franchino's way

22 novembre, 2007

Play old style.. un bel post sul calcio che era e non è più

Filed under: sport,ultras — ilkonte @ 3:07 pm

Il calcio moderno contro la nostalgia dei bei tempi andati. I milioni di euro, le telecamere, le star e le vallette, i parolai ladri e i comprimari contro il fascino romantico dello spettacolo, delle maglie sporche di fango, dei gesti tecnici, del tifo verace e vorace. Il circo calcio contro il calcio. Tutto questo magnificamente espresso da questo post che ho trovato girovagando tra i siti dei gruppi ultras della mia città. Una testimonianza, un appello o un semplice lamento. Una bella pagina da leggere per chi voglia capire, senza preconcetti e salame sugli occhi, cosa significa essere ultras in maniera sana. Un contributo per capire cosa abbiamo perso tutti, cosa significa uno stadio senza una curva che canta, che colora, che riempie orecchie occhi e cuori spesso più di 22 uomini in mutande, pieni di tatuaggi che tirano calci a un pallone.

Il post di CIACIOTZ dal titolo “Play old style”.

  • Torna il campionato.
    E tutti a bocca aperta ad aspettare i gol delle nostre squadre del cuore, le previsioni di Maurizio Mosca e le pose intriganti di Elisabetta Canalis. Le pose e tutto il resto che mette in posa. Non quello che dice, che è assolutamente inutile in un’economia di calcio giocato.
    Ma è calcio quello che ci propinano?
    È calcio quello che come beoti ci sciroppiamo la domenica e tutti gli altri giorni tra anticipi e posticipi e gare rimandate e da recuperare?
    Sono convinto che questo non è più calcio.
    È un grande baraccone, una macchina che fabbrica denaro, plusvalenze, Borsa, azioni, pagliacci, veline, presidenti moralizzatori, giocatori che si lamentano per la troppa ricchezza, che non mettono un lutto al braccio perché non conoscono personalmente il tifoso che è morto (vero Seedorf? Vergogna!), insomma un circo che con il calcio non ha nulla a che vedere.
    E il discorso vale anche per la violenza, la giustificazione che le parrucche istituzionali trovano facilmente per tenere in naftalina il vero calcio popolare e riempire le nostre domeniche di surrogati al vago sapore di football.
    Una violenza inutile, dannosa, perniciosa che alimenta solo benpensanti e giornalisti, che altrimenti dovrebbero imparare a scrivere di qualche argomento per portarsi un po’ di pane a casa.
    Il calcio così è destinato a morire. Ora ha un male che sembra incurabile.
    E il male profondo è il sistema che ruota al calcio. Tutti compresi, nessuno escluso.
    Che possiamo fare noi nostalgici del Beautiful Game?
    Forse è il momento di far capire che non siamo più così pronti a subire passivamente l’insipido prodotto che vogliono venderci, possibilmente tenendoci ben ancorati alle pay tv e alle poltrone di casa nostra, tra una trasferta vietata, una curva chiusa e le loro chiacchiere logoranti e logorroiche su calcio, ultras, polizia, violenza, diffide e terrorismo.
    Quanti di noi amano davvero il calcio?
    Ecco, riflettiamo sul nostro amore per il calcio. Pensiamo bene dove nasce, come nasce e cosa significa per noi.
    Pensiamo alle domeniche allo stadio quando non esistevano le dirette televisive; teniamo a mente i programmi che santificavano le nostre domeniche: Tutto il calcio minuto per minuto, Novantesimo Minuto, Domenica Sprint, Dribbling. Servizi, gol e poche chiacchiere.
    E che dire dei calciatori di una volta che avevano una vita normale, una moglie normale, i figli con i nomi normali? Nessun divismo generalizzato e diffuso, qualche giocatore bizzarro, diverso dagli altri. Gli altri, veri e propri operai del pallone. Chi seguiva la moda portava i capelli un po’ lunghetti, vestiva con i primi capi firmati, Zigoni portava la pelliccia come George Best. Ma tutti andavano in ritiro per fare amicizia con i compagni di squadra, non per isolarsi con cellulari, i-pod e playstation.
    Pensiamo alle migliaia di radioline accese; ai mariti indaffarati a portare a spasso il cane (che avrebbero volentieri abbandonato in autostrada) o impegnati ad accompagnare le mogli (stesso destino del cane, anzi quasi quasi meglio il cane) a fare le passeggiate con le prime cuffiette piccole, infilate – in maniera disinvolta dentro all’orecchio quello più distante dal lato della moglie – e le loro improvvise grida di gioia con le mogli che fuggivano in macchina; la corsa a casa per vedere la telecronaca di un tempo di una partita a sorpresa quando già si sapeva il risultato. E il Subbuteo, il calciobalilla al baretto sotto casa, le sfide interminabili e le Figurine Panini. Il vero oro di noi bambini. E dei nostri genitori che cercavano di farcele attaccare dritte solo perché poi l’album lo tenevano loro. Per sfogliarlo quando noi bambini dormivamo sognando partite impossibili.
    Tutto questo è sparito. Tutto questo era il calcio.
    Ma siccome il calcio è sempre stato prima di ogni cosa l’amore dei tifosi verso la propria squadra del cuore, pensiamoci. Pensiamo a chi dedichiamo il nostro amore. Pensiamo se vale ancora la pena.
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