franchino's way

4 settembre, 2013

La valigia

Filed under: deliri controproducenti — ilkonte @ 6:39 pm
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<<Madonna santa – mi avvicino a lui sorridente e con le braccia aperte – non ci si vede da una vita! – ci abbracciamo, pacche sulle spalle, ci stacchiamo – Ti trovo bene sai?>>

Ma non è vero. Non lo trovo bene. Ha un sorriso amaro. Gli occhi bassi. I lineamenti ringonfi, i movimenti rallentati.

<<Si.. E’ davvero una vita che non ci si vede. Saranno, non so, 6, 7, 8 anni!>>

<<Eh, almeno 8, caro mio. Ancora non mi ero sposato. E ancora non era arrivata Amalia.>>

<<Amalia, sì. Ricordo. Perché poi Amalia?>>

<<La mamma di lei.>>

<<Tradizionalisti!>>

Lui fa spallucce. Con un gesto della mano mi indica la direzione. Mi metto al suo fianco e iniziamo a camminare verso casa sua. Davanti a me, in controluce, si stende una striscia di ciottolato chiusa tra palazzine e portici.

<<Finalmente. Avevo voglia di vedere ‘sto posto. A furia di leggere le tue storie e i tuoi racconti me lo sono immaginato e ri-immaginato diecimila volte.>>

Camminiamo. Lui accende una sigaretta, me ne offre una con una schicchera decisa al fondo del pacchetto che la fa affacciare; Marlboro morbide, le solite Marlboro morbide, quelle con cui mi insegnò a fumare nel cesso, a liceo.

<<Non fumo più da anni sai?>>

<<Mh – ritira il pacchetto nella tasca della camicia a quadroni rossi e blu – mi sei diventato salutista?>>

<<No. E’ che con la gravidanza e la bambina. Ho smesso per loro. E per me per loro.>>

<<Minchia però parli sempre contorto.>>

Sorridiamo, altre pacche sulle spalle. Non lo trovo per niente bene, è ingrassato tanto e lo vedo, boh, non saprei, tipo depresso. Ha un modo troppo lento di fare, troppo rilassato di dire, troppo disilluso di essere. E poi a 36 anni è come era a 18, che diamine.

<<E tu? Che racconti?>>

<<Che domanda del cazzo dopo 8 anni che non ci si vede e ci si sente a stento. Se ti rispondo, come farei, “la solita”, tu che cazzo capisci?>>

<<Era per rompere il ghiaccio.>>

<<C’è tempo, c’è tempo. – mi spinge per un braccio quasi per farmi accelerare –  Stasera davanti a qualche boccale di birra hai voglia a chiacchierare di cazzate.>>

Non posso dirgli che stasera non avrò tempo per le birre e le chiacchiere. Ho una cena di lavoro, mi pare di averglielo detto l’altro giorno su facebook quando l’avvisai del mio arrivo. Avrei potuto dormire in hotel tutto spesato ma, per una volta che riesco a capitare a Bologna, non vuoi che saluti il mio migliore amico? Glielo poi, con calma, arrivati a casa sua. Al massimo facciamo colazione domattina assieme, o ci becchiamo dopo cena, prima di andare a dormire. Domani ho il treno alle 11, viaggio comodo. Tempo ce n’è.

Il quartiere, o per meglio dire, la strada, corre dritta verso il sole del tramonto. Vedo un succedersi di locali e localini vari. Roba per lo più popolare, giovanile. Un paio di pub, bar, cose così.

Davanti ad uno di questi locali un po’ di gente lo saluta. Lui ricambia con sorrisi a destra e manca ma tira dritto.

Arriviamo in fondo alla strada, chiusa da una specie di chiesa. Qui ci sono due palazzi più moderni, roba anni 50-60 o giù di lì. Si accorge dei miei sguardi ai balconi, alle finestre.

<<Si caro, io abito nella periferia del Pratello.>>

Apre il portone, ascensore, saliamo su al 4° piano.

<<Scusa il casino – fa aprendo la porta di casa – non ho avuto tempo di sistemare.>>

Disordine allucinante. Niente sembra essere dove dovrebbe e tutto sembra di passaggio, come in una camera di albergo.

