franchino's way

5 aprile, 2014

5 aprile 1994

Archiviato in: personalismi — ilkonte @ 12:37 pm
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Tg 1 della sera. Il rito famigliare della cena e della tv accesa.

Arrivò la notizia, in coda al telegiornale.

Mio padre ascoltò senza dare attenzione, continuando a mangiare.

Io rimasi fermo, con la forchetta in mano.

Dissi solo:”E’ morto”.

Mio padre mi guardò e tacque.

Mi alzai e andai in camera.

Romeo, il mio gatto, fece appena in tempo ad entrare prima che chiudessi la porta.

Mi stesi sul letto, in silenzio.

E ascoltai così cosa significa sentirsi soli a 14 anni.

Anni dopo, molti anni dopo, avrei capito.

Con la maturità avrei sentito, davvero, cosa avevamo perso.

Grazie Kurt.

24 marzo, 2014

139 Kg (il telecomando sul tavolo)

telecomandoSi lo so, è sabato, ma stasera resto a casa, ho troppo caldo.

Alla tv danno un film indecente con un biondo che una volta piangeva in una serie di quelle becere del pomeriggio. E mi sto rompendo il cazzo.

Pausa pubblicitaria. Non mi alzerò mai per prendere il telecomando, sudo solo al pensiero. Non mi va.

E mi viene da pensare che non mi frega praticamente niente di vivere in una civiltà che poi andando all’osso ha ottenuto come risultato principale l’innalzamento dell’aspettativa di vita.

La civiltà occidentale, o come la volete chiamare voi, ci fa morire più tardi, almeno come media.

Ok, e ti pare poco? Però, mi dicono, se non c’hai i soldi, non ne fai, non fai pil, non è che ti godi tutta sta civiltà occidentale. Cioè “un onesto lavoratore”, “un esempio di rettitudine e dedizione”, “un eroe del quotidiano”, non te lo dirà nessuno e anche se te lo dicono, fidati, è capace che ti incazzi pure perché pensi, comprensibilmente direi io, che ti stanno pigliando per il culo. La “dedizione” è per le bollette, va rispettata.

E comunque “la civiltà” pare dica che qua o fai i soldi o sei fuori. Bella scoperta. Vabbè fatemi dire però. La pubblicità sta andando avanti e mi secco a cambiare.

La civiltà occidentale ci sta regalando una vita sempre più lunga. Di merda, ma più lunga. E col televisore a casa, la macchina e nessuno muore di fame. In ogni caso, comunque, pure se stai proprio rovinato te la sfanghi e la televisione a casa la tieni, non te la devi vendere per comprare qualche sacco di farina e legumi. E in Africa? Che c’hanno il televisore in Africa nei villaggi di capanne? No. E non c’hanno manco la macchina e so sfigati. E una volta, quando uno non mangiava la pasta e ceci, automaticamente arrivava quello grande che ti faceva prendere malissimo perché in Africa c’era un bambino come te ma africano, in una capanna, che con quella pasta e ceci o ci campava una settimana, o moriva. Non era per farti sentire una merda perché la roba non si butta, ma per farti entrare in testa che sei fortunato, superiore al bimbo africano perché puoi mangiare pure una cosa che ti fa schifo mentre quello in Africa si magna quello che trova. E zitto, altro che #istafood. No, calmi. Non sono io che la penso così. Dico che ci hanno educato così, o no?

Ipocrisie, naturalmente. Ad esempio mi sembra che fino ad ora non abbiano passato nessuno spot di assorbenti femminili ma un paio di pubblicità di profumi o creme rassodanti. Che di notte non ci sta il ciclo? Ipocrisia.

Forse ricomincia il film, un attimo. No, falso allarme. Altra pubblicità.

Ho alcune amiche che si incazzano perché ci sono le pubblicità di vestiti con donne che sempre fighissime, bellissime, e ti ritrovi il mega-cartellone sul palazzo del comune, a fianco al muro dei Partigiani, con Beppe Maniglia dall’altro lato che si fa filmare dai turisti (riferimenti bolognesi). Sono d’accordo con voi. Basta con queste pubblicità maschiliste destinate a pubblico femminile. Io, onestamente, a tutto penso tranne che comprare un vestito ad una donna. A malapena trovo delle scarpe che piacciano a me e, detta come va detta, a volte faccio veramente fatica a spendere troppi soldi per qualcosa con cui pestare merde. Quindi no, un vestito ad un’amica non lo compro, e non le chiederò di comprarselo. Io con la storia delle pubblicità maschiliste quindi non c’entro niente e niente ci guadagno. Fanno tutto loro, mi pare.

Facciamo così, non ho detto niente. Erano, diciamo, cazzate in libertà. E pace, che qua la pubblicità è finita.

Sto film è veramente fastidioso per quanto è scemo ma fa veramente troppo caldo, l’aria sembra che si schifi a venire a darmi una mezza alitatina. Mi sono pure cadute le patatine a terra, e chi le raccoglie, chi ce la fa a muoversi. E figurati se mi alzo per prendere il telecomando. Oltre ogni mia minima possibilità.

Nuova pausa pubblicitaria.

Però ci sarà in Africa uno che vive nei villaggi di capanne e però non è un caso umanitario? Si, ci sarà o comunque facciamo che ci sia.

Il nostro africano campa quello che può campare con la moglie o le mogli, i figli, la tribù, i guerrieri, quelli che si pittano, la caccia e via dicendo. Mo quello non sa come vivi tu; non sa che cazzo è la fila in tangenziale e le spese condominiali. Lui, ascoltatemi, sta in grazia di dio. Ma muore, purtroppo, a 50-60 anni come grande saggio capo tribù. Tipo per chiudere la metafora nel villaggio dovrebbe esserci una troupe televisiva americana che cercava il disastro umanitario e alla fine ha dovuto riprendere gente mediamente felice e un vecchio che muore giovane, ma felice. Devi puntare sul morto, per forza. Lacrime e cose strane tipo riti particolari. Se la so dovuta sfangare così. Bravi comunque a far trasparire un senso di “ma vedi questi come cazzo stanno e che cazzo stanno a fa?” che ti rassicura quello che basta mentre stai sul divano che pesi 139 kg, incollato ad un divano zuppo di sudore e scleri ché vuoi cambiare, fare un po’ di zapping, ma il telecomando sta sul tavolo.

Mo quello, l’africano ipotetico di prima, è stato sempre felice in vita sua: niente violenze, mangiato sempre e abbondantemente, fatto tanti figli, cacciato tante gazzelle, visto tante albe e tramonti, passato tante serate davanti al fuoco a parlare con gli spiriti, visto tanti bianchi che gli sembravano totalmente idioti. E’ stato pure l’Anziano del villaggio. Arrivaci tu a fare l’Anziano del villaggio. Al massimo a te ti manderanno in qualche “villa Addolorata” a magnà brodini e guardare Forum, senza telecomando.

Serve allora a qualcosa passare una vita di merda fino a 100 anni?

Bella scoperta, lo so, non ho detto niente che non sia mai stato pensato o scritto.

E’ ricominciato il film. Stiamo, mi auguro, andando verso il finale. Qualcosa di americanamente salvifico, solita merda. E vissero tutti imprecisi e contenti.

