franchino's way

29 luglio, 2008

La mia Genova (appunti e ricordi…9)

Filed under: g8,la mia Genova (appunti e ricordi),personalismi — ilkonte @ 3:12 pm
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Eravamo andati a Genova per fare numero, per aggiungere puntini neri e metri quadrati di spazio occupato nelle inquadrature televisive. Eravamo andati lì perchè bisognava esserci, perchè avevamo fame e sete di qualcosa di nuovo. Vedevamo la possibilità di un altro mondo, di un’altra cultura, di una politica nuova. Eravamo in tanti e ci speravamo davvero. Io ero sicuro del fatto che il nostro sarebbe stato solo un germe. L’ho sempre detto, anche quando sembrava che le cose andassero bene. Ma bisognava iniziare e noi avevamo lanciato il sasso. Credevo in una lunga e progressiva trasformazione della società. Perchè? Semplice, ero sicuro, e sono, sicuro di avere ragione. Ma ho, abbiamo, perso? Le bandiere della pace alle finestre sono scomparse, appassite, consumate dal tempo e dallo smog come giornali vecchi che hai conservato per qualche motivo, solo che, anche rileggendo bene tutti gli articoli, non ti ricordi quale sia.

Dove siamo finiti? Dove siamo oggi noi “cani sciolti” che vagavamo da una manifestazione all’altra solo per esserci, fare numero? Delegavamo all’epoca e deleghiamo oggi. Quello che ci è mancato sono state le palle. Inutile. Qui non c’entra la gerontocrazia e il nepotismo. Perchè quel movimento entrava nelle case delle persone, aveva colorato di bandiere arcobaleno l’Italia intera, aveva creato un modo di pensare, vivere e coltivare la politica e il dissenso nuova. Quel movimento stava riuscendo a rappresentare la voglia di riscatto e cambiamento meglio di tutti i partiti. Le persone partecipavano, rispondevano, andavano alle manifestazioni per la prima volta nella vita. Dopo Genova ci fu Roma, Firenze, Scanzano, Melfi, i treni della guerra, e chi più ne ha più ne metta… Dopo Genova stavamo vincendo, facevamo cultura, eravamo trendy, imponevamo discorsi e dibattiti. Sarebbe bastato metterci solo un po’ di più le palle, appunto. Mettersi in ballo, in prima persona. C’era bisogno di militanti nuovi, quelli dovevamo essere noi. E non lo siamo stati. Abbiamo vissuto l’unica occasione di fare qualcosa di epocale nella nostra vita come se fosse l’ultima moda, l’ultima identità take-away disponibile sul mercato. Usa e getta. O forse abbiamo deciso di tagliarci fuori da soli. Abbiamo tirato i remi in barca, ci siamo arresi. Sconfitti dalla difficoltà quotidiana del dialogo, dell’ignoranza comune, della grossolanità, della volgarità del discorso da bar. Abbattuti dai piccoli e continui fallimenti nel cercare un contatto con “la ggente comune“. E poi, siamo Italiani. Berlusconi ci ha veramente massacrati. E ancora di più ci ha distrutto il fatto di vedere che così tanta gente va a votare personaggi simili.

