franchino's way

4 gennaio, 2012

Dialogo futuribile (ritorno al futuro)

Filed under: personalismi — ilkonte @ 4:13 pm

Non permetterti mai più di parlarmi così! Ci vuole rispetto, cazzo. Rispetto per i più grandi. Cosa credi che sia nato ieri? E non osare mai più di giudicarmi, non me lo merito!! Non ce lo meritiamo. Hai capito???

Lo so, lo so. Scusa, ma se alzi la voce la alzo anche io. Ci sono passato anche io quando, alla tua età, mi lanciavo pieno di rabbia e rancore contro i vecchi, i grandi, i colpevoli. Non li capivo, non li volevo capire. E mi ritrovavo a dare dignità alla mia vita specchiandola nelle accuse che gli lanciavo, nel disastro che avevano creato, nell’incoscienza delle loro panze piene, nella desertificazione della loro deleteria corsa all’oro. Spazio ai giovani! Siete vecchi! Il mondo, il vostro mondo, vi è sfuggito di mano. Non sapete che pesci prendere. Ed è ora che lasciate il passo. Ora il futuro è nostro. Fatevi da parte prima che facciate altri danni.

Era il 2011. Un anno difficile, il primo passo verso il baratro, verso il burrone. Tutto cambiava troppo in fretta e la grammatica con cui ci si era raccontati stava cambiando tempi, desinenze, connotati. E non conoscevamo la lingua a venire, non avevamo un vocabolario per parlare del domani. Avevamo solo l’algebra del passato a incombere sulle nostre teste. E ci sembrava assurdo pensare che ci sarebbe stato un futuro. Vivevamo con la costante paura di quello che doveva arrivare, della prossima tappa. Buio pesto. Ma non guardarmi così, la vuoi smettere?! Ecco, stai zitto. E lascia parlare me… Era, ti stavo raccontando, il 2011. Un anno di trasformazioni, dicevo. E pensavamo che sarebbe potuto succedere o capitarci qualsiasi cosa. Era tutto così instabile, imprevedibile. Pareva che tutto fosse possibile, ma non facemmo niente quell’anno lì. Non potevamo fare nulla. Continavamo semplicemente a lasciarci trascinare dagli eventi.

Mi ricordo che addirittura si festeggiò in piazza, davanti al Quirinale, quando Berlusconi (proprio lui, quello a cui hanno dedicato quella strada in mezzo ai palazzoni degli africani), dovette rassegnare le dimissioni. Pensava, la gente in festa, che fosse una nuova liberazione. Schiavi dell’oggi. Schiavi del momento, non c’era idea di prospettiva. All’epoca mi piaceva dire che con l’aria pesante a cui eravamo abituati anche un rutto in faccia somigliava a una boccata di vento fresco.

Non c’era, come ti dicevo, un linguaggio per scappare dalla contingenza. E anche i termini che si usavano erano roba da tecnici, da alchimisti, da nerd della tecnocrazia, da setta. Lo spred, i bond, le mille sigle, i mille concetti verbali dietro cui si celavano selve oscure di logaritmi e funzioni incomprensibili per il 99,9% della gente. C’era da un lato il linguaggio distante della tecnocrazia, che intimoriva solo per il fatto di essere incomprensibile, e dall’altro parolacce, pernacchie, “la patonza” che doveva girare. Berlusconi cadde perchè tutto, non solo lui, andava a puttane. Ma non decidemmo niente noi. Noi avevamo fatto le manifestazioni dove ci guardavamo, ci riconoscevamo, ci scattavamo foto, ci facevamo filmati, scrivevamo e ci dicevamo continuamente, ossessivamente, che eravamo diversi. Ci rifugiavamo nel triste orgoglio di essere “altro”, “alternativi”, “indipendenti”. Tutte scuse per nascondere il fatto di non contare un cazzo. Intanto la nostra storia era decisa dalle borse, da chi aveva soldi (tanti soldi) da scommettere sulle nostre teste, dai sondaggi e dalle proiezioni macroeconomiche di qualche banchiere o qualche software di qualche pc di New York o Londra. L’economia aveva vinto, la spersonalizzazione totale della quotidianità aveva vinto. E la crisi del capitalismo stava divorando i regimi capitalisti stessi.