Ne parliamo magari poi eh? Della storia dell’Africa e tutto il resto. Mi vedo il finale.

O magari mi addormento. Il film prima o poi finirà. Arriverà altro.

2 marzo, 2014

Le parole che non ti ho detto (storie di simbiosi)

Archiviato in: deliri controproducenti — ilkonte @ 1:56 pm
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Si tenevano per mano. Sui 20 anni più o meno, comunque molto meno di 30. Non sono mai stato bravo a indovinare l’età della gente. A mala pena riesco, allo specchio, a convincermi che sono passati veramente 43 anni a guardare quella faccia.

Si tenevano per mano e lui, lo vedevo, le accarezzava col pollice il dorso della mano.

E io lì, al mio solito tavolino in fondo al locale, a fingere di leggere il giornale e rubare sguardi di passanti.

Lei prende l’iniziativa e punta decisa il tavolo alla mia sinistra. Si siedono, si guardano negli occhi, ebeti.

“Amore – fa lei – a volte ci penso..”

“E si, anch’io sai. Ma non vorrei che diventi un problema.”

E si guardano.

Arriva la cameriera per l’ordine:”GELATO AL LIMONE“, dicono i due tipo in coro, e scoppiano a ridere. La cameriera non ride e annota, mi lancia uno sguardo, io mi rituffo nei titoli della politica nazionale.

“Ti rendi conto? Sarà la quarta volta in due giorni che pensiamo e diciamo la stessa cosa, pazzesco no?” E schiocca un bacio.

“A volte sembra che ormai diciamo, pensiamo e facciamo sempre la stessa cosa”, e via occhiate al miele. Io rischio di farmi andare storto lo spritz, tossisco, sfoglio nervosamente il giornale, leggo due titoli di cronaca locale. Odio ste badilate di cicciccì e pippippì e sdolcinature varie. Noia, quasi nausea. Mi mettono tristezza.

“Si, amore – lui la accarezza sulla guancia – ormai siamo legati!”

Lei abbassa lo sguardo, gli prende la mano, si volta e incrocia il mio sguardo. Mi avrà fissato per 3/4 secondi, ma penso mi abbia guardato attraverso, coi suoi occhietti verdi, vispi. Eppure sono ancora un bell’uomo, almeno così mi dicono. Ma niente, m’ha guardato oltre, ha bucato pure il muro giallo dietro di me.

“Cioè, tipo stamattina, che ti sei alzato e hai messo, così, senza dire niente, quel pezzo dei Depeche. Capito no? – lui in risposta accenna il ritornello a colpi di Po po po po – Tiggiuro che stanotte ma la cantavo in sogno.”

“Che ti devo dire amore, forse l’avrai canticchiata mentre dormivi, io l’ho sentita e m’è entrata in testa.”

Lei non è convinta. Lui continua a canticchiare Popoppoppò.

“Oppure ieri sera, ci siamo persi nel locale e dove ci siamo trovati?”

AL KEBBABBARO“, in coro. E ridono.

“Cioè… Io avevo fame e sono uscita per farmi un kebab al volo e tu arrivavi lì nello stesso momento!”

“Si, pazzesco. Ero lì con gli altri e, così, mentre stavo a chiacchierare m’è salita una gran fame. Tu chissà dove cazzo stavi… E mi sono avviato. Gli altri pure ci sono rimasti e io niente, ho fame, vado.”

“Pazzesco tesoro…”, lei si sposta di fianco a lui con la sedia per appoggiargli la testa sulla spalla.

Stanno fermi così qualche secondo, in silenzio.

OPPURE“, in coro e si fermano, e ridono e via bacione passionale.

Arrivano i gelati. Iniziano a mangiare.

“Oppure cosa?”

“Eheh, si bella. Io mi stavo ricordando dell’altro ieri quando tu eri a casa tua e io da me.”

“Ahahaha, ma anche io!”

“No, dai, non ci credo. Ma dai.”

“Ti giuro tesoro, pensavo alla stessa cosa ora!”

“No vabbè. Qua ormai è una simbiosi.”

Simbiosi. Eccallà. E ora magari un bel discorso sul “sei l’unica”, “non vivo senza di te”. Sono arrivato ai titoli dello sport. Però se sti due stronzi non mi dicono che hanno fatto in simbiosi, l’altro giorno, mi incazzo.

E’ COME SE

E ovvia risata.

“E’ come se – si prende la scena lei – noi ormai sentissimo proprio le stesse cose. Ho fame io, hai fame tu. Ho sonno io, ti addormenti tu. Fumo tu, mi sconvolgo io.”

“La cosa mi inquieta – sorride lui – però cazzarola si. Sembra proprio così, una simbiosi.”

Si, ho capito. Ma cosa cazzo avete fatto l’altra sera? Io ormai sono alle previsioni del tempo e loro stanno lì, a ciucciarsi il gelato al limone che tra l’altro mi fa pure cacare, a sognare, a fare gli innamoratini di stocazzo. Le coppiette mi mettono a disagio e non arrivano mai a un punto.

Metti due che parlano di politica, tu li ascolti, loro magari dibattono, ma la chiacchiera sulla politica deve essere chiara, completa, esaustiva. Quindi senti due che parlano di politica, a un punto arrivi; come minimo capisci come la pensano, che visioni del mondo si confrontano, che argomenti hanno. Sono chiacchiere se volete istruttive. Le coppiette no. Non aggiungono niente, non nutrono nessuna mia curiosità, non ti fanno vedere mondi diversi. Sono tutte uguali, banali, noiose. Le coppiette mi sono d’intralcio quando fingo di leggere il giornale per sentire e spiare i cazzi degli altri, mi fanno passare la voglia. Io non le farei entrare qua al bar.

“Tipo adesso, a cosa pensi?” lui si intreccia tra le dita una ciocca della biondina.

“Penso che ti amo.”

“Anch’io”.

Loro bacio. Io malessere.

“Però, amore. Posso chiederti una cosa?- serio, quasi tormentato – Cioè voglio dire: se tu senti quello che sento io o comunque viviamo sta simbiosi che tu fai cose e io praticamente pure, che io fumo e tu ti schiatti, che io ho sonno e tu dormi, che ci viene fame assieme, che ci cuciniamo le stesse cose pure se non ne abbiamo parlato, che tu c’hai l’esame e a me prende l’ansia eccetera… Mi chiedevo… – e la prende di fronte, faccia a faccia, tenendole il viso con entrambe le mani, deciso – Ma quando mi viene voglia, a casa, da solo, di menarmi un gran pippone – pausa drammatica – tu allora chi ti stai scopando?”

Genio. Grazie.

Chiudo il giornale, prendo il resto e vado.

I just can’t get enough.

14 febbraio, 2014

Maledetto cattolicesimo (il movimento lavatrice)

Sto per fare una cazzata di dimensioni planetarie.

Premetto che ho timore a scrivere del Marchio. Non sono uno che si tiene, va a finire che al terzo ”continua a votare PD” mi incazzo, sbraito e rischio poi, per una sorta di reazione infantile,  di pensare per qualche minuto che dovrei votare il Partito dei Pensionati. Quindi poi parte una specie di tormento interiore pesantissimo e ci sto male. Sono un tipo sensibile, o almeno credo. E non mi piace prendere rischi quando so che sono fondati, quindi mi sento pure coglione.

