franchino's way

1 agosto, 2008

La mia Genova (appunti e ricordi…11)

Non poteva durare tanto quella mia corsa sfrenata. Cercavo di resistere a quella nuvola bianca, densa, che si spostava con ogni alito di vento. Tossivo forte, intossicato. E non vedevo più niente, con gli occhi amari e pesanti. Le lacrime a fiumi, la gola secca, con quel saporaccio chimico. Dovetti abbandonare il campo, allontanarmi per piegarmi in due,  il più lontano possibile da quella battaglia. Chissà cosa pensò il ragazzo con cui, per qualche minuto, senza dire una parola, senza sapere chi fossi, cosa pensassi, stavo resistendo. Me ne andai come ero arrivato, in un attimo. Rimasi per un po’ in disparte. A buttarmi la preziosa acqua in faccia, sulle braccia, in testa, come se volessi lavare via quella polvere bianca che volava nell’aria. Non so quanto tempo durò questa specie di assedio. La barca dopo un po’ scomparve. Mentre su Corso Italia vedevamo le macerie di quella che era la manifestazione. Persone sbandate, alla ricerca di compagni di viaggio, amici e parenti. Come dopo un’esplosione, spaesati, con le mani a tastare il muretto. E poi gli agenti. Sembravano passeggiare nervosi su e giù. La terrazza invece si era riempita. Eravamo tutti uguali ora. Intellettuali e militanti, vecchi e giovani, donne e uomini, resistenti e pacifisti, cattolici e atei, tutti. Su di noi era calata la livella, ad annullare le differenze, i distinguo, il mosaico. Eravamo tutti uguali in fuga, col terrore che trasformava le facce, la paura che faceva ballare le gambe, lo sdegno, lo schifo, il disgusto, a violentarci, a farci sentire tutti vittime. Tutti. Tutti con la rabbia che cresceva. Battutti e bastonati, fuggiti, maledetti. Come stuprati. L’ingiustizia, l’abuso, la violenza cieca, la voce del padrone ci aveva resi uguali, identici, senza distinzioni. Tutti a difendere solo con la nostra presenza e voce il nostro diritto all’esistenza e il dovere di farlo vedere, di testimoniarlo, di lasciare nelle inquadrature televisive il corpo martoriato di noi martiri alla storia, al mondo, all’Italietta mezza in vacanza buttata davanti alla televisione. Testimonianza. Forse era quello che ci aveva portati tutti lì. Testimonianza; con le mani inutilmente alzate, con le macchine fotografiche  a raccogliere prove, a fissare attimi di terrore e sgomento, con le telecamere a scolpire su nastro quelle memorie che col tempo passano, si trasformano, si adattano, si sciolgono. Tutti uguali, tutti fratelli, tutti solidali. Non c’era bisogno di chiedere e già avevi chi ti passava l’acqua, chi ti strofinava il limone in faccia, chi ti dava una pacca sulle spalle. Piansi per un po’. Un pianto di rabbia e frustrazione. Un pianto adrenalinico, di sfogo. Ma anche un pianto commosso, nel vedere tutta quella solidarietà, quella disperazione condivisa, quei piccoli gesti di umanità che ci scambiavamo per dirci:”No… Non è finita… La civiltà non è morta… Ci siamo ancora, teniamoci stretti, guardiamoci.. ci siamo ancora“.

No… Non erano stati solo i candelotti sparati per nasconderci, per sfollarci, per martoriarci. Piansi davvero, col cuore… Urlando bestemmie, imprecando. Piangevo di fronte all’irreparabile, all’ingiustizia sbattuta in faccia e scagliata sulla testa delle persone. Piangevo, commosso. Piangevo le lacrime di chi, nei secoli, ha sempre visto la stessa cosa. Che spesso si perde sul campo, abbattuti dal vecchio che resiste, uccisi, fucilati, appesi ai pali come monito ai sognatori, frustati. Alfieri orgogliosi di idee che poi cambiano il mondo, segnano le epoche, pian piano, quando sono entrate nella vita, l’hanno pervasa e non c’è fucile, divisa, barriera, mare, cielo, malafede, che possano trattenerle. 

