franchino's way

21 luglio, 2008

La mia Genova (appunti e ricordi…4)

Seduti a terra nella stazione di Napoli Centrale. La folla teneva il volume alto. Ogni tanto partiva un coro, uno slogan. Noi, ai margini, verso l’uscita, in cerchio. A debita distanza un gruppo di carabinieri in tenuta antisommossa, ma senza caschi e con gli scudi appoggiati al muro. Qualcuno di loro fumava. Mi accorsi di una ragazza che si muoveva lenta, piegata da un enorme zaino da campeggio, grande quasi quanto lei, e forse più pesante. Aveva anche un fodero di chitarra, molto sottile. Sembrava studiare la situazione. Quando arrivò a pochi passi da me si fermò. Mi incuriosiva. Bassina, con una lunga gonna scura, larga, fino a terra. Sandali di cuoio. Una maglietta larga. Forme tonde. I capelli coperti da una specie di turbante. Una fricchettona, stile anni ’60. Che storia… Parte così per Genova?!.. Macchè.. doveva essere una turista. Ne riconobbi le movenze, l’aria un po’ spaesata e lo sguardo di chi vede per la prima volta una situazione simile, un posto simile. Quando si accorse che la stavo osservando si avvicinò: “Can you speak english? Why all this pepole? What’s happening?”. Oh mamma… Mi alzaii rapidissimo. Che facciotta. Scura di carnagione, labbra carnose, guanciotte piene, zigomi poco pronunciati, occhiaie da sonno. Carina, ma nulla di più. Gli occhi però erano spettacolari, grandi e verdissimi, spiccavano sulla sua pelle abbronzata. Cercai di arrancare col mio solito inglese grezzo ma efficace. “We’re going to Genova… Genoa.. for the Gi Eight… mmm… no gi eight… Big eight.. you know?“.. No she didn’t.. “Madonna, e mò come cazzo le spiego tutta la storia…”. Pian piano, migliorando sensibilmente in pronuncia, grammatica e lessico, man mano che mi scioglievo, cercai di spiegare: cosa era il G8, perchè tutta quella gente stava partendo, cosa stava succedendo a Genova, il morto, la guerriglia urbana, Berlusconi, l’America, l’Africa, il petrolio. Mentre parlavo si sfilò lo zaino barcollando per il peso e lo lasciò cadere a terra.. Pesantissimo e gonfio di roba. Faceva cenno di capire e dopo un po’ mi disse di essere totalmente d’accordo con noi (marò… non oso immaginare.. uno che ti parla di economia, globalizzazione, capitalismo, potere, regime, ambiente, guerra, in una lingua che mastica appena. Ricorrendo alle similitudini più assurde, ai gesti più surreali, mentre chiedi aiuto con lo sguardo al madrelingua tuo interlocutore per farti risalire a qualche parola che non ti viene, rischiando continuamente di perdere troppo tempo e il filo del discorso.. Con la speranza che l’altro sia talmente bravo da imparare a leggere subito nei tuoi balbettii, nei tuoi neologismi italianizzati. Il problema sei tu.. la comunicazione non va perchè è il codice a essere sotto attacco.. Con un gesticolare mediterraneo, esagerato, teatrale.. imbarazzante). E poi, era una ferma oppositrice di Bush da quando l’allora neo presidente aveva deciso di far scavare nuovi pozzi di petrolio in Alaska. “Excuse me… so you’re American.. but, from where?“. Alaska. E lì venne fuori tutto l’animo più genuinamente provinciale di tutti noi. Come? Un’americana? Alaskese? Ma va!. Tutti a ventaglio, in piedi, di fronte a lei, a tempestarla di domande, a offrirle gomme, sigarette, tabacco, liquirizie, caramelle, qualsiasi cosa. E nun fa cerimonie! Un paio di noi se la cavavano con l’inglese, ai miei livelli, o qualcosina meglio. Gli altri… quasi zero. Macchiette. Penso per lei anche fastidiosi. No, invece rideva, si divertiva, prendeva in giro. Poi rispondeva seria se la domanda lo richiedeva. C’era poi chi non capiva assolutamente niente e pendeva dalle labbra di chi parlava, a bocca aperta, spostando lo sguardo quando qualcuno gli rispondeva, e via così, come lo spettatore di una partita di tennis. Faccia ebete e risata quando gli altri ridevano, giusto per partecipare, ma senza sapere il perchè. La ragazza viveva quindi in Alaska, aveva 18 anni (ne dimostrava meno), suonava la chitarra ed era in Italia per fare un lungo viaggio dalla Toscana alla Sicilia, da lontani parenti del padre. Un viaggio nelle radici, roots, diceva. Il nonno c’era arrivato, in Alaska, dalla provincia di Siracusa, il papà lì aveva fatto fortuna, (la casa, il giardino, due auto e american dream) e la terza generazione, a cui lei apparteneva, diceva 4-5 parole in Italiano (condite da sorriso quando noi le ripetevamo correttamente), studiava al college e faceva il viaggio nelle radici perdute. Ma che vita si fa in Alaska? A noi potentini faceva simpatia. Uno in Alaska non deve essere meno sfigato di uno a Pozen. Freddo, isolamento, provincialismo militante, qualche pozzo di petrolio, natura. E soprattutto niente da fare. Ma senza il pallone come facevano? Giocavano a hockey… e chissà nelle scuole alaskesi che fanno.. Escono? Vanno dove? Cos’è figo tra i uagliò d’l’Alaska.. Del G8 non ne parlavamo più. L’alaskese ci stava piacevolmente distraendo, mentre la gente in stazione aumentava sempre di più. Dopo poco arrivò voce di prepararsi perchè il treno era pronto. Cominciammo a salutare la fricchettona. Qualcuno, ovviamente, aveva già provveduto a scambiare indirizzi e mail. “I come with you“. What?! No.. no.. wait… E no eh!.. Come faceva a venire a Genova, in una guerra dichiarata. Bisognava essere pronti al peggio. I lacrimogeni, le cariche, il fatto di sapere di dover magari scappare, salvarsi la pelle nella folla che sgomita. La paura di poter rimediare anche una testa rotta, o peggio. Con quel borsone, quel cadavere sulla schiena, non poteva venire. Lo doveva lasciare. Insisteva. Tutti a cercare di convincerla, mentre la folla si spostava sul binario. Lei ferma. Aveva deciso e voleva esserci. Fece cenno di caricarsi sulle spalle lo zainone, enorme. D’istinto la aiutammo, ma alla sua seconda sbandata, di fronte a problemi di equilibrio, lo sforzo, la schiena piegata in avanti per tentare di resistere al peso, le sfilammo l’armadio di dosso. Ci guardammo in faccia tra di noi, non era una bella situazione. Sapevamo che ora dovevamo badare oltre che a noi stessi anche a lei che molto probabilmente aveva capito nulla, non aveva idea. Ci sentivamo responsabili. Se le fosse successo qualcosa sarebbe stata colpa nostra. Prendemmo in due lo zaino, sbuffando per il peso inaspettato, e increduli di come lei facesse da sola a camminarci e ci avviammo verso i vagoni. Come avremmo fatto l’indomani? Che inscoscienza..

Ok, si parte. Prezzo contrattato 20 euro andata e ritorno. Ottimo, eravamo partiti da una richiesta di 35 euro. Ci consegnano il bilgietto. E’ arancio-evidenziatore, grande comei una 1000 lire. C’è la motrice stilizzata di un treno disegnata sopra. E’ il “Global Action Express” della “Rete Noglobal”. Carino il biglietto.. è l’unico ricordo materiale che ho di quel viaggio, custodito come una reliquia.

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