muro dei Partigiani, con Beppe Maniglia dall’altro lato che si fa filmare dai turisti (riferimenti bolognesi). Sono d’accordo con voi. Basta con queste pubblicità maschiliste destinate a pubblico femminile. Io, onestamente, a tutto penso tranne che comprare un vestito ad una donna. A malapena trovo delle scarpe che piacciano a me e, detta come va detta, a volte faccio veramente fatica a spendere troppi soldi per qualcosa con cui pestare merde. Quindi no, un vestito ad un’amica non lo compro, e non le chiederò di comprarselo. Io con la storia delle pubblicità maschiliste quindi non c’entro niente e niente ci guadagno. Fanno tutto loro, mi pare.

Facciamo così, non ho detto niente. Erano, diciamo, cazzate in libertà. E pace, che qua la pubblicità è finita.

Sto film è veramente fastidioso per quanto è scemo ma fa veramente troppo caldo, l’aria sembra che si schifi a venire a darmi una mezza alitatina. Mi sono pure cadute le patatine a terra, e chi le raccoglie, chi ce la fa a muoversi. E figurati se mi alzo per prendere il telecomando. Oltre ogni mia minima possibilità.

Nuova pausa pubblicitaria.

Però ci sarà in Africa uno che vive nei villaggi di capanne e però non è un caso umanitario? Si, ci sarà o comunque facciamo che ci sia.

Il nostro africano campa quello che può campare con la moglie o le mogli, i figli, la tribù, i guerrieri, quelli che si pittano, la caccia e via dicendo. Mo quello non sa come vivi tu; non sa che cazzo è la fila in tangenziale e le spese condominiali. Lui, ascoltatemi, sta in grazia di dio. Ma muore, purtroppo, a 50-60 anni come grande saggio capo tribù. Tipo per chiudere la metafora nel villaggio dovrebbe esserci una troupe televisiva americana che cercava il disastro umanitario e alla fine ha dovuto riprendere gente mediamente felice e un vecchio che muore giovane, ma felice. Devi puntare sul morto, per forza. Lacrime e cose strane tipo riti particolari. Se la so dovuta sfangare così. Bravi comunque a far trasparire un senso di “ma vedi questi come cazzo stanno e che cazzo stanno a fa?” che ti rassicura quello che basta mentre stai sul divano che pesi 139 kg, incollato ad un divano zuppo di sudore e scleri ché vuoi cambiare, fare un po’ di zapping, ma il telecomando sta sul tavolo.

Mo quello, l’africano ipotetico di prima, è stato sempre felice in vita sua: niente violenze, mangiato sempre e abbondantemente, fatto tanti figli, cacciato tante gazzelle, visto tante albe e tramonti, passato tante serate davanti al fuoco a parlare con gli spiriti, visto tanti bianchi che gli sembravano totalmente idioti. E’ stato pure l’Anziano del villaggio. Arrivaci tu a fare l’Anziano del villaggio. Al massimo a te ti manderanno in qualche “villa Addolorata” a magnà brodini e guardare Forum, senza telecomando.

Serve allora a qualcosa passare una vita di merda fino a 100 anni?

Bella scoperta, lo so, non ho detto niente che non sia mai stato pensato o scritto.

E’ ricominciato il film. Stiamo, mi auguro, andando verso il finale. Qualcosa di americanamente salvifico, solita merda. E vissero tutti imprecisi e contenti.

Ne parliamo magari poi eh? Della storia dell’Africa e tutto il resto. Mi vedo il finale.

O magari mi addormento. Il film prima o poi finirà. Arriverà altro.

2 marzo, 2014

Le parole che non ti ho detto (storie di simbiosi)

Filed under: deliri controproducenti — ilkonte @ 1:56 pm
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Si tenevano per mano. Sui 20 anni più o meno, comunque molto meno di 30. Non sono mai stato bravo a indovinare l’età della gente. A mala pena riesco, allo specchio, a convincermi che sono passati veramente 43 anni a guardare quella faccia.

Si tenevano per mano e lui, lo vedevo, le accarezzava col pollice il dorso della mano.

E io lì, al mio solito tavolino in fondo al locale, a fingere di leggere il giornale e rubare sguardi di passanti.

Lei prende l’iniziativa e punta decisa il tavolo alla mia sinistra. Si siedono, si guardano negli occhi, ebeti.

“Amore – fa lei – a volte ci penso..”

“E si, anch’io sai. Ma non vorrei che diventi un problema.”

E si guardano.

