franchino's way

19 luglio, 2008

La mia Genova (appunti e ricordi…2)

E così i giorni passavano tutti uguali nel caldo di Napoli. Sveglia alle 12, caffè al bar (Ah che belloo café / sulo a Napuleo sanno fa), giretto mini, ritorno a casa, mangiare qualcosa e poi di nuovo a riempire di fumo la stanza e giocare. La sera uscivamo. Una capatina in Piazza San Domenico, la birretta ghiacciata, conoscenze universitarie. Alle 5 di notte partiva la spedizione per la colazione nel laboratorio (le sfogliatelle calde appena sfornate… ue’ maronn’!). L’idea di andare a Genova era ormai scomparsa così come i miei sempre più timidi tentativi di convincere qualcuno a partire con me. Mi ero rassegnato, e quasi non ci pensavo più. Fa niente, mi dicevo, sarà per un’altra volta. Di manifestazioni se ne fanno e se ne faranno tante. Continuava anche il nostro isolamento. Niente giornali, neanche la Gazzetta per seguire il calcio mercato. Niente internet, niente radio. L’unico contatto con l’esterno era la “mamma tv” anche se non serviva ad altro che a farci giocare alla play. Stavo anche migliorando a “winning eleven” (o “Iss pro”). Se nei primi giorni perdevo regolarmente con loro, giocatori più esperti, ora riuscivo a competere. Ero diventato un osso duro. Uno contro cui vincere 1-0 non era poi così facile..

Arrivò allora il Giovedì. A Genova iniziavano le manifestazioni. Le piazze tematiche, il tentativo di sfondare la “zona rossa”. Fu forse una delle ragazze a ricordarcelo e a farci cambiare canale. All’inizio la pausa dalla playstation fu presa male da molti. Ma poi iniziarono le immagini. Ci attaccammo alla televisione e non ci staccammo più. Gli idranti sparati sui manifestanti che cercavano di sfondare le gabbie che dividevano i buoni dai cattivi, il fortino dai barbari. Un vecchio riuscì ad entrare. Ridemmo.
Qualcuno dei miei amici ricordava delle cariche terribili che c’erano state a Napoli per il Global Forum nel marzo di quell’anno, c’era stato, era stato il loro battesimo della paura. I feriti, i pestaggi, la piazza chiusa con agenti che come animali spuntavano da tutti i lati e picchiavano, travolgevano, chiunque avessero a tiro. Io sentivo come un brivido che mi correva sulla schiena: la rabbia, la frustrazione, la paura, lo spaesamento, l’indignazione, lo schifo. Tutto amplificato dal fatto che, questa volta a differenza di qualche mese prima, a fare gli onori di casa ai grandi del pianeta e ai manifestanti c’era l’improponibile, infermabile, invincibile, superbo, Silvio Berlusconi. Aveva vinto da poco le elezioni, sembrava invincibile. A sinistra sembravano esserci solo le macerie della sconfitta e le accuse reciproche tra Ulivisti e Rifondazione su chi fosse la colpa della sconfitta. Se vincono gli altri è perchè abbiamo perso noi. Ma il messaggio in quei giorni, con il G8 che si avvicinava, era stato chiaro; qui non si scherza più. Ma l’idea del sangue e la superbia del potere provocò l’inaspettato: qualcuno cominciò a parlare di politica, cominciammo a discutere, a incazzarci, a dibattere. Anche (persino) noi avevamo delle opinioni.

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1 commento »

  1. […] fabullo: E così i giorni passavano tutti uguali nel caldo di Napoli. Sveglia alle 12, caffè al bar (Ah che bello ?o café / sulo a Napule ?o sanno fa’), giretto mini, ritorno a casa, mangiare qualcosa e poi di nuovo a riempire di fumo la stanza e … […]

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