franchino's way

4 luglio, 2013

Cammino, perchè? (ma chi me lo doveva dire…)

Nottata fitusa, ‘nfami, tutta un arramazzarsi, un votati e rivotati, un addrumisciti e un arrisbigliati, un susiti e un curcati. E non per colpa di una mangiatina eccessiva di frittata di maccheroni fatta la sira avanti, perchè almeno una scascione di quell’affannata insonnia ci sarebbe stata, invece, nossignore.. La motivazione era diversa e non c’entrava nulla con le esigenze o le richieste di aiuto del fisico.

A letto alle 23.20, sveglia puntata alle 9 di mattina, per recuperare qualche ora di sonno. Ma niente. Morfeo stava in ferie ieri sera, non ne ha voluto sapere. Mi sono addormentato dopo almeno 2 ore di sigarette, ansia, pensieri agitati, visioni di zaini da riempire, a tastare le gambe e i polpacci, a immaginare sudore e sofferenze, a cercare di convincersi che sì, ce la farò, ce la faremo.

Poi è arrivato il sonno, disturbatissimo come quella nottata del commissario Montalbano che apriva “Giro di boa” e più modestamente citata da me all’inizio di questo post (con correzione culinaria).

Alle 7.45 di stamattina avevo già gli occhi sgranati. Mi giro, mi rigiro. Cerco di convincermi a dormire almeno un’altra oretta, ma niente. Più cercavo di riprender sonno e più mi risvegliavo.

Mi alzo. Scendo di sotto. Vedo lo zaino vuoto e la lista delle cose per riempirlo fatta la sera prima (tot magliette, tot calzini, questo, quello, quell’altro). Decido allora di riempirlo, lo zaino, di non rimandare a stasera.

Operazione effettuata, passo alla procedura di aggancio/montaggio di materassino e sacco a pelo. Funziona, alla buona, ma funziona.

Provo lo zaino. Cammino avanti e indietro per casa. Mi guardo allo specchio. Sento il peso, regolo le cinghie, faccio piegamenti, fingo posizioni che probabilmente non assumerò mai. Mi sento ridicolo, rido, mi prendo per il culo da solo.

Faccio il caffè e mi preparo ad uscire per andare a lavoro, l’ultimo giorno di lavoro prima del Cammino degli Dei.

Chi cazzo me la fa fare?

No, non posso aspettare, non posso rimandare oltre. Devo cominciare a scavare già ora per capire cosa c’è sotto, cosa si è mosso e cosa si muove, cosa voglio cercare. La decisione di partire con gli altri è stata troppo istintiva. Non è da me.

Sarebbe facile arrivare alla fine, guardarsi indietro, riflettere da fermo e decidere cosa isolare e cosa no, a cosa dare risalto e cosa lasciare sulla strada, cosa razionalizzare dopo tempo e fatica e cosa dimenticare nel limbo delle emozioni e delle incoscienze.

Sarebbe esercizio utile, che farò, ma non necessario.

Un perchè me lo devo dare subito: prima delle vesciche, della stanchezza, delle risate, del cemento che legherà i ricordi delle facce dei compagni ai panorami che vedrò.

La faccenda politica, fondamentale, sta sullo sfondo, introiettata, fatta propria, come la cultura e l’educazione appresa nell’infanzia. La tav, i territori, la riscoperta della lentezza e della storia. Si, ci siamo, siamo su quelle strade per questo, anche per questo. Negarlo sarebbe inutile così come sarebbe altrettanto retorico e fuorviante dire che c’è solo questo.

C’è un aspetto fondamentale che un po’ stride con l’oggettiva importanza del fattore politico; l’individualismo.

No… non sto parlando di benessere, fitness e cura della salute. E non sto nemmeno parlando di istinti narcisistici che, si, sotto sotto, covano nel mio animo dopo anni di rinunce, incapacità di prendere decisioni e dedicarsi a se stesso se non nel modo più semplice, più banale, meno “adulto”.

L’aspetto individualistico sta nel voler fare qualcosa che serva prima di tutto a me stesso; faticare, mettermi alla prova, voler essere orgoglioso di qualcosa.

Ok, ok.. Non sto attraversando a nuoto la Manica, o percorrendo da parte a parte il polo Nord con una slitta di cani. No, non è “L’Impresa” quella che cerco. Ma io, conoscendomi, so che mai e poi mai in vita mia avrei immaginato di buttarmi a capofitto, senza salvagente, in 5 giorni di cammino e 120 km a piedi (santoddio che ansia).