Arriva la cameriera per l’ordine:”GELATO AL LIMONE“, dicono i due tipo in coro, e scoppiano a ridere. La cameriera non ride e annota, mi lancia uno sguardo, io mi rituffo nei titoli della politica nazionale.

“Ti rendi conto? Sarà la quarta volta in due giorni che pensiamo e diciamo la stessa cosa, pazzesco no?” E schiocca un bacio.

“A volte sembra che ormai diciamo, pensiamo e facciamo sempre la stessa cosa”, e via occhiate al miele. Io rischio di farmi andare storto lo spritz, tossisco, sfoglio nervosamente il giornale, leggo due titoli di cronaca locale. Odio ste badilate di cicciccì e pippippì e sdolcinature varie. Noia, quasi nausea. Mi mettono tristezza.

“Si, amore – lui la accarezza sulla guancia – ormai siamo legati!”

Lei abbassa lo sguardo, gli prende la mano, si volta e incrocia il mio sguardo. Mi avrà fissato per 3/4 secondi, ma penso mi abbia guardato attraverso, coi suoi occhietti verdi, vispi. Eppure sono ancora un bell’uomo, almeno così mi dicono. Ma niente, m’ha guardato oltre, ha bucato pure il muro giallo dietro di me.

“Cioè, tipo stamattina, che ti sei alzato e hai messo, così, senza dire niente, quel pezzo dei Depeche. Capito no? – lui in risposta accenna il ritornello a colpi di Po po po po – Tiggiuro che stanotte ma la cantavo in sogno.”

“Che ti devo dire amore, forse l’avrai canticchiata mentre dormivi, io l’ho sentita e m’è entrata in testa.”

Lei non è convinta. Lui continua a canticchiare Popoppoppò.

“Oppure ieri sera, ci siamo persi nel locale e dove ci siamo trovati?”

AL KEBBABBARO“, in coro. E ridono.

“Cioè… Io avevo fame e sono uscita per farmi un kebab al volo e tu arrivavi lì nello stesso momento!”

“Si, pazzesco. Ero lì con gli altri e, così, mentre stavo a chiacchierare m’è salita una gran fame. Tu chissà dove cazzo stavi… E mi sono avviato. Gli altri pure ci sono rimasti e io niente, ho fame, vado.”

“Pazzesco tesoro…”, lei si sposta di fianco a lui con la sedia per appoggiargli la testa sulla spalla.

Stanno fermi così qualche secondo, in silenzio.

OPPURE“, in coro e si fermano, e ridono e via bacione passionale.

Arrivano i gelati. Iniziano a mangiare.

“Oppure cosa?”

“Eheh, si bella. Io mi stavo ricordando dell’altro ieri quando tu eri a casa tua e io da me.”

“Ahahaha, ma anche io!”

“No, dai, non ci credo. Ma dai.”

“Ti giuro tesoro, pensavo alla stessa cosa ora!”

“No vabbè. Qua ormai è una simbiosi.”

Simbiosi. Eccallà. E ora magari un bel discorso sul “sei l’unica”, “non vivo senza di te”. Sono arrivato ai titoli dello sport. Però se sti due stronzi non mi dicono che hanno fatto in simbiosi, l’altro giorno, mi incazzo.

E’ COME SE

E ovvia risata.

“E’ come se – si prende la scena lei – noi ormai sentissimo proprio le stesse cose. Ho fame io, hai fame tu. Ho sonno io, ti addormenti tu. Fumo tu, mi sconvolgo io.”

“La cosa mi inquieta – sorride lui – però cazzarola si. Sembra proprio così, una simbiosi.”

Si, ho capito. Ma cosa cazzo avete fatto l’altra sera? Io ormai sono alle previsioni del tempo e loro stanno lì, a ciucciarsi il gelato al limone che tra l’altro mi fa pure cacare, a sognare, a fare gli innamoratini di stocazzo. Le coppiette mi mettono a disagio e non arrivano mai a un punto.

Metti due che parlano di politica, tu li ascolti, loro magari dibattono, ma la chiacchiera sulla politica deve essere chiara, completa, esaustiva. Quindi senti due che parlano di politica, a un punto arrivi; come minimo capisci come la pensano, che visioni del mondo si confrontano, che argomenti hanno. Sono chiacchiere se volete istruttive. Le coppiette no. Non aggiungono niente, non nutrono nessuna mia curiosità, non ti fanno vedere mondi diversi. Sono tutte uguali, banali, noiose. Le coppiette mi sono d’intralcio quando fingo di leggere il giornale per sentire e spiare i cazzi degli altri, mi fanno passare la voglia. Io non le farei entrare qua al bar.