La nostra è la generazione del disincanto. Forse la peggiore generazione in cui nascere dalla seconda guerra mondiale in poi. Sono solo quattro anni, o giù di lì: dal 1977 all’81. Come una cesoia. Infanzia di benessere, anni’80, la salopette, i Transformer, la Milano da bere. L’adolescenza spoliticizzata dopo il muro di Berlino e, soprattutto, mani pulite. L’idea che la politica è, prima di tutto, una cosa sporca, a-morale. Roba da ladri o da arrivisti. L’antipolitica di cui tanto si sproloquia cammina sulle nostre gambe. Eravamo a 10, 11, 12, 13, anche 18 anni, davanti alla TV a vedere sfilare tutto il potere, TUTTO, sotto processo, in un’effervescenza giacobina generale. Tutti incazzati, tutti rabbiosi. Le monetine su Craxi, le casalinghe e gli operai a tifare Di Pietro. Fu una tempesta che noi vivemmo come imprinting. Quello c’è rimasto dentro. Dopo tangentopoli gli anni ’90. La “fine della storia“. Le speranze di una nuova fase di sinistra, le vittorie alle comunali di Napoli e Roma contro i fascisti, la “gloriosa macchina da guerra” dei “Progressisti”. E poi… 1994. “L’Italia è il paese che amo“. Quando noi abbiamo votato per la prima volta, abbiamo trovato l’avversario, nuovo, combattivo, terribilmente odioso. Siamo nati Berlusconiani o anti-Berlusconiani. Senza elaborazioni o sfumature. O bianco o nero. O con noi o contro di noi. E abbiamo perso anche lì. Con quelli appena più grandi di noi (i nati negli anni ’70) a votare Forza Italia, i quarantenni (nati negli anni ’60) in crisi di identità, i cinquantenni a cercare di conservare la villa abusiva al mare, il posto in Regione, le tre automobili, il benessere dei figli del boom, i sessantenni a difendere la pensione. Dopo le delusioni, le sconfitte, arrivò il distacco dai partiti istituzionali. Abbiamo smesso anche di andare a votare, stanchi di essere ininfluenti, in ritirata. Eppure eravamo la generazione delle magnifiche sorti delle nuove tecnologie! Quelli che avrebbero potuto lavorare comodamente seduti a casa, o che sarebbero stati capaci di viaggiare, conoscere, muoversi, con una velocità e una facilità mai vista. Eravamo quelli che nascevano con internet, l’ipertesto, la cultura per tutti in maniera facile. Eravamo la generazione su cui i nostri genitori scaricavano tutte le utopie positivistiche del progresso e del benessere garantito, e sicuro. Ricordate cosa si diceva della Net economy? E quale era l’aura mistica che circondava il mito del persona computer, del cellulare, della fibra ottica? Noi, i predestinati. Senza guerre, senza povertà, capaci anche forse di sconfiggere la morte, la vecchiaia, la depressione, la malattia. Noi. Gli eletti.

Ma qui sta la responsabilità storica della sinistra italiana. Aveva in mano un tesoro di idee, energie, forze. E non è stata capace di coinvolgerle, tirarle dentro di sé, mettersi alla pari per prendere il meglio, sintetizzare, rappresentare. E non lo ha fatto, gelosa del proprio orticello, paurosa nel doversi aggiornare, svecchiare, per mettersi al passo coi tempi. Ma se abbiamo la stessa gente, le stesse classi dirigenti, da 15 anni nonostante tutte le sconfitte culturali prima che politiche, qualcosa significherà. Ecco, mi torna su l’antipolitica, acida. Pizzica in gola e rende l’alito pestilenziale e come il tono dei pensieri. La politica, o meglio dire le classi dirigenti, ci hanno abbandonato. Ci hanno circoscritto, calvalcato, snaturato, controllato, emarginato e alla fine ci hanno sciolto o fatto sciogliere. Ora, poi, non abbiamo neanche più una rappresentanza parlamentare. Siamo considerati, o da considerare, come gli indiani? Siamo folklore? Fa comunque tristezza girare per i cortei della risacca e vedere sempre meno gente comune, sempre meno “cani sciolti”, o comunque trovarci i soliti noti. Le sette. Dov’è finita la massa? Eravamo tanti, belli, colorati. Facevamo tanta simpatia. E dove siamo finiti? Siamo tornati, un po’ più invecchiati, a giocare alla playstation? O siamo scesi a patti con la vita e ci siamo ritirati, in trincea, a difendere una collina del cazzo senza riuscire a vedere altro, senza neanche porci il problema di come va la guerra a 100 km di distanza. Ma se cade una collina può sfasciarsi tutto il fronte. Dal tuo umile punto di osservazione, non sta cambiando niente, tutto va avanti sempre uguale… ma in realtà da altre parti, in mezzo ad altro fango, si resiste a fatica, le munizioni sempre scarse, la fame, il freddo… Da altre parti, il fronte ha già ceduto. Per questo, forse, siamo stati così sorpresi dei risultati delle ultime elezioni. “Non ce ne siamo accorti” . Il nostro tantra. “Che razza di paese”, sbuffavamo.

