franchino's way

14 febbraio, 2014

Maledetto cattolicesimo (il movimento lavatrice)

Sto per fare una cazzata di dimensioni planetarie.

Premetto che ho timore a scrivere del Marchio. Non sono uno che si tiene, va a finire che al terzo ”continua a votare PD” mi incazzo, sbraito e rischio poi, per una sorta di reazione infantile,  di pensare per qualche minuto che dovrei votare il Partito dei Pensionati. Quindi poi parte una specie di tormento interiore pesantissimo e ci sto male. Sono un tipo sensibile, o almeno credo. E non mi piace prendere rischi quando so che sono fondati, quindi mi sento pure coglione.

Ma vabbè, ogni tanto bisogna volersi male.

E allora famola sta cazzata; dico la mia sul Marchio nel modo superficiale e scurrile di cui sono capace, poi alla fine mi insulterete o mi direte di informarmi meglio, come è giusto che sia. Le tradizioni bisogna rispettarle.

Un movimento senza  una spina dorsale ideale (l’ideologia è una cosa seria) non può avere una bussola che non sia quella dell’attualità. Si dice e si pensa quello che potrebbe avere un riscontro a breve termine (es: “se […] avessimo proposto l’abolizione del reato di clandestinità […] il M.© avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico”, o la mancata presentazione del Marchio alle regionali sarde), e ci si riempie la bocca di vane o sedicenti rivoluzioni, nuove idee, futuro, ecc ecc…

Succede così che non si veda nessuna strategia (es: prendere il Pd per le palle quando Bersani stava lì con le braghe calate a implorare di fare un governo e poterlo poi magari ricattare di buttarlo giù alla prima cretinata, e incassare così una vittoria politica definitiva) e si campi di tattica. Tanto gli altri, quelli oggettivamente impresentabili, forniranno sempre una scusa spettacolare per fare casino, autogestione, trovare slogan a effetto, urlare cacca pupù a chiunque non sia dalla loro parte. E’ così che poi non si dice nulla sulla struttura economica della società, non si propone alcuna alternativa che non sia basata sul “son tutti uguali, tutti rubano”. E intanto ci si fa belli della inadeguatezza altrui, che è pesante, tipo una lapide, ma di quelle grosse. Vedi Renzi e poi muori.

Però, non è che siccome stai a un rave di punkabbestia puzzoni se cominci a scorreggiare sei comunque un campione di galateo e di civiltà. Aver le ascelle profumate in quei casi è cosa buona, ma non sufficiente.

Strategia e tattica, che parole antiche. Tuttavia qualcuno mi deve dare una spiegazione plausibile al fatto che il primo partito sardo abbia deciso di non presentarsi alle regionali.

E’ il marketing, bellezza.

E io sono vecchio, non capisco niente, faccio schifo e sono colluso, ok. Però io questa “scelta” non l’ho capita.

Poi, anche ‘sto fatto che si risponda quasi sempre automaticamente “e allora tenetevi il pd e il pdl e chi ha rovinato l’italia, ecc ecc” lo trovo un modo settario e poco intelligente di ragionare. Mi spiego, o almeno ci provo: dare dell’imbecille a 20 milioni e rotti di cittadini che hanno votato e votano i suddetti inadeguati non è tanto coerente con l’ambizione di un Marchio di raggiungere il 51% dei consensi elettorali. O i cittadini sono sempre coglioni (e allora la maggioranza è sempre fatta di imbecilli, anche quando vota “bene”, cosa che sostengo da tempi non sospettabili, ma io sono poco intelligente da sempre) oppure qui abbiamo a che fare con una setta salvifica che può mondare i peccatori.

Laggente che ha votato il Marchio si è allora salvata mettendo ics su una scheda? Tipo quelli che fino al 24 aprile erano fascisti e poi la mattina dopo si sono svegliati partigiani?

Evidentemente funziona così, sono io che ragiono in termini vetustamente novecenteschi. Nella nuova era (l’epoca del “se avrei” o del “futuro posteriore”) è bene dire che la colpa è degli altri, e che nella cerchia dell’intelligenza collettiva stiamo tutti meglio, siamo tutti più bravi, più onesti, più puri. Copia, incolla, un risciacquo e via. 

Una lavatrice, insomma.

Il problema, cari tutti, non sono i politici, i partiti, i tecnocrati.

Il problema siete/siamo noi.

E se mettere ics vale la salvezza, andare a uno spettacolo del proprietario del Marchio o comprare un suo dvd vale tipo ‘na confessione?

Comunque mo basta fa’ l’intellettuale, sennò va a finire che mi piglio a sberle da solo.

Stasera mi spacco di birre e parlo di figa, per sentirmi pessimo. Voglio che gli amici mi ricordino così.

Il resto è noia.

P.S.

In ogni caso, che non si sa mai, io mi pento: in fondo in fondo non ho nulla contro il Marchio e chi lo segue. Sotto sotto tutti quanti hanno diritto a credere di avere un’anima da salvare.

Io sono ateo, probabilmente, ma non ditelo in giro.

Intanto mi guardo qualche video del proprietario del Marchio su Youtube, che dovrebbe valere tipo dire un Atto di dolore.

Maledetto cattolicesimo.

