franchino's way

28 luglio, 2008

La mia Genova (appunti e ricordi 7)

Riprendo, dopo qualche giorno di pausa, il racconto. Forse ho sbagliato a fermarmi, dovevo tirare dritto, continuare a scrivere come so fare. Di getto, con le immagini che vanno sullo schermo tradotte in parole così come mi vengono in mente. Senza cercare di elaborare, di ragionare troppo. Senza neanche rileggere, se possibile. Quel che viene viene. Avrò tempo, per rileggere, correggere, limare, rifinire e, soprattutto, aggiungere i flash che ogni tanto mi tornano in mente. Bene. Ho le mani sudate, il posacenere pieno, gli occhi stanchi, le tazzine incrostate dei caffè di oggi a ornare la scrivania. Sono pronto. Ricominciamo.

Il sole picchiava forte, dritto in testa. La calca. C’eravamo. A passi svelti, dritto verso il casino. Come era lontana la playstation, le esultanze per il goal al ’94. Eravamo nella vita. Eravamo usciti dalla tana, a caccia di mondo e di un posto nel mondo. E ci piaceva. Entusiasti. Eravamo tutto occhi. E ci spingevamo silenziosi nella massa che finalmente avevamo trovato. Il dialetto napoletano mano a mano che ci spingevamo nel corteo si scioglieva, si allontanava. Come l’acqua di un fiume che si getta nel mare mano a mano prende sale. Ecco i comunisti francesi, Rifondazione di Bologna, gli inglesi con i loro coretti a tempo e i loro cartelli “drop the debt“, altri terroni, le bandiere sarde, quelle del Che, i cattolici, la banda musicale, l’ultras della Ternana. Era come se qualcuno avesse messo insieme tutto il mondo alternativo o antagonista e lo avesse shakerato forte. Dagli ex sessantottini ai punkabbestia, dagli scout ai punk, dai freak ai militanti, un po’ sfigati, dei ds (polo nei pantaloni, cintura, scarpe da ginnastica bianche e, rendere ancora più nerd la figura, cappellino da tennis bianco del wwf), dagli intellettuali ai cani sciolti come noi, dai manifestanti in divisa a quelli che sembrava stessero scendendo or ora da un pullmann di gitanti a Gardaland. I megafoni. Gli slogan che passavano, come un tam tam, da un gruppo all’altro, fin dove un’altro stormo di voci arrivava da altre direzioni. Bella Ciao, Hasta la Victoria Siempre, El pueblo Unido. Il risultato era, appunto, il boato, rabbioso. E noi a sgolarci, con le vene del collo gonfie per urlare nella voce degli altri. La tensione c’era, la leggevi negli occhi stanchi per il viaggio, ma sempre pronti, vigili. Ma il fatto di essere lì, senza polizia, in una bellissima giornata di luglio, in tutto quel colore… Sembrava quasi una festa… E i black block? Neanche l’ombra. Mentre ci spingevamo nel corteo a mischiarci, famelici di raccogliere quanti più fotogrammi possibile, l’alaskese arrancava sotto lo zainone. Sudava, sbuffava, soffriva, in silenzio. Se le offrivi una mano, sorrideva dolce :”No thanx“. C’era bisogno di un caffè. Trovammo un baretto; piccolo, con le pareti di finto legno e il bancone “old style” da bar di paese, le macchinette mangiasoldi appoggiate al muro. Un postaccio insomma. Dentro un delirio. Troppe persone per metro quadrato, troppe mani leste a svuotare gli scaffali di merendine, cioccolate, qualsiasi cosa. Troppe ordinazioni, troppi soldi appesi alle mani di fronte al barista. Riuscimmo a fare una qualche forma di colazione. Il barista forse sapeva cosa stava succedendo al suo locale, se lo poteva immaginare. Mi pare ci fossero altre persone ad aiutarlo, due ragazze. Il barista urlava loro le ordinazioni e loro gli rispondevano che non ce la facevano, che eravamo troppi, che c’era troppa confusione e che c’era chi rubava, chi consumava senza pagare. Ma il barista aveva deciso di tenere aperto. Non credo che lo avesse fatto solo per una questione di business. No… Non doveva essere solo business, anche se di soldi ne raccoglieva e la merce andava mano a mano esaurita. Aveva tenuto aperto quel posticino per qualche altro motivo. Forse voleva mettere a disposizione una toilette, un bicchiere d’acqua, un caffè. Voleva vedere chi eravamo, guardarci negli occhi, sentire gli accenti, le battute. Almeno, lo spero per lui… Altrimenti… tutto quel disturbo, quello sporco, quei furti, quello stress… per quale motivo? In una città terrorizzata, attonita, pronta al peggio, svuotata. Non erano tanti i bar aperti quel giorno. Quell’uomo aveva dovuto avere molto coraggio o troppa curiosità.