“Tipo adesso, a cosa pensi?” lui si intreccia tra le dita una ciocca della biondina.

“Penso che ti amo.”

“Anch’io”.

Loro bacio. Io malessere.

“Però, amore. Posso chiederti una cosa?- serio, quasi tormentato – Cioè voglio dire: se tu senti quello che sento io o comunque viviamo sta simbiosi che tu fai cose e io praticamente pure, che io fumo e tu ti schiatti, che io ho sonno e tu dormi, che ci viene fame assieme, che ci cuciniamo le stesse cose pure se non ne abbiamo parlato, che tu c’hai l’esame e a me prende l’ansia eccetera… Mi chiedevo… – e la prende di fronte, faccia a faccia, tenendole il viso con entrambe le mani, deciso – Ma quando mi viene voglia, a casa, da solo, di menarmi un gran pippone – pausa drammatica – tu allora chi ti stai scopando?”

Genio. Grazie.

Chiudo il giornale, prendo il resto e vado.

I just can’t get enough.

14 febbraio, 2014

Maledetto cattolicesimo (il movimento lavatrice)

Sto per fare una cazzata di dimensioni planetarie.

Premetto che ho timore a scrivere del Marchio. Non sono uno che si tiene, va a finire che al terzo ”continua a votare PD” mi incazzo, sbraito e rischio poi, per una sorta di reazione infantile,  di pensare per qualche minuto che dovrei votare il Partito dei Pensionati. Quindi poi parte una specie di tormento interiore pesantissimo e ci sto male. Sono un tipo sensibile, o almeno credo. E non mi piace prendere rischi quando so che sono fondati, quindi mi sento pure coglione.

Ma vabbè, ogni tanto bisogna volersi male.

E allora famola sta cazzata; dico la mia sul Marchio nel modo superficiale e scurrile di cui sono capace, poi alla fine mi insulterete o mi direte di informarmi meglio, come è giusto che sia. Le tradizioni bisogna rispettarle.

Un movimento senza  una spina dorsale ideale (l’ideologia è una cosa seria) non può avere una bussola che non sia quella dell’attualità. Si dice e si pensa quello che potrebbe avere un riscontro a breve termine (es: “se [...] avessimo proposto l’abolizione del reato di clandestinità [...] il M.© avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico”, o la mancata presentazione del Marchio alle regionali sarde), e ci si riempie la bocca di vane o sedicenti rivoluzioni, nuove idee, futuro, ecc ecc…

Succede così che non si veda nessuna strategia (es: prendere il Pd per le palle quando Bersani stava lì con le braghe calate a implorare di fare un governo e poterlo poi magari ricattare di buttarlo giù alla prima cretinata, e incassare così una vittoria politica definitiva) e si campi di tattica. Tanto gli altri, quelli oggettivamente impresentabili, forniranno sempre una scusa spettacolare per fare casino, autogestione, trovare slogan a effetto, urlare cacca pupù a chiunque non sia dalla loro parte. E’ così che poi non si dice nulla sulla struttura economica della società, non si propone alcuna alternativa che non sia basata sul “son tutti uguali, tutti rubano”. E intanto ci si fa belli della inadeguatezza altrui, che è pesante, tipo una lapide, ma di quelle grosse. Vedi Renzi e poi muori.

Però, non è che siccome stai a un rave di punkabbestia puzzoni se cominci a scorreggiare sei comunque un campione di galateo e di civiltà. Aver le ascelle profumate in quei casi è cosa buona, ma non sufficiente.

Strategia e tattica, che parole antiche. Tuttavia qualcuno mi deve dare una spiegazione plausibile al fatto che il primo partito sardo abbia deciso di non presentarsi alle regionali.

E’ il marketing, bellezza.

E io sono vecchio, non capisco niente, faccio schifo e sono colluso, ok. Però io questa “scelta” non l’ho capita.

Poi, anche ‘sto fatto che si risponda quasi sempre automaticamente “e allora tenetevi il pd e il pdl e chi ha rovinato l’italia, ecc ecc” lo trovo un modo settario e poco intelligente di ragionare. Mi spiego, o almeno ci provo: dare dell’imbecille a 20 milioni e rotti di cittadini che hanno votato e votano i suddetti inadeguati non è tanto coerente con l’ambizione di un Marchio di raggiungere il 51% dei consensi elettorali. O i cittadini sono sempre coglioni (e allora la maggioranza è sempre fatta di imbecilli, anche quando vota “bene”, cosa che sostengo da tempi non sospettabili, ma io sono poco intelligente da sempre) oppure qui abbiamo a che fare con una setta salvifica che può mondare i peccatori.