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27 maggio, 2013

Ripartire dalla A (un referendum)

Filed under: attualità,bologna,politica,sinistra — ilkonte @ 10:30 am
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A Bologna il referendum consultivo sul finanziamento pubblico alle scuole d’infanzia paritarie ha visto vincere l’opzione A, quella che ne chiedeva la cancellazione, con il 60% dei voti. L’affluenza si è fermata al 28%.

I sostenitori del quesito A non avevano nessuno alle spalle mentre l’altra opzione (quella a favore del finanziamento) vedeva tra i propri sostenitori Pd-pdl, lega, chiesa, sindacati, big della politica italiana, giornali. Il sindaco stesso, Merola, si è molto speso inviando lettere a casa dei cittadini a sostegno dell’opzione B (B come Bambini… penoso), ha girato la città, ha polemizzato aspramente con la controparte. Ovviamente i perdenti ora fanno leva sulla scarsa affluenza per cercare di sminuire il risultato, depotenziare la vittoria, mantenere le cose come sono. Operazione rischiosa e alla lunga controproducente che va a svilire l’importanza stessa di uno strumento, quello del referendum consultivo, che può e deve essere un mezzo per riavvicinare la politica alla realtà, alla concretezza delle scelte, alle necessità della quotidianità.

Penso che si tratti di un risultato politicamente importante ma non definitivo. In termini pratici, probabilmente, servirà solo ad alimentare il dibattito e spostarlo “un po’ più a sinistra”. Nel concreto “l’apparato” non permetterà alcun cambiamento e gli asili confessionali cattolici continueranno a ricevere soldi pubblici.
Qualche riflessione a caldo:
1. Il Pd, sindaco in testa, ha fatto, come detto, campagna per la B. La loro sconfitta e la forte astensione dimostrerebbe che non hanno più capacità di mobilitazione o, meglio, non sono stati in grado di sfidare e sconfiggere chi è alla loro sinistra. La “vocazione maggioritaria” di veltroniana memoria è bella e sepolta. E’ rimasto solo il dirigismo, il voto tradizionale e poco altro.
2. I voti andati alla A (cinquantamila circa) sono sovrapponibili con quelli che compongono (o componevano) quell’area “di sinistra” che elettoralmente da anni non ha spazio, non ha espressione, si è disperso nelle mille sigle, i mille personalismi, le mille delusioni. Dal punto di vista valoriale questo voto apre uno spiraglio: c’è vita oltre il PD, la sinistra esiste, per ritrovarla basta farle fare qualcosa “di sinistra” , appunto, sul terreno della vita reale senza leaderismi, pavoneggiamenti, deliri, inutili parole.
3. I grillini non sono andati a votare in massa? Dov’è la loro tanto celebrata “democrazia partecipativa”? Hanno mobilitato il loro elettorato o hanno fallito perchè, banalmente, non hanno un elettorato? Prendono voti sulle proteste superficiali, nel concreto non sono nulla. Chi si è rivolto a loro per “mandare tutti a kasaaa!!1!!” di fronte alla possibilità di dare un segnale senza “vaffanculo” o “son tutti uguali” non ha fatto nulla. Neve al sole.
4 L’Unità e Il Giornale avevano lo stesso titolo stamattina “referendum flop”. Povero Gramsci…
5. Pochi votanti? Meglio pochi (e vincenti) che male accompagnati.
6. Sarà interessante vedere il voto nei diversi quartieri bolognesi per capire cosa si è mosso, dove, e in che “zone socio-politiche” della città. Pare che la B abbia vinto, e di molto, solo nei quartieri “bene” di Bologna (Murri e Colli) mentre nei “quartieri rossi”, tradizionali feudi del PCI-PDS-DS-PD ci sia stata una valanga di voti per la A. La domanda allora è: il PD e l’amministrazione da loro sostenuta chi e cosa vuole continuare a rappresentare? Al momento, rappresenta ancora  qualcosa?
7. Questo voto è l’ennesima buona semina. C’è spazio da riempire di temi, valori e concretezza. Speriamo che arrivi un buon raccolto. Ma ci vuole fatica, tempo e voglia.
8. Scrivere post con un cellulare è un’esperienza che non auguro a nessuno. Non lo fate.
9. Sono pronto a ricevere insulti. Ho scritto “grillini”.

9 aprile, 2012

Leghisti del 3° millennio (nuove democrazie… cristiane)

Filed under: attualità,politica — ilkonte @ 1:36 pm
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Bufera nella Lega, base in rivolta, cerchio magico travolto, maroniani di lotta e di governo, greggi impazziti senza cani pastore, leghisti sul mercato.