Io, pigro, disilluso, profondamente abituato e autoeducato alla legge dell’ accontentarsi. Io, che vado in ansia per ogni minima cosa che possa spezzare la rassicurante routine, le mie abitudini.

Voglio fare questo perchè, dunque?

Perchè voglio avere un ricordo che esca dalla quotidianità e che dia sostanza e base, fresco trentatreenne, a quello che penso di essere, o essere diventato, o sulla via di diventare.

Voglio avere ricordi. Voglio avere immagini. Voglio avere qualcosa che parta da me e finisca in quello che credo.

La nostra è una condizione di perenne “via di mezzo”. Alla mia età Juccio (lo stesso a cui ho dedicato il mio nickname per questo viaggio) aveva già fatto la seconda guerra mondiale, era stato ferito quasi a morte, aveva visto compagni morire, dopo l’8 settembre aveva attraversato un bel pezzo di Italia a piedi per scappare dalle retate naziste e, finalmente salvo, aveva iniziato a mettere le fondamenta di quella che sarebbe stata la sua famiglia, con un lavoro, figli a studiare, moglie adorata.

Noi non siamo così. Non possiamo esserlo. Per motivazioni materiali e per ragioni caratteriali. Nati e cresciuti negli anni 80 non ci è stato insegnato, dalla società in primis, il sacrificio (quello vero di chi esce dalla fame e dalle macerie e non vuole che i figli se le ritrovino nel futuro). Tutto, o quasi, ci era dovuto, destinato, offerto. Senza dovercelo guadagnare. Come un albero di mele mature. Sono lì, basta coglierle e cibarsene. La potatura non ci riguarda. Prendi, mangia e vai oltre. L’albero per te sarà sempre carico di frutti.

Noi, al centro del mondo.

Poi però il giocattolo si è rotto e ci ritroviamo, o ci ritroveremo, senza arnesi a doverlo aggiustare, pagandone il conto.

Noi eravamo i predestinati. Ora siamo i condannati, senza un vocabolario di ribellione.

Poi ci sono altri aspetti, come dire, esistenziali, intimi. Io sono abituato a camminare, non avendo mai preso la patente. Un po’ per pigrizia, un po’ perchè arrivato a Bologna a 19 anni non ne ho mai sentito l’esigenza. Camminare, da soli soprattutto, ti rende attento ai dettagli. Attraversi i luoghi e ne osservi ogni particolare, ogni mutazione e ti senti di esserne profondamente integrato, di farne davvero parte.

Camminare, poi, ti lascia tempo per pensare. E pensare, per uno come me, è fondamentale, combattuto come sono, da sempre, tra il fuoco dell’istinto e della razionalità. Sono un maniaco del controllo incapace, spesso, di frenarsi. Quindi bello sclero ogni volta; fai una cazzata e poi giù a pensarci per 4 giorni, non la fai e giù a martoriarti per 15. Camminare era il luogo, spessissimo, dell’autoanalisi e della battaglia. Andare più veloce per arrivare prima a destinazione aumentava solo il ritmo dei pensieri.

Camminare aiuta a ragionare su se stessi, dedicandosi tempo e spazio. Camminare insieme è condividere spesso silenzi, che seduti in un parco, o in piazza, risulterebbero forse imbarazzanti o ansiogeni.

Perchè ho detto di sì così, senza pensarci su?

Non lo so. M’è venuto e l’ho fatto, in un per me rarissimo momento di leggerezza e forse coraggio. Forse perchè a propormelo erano persone amiche e che stimo profondamente, con cui abbiamo formato la “Compagnia della Quarta Birra“. Forse perchè questo 2013 stava passando in modo un po’ anonimo, e rischiavo di non dargli un senso. Forse perchè, banalmente, devo sempre trovare simboli e icone che significhino qualcosa per me, per chi mi conosce, per chi mi vuole bene.

E per questo, per questa fame di icone e simboli a cui attaccarmi, altrettanto istintivamente, ho deciso di darmi il nome di una delle persone più importanti della mia vita: Juccio. Non c’ho pensato su. Ma sulla base di quello che vi ho detto capirete perchè non ho avuto esitazioni e quel nome, quella immagine, quel sentimento mi ha subito catturato, profondamente.

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