franchino's way

22 luglio, 2008

La mia Genova (appunti e ricordi…5)

Il viaggio in treno, le cuccette. I corridoi pieni. Chitarre, spinelli, tamburi, bandiere arrotolate, striscioni accatastati, zaini, caschi, corpetti in gommapiuma, gente in sandali e pantaloncini, maschere antigas, maschere da sub, limoni, bottiglie, vecchi compagni, l’officina 99, cylum, cani sciolti, terzomondisti, techno raver e fricchettoni, capelloni e carusi, chi pronto allo scontro e chi semplice manifestante, in abiti civili. Il “Global Action Express” diretto a Genova era questo. A rendere il caos ancora più naturale, più spontaneo, più “allegro”, c’era la targa che portava: Napoli. Appena il treno si mosse si affacciarono tutti. Partì un Bella Ciao viscerale, rabbioso. Di gola e di stomaco, con i corpi che si strusciavano sudati, spinte che arrivavano dai lati, gente che scavava tra le persone per affacciarsi e liberare l’urlo. Spuntarono bandiere, fumogeni, e una selva di pugli chiusi. Sulle facce delle mamme, dei papà, degli amici, delle fidanzate rimaste a terra tutta l’ansia, la preoccupazione, la paura e l’orgoglio. A testimoniarlo l’applauso che ci tributarono mentre noi, cantando e salutando affacciati dai finestroni, iniziavamo ad allontanarci. Vidi anche dei lavoratori delle ferrovie (sia in divisa che in tuta da lavoro), messi in gruppo verso la testa del treno. Applaudivano tutti seri, composti. Eravamo tanti, il convoglio era lungo e pieno. Napoli aveva risposto. Era il mio primo viaggio in un treno speciale e quella scena, quella partenza, quel calore, mi emozionò.

Ci disponemmo per affrontare la nottata di viaggio, “per farcelo passare”. Cominciammo a bere vino e fumare quasi subito, come quasi tutti i nostri coetanei in quel treno d’altronde. L’alaskese tirò fuori dal fodero la chitarra acustica, molto sottile, “da viaggio”. Naturalmente cantò. Faceva folk, country. Le dita veloci che pizzicavano le corde e…. un vocione. Ma da dove lo tirava fuori? Era nascosto come la forza che ci voleva per camminare con lo zainone da 50 kg. ‘Sta tipa ne sa… La musica attirò l’attenzione di altre persone da altri scompartimenti. Si creò un piccolo pubblico, qualcuno inziò a battere le mani a tempo. Dopo pochissimo finì in caciara, ovviamente. Bottiglie di vino che giravano, si urtavano, brindavano. Mani che si incrociavano per scambiare e ricevere bevande o fumaglie, i liceali impazziti in estasi da bordello. Arrivò un signore, sulla cinquantina, capelli spettinati e baffi, grigi, occhialino e occhietto sottile. Faccia scavata e seria, fisico magrolino. Era uno dei Cobas. “Tutt’appost guagliò?“. Gli passammo immediatamente del vino, fece un sorso e poi, dopo essersi informato su chi fosse la ragazzina che suonava e cantava in inglese, accomodandosi, chiese una canzone a scelta della musicista. L’alaskese partì con un pezzo lento, malinconico, con la voce che ora quasi sussurrava e ora prendeva vigore. Una roba troppo yankee per un autonomo. Ascoltò in silenzio. Quando l’alaskese finì, dopo un breve applauso, il compagno fece cenno di chiedere la chitarra:”Posso suonare un paio di pezzi più a tema col viaggio?”. E come no. Partì una tarantella rabbiosa, velocissima. Le mani zappavano con cattiveria punk su quelle corde abituate a essere semplicemente pizzicate. Il ritmo era nervoso, qualcuno iniziò a battere le mani sulle pareti. Lui, suonando ci zittì e partì con il canto. Urlava frasi che non riuscivo a capire, velocissime. Napoletano strettissimo. Non intuivo nemmeno di cosa parlasse la canzone. Ma lui era lì, con gli occhi chiusi, a picchiare la chitarra e gridare la rabbia, la rivoluzione. E noi, sorpresi dalla scena, a sorridere, bere e riempire di fumo il treno. Fece 2-3 pezzi tutti dello stesso tenore. Poi, ricevuto l’applauso di tutti, compresi i suoi amici che erano accorsi a sentirlo suonare, riconsegnò la chitarra, ci squadrò e disse: “Va bene così.. mi raccomando domani ragazzi.. Stat’v’ accuort’! Ma come farete co’ quella borsa? Mi raccomando ragazzi.. stat’v accuort’.. e se avete bisogno chiamatemi pure. Domani sarà ‘na guerra, nun v’ ‘mbriacat’!“.. Andò via seguito da una rullata di pacche sulle spalle, sorrisi e sfottò dei compagni, giovani e vecchi, che lo conoscevano. Lo vedemmo altre volte che camminava nervoso nel corridoio. Sembrava voler tenere tutto sotto controllo. Noi continuavamo a fare baldoria, come se stessimo andando in gita.

Inevitabilente ci fu chi iniziò a parlare del giorno dopo, di quello che avevamo visto in TV, della propaganda di regime, delle banche sfasciate, delle auto in fiamme, dei manganelli nelle strade a pestare a sangue chiunque passasse a tiro. E poi il morto, aveva la nostra età quel disgraziato, che rabbia. Ma chi c’ha cecato? Gn’ accir’n’ e s’ n’ friecan’. Avevamo paura tutti, eravamo tutti in ansia, nonostante i tentativi di esorcizzare con il vino e le canne, nonostante l’incoscienza, i liceali e le tarantelle. L’alaskese seguiva le nostre paranoie grazie a me che cercavo di tradurre quanto più velocemente possibile. Si rese conto così di quello in cui si era ficcata. Ma non perse l’espressione serena. Cominciò a girare scalza per il treno, silenziosa. Poi tornava, scambiava 2 chiacchiere se le davi a parlare e ripartiva. Dopo un po’ ci fu solo il silenzio e l’attesa. Qualcuno iniziò a russare. L’odore di umanità riempì lo scompartimento, mischiato al fumo e alla puzza della chiazza di vino che seccava e si anneriva, tutta appiccicolsa, sul pavimento già incrostato di polvere e viaggi passati. I liceali continuavano sempre più deboli a dire cazzate. Non mi ricordo a che ora mi addormentai. Mi ricordo però di essermi svegliato una prima volta nel mezzo di una pianura, il sole già alto, il treno era un forno. Doveva essere la Toscana, pensai. Restai muto, steso a guardare il paesaggio che mi sfilava davanti. Poi, dopo un po’, arrivò il mare. C’eravamo quasi. Avevo chiuso gli occhi per 2 ore o poco più, la bocca che puzzava di vino, la testa intorpidita, i pensieri nebbiosi.

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1 commento »

  1. […] Massimiliano Maiello: Il viaggio in treno, le cuccette. I corridoi pieni. Chitarre, spinelli, tamburi, bandiere arrotolate, striscioni accatastati, zaini, caschi, corpetti in gommapiuma, gente in sandali e pantaloncini, vecchi compagni del PCI, l’officina 99 … […]

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