La Lega, unico partito sopravvissuto alla prima repubblica, cade in una crisi identitaria senza precedenti. Il Leader Maximo, duro e puro, fustigatore dei costumi della vecchia e nuova politica “salottiera”, logorato dal potere e dal “tengo famiglia” in salsa padana, travolge, con le sue magagne, la base stessa dell’esistenza del movimento più vuotamente “contro” che la storia repubblicana abbia mai conosciuto. Leghisti contro “Roma ladrona”, disonesta, sperperatrice. Leghisti contro tutto ciò che sia altro dall’imperativo morale del “nasci, produci, crepa” ma a casa nostra, senza invadenze esterne, senza idea di cultura o culture che non siano quelle dell’egoismo, della difesa dell’esistente, della creazione di un piccolo mondo antico che si fa patria e lingua. Parole che fanno identità e che, a volte, si sono trasformate in fallimenti (vedi federalismo) o leggi vergognose e inutili (pacchetto sicurezza, Bossi-Fini, ecc ecc). La Lega, il mito del radicamento e della capacità di rappresentare la pancia (se non il culo) del suo elettorato, crolla così di fronte ai più vecchi vizi della politica nazionale: familismo amorale, mazzette, fondi neri, imbrogli e ruberie. Il potere logora chi ce l’ha, e vent’anni di governo locale o nazionale, di affari e politica, di ragion di Stato, di favori, interessi, scambi, rendite di posizione, hanno scalfito anche i più puri, i più radicalmente distanti dal teatrino della crisi della politica e dei valori partitici.

In futuro possiamo aspettarci un inasprimento del discorso politico in senso lato e, in ogni caso, uno spostamento sempre più deciso a destra del dibattito politico.

Se la Lega dovesse sopravvivere dovrà puntare tutto sull’estremismo, sul distacco dalla politica di potere e governo, dovrà rinforzare con ancora più decisione la propria vocazione radicale e estremistica. Non potrà però governare. Dovrà necessariamente configurarsi, nuovamente, come partito di sola lotta. Il governo richiede compromessi e la Lega, per non crollare in termini di voti e non riuscendo a dare risultati concreti a livello nazionale, dovrà necessariamente alzare la voce, urlare, strillare, imbarbarire ulteriormente i propri contenuti ma “dal di fuori”, senza responsabilità, senza pretese di governo. Dovrà andare, in poche parole, più a destra per mantenere lo zoccolo duro della militanza più becera e evitare l’attacco sul suo elettorato che arriverà da gruppi e gruppetti pseudo-fascisti o fascisti nel vero senso della parola (vedremo in questo dove andrà a collocarsi gentaglia come Borghezio, ad esempio).

Se la Lega, invece, dovesse scoppiare diventerà un mercato di voti che, in epoca di politica “lean production – just in time”, sarà un appetitoso banchetto per sondaggisti e movimenti elettorali. La politica contemporanea, si sa, vive senza prospettive a lungo termine e per questa ragione ogni minimo spostamento percentuale è il sale della politica e la ragion d’essere delle manovre di segretari, portavoce, faccendieri, politicanti. Tutti saranno costretti a guardare a quell’elettorato (ago della bilancia per il governo delle ricche regioni settentrionali e anche per il governo nazionale) e dargli ricette facili facili, commestibili, che non rischino il rigetto da parte di persone che da anni tutto avrebbero voluto, tranne che andare con democristiani, fascisti, comunisti e ladri. Ci sarà la gara “a chi sarà più leghista” degli altri. Una corsa senza traguardo, ma col solo scopo di presentarsi come veri rappresentanti di istanze che, si dirà, erano giuste e sacrosante ma mal rappresentate dall’estremismo padano.

Una terza via c’è: la dissoluzione dei movimenti e dei partiti della così detta seconda repubblica e il ritorno della cara, vecchia, mai dimenticata prima repubblica. Con una grande DC al centro e tanti piccoli movimenti personali o localistici a farne da corollario, a destra o a sinistra. Governerà chi avrà la capacità di imporre la propria leadership sul centro. Il Pdl si sfalderà, si sfalderà il Pd e dopo qualche anno troveremo nuovamente la vecchia balena bianca a sguazzare nello stagno italico. Una nuova Dc autoritaria, populista e conformista.

Ma in tutto ciò… la sinistra (non ho detto il Pd…) troverà un vocabolario per tornare a capire, leggere e magari provare a cambiare la realtà?

La Lega era una riserva indiana; lì dentro c’era il peggio della società settentrionale in termini elettorali e culturali. Era una bella scusa, come lo era per molti versi Berlusconi; grazie a loro si poteva sempre indicare il male e nascondere la propria incapacità, e le proprie mosse false, e i propri tradimenti. Perchè tanto, in tutto questo olezzo insopportabile, c’è chi puzza di più e chi puzza di meno. Perchè tanto, se non c’è ricambio o possibilità di svolte, c’è sempre un “meno peggio” a cui affidarsi per evitare la barbarie.

Era meglio sconfiggerli politicamente, ne fossimo e ne fossero stati capaci. Il Leghismo è come il berlusconismo… sopravviverà ai suoi protagonisti… purtroppo.

La Lega muore? No. La sua ipotizzata fine renderà tutti più leghisti e populisti.

18 dicembre, 2010

14 dicembre

Violenza=brutto

Neve=freddo

gatto=miao

cane=bau

Viviamo un tempo in cui si lanciano quotidianamente parole incendiarie che bruciano in una grossa vampata. Ma a bruciare sono pagliuzze, erbacce. La fiamma potrebbe alzarsi anche un bel po’ tanto da rimanere impressa nella memoria di chi l’ha vista. Tuttavia è sempre fiamma di sterpaglie e lascia solo una leggera cenere. Un soffio e via. Facciamo piazza pulita di queste chiacchiere.