Ma vabbè, ogni tanto bisogna volersi male.

E allora famola sta cazzata; dico la mia sul Marchio nel modo superficiale e scurrile di cui sono capace, poi alla fine mi insulterete o mi direte di informarmi meglio, come è giusto che sia. Le tradizioni bisogna rispettarle.

Un movimento senza  una spina dorsale ideale (l’ideologia è una cosa seria) non può avere una bussola che non sia quella dell’attualità. Si dice e si pensa quello che potrebbe avere un riscontro a breve termine (es: “se [...] avessimo proposto l’abolizione del reato di clandestinità [...] il M.© avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico”, o la mancata presentazione del Marchio alle regionali sarde), e ci si riempie la bocca di vane o sedicenti rivoluzioni, nuove idee, futuro, ecc ecc…

Succede così che non si veda nessuna strategia (es: prendere il Pd per le palle quando Bersani stava lì con le braghe calate a implorare di fare un governo e poterlo poi magari ricattare di buttarlo giù alla prima cretinata, e incassare così una vittoria politica definitiva) e si campi di tattica. Tanto gli altri, quelli oggettivamente impresentabili, forniranno sempre una scusa spettacolare per fare casino, autogestione, trovare slogan a effetto, urlare cacca pupù a chiunque non sia dalla loro parte. E’ così che poi non si dice nulla sulla struttura economica della società, non si propone alcuna alternativa che non sia basata sul “son tutti uguali, tutti rubano”. E intanto ci si fa belli della inadeguatezza altrui, che è pesante, tipo una lapide, ma di quelle grosse. Vedi Renzi e poi muori.

Però, non è che siccome stai a un rave di punkabbestia puzzoni se cominci a scorreggiare sei comunque un campione di galateo e di civiltà. Aver le ascelle profumate in quei casi è cosa buona, ma non sufficiente.

Strategia e tattica, che parole antiche. Tuttavia qualcuno mi deve dare una spiegazione plausibile al fatto che il primo partito sardo abbia deciso di non presentarsi alle regionali.

E’ il marketing, bellezza.

E io sono vecchio, non capisco niente, faccio schifo e sono colluso, ok. Però io questa “scelta” non l’ho capita.

Poi, anche ‘sto fatto che si risponda quasi sempre automaticamente “e allora tenetevi il pd e il pdl e chi ha rovinato l’italia, ecc ecc” lo trovo un modo settario e poco intelligente di ragionare. Mi spiego, o almeno ci provo: dare dell’imbecille a 20 milioni e rotti di cittadini che hanno votato e votano i suddetti inadeguati non è tanto coerente con l’ambizione di un Marchio di raggiungere il 51% dei consensi elettorali. O i cittadini sono sempre coglioni (e allora la maggioranza è sempre fatta di imbecilli, anche quando vota “bene”, cosa che sostengo da tempi non sospettabili, ma io sono poco intelligente da sempre) oppure qui abbiamo a che fare con una setta salvifica che può mondare i peccatori.

Laggente che ha votato il Marchio si è allora salvata mettendo ics su una scheda? Tipo quelli che fino al 24 aprile erano fascisti e poi la mattina dopo si sono svegliati partigiani?

Evidentemente funziona così, sono io che ragiono in termini vetustamente novecenteschi. Nella nuova era (l’epoca del “se avrei” o del “futuro posteriore”) è bene dire che la colpa è degli altri, e che nella cerchia dell’intelligenza collettiva stiamo tutti meglio, siamo tutti più bravi, più onesti, più puri. Copia, incolla, un risciacquo e via. 

Una lavatrice, insomma.

Il problema, cari tutti, non sono i politici, i partiti, i tecnocrati.

Il problema siete/siamo noi.

E se mettere ics vale la salvezza, andare a uno spettacolo del proprietario del Marchio o comprare un suo dvd vale tipo ‘na confessione?

Comunque mo basta fa’ l’intellettuale, sennò va a finire che mi piglio a sberle da solo.

Stasera mi spacco di birre e parlo di figa, per sentirmi pessimo. Voglio che gli amici mi ricordino così.

Il resto è noia.

P.S.

In ogni caso, che non si sa mai, io mi pento: in fondo in fondo non ho nulla contro il Marchio e chi lo segue. Sotto sotto tutti quanti hanno diritto a credere di avere un’anima da salvare.

Io sono ateo, probabilmente, ma non ditelo in giro.

Intanto mi guardo qualche video del proprietario del Marchio su Youtube, che dovrebbe valere tipo dire un Atto di dolore.

Maledetto cattolicesimo.

19 gennaio, 2014

A cosa stai pensando? (cose varie)

Archiviato in: deliri controproducenti — ilkonte @ 1:34 am

Maestria. E’ esempio di maestria un maestro di 50-60 anni che rigira, senza dargli attenzione, in un secondo, una crepe grande quanto uno sterzo di Punto. No, considera dimensioni, quantità di liquido spalmato. Lui prende il mestolo, quantità giusta, precisa, appena sotto l’orlo. Da tipo 20 anni un mestolo pieno appena sotto l’orlo, e girare, spargere, due colpi bastano e via. Da 20 anni. Non so se mi spiego, ‘na cazzo di macchina. Precisa. Serena. Pim, pum, slaaaaaarg e pa, pa, pa e via a condire. E’ maestria. No, vabbene, maestria nel senso di esperienza, non parlo di talento. Il talento magari poi, con l’esperienza e la routine, diventa maestria. Standing ovation quando ti chiude la crepe. 10 secondi so’ tanti. E lasciano pure un senso di boh, poetico dico. Ma è anche un po’ angosciante. Cioè lui fa crepe come tu respiri. Quante crepe avrà fatto? 10 milioni? Capisci che ormai non si parla più di talento. Si, si si. Hai ragione. 3 bottiglie di vino in 3, in 2 ore, so’ assai. A trent’anni non hai più un’idea eroica della sbronza. E’ pragmatica, sensibilità, capacità di gestione. Si vabbè sto sbronzo, ho capito. Ma non è la sbronza di 10 anni fa. Ecco. Mo’ hai capit’.

Strisce pedonali. Clima umido. Pioviggina.

Mo però comba’ fatti il flash. Metti che tipo in un futuro x fanno n’applicazione che ti permette di comunicare, senza digitare, quel cazzo che ti passa per la testa. ‘Na roba tipo telepatia con la macchina, o situazione decisamente cyberpunk. Si si. Non lo so. Non ti so dire ADESSO se hanno fatto un film con questa idea. No, non hai capito, non lo sapevo. E’ un flash che mi sto facendo io, diciamo per ignoranza, ti va bene? E fammi parla’ cazzo. E fatti ‘na risata.

Sempre strisce pedonali. Lieve barcollìo e inizio di chiamata al cesso. Ignorare entrambi.

