franchino's way

7 settembre, 2013

La cravatta

Filed under: deliri controproducenti — ilkonte @ 9:44 am
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<<Madonna santa – si avvicina tutto entusiasta a braccia aperte – non ci si vede da una vita! – ci abbracciamo, gli tiro gran pacconi sulle spalle – Ti trovo bene sai?>>

Ammazza, mi trova bene, dice. Io nemmeno mi ricordo che giorno è. Se 20 minuti fa non mi avesse chiamato per dirmi che era arrivato in stazione figurati se mi sarei ricordato che prima o poi bisogna svegliarsi. Ed è pomeriggio, bello inoltrato pure.

<<Si.. E’ davvero una vita che non ci si vede. – abbozzo – Saranno, non so, 6, 7, 8 anni!>>

<<Eh, almeno 8, caro mio. – sospira guardandomi negli occhi con espressione malinconica – Ancora non mi ero sposato. E ancora non era arrivata Amalia.>>

Amalia, che bel nome; sa di fado, di malinconia, di mangiate di bacalao a Lisbona. Amalia è un nome sentimentale. Bravo, bello, complimenti. Magari gli ricorda i suoi anni in Portogallo, magari la compagna (o moglie, non mi ricordo), è amante della Rodrigues.

<<Amalia, sì. Ricordo. – riesco a dire – Perché poi Amalia?>>

<<La mamma di lei.>>

Eccallà… che tristezza. Ti prego no.

<<Tradizionalisti!>>, forzando un sorriso nel mal di testa.

I postumi e il sonno mi mettono il nervoso addosso. E’ sempre meno facile riprendersi da serate brave come quella di ieri. Ammazza che serata. E lei, che figa! Alzarsi, buttarsi giù dal letto, convincere lei ad andare e scendere a prendere lui in 20 minuti è stata una prova contro me che mi ha cancellato ogni speranza di buon umore, ma lui non c’entra, non posso incolparlo del mio fastidio. Anche se, a guardarlo così veloce veloce, mi pare diventato un automa in doppio petto. Ma m’è voluto venire a trovare, e sotto sotto, gli voglio ancora bene. Devo cercare di non farmi prendere dai pregiudizi. Sto nervoso per i postumi, non per lui.

Con un gesto della mano gli indico la direzione, il quartiere dove abito da ‘na vita e mezzo. Il Pratello è oggi particolarmente placido, sonnacchioso e bello, alla luce del tramonto.

Mi fa, sempre marcando entusiasmo:<<Finalmente. Avevo voglia di vedere ‘sto posto. A furia di leggere le tue storie e i tuoi racconti me lo sono immaginato e ri-immaginato diecimila volte.>>

Camminiamo. Sono contento che legga i miei racconti, vuol dire che o gli piacciono o gli sono rimasto nel cuore. Mi accendo una paglia e gliene offro una.

<<Non fumo più da anni sai?>>

<<Mh – mi rimetto il pacchetto in tasca, scommetto che manco le canne più si fuma – mi sei diventato salutista?>>

<<No. E’ che con la gravidanza e la bambina. – seguo a stento i suoi occhi sognanti – Ho smesso per loro. E per me per loro.>>

U’ madonnina santa! Si è trasformato in un papà da sit com americana,  di quelle proprio becere dove vivono tutti felici e contenti e ci sono le risate pre-registrate, che sennò mica si capisce quando si deve ridere.

Basta fare lo stronzo, la devo smettere di pigliare male qualsiasi cosa dica o faccia. Non è lui, sei tu, il poco sonno, il risveglio brusco e il mal di testa. Ha fatto bene a smettere; la gravidanza e la bambina non sono minchiate. Il problema forse è stato come lo ha detto, tutto sto miele, tutto sto appiccicume.

