franchino's way

3 agosto, 2008

La mia Genova (appunti e ricordi…12)

L’estate a Pozen. La sorpresa, lo sgomento. Tutto cambia perchè niente è cambiato. Sempre uguale, alla deriva. Incontri estivi. Amici di sbronze. Ricordi. I ricordi… Ho incontrato uno dei due liceali. Si è laureato. Mi racconta la sua Genova. RIcordi vaghi anche per lui. E qualche errore nel mio racconto. Inevitabile. Se deve rattoppare buchi il cervello fa da solo. E la memoria se la costruisce da solo, sognando da sveglio, fossilizzando immagini. I suoi ricordi e i miei errori. Non era liceale, aveva finito il primo anno all’università. Il suo amico, invece, si era appena diplomato. L’alaskese, poi.. Non si avvicinò lei a noi (strano… quello che ho scritto me lo ricordo nitidamente). Dice il liceale che fummo noi ad attaccare bottone, curiosi. Perchè “nel casino della stazione… tipo partenza per il concerto del 1° Maggio, c’era sta tipa che suonava”. E poi… I lacrimogeni e i limoni. E l’adrenalina. Era un viaggio allo sbando, senza sapere, per godere del rischio. Un viaggio allo sbando… come piace a lui. Continuerò a chiamarlo liceale… Continueranno a rimanere “i liceali”… anche per questo. 

Le scalette. Le gambe molli. La terrazza. Puzza di battaglia e lacrimogeni. Raggiunsi il mio gruppo, muto. Tutti muti. Tutti salvi. Io, l’alaskese, il longagnone e il suo amico. E l’enorme borsone. Ma gli altri?

Pian piano, la processione dei profughi, degli sfollati. A cercare volti familiari. A scavare con lo sguardo tra le teste. Ansia, paura. Uno alla volta. Con la voce tremante, mentre passavano secoli di sole e calura. Il nostro gruppo si ricostruiva, muto. L’abbraccio… come un incontro dopo anni di lontananza. I racconti. La fuga, la calca. Il terrore. Uno alla volta ci recuperammo… E nuovi racconti. Il muro da scavalcare. Il tuffo nel vuoto. Il cancello con la gente che ti schiaccia. Le mani che ti tengono giù mentre cerchi di arrampicarti, fuggire. I manganelli che picchiano a pochi corpi da te. Il sangue. I vecchi tremanti. I rumori di sparo, i fucili puntati. Le offese, le ingiurie. L’umanità sospesa. E poi… dopo il racconto… Muti… A raccogliere pezzi di vita tra i pensieri. Pian piano arrivarono tutti, su quella terrazza. Pian piano. Tutti salvi, senza aver preso botte. Che culo! Come se avessimo vinto al lotto, un 13 al totocalcio, un poker servito. Arrivarono anche i liceali strafatti di terrore e adrenalina. Ridevano, straparlavano, a mitraglia, con le parole che precedevano i pensieri, le gambe mai ferme, gli occhi indiavolati. Infermabili. E io… e gli altri… muti, tramortiti. E quelli a parlare. RATTATATATATATATATATATATATATATATATATA… Eravamo di nuovo tutti insieme… o quasi…

Mancava solo lui, il mio amico. Uno che ha sempre dimostrato più anni di quanti ne avesse. Già alle medie. Era “un’amico del bagno”, uno di quelli che va in un’altra classe, che non frequenti fuori dalla scuola, di cui non hai il numero di telefono, non conosci l’indirizzo, forse conosci o solo il nome o solo il cognome. Uno di quelli che poi continui a salutare anche anni dopo, non sai come chiamarlo, fai il vago. Ma ti ricordi aneddoti, battute, momenti passati in un bagno a ridere, dire cazzate, sfottersi, per non stare in classe. Uno che poi quasi lo consideri amico, da rispettare, sorridendo del fatto di reincontrarsi ciclicamente, come in bagno, per parlare di cazzate, ridere, scherzare. Un altro aneddoto, un’altra battuta da ricordare. E via. A contare con gli incontri che hai con lui il tempo che passa. Comunque alle medie, col suo capello a caschetto nero, riga in mezzo, occhialino e se non ricordo male anche una ridicola peluria barbosa… il mio amico sembrava già vecchio. E, finite le medie, capitammo nella stessa classe al liceo. Non rimanemmo amici del bagno, quindi. Con la sua faccia tonda, la panzetta, la parlata nasale, quasi stridula, lenta, strascinata, “tranguilla“, potentinissima. Studiava quanto basta, un bel cervello gli permetteva di campare di inerzia. Famelico e bastardo, il suo compagno di banco per cinque anni non riuscì mai a difendere dai suoi attacchi il panino della merenda. Dovette rassegnarsi a farsene preparare 2. Ogni giorno due panini, fatti con le fettone di panella da 4 kg. Un giorno con la salsiccia, un giorno salame milanese, napoletano, mortazza, prosciutto. Dolcemente provinciale, ingenuo.