Si, c’era un enorme problema, di portata storica, epocale. Quell’epoca della storia, quella del trionfo del capitalismo e della democrazia, stava finendo. Il nostro voto, le nostre opinioni, necessità, bisogni, non contavano niente. Contava quanto consumavamo, quanto investivamo, quanto potevamo sperperare, quanto le nostre aziende potevano investire all’estero per mettere soldi “nei circuiti finanziari globali”. Noi, le nostre case, le nostre idee, il nostro sudore, la nostra saliva, il nostro fiato, non valevano niente. Non alzavano il pil. La nostra carne viva non veniva quotata in borsa. Si decideva di cancellare la nostra vecchiaia (hai visto che merda di pensione mi arriverà?) perchè in quel momento, in quel preciso momento, non c’erano soldi per pagare la pensione ai nonni e ai nostri genitori (quelli che avevano fatto la guerra, avevano ricostruito l’Italia dopo averla rasa al suolo, avevano fatto finta di superare il fascismo, avevano fatto finta di fare la rivoluzione col ’68 e gli anni ’70, e poi erano tornati a casa negli anni ’80 a bersi Milano e fottersi la Cuccarini e il futuro dei loro figli). Non c’erano soldi per le pensioni ma chi se ne frega… Tanto, all’italiana, quando saremmo diventati vecchi noi avremmo aggiustato a nostro favore le cose… Smettila! Non sto dicendo questo! Non sto dicendo che hai ragione tu. Noi eravamo solo vittime.

 Che potevamo fare?

Ma no, la politica era morta. Stammi a sentire! Non si poteva fare politica! Avremmo dovuto ricostruirla dalle macerie ma non ne avevamo i mezzi e la forza. La gente, poi, non capiva, non voleva capire. Noi eravamo diversi perchè non parlavamo la loro lingua. All’epoca, mi ricordo, avevo 31 anni. E mi guardavano come un alieno. Sorridevano come si sorride quando si sfotte un ubriaco che non riesce a parlare e stare in piedi. Tipo commiserazione. Mi guardavano come un alieno, dicevo (non mi interrompere che perdo il filo e mi dilungo, si parla uno alla volta), quando sostenevo nelle conversazioni, e ne ero convinto, che la patente non mi serviva, che non volevo spendere un terzo o forse più del mio stipendio per la macchina e la benzina. Ero un alieno quando dicevo che i pantaloni che portavo avevano più di 5 anni. Ero uno spettacolo dell’assurdo. Uno che non aveva capito niente. Loro pensavano che ero un fallito, uno strano, un border line. Io invece pensavo di essere nel giusto. E toccava attaccare per difendermi. E pensavo di avere ragione. Si, ok.. Avevo ragione. Ora è quasi normale quello stile di vita, ma all’epoca, credimi, era tutta un’altra cosa. Eravamo abituati a vestirci di apparenze e quelle ci stavano riducendo tutti con le pezze al culo.

Comunque, cazzo, mi fai divagare. Ma mi stai ascoltando o no? Vabbè, dicevamo… C’era sta gente che festeggiava in piazza. Facevano i trenini, cantavano, stappavano lo spumante. E io pensavo  “Ma tu guarda come siamo ridotti”. Mi ricordo addirittura che si parlava di quel Monti come di un salvatore della patria, un eroe. E sai perchè? Perchè era sobrio, elegante, non raccontava barzellette, non diceva parolacce, ed era uno che sapeva il fatto suo e sarebbe stato in grado di evitare il nostro fallimento finanziario, il “default”. Il rischio, si diceva, era fare la fine della Grecia. Che poi la Grecia stesse facendo la fine dell’Argentina nessuno se lo ricordava o più semplicemente, abituati a non avere più senso della storia, nessuno lo aveva mai saputo… Poi l’anno dopo sai cosa è successo… ah non lo sai? Cazzi tuoi. Impara a leggere e informarti.