Melfi, Aprile 2004. Gli operai della Fiat-SATA in sciopero ad oltranza. I picchetti davanti ai cancelli, nel niente di San Nicola di Melfi. Non c’era niente lì prima delle fabbriche di nonno Agnelli. E’ uno degli ultimi pezzi della Puglia prima dell’ingresso nella più movimentata Basilicata. Campi di grano e niente più. Poi arrivò la Fiat. Per 10 anni avevano resistito, gli operai. 5-6 ore di viaggio al giorno per guadagnarsi il pane e indebitarsi per comprare una macchina o la casa nel paese. Vita sociale zero. Solo fabbrica. Lavorare per 15 notti di fila per per non vedere per 15 giorni il sole, il bar del paese, la figlia da prendere a scuola. E guadagnare meno degli altri operai, vessati dalle misure disciplinari, nel silenzio (talvolta complice) dei sindacati e della politica locale. Un giorno, inaspettato, scoppiò la protesta. Gli operai partirono con i cortei interni, poi la decisione dello sciopero ad oltranza. Fecero i picchetti. Bloccarono tutto provocando a catena il blocco della produzione di altri stabilimenti FIAT italiani. Erano simpatici, questi zotici operai lucani, campani, pugliesi. Non si era mai vista una protesta del genere in quelle zone, non si credeva che potesse nascere una cosa del genere. Eppure erano compatti, solidali. E ricevevano la solidarietà di tutta l’Italia. Si commuovevano gli operai di Melfi quando sapevano di manifestazioni di appoggio nell’Italia, fuori dal prato verde. Si commuovevano ed erano grati agli altri operai che li sostenevano a Mirafiori, a Sesto San Giovanni, a Pomigliano D’Arco. Si commuovevano nel ritrovarsi uniti, con la coperta pesante sulle spalle di notte, attorno al fuoco acceso nella strada, con le sedie portate da casa o i mattoni a fare da sgabello. Dormivano in macchina, e, a turno, qualcuno di loro tornava a casa a fare una doccia, o a dormire degnamente. In quella stessa casa per cui “mamma Fiat” pagava il mutuo. La cosa non andava bene. Partì la disinformazione: “stanno impedendo a gente onesta di andare a lavorare… sono solo una piccola minoranza eversiva… sono dei violenti, ignoranti e ingrati…”. Il governo, ovviamente, cercò il muro contro muro, l’azienda non voleva sentire ragioni, i sindacati nazionali, tranne la cgil, tentarono goffamente di isolare la protesta, di delegittimarla strumentalizzando i minimi episodi. Ottennero tessere strappate. Le troupe televisive di Mediaset, che come di consueto stava lì per gettare fango, minacciate, scacciate dai picchetti. Arrivarono le cariche della polizia sugli operai seduti a terra, con le mani alzate. La forza repressiva contro un movimento ingenuo, spontaneo. Ottennero sempre più fermezza e più partecipazione. Dopo la carica una signora si avvicinò agli agenti :”Ma perchè ci menate? Figlio mio… mi vedi? Potrei essere tua madre…”. Un ragazzo di Rifondazione mi raccontò un altro episodio: un’altra operaia, anche lei sulla cinquantina,  combattiva e rabbiosa minacciò gli agenti:”Accuort! Che stanno arrivando 2000 noglobbal da Napoli!”. E seguì l’applauso per i compagni noglobbal in arrivo per dare man forte. Arrivarono i noglobbal… Scesero in cinque da un’auto, più un gesto simbolico che altro. C’era, mi dissero, anche Caruso. Un operaio chiese spiegazioni su come mai fossero così in pochi. La risposta fu:”Ma i noglobal siete voi!”. Ma va! Grazie al cazzo! Ora che ci servivate… Ma era già tempo di risacca, forse. A Melfi c’erano gli operai, i sindacalisti, i militanti di Rifondazione, la gita dei leader nazionali, gli Inti Illimani il Primo Maggio… Ma non c’eravamo noi… Mancava la massa, tutti gli altri, i cani sciolti, i simpatizzanti. Non era più una cosa trendy, forse, andare alle manifestazioni. Se solo si fosse inventato un gadget… Dopo la bandiera, il portachiavi di emergency, la maglietta di amnesty, l’accendino col Che e il cappello rizla bisognava inventarsi qualcosa… Forse quello avrebbe aiutato. O forse… andare a Melfi per una manifestazione? Un paese mai sentito nominare in una terra che si fatica a mettere sulla cartina… No… Farsi tutti quei km SOLO per una roba di operai… Mica stiamo parlando di fame nel mondo, pace, amore, canne, opposizione al sistema… Non c’erano paroloni dietro cui schierarsi a Melfi. O meglio, c’erano, ma li dovevi elaborare, dovevi arrivarci… Ma l’unica parola vera per cui valeva la pena andarci era solo una: DIGNITA’. Troppo poco, troppo semplice… Torni a casa dagli amici e dici:”Sono stato a una manifestazione per la dignità degli operai di Melfi”. Vedi che non suona, non rende. Sa di sfigato. Come quello che a 16 anni, mentre tutti fanno head-banging ubriaco su Fucking Hostile dei Pantera, mi viene a parlare di quanto sia bello l’ultimo album di Pincopallino Bradipo che fa un delicatissimo electro-pop con lievi venature country e  testi poeticissimi. Chi!? Magari bello, non so… Ma non tira, non mi incuriosisce… Senti invece sta doppia cassa!!!!  WE STAAND ALOONE!