Laggente che ha votato il Marchio si è allora salvata mettendo ics su una scheda? Tipo quelli che fino al 24 aprile erano fascisti e poi la mattina dopo si sono svegliati partigiani?

Evidentemente funziona così, sono io che ragiono in termini vetustamente novecenteschi. Nella nuova era (l’epoca del “se avrei” o del “futuro posteriore”) è bene dire che la colpa è degli altri, e che nella cerchia dell’intelligenza collettiva stiamo tutti meglio, siamo tutti più bravi, più onesti, più puri. Copia, incolla, un risciacquo e via. 

Una lavatrice, insomma.

Il problema, cari tutti, non sono i politici, i partiti, i tecnocrati.

Il problema siete/siamo noi.

E se mettere ics vale la salvezza, andare a uno spettacolo del proprietario del Marchio o comprare un suo dvd vale tipo ‘na confessione?

Comunque mo basta fa’ l’intellettuale, sennò va a finire che mi piglio a sberle da solo.

Stasera mi spacco di birre e parlo di figa, per sentirmi pessimo. Voglio che gli amici mi ricordino così.

Il resto è noia.

P.S.

In ogni caso, che non si sa mai, io mi pento: in fondo in fondo non ho nulla contro il Marchio e chi lo segue. Sotto sotto tutti quanti hanno diritto a credere di avere un’anima da salvare.

Io sono ateo, probabilmente, ma non ditelo in giro.

Intanto mi guardo qualche video del proprietario del Marchio su Youtube, che dovrebbe valere tipo dire un Atto di dolore.

Maledetto cattolicesimo.

19 gennaio, 2014

A cosa stai pensando? (cose varie)

Filed under: deliri controproducenti — ilkonte @ 1:34 am

Maestria. E’ esempio di maestria un maestro di 50-60 anni che rigira, senza dargli attenzione, in un secondo, una crepe grande quanto uno sterzo di Punto. No, considera dimensioni, quantità di liquido spalmato. Lui prende il mestolo, quantità giusta, precisa, appena sotto l’orlo. Da tipo 20 anni un mestolo pieno appena sotto l’orlo, e girare, spargere, due colpi bastano e via. Da 20 anni. Non so se mi spiego, ‘na cazzo di macchina. Precisa. Serena. Pim, pum, slaaaaaarg e pa, pa, pa e via a condire. E’ maestria. No, vabbene, maestria nel senso di esperienza, non parlo di talento. Il talento magari poi, con l’esperienza e la routine, diventa maestria. Standing ovation quando ti chiude la crepe. 10 secondi so’ tanti. E lasciano pure un senso di boh, poetico dico. Ma è anche un po’ angosciante. Cioè lui fa crepe come tu respiri. Quante crepe avrà fatto? 10 milioni? Capisci che ormai non si parla più di talento. Si, si si. Hai ragione. 3 bottiglie di vino in 3, in 2 ore, so’ assai. A trent’anni non hai più un’idea eroica della sbronza. E’ pragmatica, sensibilità, capacità di gestione. Si vabbè sto sbronzo, ho capito. Ma non è la sbronza di 10 anni fa. Ecco. Mo’ hai capit’.

Strisce pedonali. Clima umido. Pioviggina.

Mo però comba’ fatti il flash. Metti che tipo in un futuro x fanno n’applicazione che ti permette di comunicare, senza digitare, quel cazzo che ti passa per la testa. ‘Na roba tipo telepatia con la macchina, o situazione decisamente cyberpunk. Si si. Non lo so. Non ti so dire ADESSO se hanno fatto un film con questa idea. No, non hai capito, non lo sapevo. E’ un flash che mi sto facendo io, diciamo per ignoranza, ti va bene? E fammi parla’ cazzo. E fatti ‘na risata.

Sempre strisce pedonali. Lieve barcollìo e inizio di chiamata al cesso. Ignorare entrambi.