La butto in corner:<<Minchia però parli sempre contorto.>>

Scoppia a sganasciarsi dalle risate, inspiegabilmente. Io lo seguo, per solidarietà, e ridiamo come due coglioni. Non lo trovo per niente bene, non è questione di pregiudizi. Cioè voglio dire, si mantiene bene; fisico asciutto, ben curato, espressione serena. Ma, come dire, lo vedo invecchiato; sarà il completo, saranno le sopracciglia curatissime, sarà il suo modo di fare, ma mi sembra molto più grande di me. Forse quando decidi di fare carriera devi smettere di avere l’età che hai e invecchi di colpo. Come se avere 30 anni fosse qualcosa da celare, nascondere. Devi essere, vestire, comportarti, da 50enne, sennò niente, calci nel culo e via andare.  E dire che era un gran figo, tutto raggae e minchiate simili, si faceva gradire. E ora, pare mio zio. Mi fa un po’ tristezza. La gente così mi fa tristezza, non riesco a parlarci normalmente, mi costringono sulla difensiva o sull’offensivo. Ma lui è stato uno dei miei migliori amici, la devo smettere co ste reazioni cretine da ragazzino.

<<E tu? – si volta con sguardo studioso – Che racconti?>>

Non mi piace che mi si guardi così, come se fossi un pesce esotico in un acquario :<<Che domanda del cazzo dopo 8 anni che non ci si vede e ci si sente a stento. Se ti rispondo, come farei, “la solita”, tu che cazzo capisci?>>

<<Era per rompere il ghiaccio.>>

<<C’è tempo, c’è tempo. – lo piglio per il braccio e lo spingo in avanti –  Stasera davanti a qualche boccale di birra hai voglia a chiacchierare di cazzate.>>

Mamma mia, spero che davvero le birre lo sciolgano n’attimo sennò qua la serata non passa più. E spero che fondamentalmente si tolga sto cazzo di vestito: mocassini, completo grigio, camicia chiara, cravatta rossa, odio le cravatte, quelle rosse soprattutto. Al Bar sarebbe totalmente fuori luogo e non mi piace la gente fuori luogo nel mio bar.

Attraversiamo tutto il quartiere, passiamo davanti a tutti i locali. Lui li sembra osservare con un po’ di puzzetta sotto il naso. Davanti al pub i ragazzi mi salutano, io ricambio ma vado dritto. Mi volto qualche passo più avanti e intreccio gli sguardi interrogativi  degli altri che restituisco con occhi che stanno a significare “poi vi racconto”.

Arriviamo in fondo alla strada, dove abito. Lo vedo che valuta con aria un po’ spaesata i palazzoni di questa parte del quartiere. Sai com’è; lui sta a Prati, frequenta zone in, non ne vede palazzoni, no, che degrado.

<<Si caro, – gli faccio un po’ ironico – io abito nella periferia del Pratello.>>

Apro il portone, ascensore, saliamo su al 4° piano. Lo guardo fisso. Lui sta sulle sue, sorride un po’ imbarazzato. Lo vedo che non si sente a suo agio.

<<Scusa il casino – mi giustifico girando la chiave e aprendo la porta – non ho avuto tempo di sistemare.>>

Disordine allucinante. Niente sembra essere dove dovrebbe e tutto sembra di passaggio, come in una camera di albergo. Non pensavo di aver fatto tutto sto bordello. Lui resta immobile, con la bocca aperta, quasi scantato, col la valigia in mano. Non contiene un accenno di smorfia di disapprovazione, due passi dentro il disastro, a passi cauti, come per stare all’orecchio per possibili crolli o arrivo improvviso di animali feroci.

<<Ma che cazzo è successo qua dentro? Hai avuto ospiti?>>

<<No, non ho mai ospiti, – niente, non è il mal di testa, ‘sto qua è andato, manco fosse mia madre – è che mi annoio a sistemare.>>

<<Ma se ti viene ‘na ragazza a casa che cazzo di figura ci fai?>>

<<Ho smesso di cacciare.>> Gli faccio tutto umile. E’ partito il bluff, coglione. E’ un derelitto che vuoi? Un derelitto avrai. Ma un derelitto che abbia dentro poesia e colore. Je t’accatt’ e t’ rial’  (trad. = io ti compro e ti regalo).

