franchino's way

30 luglio, 2008

La mia Genova (appunti e ricordi…10)

Genova, stupenda. Un po’ Napoli e un po’ Costa Azzurra. La ricchezza, la gloria e i caruggi, le periferie, il cemento. La sopraelevata che si affaccia sul medioevo, il palazzone che si specchia su quel mare dominato, amato, odiato, che tanti ne ha inghiottiti, che tanti ne ha visti partire. I cantieri navali e le navi da crociera al largo, i pescherecci e gli yacht. Che bella che è Genova. Con il suo accento che sa di Brasile e la sua austerità che sa di Nord. La città dove l’Europa incontra e si fonde col Mediterraneo. Non ci sono altre città così ibride, bastarde. C’ero stato un paio di volte, camminata, spulciata, assorbita, a piedi. Lo stupore dei livelli che si intrecciano, il caos, le scale, le salite e le discese, il postaccio dove mangiare un piatto di pesce, in piedi, a poche lire, affacciati sul porto antico.

Ma per noi, quel giorno, Genova si fermò lì. Negli occhi puntati su una colonna di fumo, minacciosa. Nelle dita ad indicare, nella fine della festa. La manifestazione ci aveva distratto. La festa, il colore, l’ansia spazzata via da un ballo, un sorriso, una maschera, una doccia improvvisata sotto una pompa d’acqua. No… Era stato troppo bello, troppo semplice, troppo inaspettato. Ora era arrivata la paura, ora era il momento di ricordarci perchè eravamo lì, consci di quello a cui andavamo incontro. Stavamo in silenzio a osservare, in punta di piedi per guadagnare qualche centimetro sulle teste. “Ok, ragazzi… scendiamo un po’… teniamoci sulla sinistra, mi raccomando… raccolti, vicini… e qualcuno stia vicino a noi che portiamo la borsa”. Scendevamo lentamente, a passi corti corti. Il corteo si era quasi fermato. Un elicottero volava sulle nostre teste, mentre alla fine della discesa, forse a 200, 300 metri da noi, ad un incrocio, usciva fumo dal porticato di un palazzo. Il corteo arrivava lì e svoltava a destra, infilandosi nella città e lasciando il mare alle spalle. Prima di un vialone  lungo e largo che occupava tutta la piccola vallata tra noi, in alto su Corso Italia, e il resto di Genova, in alto dall’altra parte. Camminavamo piano, schiacciati tra i manifestanti, muti, fermi, che osservavano quello che succedeva e un muretto sulla sinistra. Dietro il muretto un salto di qualche metro. Nessuna via di fuga, solo una piccola scaletta che portava su una specie di terrazza sul mare, con un tendone bianco. C’era chi prendeva il sole, su quella terrazza, o su un piccolo molo di frangiflutti neri. Ci fermammo. “Che facciamo?”. Mi arrampicai sul muretto, per osservare meglio la situazione. Qualcuno stava distruggendo i locali al pian terreno dei palazzi. Forse banche, discount… Mentre una decina di “eroi” sfasciava tutto, un’altra decina, o poco più, buttava di tutto nel mezzo del piazzale. Sedie di plastica, cassonetti. Poi fu la volta di un’auto. La presero e la capottarono. Le diedero fuoco. Un fumo nero, denso. La tensione saliva, gli occhi puntati su quel delirio, le mani ad indicare. La decisione di fermarsi o continuare, svelti, per passare prima possibile quel punto. Ma noi rimanemmo fermi. Qualcuno di noi voleva scendere. “Dai… che non succede niente, scendiamo a dare un’occhiata”. Prima di allontanarsi ricevettero istruzioni:”Se succede qualcosa, l’appuntamento con tutti è lì sotto, su quella terrazza”. I minuti passavano e più passava il tempo e più mi pentivo di essermi fermato, e aver dato appuntamento agli altri indietro, e non avanti, via da quell’incrocio, quella discesa senza vie di fuga. Ad un tratto… In fondo a piazzale Kennedy. Cominciarono a luccicare dei cosini neri, tutti compatti. Si spostavano veloci verso la strada da una struttura che dava sul mare. Tanti, tantissimi. “Marò… Vedi quanti sbirri! Sembrano tante cozze… o tanti scarrafoni…” disse uno della mia combriccola. Si schierarono ordinati, compatti e cominciarono pian piano ad avanzare verso quell’incrocio e, quindi, verso di noi. “OOO… RAGA’! CE NE DOBBIAMO ANDARE DI QUA!” gridai al gruppetto rimasto con me.