Comunque, assodato che forse hanno fatto un film di Nonsisacchì Forsequello, e appreso che c’era pure una splendida colonna sonora, dicevo: metti che ci sta st’applicazione. Io tipo mo vedo: “strisce pedonali”. E taaac. Su una specie di Facebook ultaevoluto arrivano le mie strisce pedonali bagnate, con tutta ‘na specie di didascalia. Nel cervello. La comunicazione è bi-direzionale, s’intende; chi c’ha ‘sta cazzo di applicazione trasmette e riceve mentalmente. ‘Na rottura di coglioni, combà. Acchiappi autoscatti, bocche a culo di gallina, gatti, tramonti e roba da magna’ una continuazione. Senza sosta. Poi immagina il peggio. Il bacchettone che fa la sua campagna contro l’inciviltà di chi fa fare cacca ai cani in strada e non pulisce. Uagliò, converrai che so’ fastidiose. E che magari pigli e la pesti o ci vai proprio assai vicino. Non ti da fastidio? Immagina che un domani uno con st’applicazione s’incazza per una cacca di cane, sfiorata o pestata che sia e, invece di bestemmiare, posti. Immagina la merda e le rotture di cazzo che t’arrivano nel cervello.

Scusa, finisci pure di mangiare la crepe al cioccolato. Scusa davvero.

Tipo com’è adesso sul cellulare, ma con le persone vere; le persone, vere. Con meno filtri, o appena appena filtri diversi. Eh.. Mo mi stai seguendo.. Non è il film, capito. Qua stiamo sclerando, e, si, infatti. Giusto. No, no, non ti devi scusare, è il mio modo di parlare col vino. Comunque si hai ragione, mezzi diversi portano a utilizzi diversi, ci siamo.

No, non voglio bere, tranquillo.

Sboccano all’angolo. Il tipo era uscito distinto, testa alta. Girato l’angolo: misto tra sangue freddo e teatro puro. Dipende da chi era. Io, esperienza e stile, m’appoggio alla colonna e non mangio dolce. Dilettante il tipo, ma almeno non ha fatto scena. Il che francamente l’ho apprezzato. Distinto, appunto.

Tipo no, fatti il flash.

Linguaggio anni ’90. Non te lo puoi permettere. Fai quello che sei, evita lo slang  di 20 anni fa (renditi conto, fai la critica per “fatti il flash” e poi dici slang; vergognati). Cazzo.

Comunque metti una rissa. Io che stavo appoggiato al muro a guardà le strisce. Io che poi sono pure caduto per le scale, salendole, quando sono tornato a casa, dopo. No, t’ho detto il fatto delle scale perché stavo provando a inquadrarmi la cosa, a livello temporale. Comunque, dicevo, arriva questo che inizia a menare a uno. Dico perché, come cazzo? Lui: no, se l’è cercata, battute a cazzo, stava molesto. Il tempo di dire “aspè spiegati” e quello riparte a menare ceffoni. Comunque la morale è che lo danno, forte. Questo si alza, tu gli vai a dire che cazzo hai fatto, com’è che ti stanno a menà e il tipo, niente, ti fa che se t’acchiappa ti scugna di mazzate. Ma vafanculo, coglione. No, il tipo che mena dell’inizio e il tipo che è stato menato alla fine sono due persone diverse, bravo. Hai ragione, mi sono spiegato un po’ male.

Scale, luce laterale, dal cortile. Bagnato. Sopra è casa. La ringhiera pure è bagnata, scivola la mano. Porta, chiave, divano. Giusto metà scala e ci siamo.

Metti che comunque ci sta sta cazzo di applicazione che piglia e mette telepaticamente tutte le cose che ti passano per la testa, a cazzo.

Hai capito mo?

11 dicembre, 2013

Fede

Archiviato in: personalismi — ilkonte @ 10:24 am
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Ieri sera stavo al pc e sentivo, in sottofondo, la tv, ferma inspiegabilmente su Rete 4. Guardavo i tweet, sfogliavo facebook e notizie e sotto, imperterrita, Rete 4. Inizia il tg, sento la sigla, mentre leggo della fiducia a Letta, dei forconi, di Grillo e di Renzi. E sotto il tg4. Senza una ragione ho cominciato a sentirmi vuoto, spossato, distante, come se, per la prima volta, avessi realizzato che in realtà non me ne frega assolutamente nulla di quello che succede in giro.

La sensazione è andata avanti fino a sera, mentre guardavo un film, con la tv ormai spenta. Un misto di indolenza e apatia. E  sontuoso menefreghismo.

Ci dormo su.

Mi alzo, accendo il pc, metto la radio. Niente, non mi passa.

Poi, leggo di Berlusconi che vorrebbe incontrare i forconi e mi viene in mente lui e capisco: mi manca Emilio Fede.

Cercare notizie su di lui non mi ha aiutato. Lo voglio in video. Lo voglio lì che mi faccia incazzare. Lo voglio lì, vergognoso come sempre.

Senza di lui abbiamo perso un punto di riferimento. Senza di lui è un po’ più difficile essere qualcosa “per esclusione”. Non è facile, non è bello, ma è così.

Cerchiamo immediatamente un altro Fede. Sennò qua finisce male, davvero.

Potremmo finire per stimare gente a caso e odiare uno qualsiasi, uno a caso tipo Cruciani. Ma non è la stessa cosa, non funziona, non funzionerebbe nemmeno da palliativo.

E quindi? Non voglio sentirmi nostalgico.

Riabilitare Fede. Subito.

21 novembre, 2013

Il pisello in fronte (l’uomo che salverà l’Italia)

Archiviato in: deliri controproducenti,umorismo inutile — ilkonte @ 4:16 pm
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Liceo Dante, una ventina di anni fa.

“Bareschi, venga.”

Il Bareschi si alza. Jeans strappati, anfibi, capello lungo. Oggi ha la maglietta dei Megadeth. Va alla cattedra trascinando i passi, con un ghigno beffardo. Le ragazze muoiono per lui, è il figo-maledetto della classe. A liceo, negli anni ’90, se non sei maledetto non sei nessuno.

“Allora Bareschi, oggi portavate Freud, il complesso edipico”, il prof apre il libro di filosofia, si aggiusta gli occhiali, si sistema la cravatta, alza lo sguardo verso la classe.

“Portavano, professore, portavano.”

“Cosa vuol dire portavano, Bareschi?”

“Vuol dire icchè ho detto prof, gli altri sicuramente l’han portato ai’ Freud.”

“Lei è impreparato?”

“E c’ho avuto un po’ da fare!”

“Andiamo bene. Vuol tornare al posto?”

“Se lei la preferisce”.

Un cenno della mano e Bareschi si avvia verso il banco, ovviamente all’ultima fila, quello più ambito, più invidiato.

“Allora, con questa Bareschi siamo alla terza insufficienza. Ma a lei, a quanto pare, non importa nulla”.

Bareschi sorride.

Dal primo banco, quello degli sfigati, si alza una mano:”Professore, se vuole, verrei volontario”.

Il prof sospira compiaciuto, il ragazzo dà sempre soddisfazioni. Ordinato, educato, sveglio. Mai una parola fuori posto, mai un cedimento nel rendimento scolastico. Il Renzi sta da sempre al primo banco. Camicia nei pantaloni, occhiali tondi, capello ordinato con la riga a destra, un bravo ragazzo. Durante l’occupazione di quest’anno, poi, è stato l’unico rappresentante d’istituto che s’è schierato contro e la cosa è piaciuta pure al preside.