<<Mi annoia il corteggiamento. – gli dico annusando teatralmente un paio di mutande raccolte da un mobile e interpretando quello che penso potrebbe essere un poeta maledetto del terzo millennio – Detesto le zoccolette che si fanno scopare dopo due drink al bar. Mi godo la mia solitudine beata. Poi… se un giorno decido – il mio sguardo da basso e umile si apre verso l’orizzonte – Cambio vita.>>

<<Ma va! – fa cadere il bagaglio a terra cercando un contatto umano – Tu senza femmine sei come una squadra di calcio senza portiere.>>

<<Le cose cambiano, lo sai>>, gli dico buttando lontano le mutande.

<<Bah…>>

Apro tutto, faccio cambiare aria. Gli mostro casa. Gli dico che spendo poco e che riesco a campare nonostante i miei “umilissimi” 1300 euro al mese perché ho venduto macchina e motorino. A Bologna non servono a un cazzo, gli dico, ci sono i mezzi e si gira bene pure a piedi. Lui no, il fighetto, senza macchina diventerebbe matto, al massimo un taxi. I mezzi no, non li prende da tempo, povero figlio, gli si rovina la giacchetta.

Si va a fare una doccia (il cesso meglio che non ci penso a come stava messo), quando esce mi dice che ci potremmo vedere dopo la sua cena di lavoro al ristorante. Gli mostro la strada su una cartina, ma niente, prende un taxi.

Non mi ci sto trovando per niente bene. E’ destino, se tra due amici le strade da tempo si sono divise troppo c’è l’affetto e tutto, ma manca il feeling. Poi è diventato uno con la faccia giudicante, i modi da self-made-man. Ha perso spontaneità, umiltà. Non è più lo stesso.

Prendo un jeans e una maglietta da una valigia appoggiata a terra. E’ bene che mi cambi, visto che mi sono vestito in fretta con le prime cose che ho trovato, compreso sto camicione rossoblu di quando ero al liceo. L’ha preso lei dall’armadio stanotte, voleva fa Kurt Cobain. Il risultato è stata una superbrunatuttecurvesupersexy.

<<‘Cazzo fai con quella valigia? – voce scandalizzata da zitella vittoriana – Tornato da un viaggio?>>

<<Viaggio 2 volte all’anno – gli dico tutto tumefatto di frustrazione, ovviamente continuando il bluff – e sono tornato da un mese.>>

Resta di nuovo a bocca aperta, incapace di muovere un muscolo. Vabbuò vado a cambiarmi in camera. La valigià è lì da una settimana; tra cene da amici, ospitate da varie femmine, lavoro e menate varie non ce l’ho fatta ancora a disfarla. Non ne ho avuto tempo e voglia.

<<Ma scusa… – mi fa tutto premuroso – la valigia è lì da un mese?>>

<<L’armadio è vuoto. Non disfo più la valigia.>>

<<E come cazzo ti viene?>>

<<Mi da l’idea di essere appena tornato da un viaggio. O di stare lì lì per partire.>>

<<Ma hai detto che non ti muovi da qui non più di due volte all’anno!>>

<<Appunto – sbotto con voce decisa – fatti i cazzi tuoi.>>

Sono un poeta.