Mani sulla tastiera, pensieri alla rinfusa, fotogrammi di disperazione e caos nella mente, ricordi frammentari. Ma quel pianto me lo ricordo. Bene. Sono le lacrime che sento spingere ora, dagli angoli degli occhi. Il groppo in gola, la voce che diventa insicura, rotta. Il pianto, la commozione, la rabbia che spunta da dentro, spinge, contorce i pensieri, le mani che dieventano insicure, le parole che scorrono sullo schermo e tornano indietro. Il pianto, il mio pezzo di umanità, il prezzo della mia umanità, l’istinto. A ricordarmi che sento ancora qualcosa, che qualcosa è rimasto, che ancora non sono perso. Oggi… ancora so piangere. E, anche se mi nascondo… Ne sono orgoglioso. Deluso, forse sconfitto, cresciuto o invecchiato, depresso o ritirato. Sono su quella terrazza con le mani sulla tastiera e ancora so piangere, come allora. Sono ancora vivo. Si… Se ancora mi commuovo, perdo lucidità, mi lascio andare… Sono ancora vivo.

Piangevo l’ingiustizia. Scambiando sguardi terrorizzati, paurosi con le signore, le nostre madri, in lacrime anche loro. L’avevamo scampata, eravamo ancora vivi, in piedi, pieni di paura e rabbia… Eravamo vivi e umani, colmi di umanità e di sentimenti, di fronte ai morti che eseguivano gli ordini, senza chiedersi perchè, senza chiedersi se ne valesse la pena. Noi con le nostre lacrime, il nostro dolore, il nostro sangue di fronte a quei manichini, quelle armi, quei caschi, quelle tute, quegli scudi che eliminavano il minimo fiato di umanità, nascosto dietro le marche della forza, del potere, dell’ordine costituito. Avevamo perso la manifestazione, però. Quella era andata avanti, chissà dove nella pancia di Genova, a passare chissà quale guaio. Ora non eravamo più puntini neri nelle inquadrature televisive. La nostra missione, per ora, era finita. “Uagliò! Tutt’appost?” chiesi ai miei compagni di viaggio rimasti, raccolti vicino ad un muretto basso, a far la guardia alla borsa dell’alaskese. I loro occhi erani i miei occhi. Arrossati, fissi su quel muraglione, quella battaglia, su quel lungomare. Subito ci assalì il pensiero dei nostri amici, quelli che erano scesi per vedere, quelli che erano rimasti nel corteo. Non osavamo parlarne, non dicevamo niente. L’attesa. Pesante, inesorabile. Buona solo a sostituire alla paura e alla rabbia l’ansia, la preoccupazione, la paura di non trovare più i nostri amici, di averli persi nella carica. Dove era tutta la folla che ci seguiva nella manifestazione? Dove erano andati a finire? La carica aveva spezzato il corteo. La prima parte, la testa, avanti, infilata nella città. La seconda parte indietro, chissà dove, inseguita da manganelli e lacrimogeni. Dove erano finiti i nostri amici? Presi il cellulare, provai a chiamare qualcuno di loro. Niente. Non c’era campo. Poi provai a chiamare la ragazza che mi aveva fatto fuggire a Napoli, l’amore mio. Saremmo dovuti venire insieme a Genova, se solo fossi rimasto a Bologna con lei. Era lì, da qualche parte. Ma si era salvata? Cosa stavano vedendo i suoi occhi, dove stava scappando? Altra paura, altra ansia, altro stress… Altra rabbia… Si sarà salvata?