Comunque, assodato che forse hanno fatto un film di Nonsisacchì Forsequello, e appreso che c’era pure una splendida colonna sonora, dicevo: metti che ci sta st’applicazione. Io tipo mo vedo: “strisce pedonali”. E taaac. Su una specie di Facebook ultaevoluto arrivano le mie strisce pedonali bagnate, con tutta ‘na specie di didascalia. Nel cervello. La comunicazione è bi-direzionale, s’intende; chi c’ha ‘sta cazzo di applicazione trasmette e riceve mentalmente. ‘Na rottura di coglioni, combà. Acchiappi autoscatti, bocche a culo di gallina, gatti, tramonti e roba da magna’ una continuazione. Senza sosta. Poi immagina il peggio. Il bacchettone che fa la sua campagna contro l’inciviltà di chi fa fare cacca ai cani in strada e non pulisce. Uagliò, converrai che so’ fastidiose. E che magari pigli e la pesti o ci vai proprio assai vicino. Non ti da fastidio? Immagina che un domani uno con st’applicazione s’incazza per una cacca di cane, sfiorata o pestata che sia e, invece di bestemmiare, posti. Immagina la merda e le rotture di cazzo che t’arrivano nel cervello.

Scusa, finisci pure di mangiare la crepe al cioccolato. Scusa davvero.

Tipo com’è adesso sul cellulare, ma con le persone vere; le persone, vere. Con meno filtri, o appena appena filtri diversi. Eh.. Mo mi stai seguendo.. Non è il film, capito. Qua stiamo sclerando, e, si, infatti. Giusto. No, no, non ti devi scusare, è il mio modo di parlare col vino. Comunque si hai ragione, mezzi diversi portano a utilizzi diversi, ci siamo.

No, non voglio bere, tranquillo.

Sboccano all’angolo. Il tipo era uscito distinto, testa alta. Girato l’angolo: misto tra sangue freddo e teatro puro. Dipende da chi era. Io, esperienza e stile, m’appoggio alla colonna e non mangio dolce. Dilettante il tipo, ma almeno non ha fatto scena. Il che francamente l’ho apprezzato. Distinto, appunto.

Tipo no, fatti il flash.

Linguaggio anni ’90. Non te lo puoi permettere. Fai quello che sei, evita lo slang  di 20 anni fa (renditi conto, fai la critica per “fatti il flash” e poi dici slang; vergognati). Cazzo.

Comunque metti una rissa. Io che stavo appoggiato al muro a guardà le strisce. Io che poi sono pure caduto per le scale, salendole, quando sono tornato a casa, dopo. No, t’ho detto il fatto delle scale perché stavo provando a inquadrarmi la cosa, a livello temporale. Comunque, dicevo, arriva questo che inizia a menare a uno. Dico perché, come cazzo? Lui: no, se l’è cercata, battute a cazzo, stava molesto. Il tempo di dire “aspè spiegati” e quello riparte a menare ceffoni. Comunque la morale è che lo danno, forte. Questo si alza, tu gli vai a dire che cazzo hai fatto, com’è che ti stanno a menà e il tipo, niente, ti fa che se t’acchiappa ti scugna di mazzate. Ma vafanculo, coglione. No, il tipo che mena dell’inizio e il tipo che è stato menato alla fine sono due persone diverse, bravo. Hai ragione, mi sono spiegato un po’ male.

Scale, luce laterale, dal cortile. Bagnato. Sopra è casa. La ringhiera pure è bagnata, scivola la mano. Porta, chiave, divano. Giusto metà scala e ci siamo.

Metti che comunque ci sta sta cazzo di applicazione che piglia e mette telepaticamente tutte le cose che ti passano per la testa, a cazzo.

Hai capito mo?

11 dicembre, 2013

Fede

Filed under: personalismi — ilkonte @ 10:24 am
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Ieri sera stavo al pc e sentivo, in sottofondo, la tv, ferma inspiegabilmente su Rete 4. Guardavo i tweet, sfogliavo facebook e notizie e sotto, imperterrita, Rete 4. Inizia il tg, sento la sigla, mentre leggo della fiducia a Letta, dei forconi, di Grillo e di Renzi. E sotto il tg4. Senza una ragione ho cominciato a sentirmi vuoto, spossato, distante, come se, per la prima volta, avessi realizzato che in realtà non me ne frega assolutamente nulla di quello che succede in giro.

La sensazione è andata avanti fino a sera, mentre guardavo un film, con la tv ormai spenta. Un misto di indolenza e apatia. E  sontuoso menefreghismo.

Ci dormo su.

Mi alzo, accendo il pc, metto la radio. Niente, non mi passa.

Poi, leggo di Berlusconi che vorrebbe incontrare i forconi e mi viene in mente lui e capisco: mi manca Emilio Fede.