<<Ma che cazzo è successo qua dentro? Hai avuto ospiti?>>

<<No, non ho mai ospiti. E’ che mi annoio a sistemare.>>

<<Ma se ti viene ‘na ragazza a casa che cazzo di figura ci fai?>>

<<Ho smesso di cacciare. Mi annoia il corteggiamento. Detesto le zoccolette che si fanno scopare dopo due drink al bar. Mi godo la mia solitudine beata. Poi… se un giorno decido. Cambio vita.>>

<<Ma va! – lascio il mio bagaglio a terra – Tu senza femmine sei come una squadra di calcio senza portiere.>>

<<Le cose cambiano, lo sai.>>

<<Bah…>>

Apre le finestre e inizia a mostrarmi casa: camera, cucina, bagno. Spende poco, dice, e ce la fa perché ha venduto macchina e motorino. Va a lavoro a piedi o coi mezzi. Poi a Bologna, dice, senza macchina si può stare. Dice. Io senza macchina impazzirei. Per fortuna ci sono i taxi, penso. Da tempo non riesco a prendere i bus così pieni di tanfo, caldo, calca, gomiti, facce stanche, chiasso. Non tollero più la gente. Non la sopporto. Lui no, si è adattato ad altro, pare.

Faccio una doccia veloce e gli dico che potremmo vederci dopo la mia cena di lavoro al ristorante. Lui mi mostra la strada per arrivarci ma gli rispondo che andrò in taxi. Arriccia il naso, sbuffa, accende una sigaretta e se ne va.

Non lo trovo per niente bene. Non doveva finire così: sconfitto, derelitto, invecchiato. Non mi piace.

Lo vedo che prende un pantalone e una maglietta da una valigia a terra.

<<‘Cazzo fai con quella valigia? Tornato da un viaggio?>>

<<Viaggio 2 volte all’anno, e sono tornato da un mese.>>

Legge la mia faccia incredula, tentenna, fa per andare in camera a cambiarsi.

<<Ma scusa… – lo fermo – la valigia è lì da un mese?>>

<<L’armadio è vuoto. Non disfo più la valigia.>>

<<E come cazzo ti viene?>>

<<Mi da l’idea di essere appena tornato da un viaggio. O di stare lì lì per partire.>>

<<Ma hai detto che non ti muovi da qui non più di due volte all’anno!>>

<<Appunto. – si avvia definitivamente verso la sua stanza – E fatti i cazzi tuoi.>>

E’ strano come tutto cambia e come certe persone resistano ostinatamente al cambiamento, alla maturazione, al tempo. E’ sempre lui, sempre lo stesso. Mi sembra di rivedere lo stesso personaggio che tornava durante le feste nei primi anni di università. Lui scelse Bologna, il movimento, il romanticismo, diceva. Io Roma, la carriera, i locali fighetti, la carriera, diceva. Ma non era tutto vero. In realtà lui si stava rintanando, chiudendo al tempo. Aveva già paura a 20 anni. Aveva già capito troppo della vita, malauguratamente. Ma la sua soluzione fu chiudersi a riccio, trovare una tana, un rifugio. Decise di essere sconfitto proprio negli anni in cui, con maggior foga, faceva la parte del lottatore, del ribelle. Aveva capito troppo e non ce l’ha fatta. Era il migliore, ora mi fa pena.

Chiamo il taxi. Sento la piccola, sento la mamma. Mi consolo. Faccio tutto per loro, sono tutto per loro. E presto arriverà un altro figlio. Spero un maschio. Così ci vado a giocare a pallone, lo porto alle partite. La figlia femmina è bella, stupenda, un diamante. Ma non riesco a condividere tutto. Riesco solo a esserne già geloso, ed ha appena 7 anni.

Esce dalla stanza, jeans e maglietta gialla. Io rispondo con il mio bel completo manageriale con cravatta d’ordinanza.

Ci guardiamo in silenzio, come allo specchio. Cazzo, se passa il tempo. Ridiamo. “Ci vediamo al bar”, mi fa.

Ma non so se ci andrò. Non so se ho voglia di sapere altro di lui, non voglio rischiare di rovinarmi completamente la visita.

Riesco a chiedergli solo una cosa:<<Ma sto bar, sto bar, sto quartiere… Sempre a parlare di ‘ste cose.”

<<Mi fanno sentire come se fossi in famiglia.>>

<<Hai molti amici?>>

<<No no! Dio me ne scampi!>>

<<Ma sei scemo? Niente donne, niente amici. Perchè tutta sta solitudine?>>

<<Se tutti quelli che conosco fossero miei amici mi sentirei più solo, fidati. Se conoscessi tanta gente davvero bene, come conosco te, mi sentirei più solo. – mi prende sottobraccio avviandosi verso la porta d’ingresso – Invece così, loro non sanno di me, io non so di loro. E siamo tutti una bella e pacifica famiglia.>>

(rileggi lo stesso racconto dall’altro punto di vista)

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