Noi, su una terrazza a cercare tra i profughi e gli sfollati un volto amico, conosciuto. Buttati lì, circondati da urla, puntati ogni momento da  altri occhi che cercano, studiano fisionomie. Il boato era finito. Il caldo, il sole dritto in testa. La sete, la gola secca e amara, la pelle tutta ‘nzivata di sudore, polvere, lacrimogeni. “Torno su… rimanete qua… c’era una fontana… vedo se riesco a prendere un po’ d’acqua”. Andai a passo svelto verso le scalette, senza pensare niente, percosso dalla paura. I gradini, la salita, veloce, con la testa bassa. Arrivai sul marciapiede con le mattonelle arancio, alzai lo sguardo… Che desolazione… Zaini, scarpe, stracci, candelotti, piante divelte dalla fuga, bandiere, striscioni. I resti del corteo. E poi… gente a terra, sangue, nomi chiamati a voce alta, bestemmie, lamenti di dolore. Zombie che si aggiravano spaesati, feriti, tramortiti. Mani che cercavano aiuto. E gli agenti dall’altro lato della strada, in alto vicino il boschetto, e sparpagliati qua e là a gruppetti. I caschi, i fazzoletti sulla faccia, i manganelli, gli scudi. Mi affrettai a risalire un po’ di lungomare verso il boschetto, verso la piccola fontanella, piena di disperati come me che facevano la fila, per buttare la testa sotto il rubinetto, e per bere, per cercare di scalciare via l’arsura e il sapore acre, amaro, disgustoso, dei lacrimogeni. Feci la fila. Infilai anch’io la testa sotto l’acqua, lavai nervoso le braccia, la faccia, strofinando forte come se volessi grattare via la pelle. Riempii la bottiglia che avevo con me. Poi, invece di tornare, come in trance feci qualche passo verso il boschetto, allontanandomi dalle scalette, tornando indietro, verso la coda del corteo dispersa. Vedevo gente lì in fondo. Nel boschetto, stesi a terra c’erano alcuni feriti. Si tenevano la testa, la fronte, mugugnando di dolore e risentimento. Medici e infermieri a mettere punti, controllare, lasciare i meno gravi alla ricerca di teste spaccate, gonfie. Camminavo piano, spaesato. No… Non era la stessa cosa, in tv. Lì c’erano corpi veri, voci vere, sangue vero. Non credevo ai miei occhi. Una mano, un braccio alzato da terra. Un uomo, sulla quarantina. Steso sull’asfalto, pancia all’aria. Una mano sulla testa e l’altra in alto, verso di me. Chiedeva aiuto, MI chiedeva aiuto. Il sopracciglio squarciato. Il sangue denso, appiccicoso a macchiargli la faccia, i vestiti, le mani. Tanto sangue. “Dimmi… non sono un medico ma dimmi… vuoi acqua? Devo chiamarti qualcuno?” chinato verso di lui, pieno di paura. Lui mugugnava, mi cercava con quella mano insicura e insanguinata.

