franchino's way

26 novembre, 2007

Parole in fuori gioco

Filed under: sport,ultras — ilkonte @ 1:08 pm

Ieri è tornato il campionato dopo la finta sospensione di domenica scorsa. Non mi sembra però di aver sentito o visto servizi in cui si parlasse di: Gabriele Sandri, Luigi Spaccarotella, omicidio volontario, sciopero del tifo, ultras, ecc..

C’è un grande dibattito che anima i siti dei gruppi organizzati. E’ giusto fare lo sciopero del tifo? E come si deve fare? Un tempo in silenzio? In silenzio tutta la partita? Non entrare per niente allo stadio? Io sarei più per la terza ipotesi. Se si vuole contestare il così detto “calcio moderno” e il sistema telvisivo e della carta stampata l’unico modo per far sentire la protesta è quella di disertare le partite, non guardare le trasmissioni sportive, non comprare i giornalacci sportivi e via discorrendo. Scardinare la base degli interessi economici. Ma temo sia una battaglia persa in partenza. Il tifoso vero e l’ultras sono solo un mercato marginale. Una curva vuota danneggia sicuramente poco una squadra di serie A che rimpingua le proprie casse con i diritti televisivi e gli sponsor. Il danno grosso lo subiscono le piccole realtà, quelle a partire dalla serie B. Lì gli incassi dello stadio sono quasi fondamentali per mantenere i bilanci in pareggio. Quindi il grande dilemma. Disertare gli stadi e fare come se il calcio non esistesse non cambierebbe le cose per quanto riguarda la serie A. I presidenti possono fare a meno di loro e comunque, se si aprisse una crisi, il governo li aiuterebbe come ha sempre fatto. La serie A è un’industria importante e come tale il potere la tutelerà. Sicuramente una curva vuota può fare effetto.. ma solo per chi effettivamente va allo stadio. Da casa, guardando i servizi di 5 minuti sulle partite, non se ne accorgerebbe e non gliene importerebbe più di tanto a nessun italiano divanista medio (quello che solitamente tifa Juve o Milan perchè vincono, che non ha mai dato un calcio ad un pallone, che guarda 2 partite all’anno della nazionale, che aspetta “Contro campo” per sentire cosa dire al bar il lunedì su calcio-mercato, crisi, rigori dati o non dati, fuorigioco, ecc..).

Uno sciopero del tifo colpirebbe invece molto le squadre delle serie minori. Lì anche solo 400 biglietti in meno a partita possono fare la differenza. Possono significare pagare o meno un giocatore forte, comprarne uno, andare in rosso. Allora l’ultras con il suo mettere in crisi la propria società rischia di fare gli interessi del “calcio moderno”. Svuota le serie minori a favore dello spettacolo televisivo e dei grandi interessi. Un suo sciopero, poi, avrebbe un impatto solo ed escusivamente locale, finendo addirittura per essere additato come colpevole dei mancati risultati della squadra o dei mancati introiti della società.

La via d’uscita? Devono essere compatti in tutt’Italia e uscire da quell’atteggiamento spesso settario che li vede contrapporsi alla massa dei tifosi. Si tratta di un cambiamento culturale importantissimo per il mondo ultras che non vuole parlare col tifoso. Pensa di essere semplicemente superiore da un punto di vista quasi antropologico. E’ la sua storia, la sua coerenza, la sua passione spesa “sette giorni su sette”, i suoi sacrifici per i colori, la sua intransigenza a renderlo diverso dal tifoso comune (quello casalingo che guarda la tv, ma anche da quello che va allo stadio ma magari in tribuna, nei distinti o persino in curva senza però portare la sciarpa o lamentandosi perchè una bandiera gli copre la visuale). Bene gli ultras devono superare questo settarismo se vogliono avere dei risultati e visibilità. Devono riuscire a parlare con la massa se vogliono “fare massa”. Ma è appunto cosa difficile, quasi impossibile. Il problema è antropologico, sociologico, culturale.

Ricordo una partita particolare. L’anno scorso andai a vedere Bologna-Juve. Ero con un mio amico ultras. Quel giorno i gruppi avevano deciso che per 20 minuti la curva sarebbe rimasta vuota per protesta contro la Juve che doveva andare in C1, ma che fu “graziata” con la sola retrocessione in B con punti di penalizzazione (che tra l’altro furono anche ridotti durante il campionato). L’impresa di tenere fuori i tifosi fu ardua. Spesso si sfiorò la rissa. Gli ultras sentivano la curva come loro, i tifosi pure. Avevano forse ragione entrambi ma alla fine la distanza tra i due mondi era incolmabile. E la distanza, per quanto possa sforzarmi di proporre ragionamenti, rimarrà tale.

Cosa dire.. Tutto finirà in un bicchier d’acqua. Qualche gruppo si scioglierà, ne nasceranno altri e dopo qualche mese, chi prima e chi dopo, le curve ritorneranno a cantare. Non riesco proprio a immaginare uno stadio italiano silenzioso come un palazzetto dello sport americano. Non riesco a pensare a cori e slogan lanciati dallo speaker ufficiale della società. Sarebbe una tristezza inaudita.

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