Cercare notizie su di lui non mi ha aiutato. Lo voglio in video. Lo voglio lì che mi faccia incazzare. Lo voglio lì, vergognoso come sempre.

Senza di lui abbiamo perso un punto di riferimento. Senza di lui è un po’ più difficile essere qualcosa “per esclusione”. Non è facile, non è bello, ma è così.

Cerchiamo immediatamente un altro Fede. Sennò qua finisce male, davvero.

Potremmo finire per stimare gente a caso e odiare uno qualsiasi, uno a caso tipo Cruciani. Ma non è la stessa cosa, non funziona, non funzionerebbe nemmeno da palliativo.

E quindi? Non voglio sentirmi nostalgico.

Riabilitare Fede. Subito.

21 novembre, 2013

Il pisello in fronte (l’uomo che salverà l’Italia)

Filed under: deliri controproducenti,umorismo inutile — ilkonte @ 4:16 pm
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Liceo Dante, una ventina di anni fa.

“Bareschi, venga.”

Il Bareschi si alza. Jeans strappati, anfibi, capello lungo. Oggi ha la maglietta dei Megadeth. Va alla cattedra trascinando i passi, con un ghigno beffardo. Le ragazze muoiono per lui, è il figo-maledetto della classe. A liceo, negli anni ’90, se non sei maledetto non sei nessuno.

“Allora Bareschi, oggi portavate Freud, il complesso edipico”, il prof apre il libro di filosofia, si aggiusta gli occhiali, si sistema la cravatta, alza lo sguardo verso la classe.

“Portavano, professore, portavano.”

“Cosa vuol dire portavano, Bareschi?”

“Vuol dire icchè ho detto prof, gli altri sicuramente l’han portato ai’ Freud.”

“Lei è impreparato?”

“E c’ho avuto un po’ da fare!”

“Andiamo bene. Vuol tornare al posto?”

“Se lei la preferisce”.

Un cenno della mano e Bareschi si avvia verso il banco, ovviamente all’ultima fila, quello più ambito, più invidiato.

“Allora, con questa Bareschi siamo alla terza insufficienza. Ma a lei, a quanto pare, non importa nulla”.

Bareschi sorride.

Dal primo banco, quello degli sfigati, si alza una mano:”Professore, se vuole, verrei volontario”.

Il prof sospira compiaciuto, il ragazzo dà sempre soddisfazioni. Ordinato, educato, sveglio. Mai una parola fuori posto, mai un cedimento nel rendimento scolastico. Il Renzi sta da sempre al primo banco. Camicia nei pantaloni, occhiali tondi, capello ordinato con la riga a destra, un bravo ragazzo. Durante l’occupazione di quest’anno, poi, è stato l’unico rappresentante d’istituto che s’è schierato contro e la cosa è piaciuta pure al preside.

Viene dal paese dove il papà è uno dei pezzi grossi della politica. Fin da piccolo se l’era portato in giro, alle riunioni della sezione DC, ai comizi. Il piccino s’era cibato di tutte quelle lusinghe, quegli applausi, come fossero suoi. Era un bambino tutto perfettino lui: studioso, sempre attento, educato. Ma non era uno sfigato, intendiamoci. Cioè, da bambini non si guarda a ‘ste cose. Da bimbi conta altro.

A liceo però tutto cambia. In classe lui è ancora quello tutto perfettino, in prima fila, secchione, che fa il simpatico con tutti ma poi, quando c’è versione di latino, non passa un cazzo. Quello che quando il compagno coi pantaloni strappati e la maglietta di Che Guevara va all’interrogazione e dice una castroneria, viene invitato dal prof a correggerlo e lui, con un certo senso di superiorità, corregge, sottolinea, integra. Poi però fuori dalla scuola non se lo caca nessuno perché, per tutti i compagni, è fondamentalmente uno stronzo.

Rimane così relegato nella setta dei nerd. Lui ci prova a piacere, a essere alla mano, a integrarsi, ma poi però quando si entra in classe non guarda più in faccia nessuno. Lì c’è competizione, lì bisogna primeggiare. L’altra volta s’è fatto sciopero e lui è entrato. Ha fatto prendere una nota a tutta la classe.

In paese, poi, qualche mese fa si faceva la gara coi motorini. Tutti ce l’avevano truccato, lui no, e gli amici della comitiva lo prendevano per il culo un giorno sì e l’altro pure. Lui a quel punto che ha fatto? S’è presentato in piazza assieme a un vigile:”Allora Adolfo i motorini truccati sono codesto, quello, quello e quell’altro”, indicando col ditino pure i rispettivi proprietari. E giù multe e sequestri.