Viene dal paese dove il papà è uno dei pezzi grossi della politica. Fin da piccolo se l’era portato in giro, alle riunioni della sezione DC, ai comizi. Il piccino s’era cibato di tutte quelle lusinghe, quegli applausi, come fossero suoi. Era un bambino tutto perfettino lui: studioso, sempre attento, educato. Ma non era uno sfigato, intendiamoci. Cioè, da bambini non si guarda a ‘ste cose. Da bimbi conta altro.

A liceo però tutto cambia. In classe lui è ancora quello tutto perfettino, in prima fila, secchione, che fa il simpatico con tutti ma poi, quando c’è versione di latino, non passa un cazzo. Quello che quando il compagno coi pantaloni strappati e la maglietta di Che Guevara va all’interrogazione e dice una castroneria, viene invitato dal prof a correggerlo e lui, con un certo senso di superiorità, corregge, sottolinea, integra. Poi però fuori dalla scuola non se lo caca nessuno perché, per tutti i compagni, è fondamentalmente uno stronzo.

Rimane così relegato nella setta dei nerd. Lui ci prova a piacere, a essere alla mano, a integrarsi, ma poi però quando si entra in classe non guarda più in faccia nessuno. Lì c’è competizione, lì bisogna primeggiare. L’altra volta s’è fatto sciopero e lui è entrato. Ha fatto prendere una nota a tutta la classe.

In paese, poi, qualche mese fa si faceva la gara coi motorini. Tutti ce l’avevano truccato, lui no, e gli amici della comitiva lo prendevano per il culo un giorno sì e l’altro pure. Lui a quel punto che ha fatto? S’è presentato in piazza assieme a un vigile:”Allora Adolfo i motorini truccati sono codesto, quello, quello e quell’altro”, indicando col ditino pure i rispettivi proprietari. E giù multe e sequestri.

Ma lui è un leader, almeno, lui vorrebbe essere un leader, come negli scout. Forse è così stronzo anche per rivalsa, proprio perché quelli fighi lo emarginano sempre.

“Renzi, la ringrazio – il prof ha appena messo un bel 3 a Bareschi e scorre con la mano nell’elenco – ma vediamo se qualcuno in classe vuole farci sentire qualcosa di interessante.”

“Si figuri prof, è giusto sentire anche gli altri, ci mancherebbe.”

Lo sguardo benevolo e di apprezzamento del prof si contrappone proporzionalmente a quelli di profonda antipatia del resto della classe, primi banchi esclusi.

Il Renzi ultimamente è ancora più stronzo del solito. E’ dalla gita a Praga che s’è imbestialito. Nel pullman era stato scacciato dai posti in fondo e lui s’era seduto avanti, dietro ai prof. Ha passato tutto il viaggio d’andata a raccontare col microfono e la soddisfazione del corpo docenti le bellezze, la storia, le curiosità della “più affascinante città della mitteleuropa”. E giù pernacchioni dal fondo e risate dal resto della comitiva. Lui aveva preso la gita come l’occasione per approcciare, fuori dalla competizione scolastica, al resto della classe. Ci credeva. In gita si trasgredisce, si sa. In gita si è fighi. E lui c’ha provato da subito, già la prima notte.

Tutti ubriachi a bestia lui fece quello che si lascia andare, che partecipava ai giri di cicchetti. Quando gli altri cominciarono a pomiciare lui ci provò con la Todini che, anche se ubriaca, ovviamente lo rifiutò, facendogli fare una figura di merda davanti a tutti in discoteca. Il Renzi andò barcollando qua e là cercando di approcciare con altre tipe ma nulla. Alla fine si addormentò a bocca aperta sui divanetti, con gli occhiali mezzi storti in faccia. I compagni, Bareschi in testa, gli disegnarono un bel pisello in fronte, ma bello grosso, che si vedeva da lontano. Quando si fece per tornare in albergo lui, con l’enorme cazzone disegnato in fronte, si fece a piedi tutta la strada per tornare in albergo con la gente che lo guardava e rideva.

La mattina dopo va per lavarsi i denti ed ecco l’amara scoperta. Nella sala colazioni fu accolto da una standing ovation. Anche i prof ridevano e applaudivano. Per tutta la gita e nelle settimane seguenti non si parlò d’altro.

Sta cosa non l’ha presa bene. O meglio, ha abbozzato, ha finto autoironia. Ma sta cosa se l’è segnata.

Da quel momento si è promesso che avrebbe fatto di tutto per diventare un figo, ma figo veramente. Uno che viene seguito, uno che piglia applausi, tipo il suo babbo.

Un leader, tipo come quando era negli scout, ma più cazzuto. Uno che non gli si disegnerebbe mai un cazzo in fronte.

Da quel momento il Renzi ha vissuto ogni attimo della sua vita per fargliela pagare al Bareschi, a quella troia della Todini e a tutti quei falliti che a liceo lo odiavano.

Lui è il migliore. E’ lui il più figo.

Ridete ora, teste di cazzo.

P.s.

Si ringrazia Lorenzo G. per la consulenza linguistica e lo spunto aneddotico dei motorini truccati.

18 novembre, 2013

Elogio dell’anzianità (la trappola del giovanilismo)

Archiviato in: società — ilkonte @ 2:26 pm
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anziano al computerA cavallo di due secoli”, così si diceva a scuola quando inquadravi la biografia dei poeti italiani che, dal medio evo in poi, si erano trovati a vivere un periodo di transizione. La professoressa ci spiegava e rispiegava che sono i periodi più difficili, travagliati, ma nello stesso tempo stimolanti e ricchi di fermento. Perché dal disagio nasceva quello slancio a raccontare le proprie contraddizioni, la propria inadeguatezza. Sapevano, spesso, da dove venivano e non capivano però dove andavano. Non erano né carne né pesce, contemporaneamente anticipatori del nuovo e ultimi retaggi del vecchio. Insomma, i più grandi poeti e scrittori erano fondamentalmente dei disadattati. Io, almeno, questo ricordo di quelle lezioni. O questo ho voluto ricordare.

Fatto sta che col tempo e l’età, con la consapevolezza che non si hanno per sempre 20 anni, che non si è per sempre giovani, ti ritrovi a guardare il nuovo con gli occhi dello straniero e il vecchio con gli occhi dell’esule. E non capisci tu da che parte sei, cosa sei. Stai in mezzo e ti sta sul cazzo sia il vecchio che il nuovo. E hai nostalgia sia di quello che è stato, sia di quello che pensi stia venendo e tu non vivrai, se non per imitazione. Che strano.

anziano a petto nudoNon si hanno sempre 20 anni. Questa è l’illusione che ci ha inculcato la tv, i media, i film. Il giovanilismo è la peggiore delle ideologie, la più difficile da estirpare, perchè scava dentro e rende schiavo. Perchè si è giovani, a 30 anni suonati, più per paura e abitudine che per carta d’Identità. Il giovanilismo andava bene negli anni 80, ora no. Ora è una trappola costosissima: si spende per “fare serata”, si spende per il vestiario, si spende in rapporti umani, in progetti di vita. Si, ok, è difficile fare progetti in un periodo come questo, ma molti di noi non avrebbero la minima intenzione di metter su famiglia e comprarsi casa, anche se lo potessero fare. Perché? Perché sono giovani, siamo giovani, e vogliamo vivere.