Caffè, sigaretta seduti all’ombra a osservare l’orda che assaliva il bar. Qualche momento di relax. Poi tornammo nel corteo. Arrivò spuntando da un palazzone, rombando, basso. L’elicottero, il dito medio di tutti a bucare il cielo per salutarlo. Una selva di dita, urla, rabbia. A-SSA-SSI-NI A-SSA-SSI-NI. L’elicottero e A-SSA-SSI-NI. Come in una colonna sonora. Lo sentivi sempre l’elicottero, in sottofondo, accompagnato sempre da quel coro, gridato da tutti. Poi il volume aumentava e tu a cercarlo con lo sguardo lassù nel cielo azzurrissimo. Un incubo, snervante. Certe volte scendeva in basso, sulla folla. Quasi si sentiva l’aria spinta dalle pale sulla tua testa. E il rumore diventava assordante, tra i fischi, le trombe, le urla e le dita medie che spuntavano automatiche, col passare dei metri, dei kilometri, dei palazzi, delle strade. E loro a guardarci, studiarci. E noi sulla terra ad andare in ansia ad ogni rumore sospetto, ogni movimento troppo repentino. Sempre pronti a calare sul viso un bandana, un fazzoletto, una maglietta per paura di lacrimogeni. E poi, passato tutto, una risata di liberazione e altri fotogrammi con cui riempirsi.

L’alaskese non poteva farcela. La manifestazione era lunga, il caldo estremo e il rischio di dover scappare sempre presente. Presi io allora lo zainone, lei fissa al mio fianco, mentre cercavo di dissimulare la sofferenza con sorrisi, battute e minime spiegazioni. Mi sentivo il petto stritolato sotto il peso, fiatone costante, schiena che si spezzava, sudore che scendeva a litri dalla fronte, gocciolando dal naso. Iniziavo a odiare l’alaskese, quel cazzo di zaino, quel sacrificio un po’ inutile. Mi sentivo uno sfigato, osservato. Per fortuna gli altri condivisero con me il fardello. Ci davamo il cambio ogni tanto, non appena le forze sembravano mancare. Ma quel cazzo di zaino era troppo… massacrante. Camminavamo sempre sul fianco sinistro della manifestazione cercando di andare quanto più avanti possibile e di non perderci. Il longagnone napoletano era il nostro faro. Lui era la testa da cercare se si rimaneva indietro.

Passammo davanti un discount. C’era una piccola folla di giovani, per lo più vestiti da terzomondisti raver da centro sociale. I liceali si lanciarono subito :”magari si trova qualcosa da magnà”. Li aspettavamo a qualche metro di distanza. In realtà stavamo assistendo ad un vero e proprio saccheggio. C’era chi usciva da lì dentro con qualsiasi cosa: prosciutti, birre, bottiglie, scope, qualsiasi cosa. Presto davanti il discount cominciarono anche a raccogliersi i resti dell’assalto. Cartacce, spazzatura, buste di plastica. Mi affacciai. Dovevano essere così gli assalti ai forni. Con la smania di rubare, di fare danno, di godere del fascino del proibito e farlo diventare normale, perchè si è in tanti e perchè, forse, faceva figo.  Mani che si tuffavano nei banchi frigo, gente che si spingeva per prendere l’ultima confezione di patatine o l’ultima bottiglia sopravvissuta di birra. C’era chi mangiava comodamente seduto a terra, tipo pic nic. Panino al volo, pan carrè, una fettina di prosciutto cotto o mortadella e magari qualche altra porcata trovata tra i sottoaceto o i sottolio. L’assalto al discount. Nei mesi successivi al G8 Blob mandò in onda per giorni e giorni sempre la stessa immagine. Una mortadella rubata in qualche discount o supermercato e buttata a terra, sull’asfalto, tra le macerie della manifestazione, tutta sporca, con le pietroline nere di asfalto tutte appiccicate. La carne, la terra, le macerie e il potere. La guerra e i suoi caduti. Il sangue dei vinti e la mortazza dei vincitori. Blob.