Si fa un gran parlare di pochi facinorosi, professionisti della violenza, black Block, centri sociali, cortei pacifici ostaggio dei violenti, clima da anni ’70. Parole vuote. Parole insensate. Parole destinate al lettore/ascoltatore/spettatore medio con il figlio all’università, o precario a vita, o impossibilitato a immaginarsi un matrimonio, una casa di proprietà, un figlio, un lavoro decente, un’esistenza segnata da dignità, soddisfazione, slancio.

Ho l’impressione che i predicatori e i benpensanti italici parlino spesso senza avere idea di cosa realmente sia stata quella piazza. E’ il vizio dell’autoreferenzialità dell’informazione. Si scrive e si pontifica avendo come unica fonte quello che si è letto sui giornali o quello che altri benpensanti hanno potuto scrivere per sentito dire. E allora si alimentano false notizie e sulla loro base distorta o inesatta parte un dibattito perfettamente inutile. Sono troppi quelli che scrivono senza aver visto con i propri occhi, aver respirato lacrimogeni in mezzo ai manifestanti, averli toccati, averci parlato (Saviano docet).

Un’altra riflessione. Sembra che si desideri parlare volutamente di poche centinaia di facinorosi o di black block o di centri sociali con un’intenzione contemporaneamente offensiva e difensiva. Dove sta l’attacco e dove la difesa?

L’attacco sta nel voler definire quello scoppio di rivolta (si… avete letto bene, rivolta) come azione dei soliti ideoligizzati comunisti rivoluzionari. Un modo per mobilitare i settori della popolazione più sensibili alla favola del comunismo e dei comunisti sempre pronti alla rivoluzione. Una maniera per rinfocolare, in vista delle prossime elezioni, l’elettorato populista e qualunquista alimentato a veline e berlusconismo da anni per individuare un nuovo nemico, un nuovo pericolo, una nuova emergenza da annichilire, contro cui far vedere i muscoli, da abbattere per  non far pensare a quello che quell’elettorato non riceve da anni (taglio delle tasse, liberalizzazioni, privatizzazioni, ecc ecc) ma che da anni viene promesso a suon di proclami.

Dove sta la difesa? Si utilizzano termini vecchi, desueti, ma ormai entrati nel sentire comune. Etichette per far facilmente digerire una cosa nuova, dirompente, sconvolgente. Potrebbe spaventare dire al “benpensante” italiano che in piazza c’erano migliaia di giovani di 20 anni o poco più che non erano per niente ostaggio dei violenti, che Piazza del Popolo, mentre prendeva fuoco la camionetta della Finanza in via del Babbuino, era colma di persone che applaudivano. Potrebbe destabilizzare l’opinione pubblica. Dire che era rabbia diffusa, che nessuno si sentiva ostaggio, che quelli che avevano il coraggio di andare all’attacco avevano il sostegno di tutti gli altri dietro (se non di tutti… di moltissimi, qualcuno direbbe troppi), potrebbe dare il segno di cos’è  o cosa non è il sentimento del futuro delle nuove generazioni in questi anni di plastica. Ha paura il potere a voler ammettere che aveva di fronte una massa. Ha paura la sinistra a dover ammettere il dramma di non essere capace di rappresentare quelle generazioni, di non riuscire a declinare il conflitto e il disagio in programmi, proposte, idee, futuro. Avrebbero paura i benpensanti a sapere che in quella piazza non c’erano i soliti “professionisti della violenza” ma i loro figli; quelli che forse non potranno vivere mai l’edonismo consumistico degli anni 80 o il sogno della casa al mare. E allora che fare? Diciamo che sono sempre i soliti. Sono quelli di Genova! Sono i tifosi violenti! Sono quelli degli anni 70! NO!

Io sono stato a Genova e ho vissuto quella manifestazione come un trauma. In quei giorni fummo veramente ostaggio della violenza dello Stato. Il corteo rifiutava quella violenza e non applaudiva, anzi guardava con terrore, quei ragazzi che andavano all’attacco delle forze dell’ordine provocando cariche, massacri, inutili pestaggi. Noi, a Genova, dicevamo “un altro mondo è possibile“. Avevamo un’ossatura ideologica forte. Sognavamo un mondo nuovo, una nuova soggettività, un nuovo protagonismo. Eravamo sì antagonisti ma provavamo a proporre una nuova via.

Martedì, con 10 anni (e tanta disillusione, sfiducia, cinismo e delusioni) in più rispetto al G8, ero a Roma in mezzo ai ventenni. Gente che nei giorni di Genova era poco più che bambino o adolescente. Gente che vota da solo qualche anno e solo da poco sente il disagio di una politica bloccata, orridamente mediocre, inutilmente parolaia, vigliaccamente distante. Ragazzi che forse non avevano mai fatto una manifestazione di quelle dimensioni e intensità prima d’ora. Ragazzi che ora si affacciano alla vita matura del lavoro, della precarietà, degli stenti, del desiderare una vita indipendente. Ora gli slogan sono “noi la crisi non la paghiamo“, “noi non siamo sfiduciati”. Resistenza pura e semplice. Siamo al trionfo dell’oggi e del presente assente sul sogno e sul progetto. Al concretezza amara di una vita senza domani in cui è difficile pensare ad “un altro mondo possibile”. Ci si accontenterebbe della banalità di un paese normale, di una borsa di studio garantita, una casa popolare, una politica decente, una democrazia degna di tal nome, un presente e un futuro prossimo se non uguale almeno simile a quello delle generazioni precedenti. E’ una cosa completamente diversa da quello che ci dicono essere questo “movimento/non movimento”. Non siamo a Genova, non sono “no global”, non sono “rivoluzionari bolscevichi”, non sono “estremisti ideologizzati”, non stiamo rivivendo gli anni 70. Siamo di fronte ad una generazione contemporaneamente pre-politica e post-politica, pre-ideologica e post-ideologica. Noi, a Genova, eravamo la coda del 900 lanciata nel nuovo millennio e nel decennio (ahinoi) del berlusconismo. Loro sono l’inizio di qualcosa di indefinito, lontano, forse solo in potenza. Del 900 hanno vissuto solo i genitori e forse i fratelli o sorelle maggiori.