Si è giovani indistintamente fino a quando riesci: a passare una serata senza addormentarti, a capire lo slang adolescenziale senza fare battute derisorie oppure, e questo è il segnale più banale e definitivo, fin quando non senti una incredibile voglia di fermarti ad osservare dei lavori pubblici a caso.

Sia chiaro, non sto facendo nessuna critica bigotta o bacchettona. Sto cercando solo una minima forma di autoanalisi, per quanto inutile. Però è anche vero che viviamo a cavallo di due secoli, di cui il primo è definito breve, e quindi siamo, per definizione, dei disadattati. Quindi ben venga la decadenza e il giovanilismo, siamo giustificati. Verremo studiati così, forse. O forse conteremo talmente poco che questi 20-30 anni di transizione verranno ricordati a prescindere dalle nostre teste.

Si ricorderà la Storia, gli eventi, sicuramente non le storie. Potremmo venire ricordati perché abbiamo visto l’11 settembre, Berlusconi, Obama, qualche guerra, un paio di papi, Messi, facebook, Fabio Volo, Harry Potter, il mondiale del 2006, forse Genova, ma su questo non sono ottimista, noi per primi l’abbiamo rimossa. Noi, ne sono certo, non verremo inquadrati in nessuna retorica generazionale. Non come la generazione della Grande Guerra, o della Resistenza, o del dopoguerra, o degli anni ’60 o ’70. Noi siamo quelli di mezzo, né carne né pesce, con nostalgia del passato e nostalgia per quello che non vivremo. Eterni spettatori; un po’ lanciati verso il futuro e molto conservatori rispetto a quello che c’era. E poi siamo meno furbi dei sessantottini, non saremmo nemmeno in grado di produrcela la nostra retorica per poi tradirla. Seguiremo la corrente, come siamo stati educati a fare. Da bravi spettatori, appunto.

anziani feliciL’Istat ci dice che nel 2043 gli ultra 65enni saranno oltre il 30% della popolazione. Ecco, solo allora dovremmo contare qualcosa; perché potremmo essere tanti e disperati e potremmo ottenere, per una questione di massa critica, buone probabilità di essere importanti sia in termini di mercato, sia in termini politici. Molto più di adesso, fidatevi.

Il futuro è la vecchiaia. Cominciamo a dimenticarci di essere giovani se vogliamo contare qualcosa. Cominciamo a comportarci e viverci come se avessimo 60 anni.

Forse è l’unico modo per iniziare, da subito, a contare qualcosa, iniziando già da ora a ricordare noi stessi, quando eravamo giovani. E a quel punto potremmo anche imporre la nostra retorica e prenderci un qualche momento di dignità storica. Poi arriveranno i nostri nipoti e ci seppelliranno, in tutti i sensi.

Ora esco, pare ci siano dei lavori sui viali.

Stay hungry, stay foolish, be old.

O no?

P.S.
 
Ovviamente tutto questo discorso salterebbe all’aria nel caso di:
 
  • guerra mondiale
  • pandemia
  • ritorno di Elvis e Jim Morrison e successiva comparsa degli alieni
  • armageddon
  • premio nobel per la letteratura a Fabio Volo
  • vittoria mondiale 2026
  • rivoluzione
  • invenzione della macchina del tempo
  • varie ed eventuali

26 ottobre, 2013

Barrington (chi chat senza peccato)

“Ciao, ci siamo visti l’altra settimana ti ricordi?”
“Si :) certo”

;)

“Certo che, onesto, che adolescenza di merda”

“Eh.. si… Ma no, dai. Non è vero. Mi sono divertita.”

“Minchia. Divertita.”

“Mmm. Lascia fare che da ragazzina andavo con gli americani”

“Che cazzo stai dicendo?”

“Ahahahah. Cretino. Andavo di nascosto a Sigonella a conoscere gli americani. Potevo avere 15, 16 anni e mi avviavo a conoscere i soldati americani. :D

“Gesù che tristezza”

“Ma quale!? Era divertente”

“Scopavate un bordello? ;)

“No no. All’epoca non scopavo ancora. Anzi, nemmeno limonavo. Andavamo lì all’Irish pub di Sigonella a ballare hip hop e boh.. Conoscevamo gli americani. :)

“Cioè quelli arrivavano e volevano scopare come le bestie e tu manco li facevi limonare.
Che cazzo. Non ci vai.
E’ mancanza di rispetto..
Anche se sono Yankee di merda…
Ma cazzo, quelli volevano solo scopa e tu… io mi incazzerei.”

“Ahahahah.. Ma le altre limonavano. Io no, ahahahah :)

“Ridi sto cazzo. Sei cattiva. E loro, poveri coglioni. ;)

“eh.. si..”

“che adolescenza del cazzo”

“Ma ora però ragionandoci su. Metti tu eri una meno per i cazzi tuoi e gliela davi. Mo a sto punto c’avevi 3 figli: Jason, Dean e Barrington.”

“Se, tu scherzi. Quelli dopo una o due volte che li vedevi ti chiedevano se li volevi sposare!”

“Lo chiedevano a chi gliela dava o a chi NON gliela dava”

“Boh.. Non ricordo. Mi sa che lo facevano con tutte”

“Yankee dimmerda.”

“Ma scusa posso farti una domanda?”

“E qual è il problema?”

“No no.. E’ per ride. ;)”

“Vai.”

“Ma come t’è venuto Barrington?”

“Boh.. Mi pare autorevole. Da figlio di yankee. Che ne so, io a quelli li vedo che devono ave per forza una sputazza di ridicolo addosso.”

“Barrington. A me pare un Whiskey. Tipo boh, al bancone, UN BICCHIERE DI BARRINGTON!”

“E si.. Ci sta.. Pure un giubbino ci vedrei bene. Combà mi so comprato un Barrington da 300€ che spacca.. E’ autorevole cazzo…”

“Si ma Barrington pare un cognome!”

“Ma va. I nomi americani non significano un cazzo. Mo figurati se non puoi chiamare di nome a uno con un cognome. Quelli di nomi non capiscono un cazzo. L’hai vista Pulp Fiction?”

“No”

“Cristo.”

“Eh… Lo so.”

“Cristo…
Comunque…
Niente, ci sta il pugile
No vabbè te lo devi vedè cazzo.”

“Eh.. Lo so”

“Minchia. Basilare.”

“E quindi? Barrington?”

“Ancora.. Ho detto nomi a cazzo. Non ci pensa”

“Mmm.. Pensavo ci fosse dello studio dietro, non ti vedo uno che improvvisa.”

“Madonna santa. Certo che sei pesante figlia mia.”

“Mmm”

Fine chat. Definitiva.