Noi all’epoca lo facevamo. Leggevamo un casino. C’era un sito internet che si chiamava facebook. Lì dentro trovavi tutto. E ti tenevi informato. E facevi propaganda, discutevi, polemizzavi, facevi ironia, postavi pensieri o considerazioni, raccontavi te stesso, ti facevi pure un po’ i cazzi degli altri e, cosa che non guasta mai, ci trovavi pure le donne. Eravamo molto attivi. E ogni tanto uscivamo dallo schermo per ritrovarci in strada. E qualche volta, parlavamo. Parlavamo quasi per consolarci. Ci ritrovavamo in piazza per prendere il placebo del riconoscersi, del darsi ragione, del constatare che, in fondo in fondo, eravamo in tanti a pensarla allo stesso modo. “Uniti nelle diversità” mi pare si dicesse.

Ma quando invece mi trovavo di fronte all’altra Italia, quella che odiavo, quella che avrei voluto cambiasse o scomparisse, non avevo parole per descrivermi e descrivere quello che succedeva. Li osservavo. E loro osservavano noi. E non mi permettevo di entrare in polemica. Tanto, lo sapevo, sarebbe stato inutile, fatica sprecata. Il berlusconismo trionfante era stata una palestra di disincanto. Loro erano convinti di quello che dicevano. Noi eravamo convinti che sbagliavano. E non ci si poteva parlare. Dopo 3 minuti si litigava. E non ci si capiva, non ci si poteva capire. E per questo andava molto di moda  l’idea di scappare all’estero. In molti lo fecero. Eravamo tutti insoddisfatti, tutti repressi, tutti frustrati.

Guarda, ho trovato una cosa che scrissi all’epoca, precisamente il 16 dicembre del 2011. Per me un periodo veramente del cavolo. Roba di crisi esistenziale, depressione. Si, spesso cadevo in depressione, come te. Solo che noi avevamo avuto un’infanzia diversa, più ricca o quanto meno benestante. Stavo male perché non mi piaceva niente di quello che vivevo e non riuscivo a fare niente per cambiare. Per pigrizia, per inerzia o perché, viziato come ero, avevo bisogno di commiserarmi, piangermi addosso, attirare l’attenzione e l’affetto altrui. Perchè mi guardi così? Si, ero uno incasinato insomma.

E comunque ho trovato sta cosa. Avevo mollato tutto e stavo viaggiando su e giù per l’Italia da solo ma alla costante ricerca di un metro per misurare la mia vita con quella degli altri. Avevo bisogno di capire se quello che avevo dentro era solo l’ennesimo sclero o se effettivamente potevo fare qualcosa. Avevo bisogno, come ce l’ho tutt’ora, di guardare gli altri, leggerli passando del tempo con loro, nelle loro ansie, nelle loro insoddisfazioni, nei loro gesti di sopravvivenza quotidiana. Solo così riuscivo a trovare un posto per me nel mondo. Mi piaceva scrivere. Mi aiutava a guardarmi dentro. E mi appagava. Quando scrivevo mi sentivo meglio. E quando facevo leggere le mie cose, sempre ansiosamente simili e ripetitive, mi sentivo sollevato, finalmente al centro dell’attenzione. Sfogavo. Toh, avanti…  Leggi:

