franchino's way

15 novembre, 2008

Disobbedienze post-cofferatiane (notte bianca al Pratello)

Riso, riso sugli sposi. Orario imprecisato, pochi i bicchieri, serata inoltrata ma non tarda quindi. Si dice notte bianca al Pratello. Il Pratello, mito o disguido dei miei anni bolognesi , mito o disguido generazionale. Quando una volta uscivo con 5mila lire e alla fine la serata l’avevo comunque svoltata. Ma al Pratello non ci andavo. Ci capitavo. Spaesato e spostato, proprio se non c’era un cazzo da fare. La birretta borghese in mezzo ai vecchi. O meglio, ai poco più vecchi. In mezzo a quello che tra poco tempo, pochi anni (pochi esami…) mi aspettava. Impiegati trentenni, giovani artistoidi, sinistroidi radical chic. Perchè il Pratello era quasi fighetto mentre Piazza Verdi, Piazza Puntoni, Largo Respighi, Piazza Maggiore erano pop, very pop, very cool, very interesting. Perchè lì vivevi come se fossi al Sud ma alla fine eri solo a Bologna. Serate seduti su una scalinata o su un gradino con un amabile sconosciuto. Vita di piazza, di strada, di chiacchiera “non mercificata”(oddio parlo come un centro sociale!). Scambi di vino e di aria condita di parole e poi partita a calcio; cinque contro cinque, squadre miste di spacciatori marocchini e matricole terrone. La porta fatta come quando eri bambino con gli zaini o con i cappotti. E poi il super santos o il pallone del tipo che quando si è rotto le palle ti molla sul 4-4 e si faceva che chi arrivava a 5 vince. Una volta io solo italiano in una squadra di stranieri, il goal della vittoria dopo due dribbling (datemi un bicchiere e solleverò il mondo) e l’esultanza urlata, stile Tardelli. L’abbraccio coi “fratelli africani”. Il vigile si avvicina:<Vabbè… Non urlare!>. E io:<Scusa viggile… sto goal manco alla pleistescion!>. Il battesimo. Bologna e le scale di piazza Maggiore. Chiedete a uno che sta a Bologna da meno di 5 anni di piazza Maggiore! Ditegli che stavamo su quelle scale ora transennate, separate, staccate, abortite, a fare quel cazzo che volevamo… Raccontate di piazza Verdi, dei giardini del Guasto, di piazza Santo Stefano, delle feste a casa. Delle volte che uscivi e chiedevi in giro se sapevano di feste di appartemento (quotidiane e mostruose). Ditegli cosa era la città che oggi calpestano ossessionati dal fantoccio del degrado. Osservate i loro occhi stupiti e sentitevi fortunati. La Bologna che amavamo. E poi immergetevi nell’amarezza. Uno vorrebbe invecchiare, crescere, cambiare mentre fuori tutto, o quasi, resta come era… e invece. La città è invecchiata più in fretta di me. Avanti il prossimo, anche se non sa dove cammina, con chi cammina, cosa vede, cosa respira, cosa mangia, cosa cammina (ripetizione voluta). Ma non è colpa sua. Avanti il prossimo che io ho dato fin che potevo. Ma cosa cazzo vedi tu?
Notte bianca al Pratello. Di protesta si dice. Protesta danzante, casino tanto per dar fastidio. La pizzica tanto per fare strereotipo terzomondista (che palle!). Insalatiere di plastica come cappello, sorrisi, alcool di ordinanza, servizio di disordine attivato. Gioia. C’è anche il giovane vecchio che ogni tanto scrive cose agghiaccianti su un giornale locale molto importante che, vestito da giovane, dice ubriaco a colleghi di altre testate dove sta bevendo. Erano anni che non vedevo quella strada così. Ma quanta gente c’è?! Incontro una ragazza dell’85. E’ in città, studentessa nella scia (e nella casa) del fratello maggiore venuto qua 5-6 anni prima. <Marò,  hai visto che bordello?> fa… La risposta sorridente :<Eh si.. era la normalità… ma visti i tempi…>. Sorridiamo amaro (come quello che ho in corpo… alto tasso) entrambi. Ognuno con le sue ragioni. E poi il riso. Buttato dal terzo o quarto piano di un appartamento affittato a studenti a peso d’oro (metraggio d’oro). Riso sugli sposi. Riso per la nuova vita. Riso, sorrisi e applausi… Momenti da circatrentenni…

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3 commenti »

  1. Anche io sono dell’85, arrivato a Bologna pochi mesi dopo l’ingresso di Cofferati al comune; non so come era la città prima, ma so di aver assistito al crollo di un mito

    Commento di Skeight — 15 novembre, 2008 @ 11:43 am | Rispondi

  2. Figurati che l’adagio per noi che arrivavamo nel 98-99 o giù di lì era trovare quelli più vecchi di 5-6 anni che ti raccontavano col magone quanto era bella la città quando erano arrivati loro. A loro volta anche loro, matricole entusiaste, si erano scontrate con quelli che raccontavano quanto era stato bello vivere da matricole altri 5 anni prima… e andando indietro di generazione in generazione fino al Dottor Balanzone! Il mito c’è sempre stato… e c’è sempre stato chi ne ha vissuto un pezzo di collasso.

    Commento di ilkonte — 15 novembre, 2008 @ 12:28 pm | Rispondi

  3. Quando sono arrivata a Bologna si beveva solo alle feste (in casa, allo studentato, in strada), in osteria e nei centri sociali.
    Non si usciva per bere o, almeno, non sembrava che si uscisse con quello scopo. Insomma, l’aperitivo non c’era proprio!
    Mi ricordo che quando stavamo seduti sui gradini di San Petronio o in piazza Verdi (e allora la piazza era anche la strada dove oggi passano i veicoli a motore) non c’erano decine di bicchieri/lattine/bottiglie di birra che passano di mano in mano.
    Ogni tanto, però, girava qualche sigaretta truccata. Più spesso, girava una chitarra. Di rado, passava di mano in mano una bottiglia di vino, ad esempio se uno aveva passato l’esame – ma gli esami, allora, non si facevano ogni tre per due.
    A quel tempo non c’erano solo le piazze. Per incontrarsi, si poteva anche andare nelle sale studio che, all’epoca, erano grandi quanto le scuderie di piazza Verdi intere; si poteva andare nei centri sociali, che allora erano molti e diversi fra loro; si poteva andare al Pratello, dove c’erano le case occupate e le osterie senza i dehors e le case degli amici e meno chiasso, forse, ma vitalità molta.
    Era il 1994. O giù di lì.

    Commento di circatrentenne — 16 novembre, 2008 @ 7:22 pm | Rispondi


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