Ultima considerazione: bisogna essere intelligenti. Capire la debolezza di questo sistema politico agonizzante, vecchio, barricato dietro scudi e manganelli, lontano dalle strade e dalla vita quotidiana. Bisogna scavalcare la televisione, le strategie di disinformazione e propaganda che aumenteranno via via che la data delle elezioni si avvicinerà. Non bisognerà prestare il fianco ai provocatori in giacca e cravatta pronti a sfruttare gli errori e le ingenuità. Ora bisogna dare sostanza vera a questo disagio. Farlo maturare. Farlo diventare “movimento”. Ogni manifestazione, generazione, ha un acme e poi un riflusso. Bisognerà avere l’intelligenza di rendere il riflusso non una ritirata o una copia sbiadita di quello che la manifestazione di martedi è stata. La politica, la sinistra, deve avere la capacità di cogliere le energie che vengono da questa generazione e dare una risposta. Altrimenti si rischia un circolo vizioso di rivolte e cariche, pestaggi e denunce, fuoco e mazzate che come pagliuzze che ardono fanno una gran fiammata, ma molto breve. Lascerebbe solo una leggera cenere. Come le chiacchiere di coloro che pontificano dall’alto del loro essere vecchi, distanti, e incapaci di capire (in buona o cattiva fede), timorosi di toccare la realtà e sporcarsi le mani con le loro macerie. Un soffio e via. E poi?

20 settembre, 2009

Tra un Berlusconi e l’altro

Filed under: attualità,politica — ilkonte @ 4:15 pm
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Vi segnalo uno splendido post di Leonardo. Buona lettura.

30 agosto, 2009

Le 11 domande della Padania (prostituzione intellettuale…)

Filed under: attualità,Ma guà che storia!,memoria,politica — ilkonte @ 11:39 am

11 anni fa.

28 agosto, 2009

La menzogna come potere

Così, per tenere traccia anche su questo blog. Buona lettura:

La menzogna come potere

di GIUSEPPE D’AVANZO

Avanzare delle domande a un uomo politico nell’Italia meravigliosa di Silvio Berlusconi è già un’offesa che esige un castigo?

L’Egoarca ritiene che sollecitare delle risposte dinanzi alle incoerenze delle dichiarazioni pubbliche del capo del governo sia diffamatorio e vada punito e che quelle domande debbano essere cancellate d’imperio per mano di un giudice e debba essere interdetto al giornale di riproporle all’opinione pubblica. E’ interessante leggere, nell’atto di citazione firmato da Silvio Berlusconi, perché le dieci domande che Repubblica propone al presidente del Consiglio sono “retoriche, insinuanti, diffamatorie”.

Sono retoriche, sostiene Berlusconi, perché “non mirano a ottenere una risposta dal destinatario, ma sono volte a insinuare l’idea che la persona “interrogata” si rifiuti di rispondere”. Sono diffamatorie perché attribuiscono “comportamenti incresciosi, mai tenuti” e inducono il lettore “a recepire come circostanze vere, realtà di fatto inesistenti”. Peraltro, “è sufficiente porre mente alle dichiarazioni già rese in pubblico dalle persone interessate, per riconoscerne la falsità, l’offensività e il carattere diffamatorio di quelle domande che proprio “domande” non sono”.

Come fin dal primo giorno di questo caso squisitamente politico, una volta di più, Berlusconi ci dimostra quanto, nel dispositivo del suo sistema politico, la menzogna abbia un primato assoluto e come già abbiamo avuto modo di dire, una sua funzione specifica. Distruttiva, punitiva e creatrice allo stesso tempo. Distruttiva della trama stessa della realtà; punitiva della reputazione di chi non occulta i “duri fatti”; creatrice di una narrazione fantastica che nega eventi, parole e luoghi per sostituirli con una scena di cartapesta popolata di nemici e immaginari complotti politici.


Non c’è, infatti, nessuna delle dieci domande che non nasca dentro un fatto e non c’è nessun fatto che nasca al di fuori di testimonianze dirette, di circostanze accertate e mai smentite, dei racconti contraddittori di Berlusconi.

