franchino's way

2 gennaio, 2010

The African way (cronache di un trentino in Africa…4)

Quarta puntata: il primo bancomat di Mokambako, i cinesi, l’economia. Buona lettura.

Grosse nuvole grigie incombono. Forse sta per piovere: ma qui, in questo clima tropicale non lo capisco mai bene. Si alza un forte vento che sembra smentire l’eventualità pioggia. Toh, esce anche il sole, che subito brucia sul collo. Del resto siamo poco sotto l’equatore.. Mi trovo in un piazzale polveroso che appartiene a una banca situata vicino al mercato di Makambako, il vero centro dell’abitato, sull’unica strada asfaltata che attraversa questa porzione di citta’. Ho la gola secca: non tanto per il caldo, più per colpa delle decine di camion che passano a 5 mt da dove sto in piedi, trascinandosi dietro pestilenziali nuvole di polvere mista ai gas di scarico. Ho la gola secca anche per il leggero disagio che mi provoca l’essere sempre e costantemente osservato da centinaia di sguardi, che si distolgono dal mio in fretta appena cerco un contatto visivo.

E’ la prima volta che esco da solo dalla missione, e l’ho fatto per venire alla banca. Hanno da poco installato il primo ATM (bancomat) della città: perciò c’è sempre una coda di mediamente 20-30 persone desiderosa di sperimentare la meraviglia dei soldi che escono da un buco nel muro. Molti sembrano solo curiosi, perche si allontanano dalla macchina senza aver prelevato contanti. La fila è molto lenta, evidentemente qualcuno non sa bene come usare questa cosa bippante. Bip, bip, bip. Ogni tanto, la guardia che sta alla porta della banca si reca pigramente alle spalle del cliente di turno all’atm per dare spiegazioni sul funionamento. E, come dicevo, io sono l’unico bianco che ho visto in 20 minuti di cammino, con la relativa curiosità che scatenano in quasi tutti i miei pantaloncini, e i piedi nudi e candidi dentro l’infradito di plastica. In una nuvola di polvere, una Toyota Land Cruiser nuova di zecca, scintillante, bianca coi vetri scuri si ferma di fronte alla banca. La guardia che sta al cancello con un mitra da seconda guerra mondiale a tracolla va ad aprire la portiera del passeggero: dalla jeep spunta un ragazzo cinese, sarà sulla trentina, pantaloni color cachi immacolati, polo sportiva rossa, teca con carte varie sotto il braccio. Il guidatore, di poco più giovane, è uno dei 10 cinesi con i baffi che io abbia mai visto in tutta la mia vita. Si fiondano in banca, non prima però di aver scambiato qualche battuta in perfetto kiswahili con la guardia della porta: ma sono l’unico a non sapere sta lingua qui?? E naturalmente poi non sono manco riuscito a prelevare dei soldi: l’atm era rimasto senza contanti. Ah, l’Africa…
 
La Cina da 10 anni a questa parte è il Paese che investe maggiormente nel continente nero. Dal deserto alle foreste centrali, dall’Oceano Indiano al Pacifico, comprano e costruiscono di tutto. Capitali cinesi facili e veloci da ottenere in questi tempi di crisi economica e complicazioni burocratiche, e a disposizione di chiunque, a volte anche di due gruppi armati avversari contemporaneamente. Qualcuno parla, forse non a sproposito, di neocolonialismo della Cina sull’Africa (vedi Nigrizia, giugno 2009).
Evidentemente, come forse dimostra la piccola scena a cui ho assistito, il discorso vale anche per il Tanzania, che dopo un decennio di sorprendente crescita economica è ora in piena recessione. Ma andiamo con ordine.
Il Tanzania si trova sulla fascia tropicale dell’Africa Orientale, appena a sud dell’equatore e confina con Keya, Uganda, Rwanda, Burundi, R.D.Congo, Zambia, Malawi, Mozambico e Oceano Indiano. Le ultime statistiche parlano di circa 36 milioni di abitanti, ma Remo (il missionario da cui sono tutt’ora ospite) ci informa che durante i censimenti ha sempre visto tanta gente sparire in foresta per cercare di sfuggire alla tassazione: la cifra quindi non è cosi sicura. Colonia tedesca prima, protettorato inglese poi fino al 1961, il Tanzania raggiunge l’attuale forma solo nel 1964 con l’unione del territorio chiamato Tanganika con l’isola di Zanzibar.