Cominciammo a scendere ancora un po’, ma la folla ormai era quasi ferma e il passo non poteva essere svelto come volevamo. La paura aumentava, l’elicottero fisso in testa. A-SSA-SSI-NI A-SSA-SSI-NI. Intanto la colonna della polizia era a un centinaio di metri dagli invasati che giocavano alla sommossa. Una signora:”Dai che ora arriva la polizia e li caccia via sti imbecilli”. Si… Signora mia… come no… Ad un tratto decidemmo di guadagnare il centro del corteo, lì sembrava che il passo fosse più veloce. Sapevamo che continuando avremmo perso sicuramente gli altri… Ma confidavamo nei cellulari. L’alaskese sempre al mio fianco, il longangone e uno della combriccola a tenere la borsa con la mazza, i liceali con la chitarra, gli altri smaniosi, con gli occhi fissi sulla fine di quella discesa. Dopo i primi 20 metri si fermò anche questa parte di corteo. La polizia ora affrontava un centinaio di persone, qualcosa più qualcosa meno. C’erano i passamontagna, i fazzoletti sulla faccia, le maschere antigas, le canotte, i pantaloni larghi coi tasconi, le pietre, le sedie, contro un muro scuro di caschi, scudi in plexiglas, manganelli. Poi… I lacrimogeni. I primi in mezzo ai tumultuosi… Poi, pian piano, sempre più verso il corteo. Il panico. Quando ci sono situazioni simili c’è bisogno di nervi saldi, di concentrazione, di occhi aperti. Una soluzione si trova. Ma mai, mai, scappare. Se parte uno ne partono altri 5, che poi diventano 20, 50, 100. Scappano indietro e costringono gli altri a girarsi, a correre con i talloni che ti prendono a calci il culo, fin quando si arriva nella pancia del corteo dove si scappa con ancora più paura perchè non si sa, non si vede, non si è capito, ma si deve scappare. Se stai fermo ti travolgono. Se stai fermo, forse, questo non lo sai, ti raggiunge la carica. Arrivò quindi la prima fuga. Urla, paura, bocche spalancate, mani che spingono, ti tengono, ti strattonano. Piedi che si urtano, scarpe sfilate. Quello che perde l’equilibrio, che quasi cade, ma per fortuna si è così stretti che magari c’è una mano santa che ti tira su. E poi, quando ci si ferma. La paura, pura, inesorabile, carica di adrenalina e fiatone. “MA CHE CAZZO E’ SUCCESSO?!”.

Ci rigirammo. I ragazzi con la borsa in un bagno di sudore, con la bocca spalancata a prendere aria, col caldo che sembrava volerci dare la mazzata finale. Non potevamo rimanere in mezzo con quella borsa. “Rimettiamoci vicino al muretto e guardiamo… mi sa che qua si mette male”, dissi al longagnone.

Appoggiati al muretto con la polizia che avanzava sempre di più. I due liceali con la chitarra dell’alaskese e un altro del nostro gruppetto decisero di scendere. Stesse raccomandazioni, l’appuntamento, la terrazza. Rimanemmo in quattro: io e il longagnone a tenere la borsa, l’alaskese (muta di paura… “Cazzona! E mo’ hai capito perchè ti dicevamo che non era cosa?!“), e un altro della combriccola. Gli altri alla ricerca di fotogrammi, di scene da vedere, di momenti da raccogliere, di adrenalina, forse. Se non avessi avuto quella cazzo di borsa con la vita di una persona dentro sarei sceso anche io. Lo faccio sempre. Ad ogni manifestazione. Sempre avanti, vicino a dove succedono le cose. Anche perchè davanti, col carabiniere che ti punta col manganello, secondo me, sei più sicuro che nel mezzo, nel rischio concretissimo di venire travolto, calpestato dal panico collettivo. Devi aver fiducia in te stesso, nella tua capacità di scappare, nella tua lucidità nel trovare vie di fuga, serpentine, coperture. E poi perchè avanti, è lì che succedono le cose. E quelle, non ci posso far nulla, le voglio vedere.