E’ utile ora mettersi sotto gli occhi queste benedette domande. Le prime due affiorano dai festeggiamenti di una ragazza di Napoli, Noemi, che diventa maggiorenne. E’ Veronica Lario ad accusare Berlusconi di “frequentare minorenni”. E’ Berlusconi che decide di andare in tv a smentire di frequentare minorenni. Nel farlo, in pubblico, l’Egoarca giura di aver incontrato la minorenne “soltanto tre o quattro volte alla presenza dei genitori”. Questi sono fatti. Come è un fatto che le parole di Berlusconi sono demolite da circostanze, svelate da Repubblica, che il capo del governo o non può smentire o deve ammettere: non conosceva i genitori della minorenne (le ha telefonato per la prima volta nell’autunno del 2008 guardandone un portfolio); l’ha incontrata da sola per lo meno in due occasioni (una cena offerta dal governo e nelle vacanze del Capodanno 2009).

La terza domanda chiede conto al presidente del Consiglio delle promesse di candidature offerte a ragazze che lo chiamano “papi”. La circostanza è indiscutibile, riferita da più testimoni e direttamente dalla stessa minorenne di Napoli. La quarta, la quinta, la sesta e settima domanda ruotano intorno agli incontri del capo del governo con prostitute che potrebbero averlo reso vulnerabile fino a compromettere gli affari di Stato. La vita disordinata di Berlusconi è diventata ormai “storia nota”, ammessa a collo torto dallo stesso capo del governo e in palese contraddizione con le sue politiche pubbliche (marcia nel Family day, vuole punire con il carcere i clienti delle prostitute). La sua ricattabilità – un fatto – è dimostrata dai documenti sonori e visivi che le ospiti retribuite di Palazzo Grazioli hanno raccolto finanche nella camera da letto del Presidente del Consiglio.

L’ottava domanda è politica: può un uomo con queste abitudini volere la presidenza della Repubblica? Chi non glielo chiederebbe? La nona nasce, ancora una volta, dalle parole di Berlusconi. E’ Berlusconi che annuncia in pubblico “un progetto eversivo” di questo giornale. E’ un fatto. E’ lecito che il giornale chieda al presidente del Consiglio se intenda muovere le burocrazie della sicurezza, spioni e tutte quelle pratiche che seguono (intercettazioni su tutto). Non è minacciato l’interesse nazionale, non si vuole scalzarlo dal governo e manipolare la “sovranità popolare”? In questo lucidissimo delirio paranoico, Berlusconi potrebbe aver deciso, forse ha deciso, di usare la mano forte contro giornalisti, magistrati e testimoni. Che ne dia conto. Grazie.

La decima domanda infine (e ancora una volta) non ha nulla di retorico né di insinuante. E’ Veronica Lario che svela di essersi rivolta agli amici più cari del marito per invocare un aiuto per chi, come Berlusconi, “non sta bene”. E’ un fatto. Come è un fatto che, oggi, nel cerchio stretto del capo del governo, sono disposti ad ammettere che è la satiriasi, la sexual addiction a rendere instabile Berlusconi.

Questa la realtà dei fatti, questi i comportamenti tenuti, queste le domande che chiedono ancora oggi – anzi, oggi con maggiore urgenza di ieri – una risposta. Dieci risposte chiare, per favore. E’ un diritto chiederle per un giornale, è un dovere per un uomo di governo offrirle perché l’interesse pubblico dell’affare è evidente.

Si discute della qualità dello spazio democratico e la citazione di Berlusconi ne è una conferma. E dunque, anche a costo di ripetersi, tutta la faccenda gira intorno a un solo problema: fino a che punto il premier può ingannare l’opinione pubblica mentendo, in questo caso, sulle candidature delle “veline”, sulla sua amicizia con una minorenne e tacendo lo stato delle sue condizioni psicofisiche? Non è sempre una minaccia per la res publica la menzogna? La menzogna di chi governa non va bandita incondizionatamente dal discorso pubblico se si vuole salvaguardare il vincolo tra governati e governanti? Con la sua richiesta all’ordine giudiziario di impedire la pubblicazione di domande alle quali non può rispondere, abbiamo una rumorosa conferma di un’opinione che già s’era affacciata in questi mesi: Berlusconi vuole insegnarci che, al di fuori della sua verità, non ce ne può essere un’altra. Vuole ricordarci che la memoria individuale e collettiva è a suo appannaggio, una sua proprietà, manipolabile a piacere. La sua ultima mossa conferma un uso della menzogna come la funzione distruttiva di un potere che elimina l’irruzione del reale e nasconde i fatti, questa volta anche per decisione giudiziaria. La mordacchia (come chiamarla?) che Berlusconi chiede al magistrato di imporre mostra il nuovo volto, finora occultato dal sorriso, di un potere spietato. E’ il paradigma di una macchina politica che intimorisce. E’ la tecnica di una politica che rende flessibili le qualifiche “vero”, “falso” nel virtuale politico e televisivo che Berlusconi domina. E’ una strategia che vuole ridurre i fatti a trascurabili opinioni lasciando campo libero a una menzogna deliberata che soffoca la realtà e quando c’è chi non è disposto ad accettare né ad abituarsi a quella menzogna invoca il potere punitivo dello Stato per impedire anche il dubbio, anche una domanda. Come è chiaro ormai da mesi, quest’affare ci interroga tutti. Siamo disposti a ridurre la complessità del reale a dato manipolabile, e quindi superfluo. Possiamo o è già vietato, chiederci quale funzione specifica e drammatica abbia la menzogna nell’epoca dell’immagine, della Finktionpolitik? Sono i “falsi indiscutibili” di Berlusconi a rendere rassegnata l’opinione pubblica italiana o il “carnevale permanente” l’ha già uccisa? Di questo discutiamo, di questo ancora discuteremo, quale che sia la decisione di un giudice, quale che sia il silenzio di un’informazione conformista. La questione è in fondo questa: l’opinione pubblica può fare delle domande al potere?