Poggiai la bottiglia a terra, mi accovacciai, presi con le mie due mani la sua e… “CHE CAZZO FAIIII? BASTARDO!! GUARDA COSA AVETE FATTO!”. Un finanziere, manganello puntato verso di me, alto, grosso. Righiava bavoso a cinque, sei metri. Cane alla cerca di facili prede, scatenato, rabbioso, insensatamente nervoso. Ringhiava e io… Fermo, immobile, col sudore che immediatamente cominciava a scorrere sulle tempie. Fermo… Scappare? No. E’ la fine… E non so se ho qualcuno dietro. Mi metto a scappare e divento l’ultimo giochino di questi bastardi. No. Nessuna caccia al tappetto per ‘sti stronzi… Fermo… Spiegarmi? Macchè. Se parlo questo arriva. Non capisce un cazzo. E’ solo manganello, ubriaco di potere, libero di sfogare le sue frustrazioni, le sue delusioni. Non si può parlare con gente così. Fermo… Reagire? Ma smettila. Che reagisci? E’ il doppio di te e tu non sei mai stato un violento, non sai fare a botte. E poi la lotta è impari. Ti massacrano. Fermo… Passavano i secondi, gli attimi. Ma erano per me minuti, ore, giorni interi. Immobile e accovacciato, con le mie mani a cingere una mano insanguinata. Fermo… Zitto… lo sguardo fisso su quel cane rabbioso, quella iena affamata che mi puntava. Le code degli occhi a studiare eventuali vie di fuga. Il cuore che andava a 2000, mi batteva in gola, mi faceva impazzire. Fermo, immobile… Il finanziere fece un passo continuando a dirmi di tutto. E io fermo, teso, muto, pronto e terrorizzato. Immobile… Un altro passo del finanziere, i metri erano tre o forse meno… Ci siamo, pronto allo scatto, a liberare l’adrenalina e l’istinto di sopravvivenza. “Aspetti agente!”. Un medico, o un infermiere. Uno in camice, col tesserino attaccato al taschino della camicia bianca. Si piazzò di fianco al finanziere. “Aspetti un attimo agente… Lo vuol picchiare… Faccia pure, non le dico come deve lavorare… Ma, per favore, mi può far vedere prima la sua faccia e il nome?”. Oh mamma… E questo? Chi è? Rimanevo immobile, tesissimo, stringendo con tutte le forze le mani di quel povero cristo buttato a terra, ora anche lui muto, spaesato, intontito in Corso Italia. Non parlava più, ogni tanto un lamento, un segno di dolore. Ogni tanto rispondeva alla mia stretta, come per ringraziarmi, o ricordarmi che lui c’era, che stava vedendo tutto, che era presente e cosciente. “MA HAI VISTO CHE HANNO FATTO QUESTI BASTARDI! COMUNISTI DI MERDA!”, sbraitava isterico il finanziere in faccia al medico che calmo, serafico rispondeva “Ok,  ok… faccia quello che crede… ma mi faccia vedere prima chi è…”. Spuntò dal nulla un altro agente. Aveva assistito alla scena, forse era uno di quelli pronti a saltarmi addosso non appena avessi tentato la fuga.. Arrivò vicino al medico, una rapida occhiata per squadrarlo. Questo finanziere qui non aveva lo scudo nè il volto coperto sotto il casco. Una rapida occhiata al medico e via… Prese per la collottola il compare, lo tirò via con violenza, buttandolo a qualche metro da me, da noi. E mentre quello continuava a sbraitare, protestare, affamato di sangue e delirio di onnipotenza, l’altro lo girò, gli diede un sonoro calcio nel culo e lo spinse via. “VAI DAGLI ALTRI, COGLIONE!”, gli ordinò. Poi, si girò verso di noi. Uno sguardo rapido, una sorta di saluto col capo al medico, e si avviò. Via, verso il resto del branco. Il medico allora si girò verso di me. “Grazie, grazie..” gli dicevo con le parole che ora spuntavano via a raffica come per dare sfogo all’adrenalina. “Grazie… Stavo cercando di aiutare questo signore che questo si è avvicinato, mi ha cominciato a minac..”. Mi zittì. Mi mise una mano sulla spalla mentre con l’altra cercava di slegare la presa strettissima che cingeva quella del ferito. “Ho visto tutto… Non mi ringraziare. Ora te ne devi solo andare“. Mi alzai, abbracciai d’isitinto il medico e presi per andarmene… Ah la bottiglia.. Tornai indietro di qualche passo, mi chinai per prendere la bottiglia. L’uomo ferito mi guardò, mentre il medico studiava il suo sopracciglio aperto in due. In un lamento di dolore distinsi un “Grazie” sofferto. Feci un cenno con la testa, una pacca al ferito e via… Verso quelle cazzo di scalette, la terrazza, la salvezza. Pieno di odio, risentimento. Violentato, svuotato.

3 commenti »

  1. Ciao Francè, come vedi ti sono subito venuto a trovare… ti aggiungo subito tra i miei link amici e soprattutto ti continuo a seguire. Avrò da leggere oggi pomeriggio.;-))
    ciao.

    Commento di Michele Villano — 2 agosto, 2008 @ 11:51 am | Rispondi

  2. Dopo Montalbano, che voleva dimettersi annientato, e Camilleri che non c’era di persona ma ha visto tutto e tutto ha scritto del sacrilegio. Io e la seconda volta che ne leggo. La stessa angoscia letta nei racconti dei massacrati.
    […] Non è finita… La civiltà non è morta… Ci siamo ancora, teniamoci stretti, guardiamoci.. ci siamo ancora […]

    Commento di filippo b. — 3 agosto, 2008 @ 12:03 pm | Rispondi

  3. […] rabbia… Ogni volta si riapre una ferita… Non ne usciremo più. […]

    Pingback di L’esistenza è battaglia e sosta in terra straniera « franchino’s way — 16 gennaio, 2009 @ 12:56 pm | Rispondi


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