Rumore di latta e sibilo, come di gomma bucata. Arrivavano con la loro scia biancastra e poi, appena toccavano terra, semravano dividersi, a ventaglio, a riempire di fumo la strada. Cominciarono così a piovere i lacrimogeni, sempre più dentro, sempre più su nel corteo. Una ragazza ne prese uno in faccia, gente che scappava, chi scalciava via quelle latte maledette. Di nuovo panico, ma noi eravamo defilati, attaccati al muretto, e la folla ci scivolava addosso. “Ragà ci dobbiamo togliere da sta strada… Arriva la carica… e con la borsa siamo fottuti..” Decidemmo allora di tornare indietro di una cinquantina di metri, dove si apriva quel varco nel muretto e la scaletta portava alla terrazza. Prendemmo la borsa, ci contammo e via, più veloci possibile, mentre la folla era ferma, immobile, in punta di piedi, a guardare. “Sparano lacrimogeni anche dall’elicottero, e dai tetti dei palazzi!” gridò uno nella folla. Mi girai, prima di scendere i gradini. Sembrava vero. Arrivammo sulla terrazza. La borsa cadde a terra con uno sbuffo di polvere. Il sudore ci aveva completamente spunzato. Il tempo così di guardarci, sorridere della possibilità di sederci un attimo, lo sguardo sul mare, calmo, blu, le tette della signorina in costume, che… un nuovo boato. Vedevamo ora Corso Italia che ci sfilava davanti, in alto sopra il muro, salendo da sinistra verso destra. Fumo bianco, altri lacrimogeni. Poi, la carica. La folla in fuga, uno si buttò dal muretto, un volo di 3 metri. Le scalette, che poco prima avevamo comodamente disceso, ora erano un carnaio. Troppo flusso di corpi, troppe persone in un secondo avevano visto in quella scala, nella nostra terrazza la loro salvezza. E rimanevano incastrati tra il muro e la ringhiera, a urlare, con la faccia mista di terrore e dolore. Qualcuno corse verso quella scala, a tirare via persone incastrate. Intanto Corso Italia. La polizia risaliva, la gente scappava, i lacrimogeni a pioggia. Passò un blindato, velocissimo, in mezzo alla strada, e alla gente. Un gruppo di finanzieri correva in salita vicino al muretto. Un paio di loro si girò verso di noi, verso la terrazza e sparò 2, 3, 4 lacrimogeni conditi di gestacci e di gesti che ci invitavano a salire da loro, a scontrarci. “MA CHE CAZZO FATE!!! BASTARDI!!!! ASSASSINI!!”.

Le persone nella terrazza erano per lo più con le mani in alto, come tanti su corso Italia. Eppure ci sparavano, e, se solo ci avessero sotto le mani, ci avrebbero massacrato di botte. Le stesse botte che stavano dando su quel corso. I lacrimogeni intanto strisciavano sul pavimento della terrazza. Corsi verso uno… troppo vicino. Lo presi d’istinto con le mani per buttarlo via, lontano. Che cazzone… Brucia!!!! Lo feci cadere a terra, con gli occhi che ormai non vedevano più niente. Diedi un calcio al lacrimogeno…. Lo sentii allontanarsi. Arrivò un ragazzo. Mi prese, mi zittì, e mi strofinò un po’ di limone sotto gli occhi. Non serviva a un cazzo. Ma almeno l’effetto placebo… sembrò funzionare. Bestemmiando, urlando, imprecando, maledicendo lo Stato, il potere e quei cazzoni della mia età che mi volevano massacrare cominciai a correre a destra e a sinistra sulla terrazza per buttare via quanti più candelotti possibile. Come se, allontanare quel fumo fosse un modo di resistere, di far vedere a quella massa di sbirri che non avremmo subito. Correvo a destra e sinistra, senza fiato… quello serviva per correre e urlare bestemmie. Il ragazzo del limone mi seguiva. Mi diede una bottiglia d’acqua. Io bagnavo i candelotti e lui li buttava via. Con la maglietta a maniche lunghe bagnata “per fare più filtro” sulla bocca e il naso, la pelle bruciata, arsa, gli occhi amari, la gola secca, intossicata, la tosse. “Ma no!! E che cazzo! Pure le barche no!”. Arrivò vicino al molo un piccolo motoscafo della polizia. I ragazzi in costume in piedi con le mani in alto. Un agente dal motoscafo a sparare lacrimogeni e farci gestacci, come i suoi compari dall’altro lato, sul muro di Corso Italia. BASTARDI ASSASSINI!!!

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1 commento »

  1. l’ho stampato, 27 pagg in Times new roman 12, da rileggere.
    saluti

    Commento di filippo b. — 31 luglio, 2008 @ 10:06 pm | Rispondi


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