14 luglio, 2009

Oggi sciopero

24 giugno, 2009

Family che? (rassegnazione a mezzo stampa e prostituzione intellettuale)

Vi propongo una breve serie di link ad articoli apparsi sulle carte berlusconiane all’indomani del Family Day del 2007. Un po’ di contesto: c’era il governo Prodi e si discuteva di Dico. Cosa? Eh si… sembrano passati secoli… e invece… appena due anni. Comunque, c’era qualche ostinato nella maggioranza del centro sinistra che provava a far passare, tra mille scosse, polemiche, sberle, casini (no.. non PierFery… e neanche di Villa Certosa o Palazzo Grazioli parlo… ma vi capisco… è passato un po’ di tempo), teo-dem contro tutti, chiesa scatenata all’opposizione, opposizione (noooo!!! c’era Papi all’opposizione!!! Papi, Fini, e la compagnia… e ancora erano divisi!! Non c’era il Pdl) urlante. Cosa successe allora? Che gli ambienti cattolici più integralisti spalleggiarono il nostro Papi per portare in piazza “La famiglia tradizionale” e i “Valori cattolici” minacciati dai comunisti al potere. Ecco. Quindi via a paroloni! Da una parte i diritti da concedere anche in maniera piuttosto scialba, ma da inseirire in qualche modo per fare una piccola crepa, e dall’altra si urlava all’attentato eversivo, alla distruzione del trio “Dio-Patria-Famiglia”.

Andiamo con ordine e vediamo fino a che punto avrò lo stomaco per ricordare quelle giornate fangose di bigottismo vomitevole.

Partiamo da una prima pagina. E’ dell’ 12/05/09. Libero titola “Teniamo Famiglia. A sinistra notiamo l’inizio di un fondo dell’agente Betulla dal titolo “L’ombrello cattolico ripara un po’ tutti“. Messaggio in codice? (da leggere con voce leggermente camuffata come se fosse un messaggio radio: “Attenzione! L’ombrello cattolico è aperto e ripara tutti! Ripeto: L’ombrello è aperto! Chiudo”)

Altra prima pagina, questa volta è la Padania a scandire: “FAMIGLIA UNA E INVIOLABILE“. Ammazza oh! Questi so’ tosti davvero!

12 Maggio. Il gran giorno. A Roma due manifestazioni. Da una parte vagonate di famiglie di cattolici più o meno devoti portati lì da Parrocchie, Scout, e associazioni varie. A Piazza Navona una sorta di contromanifestazione laica. Il governo Prodi e la maggioranza sono, come da contratto, divisi: i cattolici o sedicenti tali della maggioranza vogliono andare al Family, quelli un po’ più di sinistra o non cattolici no. In ballo c’è il rischio di lasciare la piazza a Berlusconi, pensava gente tipo Rutelli. In ballo c’è un appiattimento vergognoso sotto le sottane dei cardinali, rispondevano altri. In piazza San Giovanni ci sarà il delirio di massa. In Piazza Navona no. Berlusconi nasa la situazione e va anche lui a difendere le tradizioni cattoliche e la famigliari.

Il day after, 13 Maggio 2007.

QUESTA E’ UNA FAMIGLIA, dice trionfale il Giornale che poi sottolinea “La nostra difesa deve diventare una causa nazionale”.

Feltri invece su Libero commentava: “HA VINTO DON CAMILLO“. Qui invece un altro commento dell’agente Betulla.

E la parola del Capo supremo, di Papi, del Papi della Patria, del Pappone delle Libertà. Un appello ai “veri cattolici“. Amen.

Ecco la vera chicca per cui ho iniziato a scrivere questo post che in teoria potrebbe diventare un trattato di 150 pagine. Non è difficile trovare le contraddizioni di queste mezze calzette, di questi buffoni. Non è assolutamente una cosa difficile. Basta andare a vedere cosa si diceva, chessò, un anno fa rispetto ad un qualsiasi argomento e si troverà di sicuro qualcosa. Ancora più facile è magari andare a vedere cosa dicevano e facevano queste vergogne quando erano all’opposizione e guardare un tg qualsiasi e vedere cosa dicono e fanno quando sono al governo e attaccano l’opposizione. A quelli che pendono dalle loro labbra ho già scritto qualcosa, non me ne vorranno.

Ok, parliamo di privacy e gossip? Sapete cosa dicono (e cosa non dicono) questi buffoni in questi giorni; dalle candidate veline, alla lettera di Veronica Lario, Noemi e Casoria, le foto in Sardegna col Topolanek di fuori, fino a Patrizia D’addario. Rewind.

Due prime pagine del “Giornale“, una del 15 Marzo 2007 e una del 16 Marzo. E’ appena scoppiato il “Caso Sircana” all’interno o nelle pieghe del caso “Vallettopoli” che vedeva protagonisti Lele Mora, Fabrizio Corona e una fauna di personaggi e personaggini. Leggete bene, non lasciate neanche una virgola. In particolare leggete i fondi di Maurizio Belpietro sulle due prime pagine. Lezioni di giornalismo e, riletto oggi, lezioni di prostituzione intellettuale.