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2 commenti »

  1. La “peggiore” generazione del dopoguerra. Che dai genitori ha respirato i ’50 e la “Ricostruzione” il “Miracolo” italiano l’idea del “Benessere” da distribuire, fino a sentirsi figli dei fiori, a scatenare un 68.
    Forse la tua è purtroppo la “prima” generazione a affrontare la regressione economica. Ed a scontare insieme alle altre l’inadeguatezza della sinistra italiana che le fa disperdere “tesori di ide energie e forze” a fronte della nuova fase.

    copio incollo:
    […] Un’analisi impietosa quella di Marco Revelli … « … c’è una società in frantumi, c’è un incendio sociale che divampa e che si estende. E in tutto questo i dirigenti del partito pensano solo a tirarsi addosso le macerie di quel palazzo in frantumi».
    E in questo scenario apocalittico, ci sono due grandi questioni che … la “sinistra” non riesce proprio a cogliere: i limiti della forma partito …ed i limiti di questo sviluppo. Anzi, il vero e proprio esaurirsi dello sviluppo economico e sociale per come lo abbiamo conosciuto in questi ultimi due secoli. «Ecco – spiega Revelli – finché la sinistra non si doterà degli strumenti necessari a comprendere il mondo che ci troviamo a vivere e finché non avrà la forza di spiegare che questo modello di vita andrà sempre più esaurendosi, non nascerà alcun progetto politico credibile».
    …Non c’è solo una maggioranza politica oscena, c’è una situazione sociale e culturale in caduta libera e l’emergere di un modello politico e culturale feroce. Io vedo tutti i segni di un’apocalisse culturale.
    … c’è da dire che siamo di fronte ad una trasformazione genetica dei soggetti e della stessa classe operaia. Il tutto dentro un quadro internazionale molto preoccupante che lascia intravvedere cedimenti strutturali della democrazia. Insomma, una vera e propria mutazione antropologica […]
    Da Liberazione del 31/07/08 – di Davide Varì

    Commento di filippo b. — 4 agosto, 2008 @ 3:07 am | Rispondi

  2. La mia proposta di modifica è stata rigettata dalla redazione.Vi spiego perchè e riprendo le firme.

    http://sinistradelfia.blogspot.com/2008/10/la-mia-proposta-di-modifica-stata.html

    Commento di Antonio — 5 ottobre, 2008 @ 11:40 am | Rispondi


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