Poi, pian piano. Come un morbo. Lento, inesorabile. Riempì anche lui. Prima mite, saltuario, come una boccata d’aria, due tiri di sigaretta dopo una birra. Poi sempre più deciso, sfrontato, a momenti direi violento. Eravamo diventati “contro”, chi prima e chi dopo nel segno del fancazzismo. Eravamo contro… In maniera ingenua, scopiazzando miti e lidi lontani, voci che arrivavano registrate, riferite, trasportate da lontano, da fuori. Forse era una scusa, forse il dispetto del bambino viziato, o forse perchè a quell’età il mondo è fatto a spicchi, ghetti, muraglioni, distanze e nemici per essere qualcosa. Divise da indossare  e icone da scimmiottare. E comunque noi eravamo quelli storti, disgraziati, maledetti, bastardi, maleducati, teatrali. Spesso senza interessi, senza slanci culturali, senza ambizioni a breve termine, senza luci da accendere o spegnere. Non sapevamo suonare strumenti musicali, non facevamo sport, non leggevamo, non andavamo al cinema (capirai… a Potenza c’erano 2 cinema). Non eravamo artisti, la moda ancora non era arrivata. Non facevamo hip hop, non scrivevamo sui muri, non facevamo skate. Non andavamo in discoteca, non mettevamo gel, zatteroni, ridicoli pantaloni attillati, occhialoni da sole “alternativi“. E non ci facevamo, non eravamo così cazzoni. In una città provinciale, a schifare i fighetti, i perbenisti, in non fumatori, quelli che non bevevano, che ti snobbavano perchè a scuola non eri ligio, educato e motivato come loro. A schifarli tutti, diversi da tutti. Ma poi tutti ci si incontrava nel bagno del liceo, nel parchetto la mattina quando facevamo festa a scuola, nei vicoli e nelle scale più deserte a fumare, chiacchierare, bere, socializzare. In modi diversi eravamo quasi tutti nella stessa banda.  In un modo o nell’altro tanti ci hanno raggiunto, tanti si sono trasformati.

Militanza anche quella. Sacrifici, energie. anche per quello. Diversamente, in maniera forse meno produttiva o socialmente accettata, ma comunque ci sforzavamo, ci ingegnavamo per svoltare la giornata. Ci voleva coerenza, applicazione. E lo eravamo, coerenti e concentrati. Per fare le cose sbagliate. Non per conquistare la collina ma per goderci le retrovie. In una città tranguilla…. troppo tranguilla. Da doverti inventare il niente ogni giorno, su una panchina a Rossellino, nel bosco. Alberi alti, stanchi. Conifere andate a male. Un traliccio. Un parco tutto una discesa, un salire, girare, svoltare. Terra, erbacce alte, rovi di spine, munnezza, cespugli. Con il sentiero marrone di terra tutto filtri, cartoncini, bottiglie, pacchetti di sigarette, carte. Quello producevamo. Seduti nel bosco, lontano da tutti, con l’occhio attento all’ingresso del parco, le leggende metropolitane su telecamere, controlli, super obbiettivi pronti a scovarci, stanarci anche nel buco del culo di quella città di merda. E noi su quelle panchine verdi, a vomitare bile e tempo, con l’occhio fisso su quei denti cariati, la metropoli dei lucani, quei palazzoni unici a dire:”Questa è una città”. Il potere del colosseo in 12 piani aggrappati ad una scarpata. Lontani. Noi che non andavamo al bar, non stavamo alla sala giochi, non giocavamo a pallone, non avevamo la fligliola da dover accompagnare a prendere il gelato, o al cinema, o a comprare il giubbino con sua madre. Noi, vestiti male, con le scarpe da ginnastica orgogliosamente indossate sempre, dal matrimonio alla partita di pallone, un goal subito a testa in porta, jeans, maglietta. La nostra ricchezza, il motorino, poi la macchina. Sempre per scappare, imbucarci, nasconderci. Lontani, incomprensibili. La nostra forza l’oggi, il passaggio, sognando altre città, altri lidi, altre libertà. Altra aria. Via… Senza nostalgia, senza rimpianti. Ansiosi di scappare da quel tumore che è la gelida Pozen. Una città a macchie, col dna distorto, frastornato. Senza freno, senza criterio, senza futuro. Con le buche che le chiami per nome e crescono con te, all’angolo della strada, in mezzo all’incrocio. Le buche di Potenza come i sassi di Matera. Motivo di identità e identificazione. A insegnarti a guidare, dribbling in motorino, scodando col ghiaccio a terra. Città dell’oggi e del passaggio. Comunità paesana. Tutto di tutti, senza invidie, senza rimorsi, senza controparti. Per svoltare assieme la serata. Noi, diversi, a dividerci sangue e anima, tutti insieme, in branco. Aggrappati a noi stessi per non perderci, non annoiarci… per godere di quel poco che ci è concesso. Noi, diversi, volutamente mediocri, superficiali, svogliati nell’affrontare l’istituzione, il dovere, l’ordine. Noi, che non volevamo essere come gli altri. Noi che non volevamo produrre, competere, emergere, sporcarci di culo la lingua per un piatto di lenticchie. Noi… Autoesclusi. Senza sogni, senza utopie. Noi che dovevamo essere i più belli, i più puliti, i più invidiati, i più lodati, laccati. Noi che ci vergognavamo di essere i migliori. Noi che volevamo essere ultimi. Tra ultimi e infelici tutto è più semplice, tutto è più spontaneo. Noi, senza pretese, senza gare. Liberi di sputare in faccia, di bestemmiare, di fare brutta figura, di imbarazzare, di infastidire. In una città di manichini, vestiti di marca, debiti e  frasi fatte. Una città a cicli, stagioni, albe e tramonti. Sempre uguali. Con il macchinone, il vestito della domenica per andare a fare la spesa, il professore ignorante, il piacere, lo scambio, il barone, il padrone. Città per vandali o per puttane. E noi, il culo, non lo vendevamo… Non ci avrebbero preso. Non saremmo mai stati come loro… ridicoli paesanotti. POPOLO DI MERDA!