 il buco. nello stomaco o in parti meno nobili. voragine inerte, piatta, sconsolante nel suo essere inesorabilmente sempre aperta. la generazione del buco. lo riempiamo tutti in modi diversi. tutti tossici, con una fame insaziabile la cui soddisfazione, tuttavia, lascia sempre altra fame, altra smania, altra inconfessabile vocazione al martirio, o meno eroicamente, al masochismo. una necessità, un bisogno, tarato al centesimo di vita, al secondo di pensiero, all’anno di nulla. mai sazi. mai soddisfatti. mai appagati. mai felici. una tavola imbandita per creare future insoddisfazioni, futuri vuoti, futuri crampi di frustrazione. tutti tossici. tutti a cercare la droga o le droghe. placebo contro se stessi. tutti a buttare in quella voragine vita, tempo, tempi, occhi di sbieco su uno specchio. “la verità è che abbiamo paura di crescere”. paura di crescere. di gettarci in una routine fatta di remi che scavano acque gelide, torbide, inutilmente mosse. remi che scavano per solcare specchi d’acqua che vorremmo fossero oceano ma che spesso scopriamo stagno. tutti tossici di serate inutili, di pensieri stanchi prima di ansimare. di avventure che non partono da nulla e a nulla portano. tutti tossici. tutti fermi. nel nostro piccolo mondo di eterni fuori sede, fuori luogo, fuori tempo massimo. il nostro tempo avremmo dovuto vivere. e invece lo aspettiamo annegando nella nostra vertigine e nello stucco di vizi o pantomime, come se non avessimo altro da fare. o forse non abbiamo davvero altro da fare se non trovare stabilità precarie, autolegittimate. invecchiare di colpo, senza passaggi in botte. pronti al consumo come vini per ubriaconi con portafogli pieni di serate passate e postumi paranoici. e stiamo lì a specchiarci nei coetanei. troppo vecchi per la post adolescenza che ci vive addosso come una carogna che ci succhia l’anima. troppo giovani per sentirci come i nostri coetanei di 20-30 anni fa. eterno limbo imposto e accettato. frustrante e comodo. scomodamente inadatto a produrre uomini e donne fatti, quali ormai siamo. con i primi acciacchi, i primi fiatoni dopo una scalinata, i primi disastri nel contare i soldi che spesso non sono mai abbastanza, nemmeno per sopravvivere a noi stessi, al nostro buco, al limbo. siamo il purgatorio della storia. siamo i dannati della risacca. siamo gli sfregiati delle promesse mancate, o del troppo sognare, o del troppo avere. il mare era mosso, le onde irregolari e spumose, il drink troppo estivo per una bevuta di inizio inverno. le parole troppo leggere per essere degne dei pensieri, di quel mare, di quei minuti di nulla, così preziosi e rilassanti, così lanciati verso l’ennesima sbronza, l’ennesimo down, l’ennesimo risveglio pieno di pensieri. domani l’alito sarò troppo pesante per dare sfogo fisico all’accavallarsi dei sensi di colpa. domani sarà meglio tacere. ma ora ci sono io, il mio drink gelato, le chiappe che gustano il freddo di un muretto, e il mare che in ogni caso sarebbe stato lì, uguale, eterno. nonostante me. nonostante tutti noi..

T’è piaciuto? Troppo sdolcinato, vero? Si, hai ragione, ma, te l’ho detto, mi piaceva essere ripetitivo, ossessivo. D’altronde scrivevo per raccontarmi. E quello ero io, una specie di “produttore seriale di deliri”. Scrivevo bene o male sempre le stesse cose… No… lo so che non ti piace scrivere. Ma vabbè. Volevo farti vedere come ero, cosa sentivo. Ok, non ti farò leggere nient’altro. Neanche io mi rileggo più, era tempo che non lo facevo… l’ho fatto oggi e devo dirti che, dopo tanto tempo, mi fa stare male. E non scrivo più sennò finisce che mi prendo a cazzotti da solo. E’ brutto guardarsi allo specchio, “ho un segno in faccia che non è una ruga ma una cicatrice”.