7 settembre, 2013

La cravatta

Archiviato in: deliri controproducenti — ilkonte @ 9:44 am
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<<Madonna santa – si avvicina tutto entusiasta a braccia aperte – non ci si vede da una vita! – ci abbracciamo, gli tiro gran pacconi sulle spalle – Ti trovo bene sai?>>

Ammazza, mi trova bene, dice. Io nemmeno mi ricordo che giorno è. Se 20 minuti fa non mi avesse chiamato per dirmi che era arrivato in stazione figurati se mi sarei ricordato che prima o poi bisogna svegliarsi. Ed è pomeriggio, bello inoltrato pure.

<<Si.. E’ davvero una vita che non ci si vede. – abbozzo – Saranno, non so, 6, 7, 8 anni!>>

<<Eh, almeno 8, caro mio. – sospira guardandomi negli occhi con espressione malinconica – Ancora non mi ero sposato. E ancora non era arrivata Amalia.>>

Amalia, che bel nome; sa di fado, di malinconia, di mangiate di bacalao a Lisbona. Amalia è un nome sentimentale. Bravo, bello, complimenti. Magari gli ricorda i suoi anni in Portogallo, magari la compagna (o moglie, non mi ricordo), è amante della Rodrigues.

<<Amalia, sì. Ricordo. – riesco a dire – Perché poi Amalia?>>

<<La mamma di lei.>>

Eccallà… che tristezza. Ti prego no.

<<Tradizionalisti!>>, forzando un sorriso nel mal di testa.

I postumi e il sonno mi mettono il nervoso addosso. E’ sempre meno facile riprendersi da serate brave come quella di ieri. Ammazza che serata. E lei, che figa! Alzarsi, buttarsi giù dal letto, convincere lei ad andare e scendere a prendere lui in 20 minuti è stata una prova contro me che mi ha cancellato ogni speranza di buon umore, ma lui non c’entra, non posso incolparlo del mio fastidio. Anche se, a guardarlo così veloce veloce, mi pare diventato un automa in doppio petto. Ma m’è voluto venire a trovare, e sotto sotto, gli voglio ancora bene. Devo cercare di non farmi prendere dai pregiudizi. Sto nervoso per i postumi, non per lui.

Con un gesto della mano gli indico la direzione, il quartiere dove abito da ‘na vita e mezzo. Il Pratello è oggi particolarmente placido, sonnacchioso e bello, alla luce del tramonto.

Mi fa, sempre marcando entusiasmo:<<Finalmente. Avevo voglia di vedere ‘sto posto. A furia di leggere le tue storie e i tuoi racconti me lo sono immaginato e ri-immaginato diecimila volte.>>

Camminiamo. Sono contento che legga i miei racconti, vuol dire che o gli piacciono o gli sono rimasto nel cuore. Mi accendo una paglia e gliene offro una.

<<Non fumo più da anni sai?>>

<<Mh – mi rimetto il pacchetto in tasca, scommetto che manco le canne più si fuma – mi sei diventato salutista?>>

<<No. E’ che con la gravidanza e la bambina. – seguo a stento i suoi occhi sognanti – Ho smesso per loro. E per me per loro.>>

U’ madonnina santa! Si è trasformato in un papà da sit com americana,  di quelle proprio becere dove vivono tutti felici e contenti e ci sono le risate pre-registrate, che sennò mica si capisce quando si deve ridere.

Basta fare lo stronzo, la devo smettere di pigliare male qualsiasi cosa dica o faccia. Non è lui, sei tu, il poco sonno, il risveglio brusco e il mal di testa. Ha fatto bene a smettere; la gravidanza e la bambina non sono minchiate. Il problema forse è stato come lo ha detto, tutto sto miele, tutto sto appiccicume.

La butto in corner:<<Minchia però parli sempre contorto.>>

Scoppia a sganasciarsi dalle risate, inspiegabilmente. Io lo seguo, per solidarietà, e ridiamo come due coglioni. Non lo trovo per niente bene, non è questione di pregiudizi. Cioè voglio dire, si mantiene bene; fisico asciutto, ben curato, espressione serena. Ma, come dire, lo vedo invecchiato; sarà il completo, saranno le sopracciglia curatissime, sarà il suo modo di fare, ma mi sembra molto più grande di me. Forse quando decidi di fare carriera devi smettere di avere l’età che hai e invecchi di colpo. Come se avere 30 anni fosse qualcosa da celare, nascondere. Devi essere, vestire, comportarti, da 50enne, sennò niente, calci nel culo e via andare.  E dire che era un gran figo, tutto raggae e minchiate simili, si faceva gradire. E ora, pare mio zio. Mi fa un po’ tristezza. La gente così mi fa tristezza, non riesco a parlarci normalmente, mi costringono sulla difensiva o sull’offensivo. Ma lui è stato uno dei miei migliori amici, la devo smettere co ste reazioni cretine da ragazzino.

<<E tu? – si volta con sguardo studioso – Che racconti?>>

Non mi piace che mi si guardi così, come se fossi un pesce esotico in un acquario :<<Che domanda del cazzo dopo 8 anni che non ci si vede e ci si sente a stento. Se ti rispondo, come farei, “la solita”, tu che cazzo capisci?>>

<<Era per rompere il ghiaccio.>>

<<C’è tempo, c’è tempo. – lo piglio per il braccio e lo spingo in avanti -  Stasera davanti a qualche boccale di birra hai voglia a chiacchierare di cazzate.>>

Mamma mia, spero che davvero le birre lo sciolgano n’attimo sennò qua la serata non passa più. E spero che fondamentalmente si tolga sto cazzo di vestito: mocassini, completo grigio, camicia chiara, cravatta rossa, odio le cravatte, quelle rosse soprattutto. Al Bar sarebbe totalmente fuori luogo e non mi piace la gente fuori luogo nel mio bar.

Attraversiamo tutto il quartiere, passiamo davanti a tutti i locali. Lui li sembra osservare con un po’ di puzzetta sotto il naso. Davanti al pub i ragazzi mi salutano, io ricambio ma vado dritto. Mi volto qualche passo più avanti e intreccio gli sguardi interrogativi  degli altri che restituisco con occhi che stanno a significare “poi vi racconto”.

Arriviamo in fondo alla strada, dove abito. Lo vedo che valuta con aria un po’ spaesata i palazzoni di questa parte del quartiere. Sai com’è; lui sta a Prati, frequenta zone in, non ne vede palazzoni, no, che degrado.

<<Si caro, – gli faccio un po’ ironico – io abito nella periferia del Pratello.>>

Apro il portone, ascensore, saliamo su al 4° piano. Lo guardo fisso. Lui sta sulle sue, sorride un po’ imbarazzato. Lo vedo che non si sente a suo agio.

<<Scusa il casino – mi giustifico girando la chiave e aprendo la porta – non ho avuto tempo di sistemare.>>

Disordine allucinante. Niente sembra essere dove dovrebbe e tutto sembra di passaggio, come in una camera di albergo. Non pensavo di aver fatto tutto sto bordello. Lui resta immobile, con la bocca aperta, quasi scantato, col la valigia in mano. Non contiene un accenno di smorfia di disapprovazione, due passi dentro il disastro, a passi cauti, come per stare all’orecchio per possibili crolli o arrivo improvviso di animali feroci.