Ma lui è un leader, almeno, lui vorrebbe essere un leader, come negli scout. Forse è così stronzo anche per rivalsa, proprio perché quelli fighi lo emarginano sempre.

“Renzi, la ringrazio – il prof ha appena messo un bel 3 a Bareschi e scorre con la mano nell’elenco – ma vediamo se qualcuno in classe vuole farci sentire qualcosa di interessante.”

“Si figuri prof, è giusto sentire anche gli altri, ci mancherebbe.”

Lo sguardo benevolo e di apprezzamento del prof si contrappone proporzionalmente a quelli di profonda antipatia del resto della classe, primi banchi esclusi.

Il Renzi ultimamente è ancora più stronzo del solito. E’ dalla gita a Praga che s’è imbestialito. Nel pullman era stato scacciato dai posti in fondo e lui s’era seduto avanti, dietro ai prof. Ha passato tutto il viaggio d’andata a raccontare col microfono e la soddisfazione del corpo docenti le bellezze, la storia, le curiosità della “più affascinante città della mitteleuropa”. E giù pernacchioni dal fondo e risate dal resto della comitiva. Lui aveva preso la gita come l’occasione per approcciare, fuori dalla competizione scolastica, al resto della classe. Ci credeva. In gita si trasgredisce, si sa. In gita si è fighi. E lui c’ha provato da subito, già la prima notte.

Tutti ubriachi a bestia lui fece quello che si lascia andare, che partecipava ai giri di cicchetti. Quando gli altri cominciarono a pomiciare lui ci provò con la Todini che, anche se ubriaca, ovviamente lo rifiutò, facendogli fare una figura di merda davanti a tutti in discoteca. Il Renzi andò barcollando qua e là cercando di approcciare con altre tipe ma nulla. Alla fine si addormentò a bocca aperta sui divanetti, con gli occhiali mezzi storti in faccia. I compagni, Bareschi in testa, gli disegnarono un bel pisello in fronte, ma bello grosso, che si vedeva da lontano. Quando si fece per tornare in albergo lui, con l’enorme cazzone disegnato in fronte, si fece a piedi tutta la strada per tornare in albergo con la gente che lo guardava e rideva.

La mattina dopo va per lavarsi i denti ed ecco l’amara scoperta. Nella sala colazioni fu accolto da una standing ovation. Anche i prof ridevano e applaudivano. Per tutta la gita e nelle settimane seguenti non si parlò d’altro.

Sta cosa non l’ha presa bene. O meglio, ha abbozzato, ha finto autoironia. Ma sta cosa se l’è segnata.

Da quel momento si è promesso che avrebbe fatto di tutto per diventare un figo, ma figo veramente. Uno che viene seguito, uno che piglia applausi, tipo il suo babbo.

Un leader, tipo come quando era negli scout, ma più cazzuto. Uno che non gli si disegnerebbe mai un cazzo in fronte.

Da quel momento il Renzi ha vissuto ogni attimo della sua vita per fargliela pagare al Bareschi, a quella troia della Todini e a tutti quei falliti che a liceo lo odiavano.

Lui è il migliore. E’ lui il più figo.

Ridete ora, teste di cazzo.

P.s.

Si ringrazia Lorenzo G. per la consulenza linguistica e lo spunto aneddotico dei motorini truccati.

18 novembre, 2013

Elogio dell’anzianità (la trappola del giovanilismo)

Filed under: società — ilkonte @ 2:26 pm
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anziano al computerA cavallo di due secoli”, così si diceva a scuola quando inquadravi la biografia dei poeti italiani che, dal medio evo in poi, si erano trovati a vivere un periodo di transizione. La professoressa ci spiegava e rispiegava che sono i periodi più difficili, travagliati, ma nello stesso tempo stimolanti e ricchi di fermento. Perché dal disagio nasceva quello slancio a raccontare le proprie contraddizioni, la propria inadeguatezza. Sapevano, spesso, da dove venivano e non capivano però dove andavano. Non erano né carne né pesce, contemporaneamente anticipatori del nuovo e ultimi retaggi del vecchio. Insomma, i più grandi poeti e scrittori erano fondamentalmente dei disadattati. Io, almeno, questo ricordo di quelle lezioni. O questo ho voluto ricordare.