Ultima nota: Berlusconi nei giorni di Sircana cercò la strada della solidarietà col collaboratore di Prodi contro la gogna mediatica. Mentre i suoi squadristi spaccavano teste e davano lezioni di stile e giornalismo e si atteggiavano da mastini, lui tendeva la mano. Perchè magari gli conveniva, perchè non poteva sapere se di lì a poco sarebbe spuntato anche il suo nome o sue foto, perchè doveva presentarsi come uomo di Stato… Col senno di poi….

23 giugno, 2009

Questo voto (a bologna…)

Flavio Delbono ha vinto le elezioni e sarà il prossimo sindaco di Bologna. E’ finita quindi una delle campagne elettorali più brutte che la città ricordi. Si è parlato davvero poco di politica, scelte future, sfide, superamenti, distanze da prendere o da ridurre. Insomma dei nodi reali della città, dei veri problemi, pare che non sia arrivata grande voce agli elettori. Non si sa cosa succederà con la Fiera di Bologna, non si sa cosa succederà con il Civis, con la metropolitana, non si sa nulla di politiche abitative, dei rapporti con l’università e gli universitari, con le politiche securitarie che tanto avevano fatto buttare inchiostro per la gioia dell’autopubblicizzante e “ciarlatano” Coffy. E’ stata una caciara. Con Delbono a fare l’uomo mite, il professore, a cercare di tranquillizzare tanto gli orfani di Coffy, quanto quelli che gli ultimi 5 anni vorrebbero cancellarli dai propri ricordi. E a destra giù randellate tra Cazzola “il pugile dislessico” e Guazzaloca “il burbero”. Poi, al secondo turno, al primo faccia a faccia e alla prima domanda “scomoda” in diretta, Cazzola ha cominciato a dare i numeri con una violenza, una superbia e un avventurismo che ha rasentato il ridicolo, accusando chiunque, caricando a testa bassa a furia di infamie, calunnie. Un cavallo imbizzarrito insomma. Vedremo se le inchieste della magistratura porteranno da qualche parte.

Guardo i dati e segnalo due cose: al primo turno Delbono ha preso 112.131 voti mentre Cazzola ne ha raccolti 66.058. Al secondo turno Delbono si è tenuto i suoi con 112.667 voti (un aumento di circa 500 voti) mentre Cazzola ha raggiunto quota 73.020, +7000 rispetto al primo turno.

Quindi Delbono vince grazie alla fedeltà dei propri elettori più affezionati. Ma il PD, che tiene è vero, deve ora pensare a rilanciare e cercare di far dimenticare le delusioni cofferatiane; come voto di lista il Pd alle europee prende più voti che alle comunali e tra primo e secondo turno nessun movimento in entrata; chi era a sinistra lì è rimasto, chi non andò a votare 15 giorni fa non ci è tornato, chi doveva rispondere all’attacco Cazzoliano rinsaldando le fila, è rimasto a casa.

L’astensione, anche se minore che in altre zone d’Italia come da tradizione, si è fatta sentire anche a Bologna. Un terzo degli elettori ha voluto esprimere la propria mancanza di rappresentazione o forse di autorappresentazione. Un dato su cui riflettere. Nell’astensione c’è tanta opinione, tanta passione, tanti messaggi politici. Ma c’è anche l’incapacità di collocarsi. Il problema è a due direzioni: io non mi sento rappresentato da nessuno perchè nessuno è capace di rappresentarmi così come io non riesco a capire che collocazione ho, dove devo andare, cosa voglio, chi voglio. Nell’astensione tanta politica dunque, ma anche tanto analfabetismo politico, incapacità di riflessione e sintesi delle proprie voglie, assenza di prospettive politiche, qualunquismo.

Fa male comunque vedere che a sinistra del Pd nessuno sia riuscito a raccogliere nessuna forma di dissenso esplicito o meno, che non ci sia stato un segnale roboante di rinascita e rilancio, che anche a Bologna non ci sia una vera forza di sinistra radicale e utile a sviluppare dibattiti. Ci sarà un rappresentante dei “grillini”: vedremo cosa sarà capace di fare, quali i temi che proporrà, quali i toni che userà e i risultati che porterà a casa. Una bella sfida per loro. Passare dall’ombra del comico del soliloquio ad una propria vita, camminare da soli, costruirsi come forza autonoma, territoriale, scomoda ma fondamentalmente capace di politica e politiche.

Cazzola invece, sconfitto, sconfittissimo, al ballottaggio ha preso qualche voto in più. Da destra sicuramente e da ambienti guazzalochiani, forse. E magari proprio da quel delirio qualunquistico destroide che annaspa nel non voto.

Io, se avessi dovuto votare a Bologna, cosa avrei fatto? Il rischio di una sconfitta al secondo turno di Delbono era basso, soprattutto dopo le sparate di Cazzola. Quindi, penso, sarei rimasto a casa senza turarmi il naso e senza apnee o ansie. Se ci fosse stato il minimo rischio avrei votato.  Al primo turno avrei fatto il mio solito rito di testimonianza per una lista di sinistra.

Non so cos’altro dire se non… speriamo bene.

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