Io e il mio amico siamo cresciuti insieme. Io e il mio amico eravamo cresciuti così insieme. Mentre lo sentivamo parlare totalmente ubriaco col fegato, implorandolo di non abbandonarlo, di stare quieto e tranquillo come facevano i reni, i polmoni, il pancreas. Mentre accompagnava a casa, a notte fonda, 8 persone (8!), tutte completamente andate, dopo litri di sambuca e wodka. Otto persone, incastrate non si sa come nella Unazza, la vecchia macchina per la patente fresca, smaniosa, che bruciava nella tasca. Uno ad uno, da un lato all’altro della città. Presi e portati certe volte di peso. In quattro come tergicristalli. Sbraitando, sbavando, ridendo. A zig zag sperando di andare a sbattere dalla portiera  al portone. Senza paura. A richio arresto, sequestro. Rimanemmo in due, in piazza al Francioso. La macchina si fermò. Si spense il motore, si aprì una portiera… nulla. Si aprì l’altra… nulla. Ci ritrovarono stesi a terra, con la faccia sull’asfalto e i piedi ancora in macchina. Che dormivamo. Anche così siamo cresciuti. Giorno per giorno. Finchè c’è stata adolescenza da spolpare, mangiucchiare, succhiare. Finchè la scusa ha retto. Siamo cresciuti cavalcando Potenza e quello che offriva. Il niente in pasto a migliaia di giovani, tutti affamati. A cercarci e trovarci a Rossellino, su quelle panchine. A guardare i denti cariati della città. Scappando da fermi. Con le gambe in macchina e la faccia a terra,  sporca di quella terra.

2 commenti »

  1. Complimenti, ho letto il post tutto d’un fiato. Le piccole città sono davvero un pessimo posto per coloro che non riescono o non vogliono uniformarsi a sistemi di valori comuni, condivisi da una maggioranza mediocre. Sebbene ognuno viva il proprio disagio in maniera del tutto personale, mi sento vicino ad un’intera generazione presa a calci in culo dalla propria città, dalla propria terra, costretta a trovare altrove, dimensioni più consone alle proprie aspirazioni. Il dramma della nuova emigrazione meridionale è questo, crescere interiormente e trovarsi in un ambiente terribilmente piccolo. Forse ai nostri nonni è andata peggio, tutto sommato noi non partiamo con valigie di cartone cariche di speranza, ma se loro avevano sempre un dolce ricordo di quanto avevano lasciato, a noi è negata anche la nostalgia, fuggire per non omologarsi, costretti a spersonalizzarci in città che non saranno mai, per noi “casa”.

    Commento di freedomforfans — 8 ottobre, 2008 @ 4:16 pm | Rispondi

  2. L’adolescenza in paese di provincia ha i suoi pregi, ti insegna a sognare, a volere di più dalla vita, a sperare che al di là della panchina ci sia un mondo ancora da esplorare. Le amicizie ti salvano, ti danno forza e ti mostrano quello che sei, sono fondamentali anche se non conosci alla perfezione l’altro, la sua presenza è importante per andare avanti. Cresciamo ma non cambiamo, quello che muta sono i limiti, i limiti imposti dalla società che ci vuole lavoratori senza sogni, genitori senza amore, mariti senza passione, acquirenti di oggetti non desiderati. La provincia vista adesso forse non era così male, almeno avevamo i nostri sogni!

    Commento di Absinth75garadi — 11 giugno, 2009 @ 12:26 pm | Rispondi


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