<<Ma che cazzo è successo qua dentro? Hai avuto ospiti?>>

<<No, non ho mai ospiti, – niente, non è il mal di testa, ‘sto qua è andato, manco fosse mia madre – è che mi annoio a sistemare.>>

<<Ma se ti viene ‘na ragazza a casa che cazzo di figura ci fai?>>

<<Ho smesso di cacciare.>> Gli faccio tutto umile. E’ partito il bluff, coglione. E’ un derelitto che vuoi? Un derelitto avrai. Ma un derelitto che abbia dentro poesia e colore. Je t’accatt’ e t’ rial’  (trad. = io ti compro e ti regalo).

<<Mi annoia il corteggiamento. – gli dico annusando teatralmente un paio di mutande raccolte da un mobile e interpretando quello che penso potrebbe essere un poeta maledetto del terzo millennio – Detesto le zoccolette che si fanno scopare dopo due drink al bar. Mi godo la mia solitudine beata. Poi… se un giorno decido – il mio sguardo da basso e umile si apre verso l’orizzonte – Cambio vita.>>

<<Ma va! – fa cadere il bagaglio a terra cercando un contatto umano – Tu senza femmine sei come una squadra di calcio senza portiere.>>

<<Le cose cambiano, lo sai>>, gli dico buttando lontano le mutande.

<<Bah…>>

Apro tutto, faccio cambiare aria. Gli mostro casa. Gli dico che spendo poco e che riesco a campare nonostante i miei “umilissimi” 1300 euro al mese perché ho venduto macchina e motorino. A Bologna non servono a un cazzo, gli dico, ci sono i mezzi e si gira bene pure a piedi. Lui no, il fighetto, senza macchina diventerebbe matto, al massimo un taxi. I mezzi no, non li prende da tempo, povero figlio, gli si rovina la giacchetta.

Si va a fare una doccia (il cesso meglio che non ci penso a come stava messo), quando esce mi dice che ci potremmo vedere dopo la sua cena di lavoro al ristorante. Gli mostro la strada su una cartina, ma niente, prende un taxi.

Non mi ci sto trovando per niente bene. E’ destino, se tra due amici le strade da tempo si sono divise troppo c’è l’affetto e tutto, ma manca il feeling. Poi è diventato uno con la faccia giudicante, i modi da self-made-man. Ha perso spontaneità, umiltà. Non è più lo stesso.

Prendo un jeans e una maglietta da una valigia appoggiata a terra. E’ bene che mi cambi, visto che mi sono vestito in fretta con le prime cose che ho trovato, compreso sto camicione rossoblu di quando ero al liceo. L’ha preso lei dall’armadio stanotte, voleva fa Kurt Cobain. Il risultato è stata una superbrunatuttecurvesupersexy.

<<’Cazzo fai con quella valigia? – voce scandalizzata da zitella vittoriana – Tornato da un viaggio?>>

<<Viaggio 2 volte all’anno – gli dico tutto tumefatto di frustrazione, ovviamente continuando il bluff – e sono tornato da un mese.>>

Resta di nuovo a bocca aperta, incapace di muovere un muscolo. Vabbuò vado a cambiarmi in camera. La valigià è lì da una settimana; tra cene da amici, ospitate da varie femmine, lavoro e menate varie non ce l’ho fatta ancora a disfarla. Non ne ho avuto tempo e voglia.

<<Ma scusa… – mi fa tutto premuroso – la valigia è lì da un mese?>>

<<L’armadio è vuoto. Non disfo più la valigia.>>

<<E come cazzo ti viene?>>

<<Mi da l’idea di essere appena tornato da un viaggio. O di stare lì lì per partire.>>

<<Ma hai detto che non ti muovi da qui non più di due volte all’anno!>>

<<Appunto – sbotto con voce decisa – fatti i cazzi tuoi.>>

Sono un poeta.

E’ strano come tutto cambia e come certe persone perdano ogni capacità di rimanere se stesse di fronte al tempo, alla maturazione, alle esperienze. E’ sempre lui, ma non è lo stesso. Non riesco a rivedere lo stesso personaggio che incontravo durante le feste quando tornavamo al paese io da Bologna e lui da Roma. Lui, tutto raggae, col tempo si trasformò in un leone da serate romane. Metamorfosi della moda. Diventò uno da posticini stilosi, aperitivi, ragazzette ingioiellate e ben truccate. Io rimanevo fedele al movimento, alla poesia, alla semplicità, di Bologna. Lui aveva scelto al peggio Roma; quella borghesuccia, danarosa, schizzinosa. Carriera, soldi, macchine, locali fighetti.  Non è del tutto vero quello che dico, ma bene o male è quello il quadro dove s’è mosso. C’è chi la vita se la sceglie anche facendo cazzate, come me, e chi la subisce; perché il vento tira forte, perché è comodo seguire la corrente, perché in fondo in fondo è meglio essere una copia di qualcuno che un povero stronzo che prova a essere se stesso mantenendo una propria idea di vita e di serenità. Costa meno fatica mimetizzarsi che viversi. Io trovato un mio benessere e una mia tranquillità. Lui s’è mimetizzato nel contesto che s’è trovato o che ha scelto, almeno così mi pare. Non dico che sia giusta o sbagliata una o l’altra strada. dico che sono diverse. E, se vieni a casa mia e mi rompi i coglioni e mi guardi come un animale da zoo, temo siano ormai inconciliabili. Io non giudico, non voglio giudicare. Ho già da combattere con me stesso, non ho tempo per pensare a quello che fanno o dovrebbero fare gli altri.

Se a te guardarmi da fastidio, il problema, se di problema vuoi che si tratti, è nel tuo sguardo.

Faccio un sospiro, cerco di rilassarmi e non farmi prendere troppo dal nervoso. Esco dalla stanza, jeans e maglietta gialla, esageratamente, ostentatamente giovanile. Lui sta in cucina in divisa manageriale d’ordinanza, comprensiva di quella cazzo di cravatta rossa di merda.

Ci guardiamo in silenzio, come allo specchio. Cazzo, se passa il tempo. Ridiamo. “Ci vediamo al bar”, gli faccio, contenendo lo sclero.

Ma non so se ci andrò. Non so se ho voglia di sapere altro di lui, non voglio rischiare di rovinarmi completamente la visita. E mi sto antipatico quando mi faccio prendere così dalle sensazioni a pelle e rotolo nell’insofferenza. Alla fine gli voglio bene altrimenti non avrei accettato quando su facebook m’ha detto che veniva.

Lui esce dai suoi pensieri e, col solito tono da psicologo tascabile:<<Ma sto bar, sto bar, sto quartiere… Sempre a parlare di ‘ste cose.>>

<<Mi fanno sentire come se fossi in famiglia.>>

<<Hai molti amici?>>

<<No no! Dio me ne scampi!>>

<<Ma sei scemo? Niente donne, niente amici. Perchè tutta sta solitudine?>>

<<Se tutti quelli che conosco fossero miei amici mi sentirei più solo, fidati. Se conoscessi tanta gente davvero bene, come conosco te, mi sentirei più solo. – lo prendo sottobraccio avviandomi verso la porta d’ingresso, come ad invitarlo a uscire dalla mia vita – Invece così, loro non sanno di me, io non so di loro. E siamo tutti una bella e pacifica famiglia.>>

E se vuoi capire, capisci. E vaffanculo, amico mio.

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