A capo del neo-stato, il più grande promotore dell’indipendenza, Julius Nyerere, affettuosamente chiamato da tutto mwalimu (leggi mualimu, maestro). Nyerere e’ decisamente uno dei leader africani più affascinanti: nato in un villaggio, era molto vicino al sostrato culturale rurale del suo popolo, e immagina una nuova strada di sviluppo per il suo Paese, che non passi ne’ per il capitalismo, ne’ per il comunismo, ne’ per una dittatura. Nasce cosi’ l’ “ujamaa”, la via africana al socialismo, che punta all’autosufficienza attraverso la priorità data allo sviluppo agricolo e all’educazione universale. Praticamente il risultato è cercato attraverso la collettivizzazione (a volte anche un po’ forzata) delle campagne, una villaggizzazione che impedisca il formarsi di grandi città così gravose per le esigue finanze degli stati africani, e svariati anni di scuola dell’obbligo per tutti. Ogni villaggio ujamaa ha un appezzamento di terreno colletivo che deve essere lavorato da tutti e i cui proventi devono servire ad autosostenere i servizi fondamentali per il villaggio, quali scuola e ambulatorio medico, ad esempio. I contadini tuttavia continuano comunque ad avere terre private. Così semplice, così funzionale, così infallibile.
Com’è facile immaginare, invece, il progetto del buon Mwalimu fallì nel giro di una quindicina di anni per molteplici cause: un’eccessiva burocratizzazione, una moltitudine di gente che dava ordini spesso in conflitto fra loro ai contadini, naturalmente l’avarizia e la cupidigia sempre presenti in ogni animo umano, e non  da ultimo alcune pessime annate per i raccolti (per approfondire, vedi Dumont-Mottin, L’Africa strangolata).
Il Tanzania è arrivato ad essere il terzultimo Paese più povero del mondo. Remo che è qui da un po’ (27 anni..) me lo conferma raccontando che una decina di anni fa le cifre del bilancio statale fossero molto simili a quelle che aveva letto lo stesso anno sul bilancio della provincia di Trento (maledetti trentini ricconi…)!
Ora la situazione è migliorata un po’, ma il Tanzania è ancora estremamante povero: statistiche alla mano, il 58% della popolazione (presumibilmente quella rurale) vive con meno di 1$ al giorno. Per il poco che ho visto, pero, l’impressione è che nessuno muore di fame, proprio perchè le fasce più povere della popolazione vivono nelle campagne dove, annate permettendo, se il raccolto è buono, un po’ di ugali e un po di fagioli in pancia se li mettono tutti , tutti i giorni. Certo, la malnutrizione è un problema gravissimo, ma ci sono situazioni molto peggiori negli Stati limitrofi. Con cio non voglio dire che giustifico questa forma di sottosviluppo, è solo per spiegare un dato (quello del dollaro al giorno) che altrimenti potrebbe spaventare..
 
Questi i fatti che sono riuscito a mettere insieme: scusate se ho voluto farvi sorbire sta pappardella, ma non capita tutti i giorni di visitare uno sttao africano (almeno non a me..)e personalmente mi piace sapere dove mi trovo, e mi piace informare chi ha la gentilezza di seguirmi. Nelle prossime settimane probabilmente cerchero’ di muovermi dalla missioni, verso altre parti del Paese, per testare l’attuale situazione sulla mia pelle di muzungu, di bianco. Per capire bisogna partire, no?
Per il momento, buon 2010 a tutti.
Ah, il mio ultimo giorno dell’anno è stato naturalmente anti-tradizionale: a letto alle 10, dopo una cenetta leggera. Beh, seguita da un brindisino di grappa col Remo, siamo sempre trentini in fondo…
E Mr. T., il mio nuovo coinquilino, è gia storia: cacciato all’istante. Non mi ha fatto dormire per 2 notti, ha osato salire sul mio letto mentre dormivo (e glielo avevo detto di non venirci…) e ha cacato su qualsiasi superficie possiblie immaginabile. Anche quelle verticali. Ma quanto può cacare un topolino lungo 2 cm???? Non so bene dove sia ora, credo si sia sentito odiato e abbia fatto fagotto, portandosi via le sue pentole da televendita, le sue collane d’oro tamarre e la sua chalopette di jeans cosi anni ’80…
 
Kwaheri (arrivederci in kiswahili).
 
Marco
(mi scuso se non mando foto, ma non ne sto facendo molte. Non so perche, ma troverei un po offensivo per questa gente insinuare nelle loro vite, nelle loro case il mio voyeurismo nippo-tecnologico. Appena saro in zone piu turistiche e abituate agli obiettivi cominciero anche a mandare degli scatti…scusate, ma per ora spero riusciate a immagnare quello che descrivo usando quella bella cosa gratuita e universale chiamata immaginazione)

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