Ora, quello che voglio dirti è che, ok, tu hai tutte le tue ragioni. Ma credimi che non è facile quello che ti dico. Mi chiedi di farti largo, che il nostro tempo è scaduto. Che noi, causa della malattia, non possiamo esserne anche la cura. Forse hai ragione, lo dicevamo anche noi “ai tempi nostri”. Ma ora, ti prego, lasciami parlare. Anche tu, un giorno, sarai come me. E avrai a che fare con uno che ti riempirà di bestemmie e ti farà sentire una merda. Ma, perdonami, c’ho messo troppo tempo per raggiungere un minimo di stabilità economica. Ora riesco a permettermi di comprarti o regalarti le cose che desideri. Ora riesco, e non ci speravo quando avevo l’età tua, a pagarti gli studi, a costruirti un futuro. Ora, dopo tanta frustrazione, ho raggiunto anche un po’ di serenità lavorativa. E sto vivendo una maturità (non dire vecchiaia che mi incazzo) fatta di soddisfazioni minime ma garantite. Si, c’è la crisi. Hai ragione. Ma non posso dare spazio allo stagista. E che cazzo faccio io? Quello è sveglio, dinamico, pronto. Ha studiato per sostituirmi e portare nuova energia, idee nuove. Io sto invecchiando (sto invecchiando non vuol dire che sono vecchio! E taci!!) ma ho tanta voglia di fare. Ma quello è migliore di me. Tu sei migliore di me. Ma non posso, non devo, mollare. Mi aspetterebbe un altro presente di scazzi, depressione, disincanto, delusione, difficoltà. E in più i costi sono aumentati. E lo stipendio mi serve, più dell’aria. L’avevo detto che non dovevo comprare casa, fare debiti. Ma cazzo ci sono cascato… ma avrò pur’io il diritto di godermi il posto auto, di farmi la settimana bianca, di andare a mangiare al ristorante, di comprare una bella bottiglia di rosso invecchiato? Per me è una questione di dignità. È una questione di prospettiva. Se lascio cosa cazzo faccio? Sono troppo grande ormai per ricominciare, per rifarmi una vita, per cercare un altro lavoro o coltivare altri interessi. Questo lo potevo fare nel 2011… e non lo feci.

Non puoi chedermi di lasciarti il posto, lo vuoi capire o no? Ho solo paura e devo difendermi. Ecco perché quelli della mia età ora votano tutti a destra, fottuti fascisti del cazzo. Abbiamo paura di ritrovarci di nuovo con le pezze al culo, e di non riuscire a darvi niente. Che cosa potete fare? Vi attaccate al cazzo pure voi! Vi fate pure voi la vostra bella gavetta, i vostri sacrifici. E poi, quando sarete grandi, godrete anche voi. Lavorerete sodo, senza soddisfazione, per pagarmi e pagarvi la pensione (di merda). Quindi, per favore, non rompermi mai più i coglioni. Se non ti va bene quello che sta succedendo prendi un aereo e vattene in Madagascar. Lì le cose funzionano meglio.

Oppure fai come noi. Scrivi, dialoga, fai le manifestazioni, urla, crea slogan, arte, design, grafiche. Crea controcultura. Serve. È un buon passatempo. In attesa che arrivi il prossimo con cui avere l’ennesimo scontro edipico e a cui far leggere cosa eri quando potevi e non hai fatto abbastanza. Sai come dice il proverbio? Aspetta … non ricordo bene… Ma finisce dicendo “moriremo tutti democristiani”. Un giorno capirai, figlio mio. Buon anno anche a te. Ti voglio bene. E, purtroppo o per fortuna, sappi che io, noi, ci saremo sempre.

Cosa fai te ne vai? Non dici niente? Tornerai un’altra volta ubriaco? Ma vai a farti fottere pure tu, testa di cazzo.

1 commento »

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    Commento di collettivomensa — 12 gennaio, 2012 @ 8:35 pm | Rispondi


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