franchino's way

10 gennaio, 2010

The African Way (cronache di un trentino in Africa…5)

Comincia una nuova avventura, ricomincia il viaggio. I missionari, il “dare una mano”, la cooperazione e i suoi limiti. Buona lettura (le foto, che vorrebbero accompagnare la lettura, sono prese da internet… non sono del nostro amico).

ciao a tutti.

Ieri sera sono tornato a Dar es Salaam. Così, all’improvviso, dopo 18 giorni l’esperienza a Makambako è finita, e com’è cominciata un po’ per caso è anche finita un po’ per caso: qualche giorno fa ho deciso che l’8 gennaio era un giorno fausto (mi e’ semprepiaciuto il numero 8…) ed era un bel giorno per ripartire. Quindi ho salutato tutti, missionari e suore specialmente, erano tutti molto tristi che me ne andassi, suore specialmente ribadisco…, ho comprato un biglietto per Dar e alle 7 di mattina sono saltato su un torpedone dai lisi sedili blu diretto al “porto di pace”. Saltato letteralmente, visto che qui i bus mica si fermano mai completamente.
Il viaggio è passato tranquillo: le solite 11 ore di maglietta incollata addosso per il sudore nonostante il vento fresco nei capelli (vabe capelli….diciamo nella barba), di martellante musica hip-hop-afro-reggae-christian in kiswahili coi soliti video tamarri incomprensibili a occhio occidentale, e di Africa che scorre nel riquadro del finestrino, lenta o veloce in base ai capricci di autista clima o polizia. Questa volta, almeno, vicino  a me non c’era una signora di corporatura africana che comperava di tutto dal finestrino e mi toglieva il posto per vivere; in compenso c’era una giovanissima mamma africana, di corporatura tutt’altro che africana con un bel vestito rosso e il suo cuccioletto di 4 anni in braccio. Visto che il bambino mi guardava un po strano (il piercing, naturalmente…) appena ci siamo fermati per pranzo ho trovato un banchetto di mini sambusa superfritti, i miei triangolini di pasta ripena di carne preferiti, e quindi mentre ne mangiavo una quantità induistriale ne ho offerti un paio anche al cucciolo, che da li in poi felicissimo ha cominciato a sorridermi e farmi ciao con la manina, e non ha piu smesso per tutto il resto del viaggio; solo 6 ore di sorrisini e ciaociao con la manina…

Essendo ancora ai primi spostamenti, per me viaggiare in Tanzania è come stare al cinema; 11 ore col naso incollato al vetro, guardando il paesaggio cambiare decine di volte in 700km, così come il tempo atmosferico, la vegetazione, le persone, le case..le immagini sono troppe per essere qui riportate, ma è stato di nuovo un viaggio stupendo, attraverso regioni rurali con capanne di fango e paglia, piantagioni di mais e sisal, bananeti, albri di mango con foglie grandi come la mia testa, palme alte 15mt, la baobab valley, le giraffe e i babbuini che attraversano la striscia di asfalto che taglia il mikumi national park. Ovunque donne chine a zappare fazzoletti di terra e uomini seduti all’ombra, venditori ambulanti che cingono d’assedio il bus a ogni sua fermata con il loro commercio informale, fiumi e torrenti color latte-e-nesquick, fiori di tutti i colori e foggie, natura natura natura. Tutto carico di pioggia, umido, fertile, verde, rigogliosissimo, cieli infiniti, nuvole alte dipinte di tutte le gradazioni di grigio, molte di più di quelle che mai fotografo abbia potuto fermare.
Poi finalmente Dar, “il porto di pace” che tanto in pace non è: traffico assurdo visto dai sedili sfondati di un taxi noleggiato per 2 lire, due ore a zonzo per la città perchè il driver mica ha idea di dove deve andare e quando chiede, dopo 10 minuti di contrattazioni in kiswahili, lo mandano sempre da tutt’altra parte. Alla fine, alle 7 passate (gia buio, no buono essere in giro per di qui col buio…), riconosco io il baobab che fa da spartitraffico in mezzo a Mwuinyi Rd. e arrivo alla tanto desiderata Procura della Consolata. Naturalmente caldo umido, corrente elettrica che salta ogni 10 minuti, ma c’è un pasto tiepido che mi attende, acqua ghiacciata, e una doccia fredda che non fa mai male, tonifica anzi, e qualcuno che parla una lingua che comprendo, un letto. Ah, e le zanzare…

Dunque, ora che la mia esperienza in missione è terminata, direi che delle piccole considerazioni sono d’obbligo. Come spesso succede quando si hanno delle aspettative, gran parte di quelle che nutrivi prima di partire sono state deluse. Ad esempio, pensavo di andare a fare del bene, a fare del volontariato… sai, si dice vado in Africa a fare del volontariato, no? Ebbene, concretamente non penso di averlo fatto. I miei giorni sono passati tra messe e libri, numeri di Nigrizia e pioggia, arachidi  e mango, discussioni più o meno impegnate con i missionari e serate passate davanti a Rai International a guardare il tg1. Non avevo tenuto conto (ironicamente per me…) del fatto che i misssionari sono qui per convertire e impiantare-inculturare il Vangelo e il messaggio cristiano eccetera, e non per fare volontariato sociale; per di più, per “fare” qualcosa ci vuole pianificazione, progetti, appoggi, fondi, tutte cose che io non avevo minimamente programmato. C’è anche una cosa da dire su questo tipo di volontariato a progetti: spesso (e ne abbiamo parlato anche con Remo, trovandoci concordi) è solo dannoso, in quanto impone forme di sviluppo bianche, occidentali, che non c’entrano un cavolo con l’Africa. E poi, essendo appunto imposto dall’alto da estranei, resterà sempre qualcosa di altro per la gente che mira ad aiutare, finendo poi per essere dimenticato e forse nemmeno essere preso in considerazione come aiuto da quelli che stanno qui. Scusate le generalizzazioni, non è tutto cosi negativo, ci sono progetti che funzionano, ma questo è quello che ho visto fin’ora: opere faraoniche abbandonate a se stesse, finanziamenti sperperati perchè non sudati dalla gente cui sono indirizzati, soldi buttati alla cazzo di cane da ONG straniere belle e luccicanti, che poi fanno vedere in occidente il bell’ospedale finito, ma mica lo dicono che dopo 3 anni sarà già in pasto alle erbacce e ai topi (topi moooolto piu grossi di Mr. T), inutilizzato, triste come una conchiglia rotta su una spiaggia, e come questa buono solo a fare sabbia…
Vabè, non voglio essere cosi negativo: è stata una bella esperienza, qualcosa di bello l’ho anche imparato! Se non altro sono stato accompagnato da persone, i missionari, sospese tra la cultura locale, che hanno in parte adottato da decenni, e la mia: e la cosa è stata molto interessante e stimolante. Inoltre  ho potuto vedere questi famosi missionari all’opera sul campo: e lo volevo fare da 2 anni, da quando mi sono laureato in antropologia proprio con una tesi sulle missioni cattoliche in Africa.
Insomma, come sempre accade, il viaggio ti sbatte in facca delle porte solo per aprirti delle finestre…

Ora farò il turista per qualche giorno: il Tanzania è ricco di mitiche mete, e già che sono qui non vedo perchè dovrei tornare in Italia al freddo e all’ozio. Conoscerete i miei spostamenti nelle prossime puntate di Road to Makambako, che ormai non è più la strada per Makambako, ma la road FROM makambako… ma hey, mica si può cambiare nome a uno show mentre sta andando in onda no?…

kwaherini.
Marco

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