E’ strano come tutto cambia e come certe persone perdano ogni capacità di rimanere se stesse di fronte al tempo, alla maturazione, alle esperienze. E’ sempre lui, ma non è lo stesso. Non riesco a rivedere lo stesso personaggio che incontravo durante le feste quando tornavamo al paese io da Bologna e lui da Roma. Lui, tutto raggae, col tempo si trasformò in un leone da serate romane. Metamorfosi della moda. Diventò uno da posticini stilosi, aperitivi, ragazzette ingioiellate e ben truccate. Io rimanevo fedele al movimento, alla poesia, alla semplicità, di Bologna. Lui aveva scelto al peggio Roma; quella borghesuccia, danarosa, schizzinosa. Carriera, soldi, macchine, locali fighetti.  Non è del tutto vero quello che dico, ma bene o male è quello il quadro dove s’è mosso. C’è chi la vita se la sceglie anche facendo cazzate, come me, e chi la subisce; perché il vento tira forte, perché è comodo seguire la corrente, perché in fondo in fondo è meglio essere una copia di qualcuno che un povero stronzo che prova a essere se stesso mantenendo una propria idea di vita e di serenità. Costa meno fatica mimetizzarsi che viversi. Io trovato un mio benessere e una mia tranquillità. Lui s’è mimetizzato nel contesto che s’è trovato o che ha scelto, almeno così mi pare. Non dico che sia giusta o sbagliata una o l’altra strada. dico che sono diverse. E, se vieni a casa mia e mi rompi i coglioni e mi guardi come un animale da zoo, temo siano ormai inconciliabili. Io non giudico, non voglio giudicare. Ho già da combattere con me stesso, non ho tempo per pensare a quello che fanno o dovrebbero fare gli altri.

Se a te guardarmi da fastidio, il problema, se di problema vuoi che si tratti, è nel tuo sguardo.

Faccio un sospiro, cerco di rilassarmi e non farmi prendere troppo dal nervoso. Esco dalla stanza, jeans e maglietta gialla, esageratamente, ostentatamente giovanile. Lui sta in cucina in divisa manageriale d’ordinanza, comprensiva di quella cazzo di cravatta rossa di merda.

Ci guardiamo in silenzio, come allo specchio. Cazzo, se passa il tempo. Ridiamo. “Ci vediamo al bar”, gli faccio, contenendo lo sclero.

Ma non so se ci andrò. Non so se ho voglia di sapere altro di lui, non voglio rischiare di rovinarmi completamente la visita. E mi sto antipatico quando mi faccio prendere così dalle sensazioni a pelle e rotolo nell’insofferenza. Alla fine gli voglio bene altrimenti non avrei accettato quando su facebook m’ha detto che veniva.

Lui esce dai suoi pensieri e, col solito tono da psicologo tascabile:<<Ma sto bar, sto bar, sto quartiere… Sempre a parlare di ‘ste cose.>>

<<Mi fanno sentire come se fossi in famiglia.>>

<<Hai molti amici?>>

<<No no! Dio me ne scampi!>>

<<Ma sei scemo? Niente donne, niente amici. Perchè tutta sta solitudine?>>

<<Se tutti quelli che conosco fossero miei amici mi sentirei più solo, fidati. Se conoscessi tanta gente davvero bene, come conosco te, mi sentirei più solo. – lo prendo sottobraccio avviandomi verso la porta d’ingresso, come ad invitarlo a uscire dalla mia vita – Invece così, loro non sanno di me, io non so di loro. E siamo tutti una bella e pacifica famiglia.>>

E se vuoi capire, capisci. E vaffanculo, amico mio.

(lo stesso racconto dall’altro punto di vista)

1 commento »

  1. Ue caro Francesco,
    mi ha fatto un certo effetto leggere questo delirio controproducente, come dici tu, nella mia solitudine di Tozeur. Non è stato difficile provare ad immedesimarmi in questo innominato personaggio piombato alla stazione di Bologna. Leggendo mi è venuta una gran voglia di farmi un giro al pratello, di provare il gusto di una “controproducente” (o forse no) rimpatriata. Il sud della Tunisia, comunque, difficilmente rende fighetti…anzi. Posso dirti di aver anche provato Il famoso treno di Tozeur cantato da Battiato, è un discreto bastimento.
    Insomma almeno non ci tireremmo per la cravatta.
    Saluti
    Paolo (o Paoletto che forse è più riconoscibile).

    Commento di Paolo — 27 settembre, 2013 @ 10:57 pm | Rispondi


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