Fatto sta che col tempo e l’età, con la consapevolezza che non si hanno per sempre 20 anni, che non si è per sempre giovani, ti ritrovi a guardare il nuovo con gli occhi dello straniero e il vecchio con gli occhi dell’esule. E non capisci tu da che parte sei, cosa sei. Stai in mezzo e ti sta sul cazzo sia il vecchio che il nuovo. E hai nostalgia sia di quello che è stato, sia di quello che pensi stia venendo e tu non vivrai, se non per imitazione. Che strano.

anziano a petto nudoNon si hanno sempre 20 anni. Questa è l’illusione che ci ha inculcato la tv, i media, i film. Il giovanilismo è la peggiore delle ideologie, la più difficile da estirpare, perchè scava dentro e rende schiavo. Perchè si è giovani, a 30 anni suonati, più per paura e abitudine che per carta d’Identità. Il giovanilismo andava bene negli anni 80, ora no. Ora è una trappola costosissima: si spende per “fare serata”, si spende per il vestiario, si spende in rapporti umani, in progetti di vita. Si, ok, è difficile fare progetti in un periodo come questo, ma molti di noi non avrebbero la minima intenzione di metter su famiglia e comprarsi casa, anche se lo potessero fare. Perché? Perché sono giovani, siamo giovani, e vogliamo vivere.

Si è giovani indistintamente fino a quando riesci: a passare una serata senza addormentarti, a capire lo slang adolescenziale senza fare battute derisorie oppure, e questo è il segnale più banale e definitivo, fin quando non senti una incredibile voglia di fermarti ad osservare dei lavori pubblici a caso.

Sia chiaro, non sto facendo nessuna critica bigotta o bacchettona. Sto cercando solo una minima forma di autoanalisi, per quanto inutile. Però è anche vero che viviamo a cavallo di due secoli, di cui il primo è definito breve, e quindi siamo, per definizione, dei disadattati. Quindi ben venga la decadenza e il giovanilismo, siamo giustificati. Verremo studiati così, forse. O forse conteremo talmente poco che questi 20-30 anni di transizione verranno ricordati a prescindere dalle nostre teste.

Si ricorderà la Storia, gli eventi, sicuramente non le storie. Potremmo venire ricordati perché abbiamo visto l’11 settembre, Berlusconi, Obama, qualche guerra, un paio di papi, Messi, facebook, Fabio Volo, Harry Potter, il mondiale del 2006, forse Genova, ma su questo non sono ottimista, noi per primi l’abbiamo rimossa. Noi, ne sono certo, non verremo inquadrati in nessuna retorica generazionale. Non come la generazione della Grande Guerra, o della Resistenza, o del dopoguerra, o degli anni ’60 o ’70. Noi siamo quelli di mezzo, né carne né pesce, con nostalgia del passato e nostalgia per quello che non vivremo. Eterni spettatori; un po’ lanciati verso il futuro e molto conservatori rispetto a quello che c’era. E poi siamo meno furbi dei sessantottini, non saremmo nemmeno in grado di produrcela la nostra retorica per poi tradirla. Seguiremo la corrente, come siamo stati educati a fare. Da bravi spettatori, appunto.

anziani feliciL’Istat ci dice che nel 2043 gli ultra 65enni saranno oltre il 30% della popolazione. Ecco, solo allora dovremmo contare qualcosa; perché potremmo essere tanti e disperati e potremmo ottenere, per una questione di massa critica, buone probabilità di essere importanti sia in termini di mercato, sia in termini politici. Molto più di adesso, fidatevi.

Il futuro è la vecchiaia. Cominciamo a dimenticarci di essere giovani se vogliamo contare qualcosa. Cominciamo a comportarci e viverci come se avessimo 60 anni.

Forse è l’unico modo per iniziare, da subito, a contare qualcosa, iniziando già da ora a ricordare noi stessi, quando eravamo giovani. E a quel punto potremmo anche imporre la nostra retorica e prenderci un qualche momento di dignità storica. Poi arriveranno i nostri nipoti e ci seppelliranno, in tutti i sensi.

Ora esco, pare ci siano dei lavori sui viali.

Stay hungry, stay foolish, be old.

O no?

P.S.
 
Ovviamente tutto questo discorso salterebbe all’aria nel caso di:
 
  • guerra mondiale
  • pandemia
  • ritorno di Elvis e Jim Morrison e successiva comparsa degli alieni
  • armageddon
  • premio nobel per la letteratura a Fabio Volo
  • vittoria mondiale 2026
  • rivoluzione
  • invenzione della macchina del tempo
  • varie ed eventuali
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