Si ballava anche nel corteo, ci si divertiva quasi, tra un attacco d’ansia e l’altro. Passò di fianco a noi un gruppetto: felpa e cappuccio sulla testa, qualcuno col volto coperto, qualcuno col casco e spranghe in mano. Mentre ci sfilavano di fianco col passo svelto qualcuno gridò “I BLACK BLOCK!“. Si materializzò all’istante un omaccione baffuto, alto, con un fazzoletto rosso al collo. Ne prese uno e lo cominciò a spintonare. “Togliti sto fazzoletto dalla faccia” gli urlava. L’altro faceva finta di non capire o non capiva affatto. E lui continuava a strattonarlo di qua e di là mentre i compari dell’uno e dell’altro si fronteggiavano. Ad un tratto partì un ceffone, poi un altro. Il ragazzino tolse il fazzoletto dalla faccia, umiliato dagli schiaffoni e dalle urla che la folla gli riservava :”Andate via! Coglioni! bastardi!”. Un altro paio del gruppetto fece la stessa fine, acciuffati al volo mentre cercavano di scappare. Ceffoni, calci e urla di disgusto. Finito questo mini regolamento di conti l’omaccione si girò verso la folla :”Se vedete qualcuno col volto coperto o vestito come sti coglioni qua fategli scoprire la faccia, guardateli in faccia! Sono o delle teste di cazzo o degli sbirri infiltrati, dei provocatori! Servizio d’ordine! Facciamo un cordone per isolare il corteo!“. Mentre mi chiedevo cosa cazzo volesse l’omaccione ero già escluso dal suo gruppo. Non potevo entrare, non mi conoscevano. E se spingevi prendevi una spinta a tua volta. Altri spezzoni di corteo erano meno rigidi. Per segnare il confine tra il dentro e il fuori non c’erano spranghe di legno o aste molto spesse di bandiere ma semplici catene umane. Tenendosi per mano, tipo un girotondo. Inutile, ovviamente. Questi personaggi, quelli che volevano lo scontro passavano veloci. Non gliene fregava un cazzo della manifestazione, dei servizi d’ordine, degli slogan, ecc… Quelli che avevano voglie e tendenze bellicose non avevano bisogno di infiltrarsi. Non erano tanti, c’è da dirlo, soprattutto vista la massa enorme di manifestanti “normali”. E poi, scoprimmo nei giorni seguenti, chi voleva fare danni era già operativo mentre noi sfilavamo, completamente ignari.

C’era allegria infatti in quel corteo.  Un rastaman picchiava sul suo bongo seguito da altri musicisti. intorno tutta una danza, un sorriso, il divertimento. Il lato gioioso che in tv, il giorno prima, non si era visto più di tanto. Il monaco tibetano. I curdi!!! C’erano i curdi!!! Mi fermai di fianco a loro per un po’. Tra i più incazzati e compatti. Con le loro belle bandiere, le loro foto di Ocalan. KURDISTAN KURDISTAN. Li ritrovai, i Curdi, l’anno dopo, nel Novembre del 2002, a Firenze. Io e un mio amico eravamo partiti in macchina da Bologna per andare all’avventura. Seguire i lavori, i seminari… Ma anche e soprattutto conoscere, tornare nella massa, ritrovarci, riconoscerci, darci forza. Volevamo stare nel casino, nelle lingue che si intrecciano. Volevamo fare conoscenze, discutere, arricchirci ma anche avere la nostra cazzo di Woodstock, o qualcosa di simile, senza musica. Dormimmo una notte in una palestra, nella prima periferia della città. Lì dentro c’erano compagni  turchi che convivevano tranquillamente con i compagni greci e curdi. Gatti e topi assieme, con il cartone a terra e i sacchi a pelo stesi, ordinati, a file e righe.  E poi c’eravamo noi, terzomondisti e canisciolti italianissimi, in cerca di identità e identificazione. La prima notte a Firenze con i compagni a cercare di dormire e noi, sugli spalti della palestra, a fumare cylum con siciliani e calabresi, anche loro in arrivo da Bologna, a ridere e scherzare e a prenderci le bestemmie e le imprecazioni di quei poveri disgraziati che tentavano di dormire. Alla fine ci cacciarono. Per fumare dovemmo uscire, al freddo. Ma, almeno, lì non davamo fastidio a nessuno. A pensarci ora quasi me ne vergogno.

