franchino's way

20 luglio, 2008

La mia Genova (appunti e ricordi…3)

La giornata del 20 nei miei ricordi inizia dal primo pomeriggio, a casa delle ragazze, stesso pianerottolo dell’appartamento della play. Ci chiamarono tutte allarmate, con gli occhi sgranati. La tv: Genova. Il delirio. Le notizie di cariche violentissime, scontri. I black block, gli anarchici. Via Tolemaide. “Ci sarebbe un morto“. Il sasso. I genovesi tra la paura e la generosità. Portoni di palazzi come rifugi. Gente dai balconi che urla “Basta!”. I politici, i giornalisti di destra a dirne di tutti i colori. Un martellamento continuo su quanto erano cattivi e eversivi i manifestanti. Meno male che comunque c’era chi raccontava tutto e quel giorno davanti alla televisione c’era tutta l’Italia. E tutti capivano cosa stava succedendo, pensavo. Insomma, le immagini parlano da sole, anche se Fede dice il contrario. Facevamo zapping selvaggio tra i vari canali. Ogni tanto arrivava un’immagine nuova, qualche angolazione non vista prima. Altre vergogne. Genova era spolpata, vivisezionata davanti a tutti. La copertura era pressocchè totale. Ma il morto? Non si sapeva chi fosse, forse spagnolo, come altri black block sentiti da passanti e cronisti. La sera arrivò il nome, Carlo Giuliani, genovese e figlio di un sindacalista. Iniziarono a dire che era un tossico, poi un punkabbestia, poi uno dei centri sociali. L’accendino a terra, la mano socchiusa, il braccio infilato in un nastro adesivo. Il passamontagna, il sangue. Immagini per sempre inchiodate nella memoria. Ma che sasso?!.. l’hanno sparato! Che strazio. Morire così.. E poi altre storie, altre testimonianze, altre voci. Fu nel nostro silenzio, mentre le immagini scorrevano, come il sangue di cui erano sporche: “andiamo”. C’era un gruppo di amici e amici di amici che sapeva di un treno. “Ma che volete andare a farvi ammazzare?!“. Qualche tentennamento. Le ragazze non si volevano muovere, troppo rischioso. “Una pazzia, che ve ne frega a voi?!” Si parte, è deciso. Una quasi in lacrime tentava di scoraggiare il suo futuro martire della rivoluzione a non partire. O’ surdat ‘nnammurat. Sceneggiata. Che tristezza. Si va e basta. E NON ROMPERE I COGLIONI! (applauso mentale) Perchè? Non lo sapevamo neanche noi. Per esserci. Ci dicevamo che quello che stavamo vedendo era decisamente troppo per far finta di nulla. Pensavamo di essere di fronte alla storia e che, in un modo o in un altro, era qualcosa che potevamo e dovevamo vivere. Leggere i libri e i giornali, vedere i documentari e i film, non sarebbe mai stata la stessa cosa. E poi bisognava essere in piazza il giorno dopo. E in tanti..

Il treno speciale partiva verso le 2.30-3.00, non mi ricordo. L’appuntamento con gli altri era in piazza San Domenico. Eravamo 7-8. C’era solo una ragazza. Con il suo compagno si erano organizzati alla meglio; dentro gli zainetti avevano disposto delle bottiglie di plastica vuote. Per attutire i colpi, dicevano. Vidi anche degli occhialini da piscina e delle mascherine bianche. Un altro, un longagnone bruno, magro, con due occhialini con la montantura spessa e nera. Al collo un fazzoletto rosso con la falce e martello, un residuato del Pci. Altri due, di Potenza, erano in gita a Napoli dopo la fine della scuola. Mai sentiti dire una parola o un ragionamento lontanamente politico. Non capivo che cosa ci facessero là. Loro, come noi, volevano solo esserci, vedere, partecipare ma, e qui stava la differenza, che ci fosse di mezzo la politica non era una cosa fondamentale. Eravamo già in ritardo, via! Attraversammo a passo svelto Forcella per arrivare alla Stazione Centrale. Era buio. “Ma ora ti devi comprare le sigarette?!” I lastroni di pietra lavica rilasciavano il calore del giorno. I motorini ti scorreggiavano di fianco. I bassi spalancati, le sedie nella strada per la chiacchiera, le televisioni accese. Correvamo quasi mentre ci sentivamo osservati. Dovevamo dare abbastanza nell’occhio. O, semplicemente, è la sensazione che provo io a girare per Napoli, soprattutto di sera.

Arrivammo alla stazione e appena entrati sentimmo una gran folla. Ci avvicinavamo e comparivano le bandiere e gli striscioni. Uno di noi, quello che c’aveva le conoscenze, andò a chiedere informazioni.  Eravamo lì a chiederci quanti eravamo e a fumare una sigaretta dopo l’altra. La cosa che ci metteva ansia era vedere la gente preparata al peggio. Non solo le protezioni e le mascherine, i caschi attaccati agli zaini, ma le facce. Nessuno prendeva la cosa alla leggera. Tranne i due liceali che ridevano e scherzavano di continuo. Ci sedemmo a terra, c’era da aspettare e mettere insieme 2 soldi per il biglietto.

 

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