Non avevo mai vissuto una manifestazione simile. Ne avevo fatte altre, anche molto grosse, ma con quella freschezza, quel miscuglio, quel dinamismo, mai. A Genova stavo assistendo a un modo nuovo di manifestare. Le maschere, gli artisti di strada, la musica sparata a tutto volume, gli striscioni ironici, canzonatori, la babele politica e linguistica. O meglio, era tutto nuovo per me. Quanta energia! Una forza creatrice. 2000 culture, estrazioni diverse. 2000 storie che si univano. Per noi, che non avevamo tessere e non eravamo tifosi, tutto quello era l’estasi, la perfezione. Era quello che ci voleva, ed era lì. Esisteva e riusciva a camminare.

L’elicottero in testa, il caldo, il sudore a fiotti, la pelle che puzzava di arsura e di treno. Che sete. Arrivammo su corso Italia, un bel lungomare. Sulla destra sfilava un muro chiaro alto e i giardini delle ville affacciate sul mare. mentre arrancavamo… sorpresa! Una pompa d’acqua affacciata da uno di questi giardini, e poi un’altra e un’altra ancora… Le docce, i gavettoni, i sorrisi, la riconoscenza per lo sconosciuto benefattore genovese. Che bella era quell’acqua. Ebbe l’effetto di sentirci non più solo ospiti in città, ma accolti, abbracciati. Fa sempre piacere, quando sfili in una città che non conosci, dopo che hai fatto il tuo bel viaggio, vedere qualcuno affacciato alla finestra che ti saluta, ti butta una secchiata d’acqua, sventola una bandiera. E’ il bello di sentirsi parte di un’umanità sempre perdente ma che vince solo per il semplice fatto di sperare. Presi una maglietta a maniche lunghe che avevo con me. La bagnai tutta e la cinsi intorno alla testa, tipo copricapo da deserto. Le maniche a fare da cordicella attorno alla testa e il resto della maglia dietro la nuca. Che freschezza… Peccato che quel sole asciugava tutto… troppo in fretta. E al bagnato dell’acqua presto si sostituiva quello del sudore. Uno dei miei amici, quello che si era organizzato con lo zaino rinforzato dalle bottiglie, decise di dare un migliore e più efficace utilizzo al suo dispositivo di sopravvivenza. Ah!!!! Avevamo delle bottiglie e potevamo riempire d’acqua. Lungo la strada, poi, trovammo una mazza di legno, abbastanza spessa. Idea! “Prendiamo la mazza, facciamola sfilare nelle bretelle dello zainone e, uno da un lato, un dall’altro, portiamo sto cadavere in due.” Ottima l’idea: scarsa libertà di movimento, mani che si tagliavano sul legno, ma almeno non morivi asfissiato dal peso e dal calore e i cambi, visto il minore sforzo, risultavano meno difficoltosi e più rapidi. L’alaskese guardava divertita.

Eravamo sempre stati sul lato destro del corteo. Il lungomare, ad un tratto, faceva una curva a destra. A chiudere la curva, sul lato del mare, quello sinistro, c’era una sorta di piccolo boschetto. “Ombra! cambiamo lato!”. Arrivammo al boschetto, ci fermammo qualche secondo per contarci e raggrupparci. C’eravamo tutti. L’alaskese, il longagnone, la coppietta, i due liceali che avevano preso in custodia la chiatarra, i miei due amici coraggiosi reduci della playstation. C’era tanta gente rifugiata all’ombra del boschetto. Chi steso a terra e chi seduto, qualcuno fumava uno spinello, altri boccheggiavano. A soffrire di più erano, ovviamente, le persone meno giovani. Le vedevi paonazze, rosse, sudatissime. Te le ritrovavi ansimanti di fianco mentre sudatissimo come loro ma con 50 kg di zaino portato in 2 li superavi a doppia velocità. Rimanemmo fermi a osservare il corteo che ci sfilava davanti. Riprendemmo lo zainone, lo tirammo su e… La strada dopo il boschetto girava un po’ a destra e scendeva, non troppo ripida. Un mare di teste, bandiere, striscioni, mani, giù verso una fila di palazzi. Sulla destra un muraglione, accecato di sole e una scalinata da cui vedevamo persone affacciate. Sulla sinistra, il lato del mare, un marciapiede e un muretto. E… in fondo, vicino ai palazzi… “Ma porca troia ragà… che è quel fumo là in fondo? “.

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